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Altro che lettere

Io non lo so perché continuo a scriverti. E poi non me lo chiedo più, ci penseranno altri a trovare risposte. Sensibilità, fisiognomica o che altro, forse i tuoi nervi o lo scatto lento delle tue palpebre. Ci lanciamo in domande sul senso di quel che ci accade, dentro o fuori non c’è poi molta differenza. Con le mie ciglia lunghe che sono antidoto ai gas tossici della circonvallazione, siamo così distanti che non bastano i boomerang per riportare indietro le pellicole impressionate dei nostri gesti trattenuti. Poi l’ultima volta era come sedersi allo specchio e trovarsi i difetti, schiacciare i punti neri e i peli superflui tra le sopracciglia e poi mordere l’erba cipollina sul tuo davanzale. Tre passi altissimi con le orecchie incastrate tra le nuvole dense del cielo di Milano e poi quella leggerezza del finalmente ero io, o almeno un poco. Non c’è mai un due senza tre con te, che in mezzo alla gente siamo anche più belli. E avrei voluto vederlo al tuo fianco quel film e farmi quelle domande surreali del se sei là come fai a essere qui e via e via con tutti i ragionamenti che si incastrano tra i sedili scomodi, che sarebbe meglio prenderci i fianchi e guardarci nell’incavo delle labbra il gorgoglio dell’acqua nuova del mese di Aprile. Ci si rivoltano addosso cieli dipinti nei video demenziali modello youtube e sulle nostre sicurezze i Cattelan del potere hanno costruito un punto di domanda. I miei segni rossi sui quotidiani e il quaderno in pixel per incollare i ricordi. Verranno a dirmi della malinconia del foglio di carta e del profumo invadente d’inchiostro, risponderò che le mele bianche della California sanno far luce e il virtuale è un’esperienza cosciente, altro che 2001 e Odissee nello spazio. Sulla mia lingua hai seminato in ricordo il sapore lisergico dell’erba e il gusto dolce della cipolla, per il tuo davanzale e i suoi vasi, per le lettere che ti ho scritto una volta, per la punteggiatura sbagliata e le A che assomigliavano a E. Quel silenzio lunghissimo per poi capire che è sulla strada che si consumano le conoscenze, altro che mele, altro che pixel, altro che lettere.

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La figurina di Alessandro Del Piero

Ho ricominciato a leggere Kerouac, sulla strada, sugli autobus, in metropolitana. La grande marcia dei pinguini, le cravatte color della sabbia per questi deserti del sentire. Sulla metropolitana gli sguardi attenti delle prime conoscenze e le maniglie stanche dei pendolari dell’hinterland. Hai mai pensato al contenuto delle nostre borse? Nel portafogli ho la figurina di Alessandro Del Piero per ricordarmi di quando provavo i tiri a giro sul secondo palo sperando di sorprenderti con le mie giravolte. Che somigliavo a Zidane, mi dicevi, il taglio dei miei capelli per le tue carezze di bimba, il pulcino coi peli cortissimi e il pigolare dei miei desideri informi. Siamo diventati grandi in un flute, le bollicine per gasarci e con la scusa dell’età strafogarsi di viaggi, e vino e pornografia e altre sconcezze che ora so dire. Belli per noi i capezzoli duri sotto alle magliette fini delle liceali, belli per noi quei vestiti vecchia scuola che lasciavano scoperte le spalle. Ci stringevamo in cerchio per nasconderci e urlavamo forte i nostri soprannomi perché da lontano le passerelle potessero sentirci. Noi sporchi di fango e di vergogne, noi che desideravamo stringere le cosce sode di Paola Barale e nel frattempo le davamo della sciocca, le oche gettavano versi lunghi quando correvamo allo stagno e prendevamo le rane per spaventare le code di cavallo delle nostre compagne. Non è la Rai, ma come è bello qui, quei pomeriggi infiniti passati ai bordi della ferrovia, lanciare il pallone contro al treno per vederlo rimbalzare e poi rincorrerlo che senza di lui le nostre vite si facevano troppo noiose, attraversare i binari per sfidare noi stessi e fare la conta delle ragazze e dar loro i voti che facevamo culo, tette e faccia e mettevamo anche la simpatia. Poi ritrovarsi la sera a guardare il soffitto, le ginocchia al sangue e la nostra pelle color della terra. Le nostre sveglie proiettavano l’ora contro al muro e dentro ai libri di scuola nascondevamo i fumetti per dirci che non c’è tesi che tenga, ma sono lo stile, la passione, la sensibilità dei nostri tagli sui gomiti e le ruote consumate della bicicletta quelle che fanno di noi dei binocoli e si fa vicino quel che sembrava lontano, e si fa lontano quel che sembrava vicino.

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Le domande del cazzo che ci permettono di tirare avanti

Poi quelle sere a scriverci che non potevamo bastarci. Non mi piaceva la musica e nemmeno quelle facce pitturate di nero. Sul palco, ai lati del palco, le minigonne delle ex studentesse e i rossetti a scivolo per le labbra piccole di voi affamate di differenza. Ho immaginato l’erba in fili crescere sotto ai nostri piedi, affondano i vostri tacchi a punta per i passi di danza sui ventri affamati dei maschi al sapore del gin. C’era il sudore appiccicato alle pareti che si dondolava senza cura tra i nostri capelli pettinati a sbalzo, nessuna scrima per le notti insonni. Gli sguardi si fanno obliqui e gli occhi sono squali pronti a mordere e portare a casa, ingoiare e non assaporare. La notte ti combina vuoti e per riempirli raschi il fondo del portafogli e il mondo è quartiere, la luce ostacolo per quei voli in picchiata nella vacuità dei cocktail mentre è la planata, il cerchio concentrico dell’unità per proiettare lo sguardo fuori di noi e dai nostri egoismi, dai tuoi specchi grandi di quando ti guardi il culo e poi ti copri un poco come a dirti nascondi e mostra perché non ti guarderanno mai per quello che sei. Mi hanno telefonato per dirmi di dimagrire te ne rendi conto? Ti ho scritto due righe e poi le ho cancellate. Le domande del cazzo sono quelle che ci permettono di tirare avanti. Le nostre case sanno di chiuso, lo sai? La luce è fioca e i nostri panni riposano nelle lavatrici pronti a chiederci conto delle nostre azioni diurne. E poi perché, perché, perché proprio te? Che mi manca la provincia, le reti verdi con le galline e le chiese piccole con le panche strette. Il silenzio delle sei del mattino quando sulla strada non attraversano i gatti troppo viziati delle casalinghe ubriache di saggezza sui ferri da stiro già caldi, il caffè ci sveglia ancora per quelle sigarette che non mi va di fumare. E ora spogliati e fatti guardare, siediti accanto al mio letto che ho bisogno ancora di soprammobili, che non leggo un libro da un mese e per i miei occhi ho bisogno di umanità e calore e forme belle e non c’è spazio per i trucchi neri e le occhiaia lunghe che te la credi, ma a cosa credi o meglio a chi?

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Un bacio sulla bocca

Per poi sentirci nei miei momenti di disequilibrio, l’accesso eccentrico al mondo delle idee e il lego colorato delle complicanze. Il gradino in marmo della stazione per lanciare gli occhi sul primo vagone dei treni e perdersi il paesaggio pensando al fumo che non c’è più, le caldaie il carbone e quei viaggi interminabili per favorire le conoscenze, il sudore perso sulla camicia e dormire uno nelle braccia dell’altro, la morbidezza delle chiome degli sconosciuti e contro il freddo il rifugio dei nostri respiri profondi. Biglietti prego e il risveglio, le fabbriche dell’hinterland e i bar chiusi del centro che oggi è festa e decoriamo le case di pietanze imitando il profumo dei nostri nonni. E quant’è bello il tasto verde del telefono, il suono breve delle tue risposte e quella tua fretta che sa di casa e piatti da asciugare. Io non lo so cos’è la conoscenza per gradi, gli etilometri cantano giambi per i saltelli del mio immaginario. L’esperienza del tavolo e il vino, lo schiocco caldo tra labbra umide e quella tua educazione in presenza che sai di ghiaccio quando stiamo lontani. E così vorrei sedermi qui sulla spiaggia e aspettare che tu ti sciolga come lo spritz per tutti quegli aperitivi che non ci siamo concessi, che iniziano al tramonto lo sai e terminano al mattino tra le espressioni che all’inizio teniamo nascoste sotto le unghie. E verranno a raccontarti di un Cristo e ti diranno che non c’è col mantra degli antifurti la notte di Pasqua che non mi fanno dormire, rivoltarsi tra le lenzuola e immaginarti nuda con le contraddizioni dell’esercizio della ragione. Poi l’esercito stanco del sì e le anonime processioni della provincia, il contingente rancoroso del no per confondere le acque e appigliarsi ai valori ai valori ai valori, e tornerà quell’Uomo e cadranno i templi lo sai e le scritte colorate dei centri sociali, e cadono gli scrittori, cadono i libri, bruciano le foreste e nascono altri soli, nei centri commerciali vendono vestiti tutti uguali, come HM e le scelte globali per lo stordimento delle nostre necessità. Rimarrà l’uomo, lo sporco tra i miei capelli e questi occhi stanchi e mi dirai vieni qui, e quando saremo abbraccio ti dirò che questo è tutto e il nostro inizio sarà soltanto un respiro, e un punto, e un bacio sulla bocca che finalmente non riuscirò più a parlare.

 

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Tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

E prima o poi ti fermerai a pensare di quel che è stato del tuo andare: il puntino rosso tra le rughe delle espressioni stanche per le meditazioni notturne e le finestre degli occhi per la pulizia di primavera. Poi affannarsi nel togliere ragnatele al soffitto nel godere delle vertigini dei pensieri nascosti. Siamo minatori io e te, scaviamo a fondo le viscere della terra per tornare in superficie sporchi come gli aborigeni prima dei riti d’iniziazione. Noi esseri albini in questa terra nera che non c’è verso di parlarti se chiudi il cerchio delle tue conoscenze e rimani là coi soprammobili della vita facile. Le lavatrici dei nostri incontri mai asciugati all’aperto, e guardare la tua porta chiusa per domandarmi chissà, chi sarà e cominciare a suonare le canzoni di Battisti con le mie labbra morbide le bionde trecce gli occhi azzurri e poi? Dimmi che poi faremo di tutto questo girovagare una casa e scenderemo sul fiume per lavare i panni sporchi delle nostre dipendenze, mi darai la caccia come si fa con donnole, mi lascerai dormire al caldo delle tue mani piccole e avrò dieci segni sul viso per ricordarmi dei comandamenti vivi del nostro incontro, quando la strada è un letto e un aereo che ansima e romba per poi planare fuori da noi nell’incanto debole della notte. Nelle mie orecchie il suono lungo del tuo respiro, sotto le unghie la tua pelle consumata. Che siamo pellicani reali io e te, il becco lungo per le frasi che non mi hai detto, la pancia vuota per le parole che ti ho vomitato addosso e le distese infinite per i nostri voli al raso dell’acqua, che quando guardi il mare non c’è più spazio per i vuoti a perdere, ci carichiamo sotto la lingua le nostre malinconie per poi ingoiarle con la focaccia salata sulle spiagge della Liguria, per dirci andiamo, corriamo, mangiamo… e tutte quelle cose belle che finiscono sempre in amo.

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Il volo delle farfalle

Ti sei mai chiesta il perché delle mie insistenze? C’era cresciuto il muschio sulla pelle e le nostre radure s’erano perse tra il lavori della nuova metropolitana con tutti questi clacson che ostacolano le tue parole rare. Che prendi treni e aerei e scambi i biglietti come se fossero jolly per la nuova partita che andremo a giocare, per questo grigio che ci ricama sulla testa piccole piogge per spegnere gli incendi che ci infiammano sempre meno. Quand’ero fuoco mi si è avvicinato soltanto un nano, l’invadenza dei suoi modi così simili ai miei, seduto sul bordo delle mie labbra a cantarmi gli amori della piccola città e tutti i difetti nella fabbricazione del tempo libero. Mi sono ritrovato supino, le catene del pensiero dominante che mi trascinavano al centro della terra, lo sguardo al cielo ad aspettare che qualcosa venga giù, c’eravamo detti che non importa se sole, pioggia, nuvole o grandine, c’eravamo detti che l’importante è un segno, come le pieghe tra le tue labbra, per riprenderci in mano lo spazio dei nostri sguardi e quei pensieri piccoli che ci vergogniamo di confidarci. Sono arrivate le farfalle mi hai detto, ci pensi mai a quanto tempo passiamo senza sentirne la mancanza? E ti ho disegnato un’ala sulla schiena per ricordarti le tue adolescenze di quando sei stanca e socchiudi gli occhi, di quando ricordi e non ti fai quelle menate da adulta che prendi tutti i tuoi difetti allo specchio e non ti concedi il volo dell’imprevisto. Che tanto lo sai, non ci conosceremo mai fino in fondo che ci hanno dato torce per guardarci dentro, ma sono deboli e illuminano a scatti. E non c’è bisogno che te lo spieghi perché ormai lo sai, siamo Guernica per gli occhi stolti degli adolescenti, ghirigori e contorni e facce da toro e bombe inesplose, e dentro i tagli e le fontane dei desideri. Berremo acqua dalle nostre guance per dirci che sono i contatti che sanno dissetarci.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

www.alessandragerevini.com

 

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Poi chiedere il nome ai tuoi capelli

Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.

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Quella barca sul lungosenna, ricordi?

E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.

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Chewingum

Continuiamo a chiamarlo riposo, ma non c’è tregua per noi che dilapidiamo il sonno in risvegli. Le falene sui vetri rotti per gli sguardi deviati del nostro respiro notturno. Col fegato in supplica tra le labbra. I tiri alla fune tra le nostre tende, la luce forte delle dieci del mattino e le ipotesi sulla tua scomparsa. Il frigorifero è così vuoto che ospita l’eco dei pasti passati, gli amici intorno al tavolo quando hai sempre la sensazione che siamo trottole che giriamo forte su noi stessi e quando veniamo a contatto perdiamo il giro, ci allontaniamo e poi ci spegniamo. Le direzioni perse, le nostre adolescenze così simili e dentro il brulicare di mille spinte, le cariche esplosive dei nostri ormoni e le emozioni pure delle infanzie imperfette. Noi fuochi d’artificio, le micce tutte uguali per suoni e colori e fontane. E una scintilla l’origine delle nostre partenze. Con l’affetto che ci rimane tra i peli superflui, che a distanza di giorni riusciamo a scriverci un come stai, un dove sei, non ci si vede mai. Che fine abbiamo fatto noi, ripetevo e pensavo che noi è una parola forte, che spaventa sulle prime e poi allontana. Noi noi noi noi a ripeterla è un lungo richiamo, quell’ “Ohi” dei sette nani e le fatiche della miniera per tornare a casa la sera e intonare i canti delle viscere della terra che non abbiamo parole per descriverci. Una goccia di sudore sul percorso insidioso del mio ventre, nata così, le mie parole al sole per brillare e poi decolorare come le polaroid del nostro tempo, come quando ci siamo visti ed era bellissimo, che poi le ore confondono i contorni e torniamo ad essere sagome e silhouette per gli sguardi disinteressati della strada che si difende coi gradini e sbuffa di notte tra i mozziconi spenti, le merde dei cani e i chewingum masticati dagli studenti per quei baci lunghissimi che non mi ricordo più.

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La solitudine del vaso

Quegli orecchini a perla perfavore no, per non parlare della posa larga di quelle dita, la sigaretta accesa a combattere il vento per i capelli spenti che guardano il pavimento e tra le unghie la noia dei colori secondari. La sala d’attesa per aspiranti soprammobili, noi che sfiliamo sulle tivù per essere riconosciuti dai più e ci vergogniamo per le imperfezioni del nostro viso, e il sedere, e il sorriso. Quelle parole che sbattono contro i muri e non lasciano il segno, i profumi dolci delle modelle del nord per quelle gambe troppo lunghe che non saprei dove metterle. Meglio sarebbe un’estate e l’immobilità dei gechi, i puntini rossi delle zanzare kamikaze per unire le nostre necessità, i primordi dello sviluppo, mangiare, dormire, scopare che amare era un’arte rara come la caccia la notte, l’orecchio all’erba per il palpitare di un passo. Non così i nostri giorni, tra l’indecisione costante delle nostre lenti il contatto pericoloso dei polpastrelli che tra le sviste lasciamo impronte per categorie “quel non so che” non esiste più che dalle tasche scivola il tempo per le conoscenze profonde. Lo sai cos’è un viaggio? Fame d’incontro e niente fretta, la curiosità nell’umano e la noia delle costruzioni tutte uguali del Perù, i templi Indù e le otto anime gemelle, i nostri satelliti indefinibili che ruotano intorno al mondo e niente ansia d’aerei e biglietti d’autobus notturni per dirti sono qui e rimandare il ritorno per le gambe sotto al tavolo e quegli sgabelli troppo alti che trascinavano i nostri timori alle stelle. Quando due astri s’incontrano è polvere e fuoco lo sai, che a spegnerlo non bastano gli estintori eleganti di cui ti circondi. Nel centro dei nostri pantaloni l’origine delle nostre dipendenze. Hai mai pensato alla solitudine del vaso? Gli sguardi degli sconosciuti, l’immensità del tavolo piatto e stare nei limiti per non disfarsi, sparpagliarsi e il dolore che porti già nella forma che sei fatto per accogliere e non per maledire, che sei fatto per custodire e non per aggredire.

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