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Dopo quella sera

Dopo quella sera, seduti al tavolo di un bar, un fungo alimentato a butano per riscaldarci. Un bicchiere di vino e un’altro ancora, gli stessi sigari, goffo io fino a scomparire nel fumo. Dopo quella sera, tra i sampietrini fino a casa tua, le scarpe che illuminavano i miei occhi e la camminata ciondolante e finalmente i tuoi numeri sul mio cellulare. Tornare a casa a piedi, sempre a piedi, a ricordarmi le frasi dette e i momenti di vuoto, a sorridere senza sapere il perché e ritrovarsi appiccicato addosso lo sguardo di uno sconosciuto, poi proseguire fino al divano, non prendere sonno fino a mattina, chiedersi se tutto è vero, se l’emozione è in grado di cancellare ogni accesso ai ricordi.

Dopo quella sera, pochi giorni al tuo compleanno, cercare un giradischi, cercarlo di legno, perché lo chiedeva il bianco delle tue pareti, perché lo chiedeva il tuo sguardo, il ritmo delle tue parole no, la sola piccola contraddizione che trova spiegazione nelle spinte opposte che t’abitano. In contraddizioni sanabili soltanto in tempo e cura.

Il giradischi costava un sacco, ho scelto il più bello, mi sono fatto spiegare il funzionamento, ho detto soltanto: “Metto insieme i soldi e torno, lo tenga via, lo allontani allo sguardo, lo tenga al riparo.” Le labbra nascoste dai baffi disegnarono un sì, tornai a casa canticchiando una canzone di De Gregori che si chiama Anna e Marco, anche se tu non ti chiami Anna e ogni volta che pronuncio il tuo nome poi me ne pento.

I dischi, mi dicevo, i dischi, odio il silenzio soprattutto quando è imposto. Dalle situazioni, dalle lontananze, dalla paura, dall’assenza di un supporto in questo caso. La scelta era semplice, avrei aspettato la domenica e al mercatino dell’antiquariato avrei acquistato del jazz, magari Vian. Ero felice, stavo diventando povero, ma non mi importava, nulla. Mi ripetevo che è necessario mettersi in situazioni di non ritorno, avere in testa la meta e non trovare scuse né strade alternative.

Decisi di scriverti, magari eri senza alternative anche tu. Il mio primo messaggio fu una foto che mi ritraeva da piccolo, la pancia piena, il viso gonfio, mossa sbagliata, ogni tanto le relazioni vivono di strategia, tu rispondesti fredda, io capii subito. Mi avevi promesso non sparirò, non questa volta. L’hai fatto.

Non ho comprato il giradischi, i dischi invece, per quelli era troppo tardi, li ho lasciati in quattro bar diversi: uno in Porta Venezia, uno in via Vigevano, uno in Garibaldi e l’altro in Brera. Su tutti una citazione di un libro, una scritta poi cancellata, perché si capisse che c’era, ma che non voleva essere letta, o meglio, fosse letta e poi dimenticata. Magari qualcuno ha sorriso.

Chissà che fine ha fatto quel giradischi, se il signore coi baffi mi aveva preso sul serio sistemandolo al riparo. Chissà se qualcuno l’ha poi comprato, chissà che musica ha suonato, magari è in casa tua, io voglio immaginarlo là, a decorare i tuoi giorni.

Sai, questa è soltanto una storia, una di quelle che scrivo per ricordarmi di aver vissuto dietro all’amore senza mai raggiungerlo, vissuto sì. Perché l’esistenza non è cerchi in lega e nemmeno frontiera. La mia trova vita in un aggeggio di legno, in sogni e vorrei. La tua, beh, la tua è felice, perché il tuo campanello suona, la tua tavola è ricca, i tuoi occhi sempre più belli.

Ho raccontato questo a un daino, ieri notte, in un bosco, lui ha capito, è scappato al galoppo e ha pianto per me prima di addormentarsi sul ventre gonfio di una madre preoccupata che gli chiedeva che c’è. La sensibilità è animale, ho scritto su un post it, gli umani dimenticano.

Foto: dalla rete.

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Come le viole anche tu ritornerai

Come le viole anche tu ritornerai. Il giradischi rotto e le parole di nonna registrate male col cellulare. Dipingevo pensieri nell’aria, sulle schiene fredde di questi muri bianchi le chiazze rosse delle zanzare. D’estate manchiamo d’alito, ricordi? Per le parole sussurrate la notte, le ripetizioni che servono per tenerci vicini col fiato dei telefoni sulle nostre orecchie bollenti. La mia lingua a pennello e la cornice morbida del tuo collo. Aspettare il mattino con gli occhi chiusi e le gambe aperte. Disegnare le traiettorie delle nostre future partenze sui tovaglioli dei bar e poi dimenticarceli in tasca. Con le inibizioni chiuse a raccolta nei cessi dei locali quando ti tocca di fare la fila e poi conosci gente e ti dici che senso ha tutto questo girovagare. Quando esplodo in incontri e poi spavento. Le bombe teniamocele per il futuro, per combattere le ore stanche del sappiamo già tutto e poi costruiamo qualcosa: un aereo di carta o un modellino di un’astronave. Le nostre transumanze sulle coste della Liguria e i colliri per depurarci gli occhi. Che se non ci vediamo è soltanto per la paura degli specchi. La chiamiamo vita e ci perdiamo le ore liete che misuriamo la qualità nelle preoccupazioni per il domani e per le gita fuori porta ti tieni lontano da casa mia. E poi il suono della tua voce vorrei appenderlo in camera per guardarlo prima di prendere sonno, nei segni della croce la malinconia dell’uomo che vorrei essere. Lontano da qui suonano ancora campane di bronzo, a lutto o a festa chiamano a raccolta gli affetti.

Per dirci che non siamo soli servono le liti, le incomprensioni delle corde disarmoniche in gola ai vecchi. A strappare le barbe lunghe dei saggi e trovarci mosche incastrate. Quando mi sveglio nel ricordo dell’amore che ci hanno insegnato. I tuoi capelli a camaleonte e le spalline che dovresti lasciare cadere. Mandami un segno della tua presenza, alza la bandiera bianca dei pianti lunghi che lavano via le macchie di caffè dei divani. Trascinami le dita sulle tue guance e facciamoci prigionieri in sbarre e per la libertà sorprendiamoci in smorfie e poi stanchi spegniamoci soffiandoci addosso.

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