Archivi tag: scrittori emergenti

Le nostri tristinotti

E scoprire poi che c’è, il freno a mano tirato e le autostrade in contromano. Coi cartelli delle città letti alla rovescia quando perdiamo il controllo, la velocità supersonica delle nostre relazioni coi coiti interrotti delle notti pigre quando le farmacie sono troppo lontane e decidiamo di farci del male rimandando le soddisfazioni al domani. Gettare sul pavimento i nostri vestiti per dimenticarci della taglia 40, gli ideali smarriti dell’adolescenza. Non piove mai e Milano non piange. Le nostre facce che si sono fatte nere coi gas di scarico delle nostre responsabilità e la metropolitana che non conosce i tuoi ritardi. Abbiamo rivoltato le coperte all’ansia che per i baci delle tristinotti non bastano le nostre labbra. Ci ritroveremo qui prima o poi a parlare di felicità, le camere, i bar e i nostri viaggi nelle periferie lunari di Milano est, di quando hai alzato le palpebre per separarmi le acque del cuore. E poi mi hanno travolto. Coi capelli arruffati dici che sembro quell’attore argentino dei Viaggi della motocicletta, ma lui ha gli occhi verdi e sorride sempre. Imparerò ti dico io. E’ troppo tardi mi dici tu. Abbandoneremo i modelli agli stilisti io e te e ci lanceremo senza aerei, senza paracadute io e te su questo asfalto di strade e su queste linee blu che ce la fanno sempre pagare. E con la vernice bianca faremo ghirigori sul muro, la tua schiena nuda e poi sui pavimenti, il parquet e i letti rovinati dai tuoi seni bianchi che spruzzeremo libertà dove ci pare senza sapere i perché di tutti gli altri, della nascita dei dinosauri. Ed era la fine del mondo, come quel rosso che bevevamo alle tre di notte e poi chiudevamo gli occhi perché eravamo troppo stanchi e tu mi davi la mano che lasciavamo la televisione accesa solo per farci compagnia.

 

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Disegnare soli in alto a destra

Coi buoni propositi tra le gambe allungavamo la notte. E c’era sempre da bere, con quei discorsi pirotecnici sui nostri passati remoti e per il domani disegnare il sole in alto a destra coi raggi in linea retta e il sorriso a U come quando eravamo bambini. Ci disegniamo orizzonti bellissimi tra le pupille e per nasconderli indossiamo occhiali scuri al risveglio. E poi raccontami tutto quello che hai bisogno di raccontare e non mentire e non strafare che tanto non mi interessa, che sono attratto dai tuoi modi e dal passo e il resto è d’avanzo. L’espressione camaleontica dei tuoi occhi che prenderanno il colore dei miei quando impareremo a toccarci. Quei fuochi elettrici dopo la mezzanotte quando al posto degli auguri ci scambiavamo soltanto solitudini e richieste d’affetto. E invece dovremmo pensare all’oggi e concentrarci sui nostri pomeriggi, sulla luce pulita delle prime ore del mattino per controllare il ronzio dei nostri sogni di morte. Che sei assetata di vita mi hai detto e ti ho tappato le labbra con la lingua che non abbiamo più tempo per i cruciverba sulla nascita dei sentimenti. E non ti auguro nulla, ma ti regalo l’alfabeto per decifrarmi e le chiavi della mia stanza. Che nella presenza puoi riconoscermi e non far danni con l’immaginazione. Che per disegnare le rotte bisogna rischiare in partenza. E curiosità d’ignoto, il tono dei muscoli e il mare nero che cantavamo attorno al fuoco abbiamo deciso di ricolorarlo con le bombolette a spray e i rischi che ci siamo presi quando tutti gli altri ci passavano accanto. E indossavamo berretti neri per confonderci e frangere l’aria degli sguardi interessati delle generazioni passate che parlavano di noi immaginando le loro gioventù e poi sul muro mi hai scritto I Love You. Per i nostri sedici anni, di quando abbiamo avvistato la libertà e ci siamo tuffati senza boccaglio e avevamo bisogno di spinte e di braccia per toccare il fondo e iniziare la risalita, per spruzzarci ovunque senza riserve d’aria, stropicciare gli occhi e tornare a vedere.

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Eravamo bellissimi

E nella stanza galleggiano ancora le nuvole dei miei pensieri che partono dal basso ventre e risalgono fino al soffitto e non evaporano che è troppo freddo per le note calde della mia voce, le labbra umide dell’estate e i nostri pomeriggi passati a cercarci invano nei parchi, coi limoni al sole e i commenti dei vecchi, i suoni lunghissimi dei treni che ci rimangono dentro. Tutte le partenze che abbiamo desiderato e poi trovarci in mezzo agli italiani di Londra e mangiare sempre turco che non abbiamo i soldi per i ristoranti, che dopo le tre di notte si chiude che avremmo tutto il tempo del mondo ma poi ci viene sonno e torniamo a casa per non dormire e attaccarci alle reti, ci metteranno nel ghiaccio, ci venderanno al mercato. Quando parlavamo dei massimi sistemi e sapevamo guardarci negli occhi, con la sangria che è rimasta sul tavolo perché si era fatto troppo tardi. Avrai poi modificato il tuo piano? Da quando sei partita il martello pneumatico allieta i risvegli. Apriranno un pub sotto casa e avrò più tempo per dimenticarti, ci stordiranno ancora le birre chiare e scriverò finalmente le mie poesie sui marciapiedi per sorprenderti o per consolare le vite bellissime delle domeniche pomeriggio e gli acquisti dei saldi. Mi riempirò la casa di clessidre e aspetterò lo sciogliersi del tempo quando non basta ribaltare il soffitto per ricominciare da capo che tutto è cambiato, che tutto è saltato. E sulle saracinesche dei negozi i giovani firmano e inventano nomi strani, scrivono “cucciola sei una troia” come per dire che ti ho voluto bene e domani non sarà cambiato niente e puoi saltare su tutti i materassi del mondo se questo ti fa contenta. Mentre continuano a intrecciarsi sguardi nelle metropolitane e quante volte hai pensato vorrei e quante volte hai pensato farei e poi non hai avuto il coraggio che il cuore ti rimbalzava forte, che non ti sentivi all’altezza che non dovremmo aver paura a dirci dove stiamo di casa, quando abbiamo fatto una colazione lunghissima e poi ci siamo salutati come due signori: stammi bene cara e non prendere freddo mentre un cane pisciava e una vecchia ci ha detto che eravamo bellissimi.

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Undici passi io e te

E poi tatuarci addosso il tempo del respiro per sapere che dopo le corse è necessario ansimare. La normalità dei battiti, il rosso al tempo dei semafori e quelle docce lunghissime per lavarci via i rapporti superficiali delle nostre giornate open space. Quando ti ho detto che le nostre case potrebbero essere bellissime se solo avessero finestre sul mare, le montagne e il cielo azzurrissimo dei giorni più freddi. Mi hai detto che sei dei piani alti, che vedi l’oro della Madonnina, le luci tricolore del palazzo della ragione. Ti ho risposto che mischi troppo le cose, che l’acqua e l’aria non si assomigliano neanche un po’ che in una si nuota, nell’altra si vola, che nuotare è possibile e volare no e ti sei offesa, hai detto che non è colpa tua se io sono così infelice. Che poi lo sai che non è mai questione di felicità, che è una parola fragile che appena la pronunci scompare come il silenzio, come i tuoi sguardi dell’altro ieri. Che siamo sensibili come gli antifurti, al primo soffio accendiamo le luci e cominciamo a urlare forte senza rispetto per i vicini. Per i sonni lunghissimi dell’età di mezzo. Presenze e coccole che non ci vergogniamo più delle parole buone. E se il mio viso t’inganna, se la mia voce ti stanca puoi fare come tutte le altre e prenderti le tue distanze. Non sappiamo misurare le lontananze io e te. Troppo vicini da strapparci le labbra, troppo lontani per confondere i cuori. Dovremmo chiamare un arbitro che ci conti i passi, undici metri e il rigore delle giornate invernali quando il doppiopetto non mi fa più strano di quello che sono. E poi le parole amare che dico le parolacce io, soprattutto cazzo, che sono dolce come il marzapane quando mi assaggi in punta il sapore della cannella. Quei sapori che non dimentichi, il ripieno al radicchio delle capesante il giorno del Natale mentre tu non ci sei ed io continuo a volerti bene anche se ti sei costruita intorno una gabbia. E allungo la schiena e ti porgo il mio cibo, l’erba che fa volare tra i fili verdi delle mie parole, che mamma non guarda e non ho intenzione di chiedere permesso. Tu chiudi gli occhi. E fidati. E mangia. Ti farà male. Ti farà bene.

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Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri

Dietro le spalle a gettarmi i sassi dei valori scommessi. Per il fiorire delle mie parole profetiche e gli annunci di sventura degli oroscopi. I nostri telegiornali a colori e le foto in bianco e nero. Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri. Quando i teatri ci proponevano sempre la stessa zuppa e non c’erano coperte per scaldarci i cuori. E i nostri aliti caldi, le cioccolate amare che ci siamo rovesciati addosso per dar sapore ai pomeriggi d’inverno. E non venirmi a raccontare dei tuoi impegni, i parenti, i fratelli. Conserviamo le nostre interiorità in teche trasparenti per preservarci al futuro con la paura delle malattie, quell’intimità a forma di virus, le medicine dei nostri recinti e poi tutti i nostri egoismi che chiediamo scusa solo per sentirci più saggi. Mi spiegherai perché i giovani a Milano vestono sempre di nero. Sono andato e tornato dalle tue americhe troppe volte e mi sono ritrovato in mano un libro che non ho finito di leggere, quelle foto dai colori inverosimili e le parole belle che abbiamo sputato per terra, come i cinesi, come i cinesi, parliamo linguaggi incomprensibili e ci assomigliamo molto.  E in piazza del Carmine ci hanno dato degli invincibili perché non avevamo avversari ma soltanto debolezze. E sguardi leggeri che a furia di piume ci siamo fatti materassi per il lungo sonno delle nostre parole e i silenzi morti. Quando sogno soltanto la nudità dell’esistenza, un letto sfatto e fiori freschi sul tavolo, l’odore del caffè, un bignè.

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Provincia

Alla fine la provincia c’ha ‘sto pregio che conosci le persone da quando son nate o giù di lì e non ti interessa che lavoro fanno e come si vestono e cose così. Sono loro per come le hai sempre conosciute e nulla più, che poi è anche un limite okay perché ci sono tutte le malelingue dei posti piccoli e gli orizzonti stretti però c’è ancora la brina e i camini hanno un senso, forse è ora di smetterla con l’avvicinare città e libertà solo perché fanno rima.

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A Troia

Per esempio vivere a Cortona. Con le colline per la digestione, il su e giù dei miei umori di ieri. Lo sguardo pulito, un’orto, un cane, tre galline e il computer spento. Per sporcarmi le mani, profumare di terra. Ho mandato l’ultimo sms della nostra piccola storia, l’ho inzuppato nel vino pronto a scoppiarti sul fegato. E così è stato. Come le mongolfiere ci liberiamo dai pesi dell’oggi per guardare tutto dall’alto, sarà il panorama a rendere grande un viaggio? O la fatica del lasciare. Mi ci vuole sempre qualche giorno per abbandonare le nostalgie, tra ieri e domani scelgo il presente. Poi sono rimasto qualche minuto a guardare l’armadio chiuso, non di più perché non lo meritava, non lo meritavi. Per i vestiti che avrei potuto indossare, i capodanni nei monasteri a osservare i fuochi bruciare. Per girare la testa indietro e fare il conto dei giorni. Quando basta un incontro a rivoluzionare il tempo, per donare significato alle distanze, alle attese. Quel principe e la volpe, addomestichiamo i cani nei parchi e facciamo il giro del mondo in quattro mesi, “semester” dicono in America, come all’università torneremo più grandi. Per i tuoi occhi e gli occhiali immensi. Per le colazioni davanti alle chiese e i picnic sui materassi. Non sono pronto per la nostalgia e quando tutto sembra accogliermi faccio l’Ulisse, lascio la patria, gli amici, il padre e il mio cane e faccio vela verso le colonne tra i cocktail del sabato sera, le camicie azzurre e le creste dei punk. Quando hai dei desideri bruci la tua Troia e torni a casa. Le braccia son come le castagne o le vongole, coi primi caldi si aprono, non aver fretta, troverai sempre qualcuno ad accoglierti. E poi ti solleverò sulle spalle, senza paure lasciamo le fiamme per prendere il mare.

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Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista?

Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista? E i maestri stanno sulle mensole ridacchiano dall’alto. Tra le colonne il partenone i discorsi dei pederasta i sermoni interminabili di Socrate e un po’ di su e giù le gare di corsa quando anche il fisico vuole la sua parte. E tutte le sere nell’agorà e poi il teatro che importanza ha se ci vestiamo da donna? I nostri vecchi abitano ancora le piazze coi dialetti che si mischiano è lì che si fa l’ Italia Unita. A citare la televisione siam bravi tutti dicevi e novantesimo minuto le radioline cucite intorno ai polsi. La piazza e il teatro. I discorsi pubblici dei potenti, e la boulè per le parole anziane e decidere sul domani la legge dei taglioni per i più furbi. E io non guardo la televisione, salvo RaiNews24 per quel suo direttore appassionato. La retorica dicevo e le bandiere in piazza la parlantina sciolta dei politicanti che fanno del teatro un’arena e vai coi discorsi e ci sentiamo meglio che siamo i buoni e tutti gli altri? Che ci faranno a casa? I giovani poi, dove sono i giovani? La politica dei cinquantenni che il sessantotto non verrà più e i libertari con gli slogan sulle magliette fanno sorridere. Che la politica si fa coi filosofi non con i retori e un’ingiustizia non va commessa mai manco quando la si riceve il bacino del mediterraneo ha scolpito parole nell’acqua e se le sono mangiate i pesci. Quante lettere disperse nelle cene i crostacei. Dovremmo passare più tempo a pescare, in silenzio, per non far scappare i pesci e acqua su acqua e gambero e cernia rifarci un linguaggio. Allora sì, allora sì potremo farci ascoltare. Senza linguaggio lo sai, è inutile parlare.

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Non sarà certo Baliani a salvarci

Non sarà certo Baliani a salvarci. Le nostre terre promesse i torroni i terroni per le mascelle dure il naso fino cento anni passano così in fretta mi dici che siamo già stanchi del ritmo lineare dei nostri battiti la superficie lucida delle pupille e i viaggi verso l’altrove. Col terzo occhio per i pensieri deboli che è così strano averti accanto e so come si piegano le tue guance quando scoperchi il bianco dei denti perfetti in fila come tanti soldati perché sei pacifista. Per i palati fini per le parole a grappolo che ci scorrono nell’intestino che ho dimenticato il sapore dell’uva mentre ti avevo di fronte. Per le strette di mano i complimenti rari. E poi cantarti in salmi la lista interminabile dei rettangoli che appoggiamo sul comodino e abbiamo fatto le pieghe alle rughe di Harry De Luca ai ghirigori surreali di Pennac e poi quel piano dovresti pimparlo hai presente il negroni quando è fatto bene? Un colpo alla testa, sangue caldo e cannella, le lacrime invisibili per la scena finale di Terraferma e quella barca che diventa cielo. E poi ci sono tutti i pensieri che girano attorno alle prime volte e le distanze che sostengono gli sguardi. Quando volevo essere un gabbiano per guardare dall’alto e dare a tutto una forma che poi se ci pensi più i contorni sono chiari più ti perdi i particolari e non volevo pescare e non volevo volare. E fanculo agli shuttle alle gare d’appalto che chi arriva primo vince e si perde il paesaggio.

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Potrebbe essere l’inizio di un film

Potrebbe essere l’inizio di un film. Un primo piano sui tuoi nei sulle tue labbra strette le cascate nere dei tuoi sguardi. Solo uno stormo, gli uccelli migratori le macchie sporche sui nostri cieli che non distinguevo i contorni e per sfogare le nostre voglie primordiali rincorrevo i vestiti corti i tagli tutti uguali e il movimento dub sui piatti di farina bianca. Lo specchio delle vetrine le mie occhiaia che toccavano il cemento e quello sguardo da buttafuori per non tradire le aspettative. Non sono io ho detto non sono io. E poi il telefono: non è il momento non m’interessa il su e giù quotidiano degli intestini e poi le docce interminabili per lavarci lo sporco tra l’aorta e l’anima tenue. E poi che fare? Prendere una di quelle strade tutte uguali. La settimana della moda e la bellezza che ha sbagliato indirizzo ho detto e le bolite della Bolivia gli orizzonti interminabili dei tramonti d’Africa che dovrei portarti al planetario lo sai quante stelle? C’è un cielo nascosto dietro ai lampioni dovremmo prendere a calci Milano e fare buio spegnere le luci artificiali il nervo ottico sotto tensione. E c’eri tu tra gli uccelli tra i cavalli coi paraocchi e le loro giacche bianche tutte bianche tu sotto un albero solitario, eri così nascosta che non ti avevo visto tua sorella bionda era il triangolo sull’autostrada si è fermato lo slancio la mia pupilla piccola e le ho preso la mano ho detto piacere un viso diverso gli occhi al posto degli occhi e la parola fina rara come i palati dei camionisti esigenti. Mi sono messo in ginocchio sotto al potere della giovinezza quegli sguardi puri e la tua camicia bianca diversa da tutte garibaldina d’assalto hai stretto le guance ti sei girata una castagna nel riccio ho detto appena caduta che già si allontana. Non servono guanti non servono forbici che basta avere pazienza e controllo e attenzione e il riccio si schiude e le castagne si svelano in coppie coi ciuffi intrecciati. Che il tempo è un dono mi hai detto e mi citavi Vian mentre mandavo a memoria Qoheleth.

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