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Quanti amori sulle scale mobili

La fronte calda e la testa pesante. Nel bianco del cesso i cocktail del venerdì sera e tutte le sostanze sconosciute dell’aria di Milano. Dovremmo fare amicizia coi semafori e stringerli forte per far farmare tutto questo andirivieni. Cadono le prime foglie e sono secche, stanche dell’albero, il sole maturo degli ultimi giorni d’agosto e il passatismo indecente di certe espressioni culturali. Poi gli speciali sulle profondità della terra e i buchi neri della nostra economia, a nulla serve la cortesia se poi quando non ti guardo prendi la verga e mi accarezzi il culo. La metro affollata delle ore di punta e tutti i pensieri che lasciamo dentro alle porte scorrevoli. Quanti amori sulle scale mobili e quante malattie. L’impotenza della mia sedia girevole per i cambi d’opinione, la riflessioni delle mie ginocchia per la preparazione atletica del pensiero critico e quei caschetti gialli, i volti neri, le urla e in televisione i commenti intercambiabili degli ex sessantottini. Vuoi dirmi cosa ti spinge, uomo, a incastrarti in disumane proteste, contro di te e la negazione delle tue aspirazioni. La rivendicazione dei nostri diritti, la debolezza dello stato sociale e questi aerostati che ci hanno montato al posto della testa. C’è qualcosa a monte più che nelle viscere della terra, cambiare la concezione della socialità, il volto umano dell’incontro e poi perché ci sfreghiamo le cosce per otto, dieci, dodici lunghe ore quando ci allontaniamo soltanto da noi come le sonde che attraccano Marte e ci aprono ingannevoli scenari fantastici. Perché il lavoro e perché il mantenimento dei valori che ci hanno insegnato? Quando il valore non è una medaglia, ma la dinamica delle trasformazioni e quella A incomprensibile della teoria delle catastrofi. Hanno bruciato le biblioteche, i seminari e i palazzi del potere per dirci che quando tutto è perso, bruciato, passato, è allora che nasce la nuova pelle. Le corazze si costruiscono per difendere i possedimenti. Il gioco del pallone e il pressing alto: correre, alitare, sudare. L’erba verde e le grida, la cena insieme e lo spirito di squadra. Dimmelo ancora che non ti manco. E dimmi perché il mio fegato chiede pietà. Per le ore spese a cercare di cambiare le reazioni chimiche dell’osservazione della realtà. Uomo ricordati il tuo nome, e non perdere la dignità per difendere quello che tu hai chiamato lavoro, famiglia, potere. E’ davanti alla pelle, agli occhi, al battito degli organi interni e al lacrimare delle coscienze che puoi perdere tutto perché poi tutto si fa boomerang e poi torna indietro.

Foto: Luigi Ghirri, Bologna 1985

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Ai baci rubati del sabato pomeriggio

E con i libri la conoscenza del frattempo mentre per la consapevolezza ricerchiamo l’esperienza. I calli sulle dita e le cicatrici aperte dei nostri occhi, per gli sguardi dimenticati a cavallo delle tue spalle, gli sforzi per sorprenderti e il tuo disinteresse per gli affari grandi. E mi parlavi dell’azzurro del cielo e segni e sorrisi sulle nostra lenzuola bianche come le parole che vorrei scrivere sulle piastrelle dei bagni dei bar e poi perdo il coraggio e abbandono profumi e fantasie dopo gli sforzi e i pantaloni calati. L’essere sensibile spazzato via con un colpo d’acqua, come i calcoli renali e la mia dipendenza dal bicchiere. Non ho mai fatto attenzione ai lampadari, ma alla forma delle posate e alla cortesia del gesto. L’apertura delle braccia e la posizione del busto per l’accoglienza del diverso. Quando mi parli del teatro mi citi i novantenni e così chiudo gli occhi, per le parole stereotipate: i tuoi bellezza, giustizia e gli occhi del cuore. Che mi suggerisci adesso? Guardo l’alba dal tetto, fumo sigari con la mano destra e li accendo coi cerini che ti ho regalato per dar noia ai miei polmoni, la nebbia a Milano manca da troppo tempo e per non guardare lontano costruiamo ancora grattacieli, i progetti degli architetti della new economy e i laureati alla Bocconi che lanciano il cappello. Le gote rosse dei padri e i vestiti inguardabili delle madri, la ciccia che pende dal braccio e i nei che hanno smesso di affascinare. Quando i parchi servivano per bucarsi e poi lasciarsi andare al sonno, ai baci rubati del sabato pomeriggio e alle mattinate senza scopo degli studenti, si scontrano ora tramonti perdibili e i tuoi occhiali grandi non servono più. Tutto questo vuoto lo riempiremo con un punto, uno soltanto, uno qualunque. La ricerca vana del girovagare dei carillon e le fotografie delle tue ferie d’agosto. Il costume alla moda e le frasi scritte sui muri in un’altra lingua suonano meglio e val la pena di ricordarle. Ama mi amorcito. Te quiero e poi i cuori delle bombolette spray e fiamma sulla maglietta del top player che cerca il denaro per far fruttare il talento dei piedi. Non ci preoccupano più le polveri sottili, i denti neri degli angoli della strada e le costole dei tram che disegnano il cemento. Ci siamo detti che senso ha tutto questo silenzio che ci stiamo ricamando addosso? Vorrei chiamarti Penelope e poi correrti dietro come fanno le antilopi. Per quei ritorni che non mi aspetto e le parole che disegno su una carta che non c’è, che polemizzo col passato e per le correzioni lascio la matita rossa ai bimbi. Se tu ci sei fammi toc toc, pum pum, il suono onomatopeico dei tuoi respiri, che se ti sento dentro è perché sono più debole, molle come i budini che non sai cucinare. Se apro la bocca posso parlarti di prospettive e poi farti entrare. Contro al respiro, i denti bianchi, lo schiocco della mia lingua e la campanella delle tonsille. Nei miei ventricoli fino a giù, quando se ti inginocchi non è per succhiarmi via vita, ma soltanto per ascoltarmi. Che parlo piano e non è ancora notte.

Foto: Marilyn Monroe and Arthur Miller, Beverly Hills, California 1960

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Se tu sei cielo.

Per gli allontanamenti da me i pensieri riversi in shanghai e i volti annegati delle dimenticanze. E gocce tra i capelli sudati, le cascate giovani ad accarezzarci il petto e poi scendere nell’incavo delle mie cosce. Avremmo bisogno di dar aria al pelo del pube e prenderci una rivincita sul caldo d’agosto. Di quelle notti insonni e il cellulare in mano, il sesso ricamato sulle nostre lenzuola e le iniziali che vorrei urlare e invece tengo sulle camicie che dormono nell’armadio. E hai voglia a parlarmi delle nostre amicizie in comune, delle trasmissioni deludenti delle serate estive e dei preliminari di Champions League. Quando ti spiegavo del valore dei goal fuoricasa e tutti i tuoi dubbi sull’importanza dei nostri respiri e non c’è momento di questa estate che val la pena di ricordare. Così giravo la manopola sulla tua schiena e mi aiutavo col dito per farti uscire da te, e soffocavi nell’estasi dei mezzi toni, l’urlo enfatico per questo sudore desiderato e le nostra labbra bagnate, l’unione dei nostri linguaggi inizia dalla pelle mi hai detto. E ti leggevo le pagine oblique del mio romanzo, la mia voce come una carezza per la distesa delle tue palpebre. E quando si illuminava il display del cellulare ti chiedevo chi è e rispondevi che non era importante. Bruciamo anche noi mentre nella penisola strofinano le mani i potenti e fanno fumo, i segnali indiani e la tribù dei piedi neri, le calze appese sui fili della luce per sperare in qualche stella cadente, viviamo di speranze e non sappiamo raccoglierle. E nebbia sulle nostre previsioni del tempo, gli occhiali rotti dei metereologi e i meeting sul litorale per altre due iniziali puntante per la parzialità delle associazioni cattoliche e il loro sguardo appeso alle balconate dei poteri forti. Gli sfoghi di Antonio Conte i nostri passatempi dell’una del pomeriggio sulle reti Mediaset, per sostenere le interviste di Uno Mattina consumo i fornelli. Nelle parole crociate tracciate dalla mia nonna i capelli bianchi e l’esperienza delle stagioni, ho trovato il tuo nome e ancora non sei famosa. Vuoi dirmi che ce ne facciamo delle vetrine quando non abbiamo nulla da mostrare? Faremo la fine delle veline, i culi in offerta che aspettano il tempo dei saldi e le espressioni sceme di Ezio Greggio, il nuovo teatro è quello delle sagre di fine estate a nulla servono gli stabili e le loro maschere in giacca e cravatta. La retorica dello show che fa la voce grossa e i nomi piccoli per la necessità dell’esprimersi. Nei capannoni del centro Italia si preparano pasti e si gioca ancora alle carte, si mescolano le voci dei bimbi e per la notte son nenia e canzone i racconti dei vecchi. Perdere tutto per non guadagnare nulla. Perdere tutto per riacquistare storia e smascherare le debolezze della burocrazia, le litanie delle conferenze stampa e il battito sempre uguale dei polsi degli altri. Quando ti sento non riesco a parlare, lo scioglimento dei ghiacciai della mia debolezza e i rivoli di sangue dei tempi dell’adolescenza. Non sei ricordo e nemmeno presente. Non sei meteora e nemmeno sole. Nè luna, né stella. Ma cielo. Per tutti gli sguardi fuori dalla porta di casa, oltre il cemento, il legno, le tegole, oltre i miei capelli corti e il fumo dei nostri mezzi di trasporto, oltre me, sei tu. Sei cielo.

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Mi conquista il rap degli ultimi giorni d’estate

Le dita gialle e il sigaro consumato di ieri sera per questa attesa che non si esaurisce. Nella tasca laterale delle mie braghe corte la scatola dei fiammiferi con l’icona della Madonna delle Guadalupe per accendermi in bocca le parole che voglio bruciare prima di parlarti, per non far cenere di quel che è stato in questo Stato che è tutto un falò e i libri da ardere sul comò. Mi conquista il rap degli ultimi giorni d’estate, le mani alzate e tutti i cori scemi che ci rivolgiamo di giorno. Guardo alle spiagge con la malinconia dell’inverno e prima o poi metterò anche io gli occhiali grandi e neri per questa congiuntivite che non lascia tregua agli sguardi nitidi, al cielo confuso delle città grandi nelle notti d’agosto. Sul tetto stanno incastrate le variazioni dei toni delle nostre voci, quando ti ho chiamato nel mezzo del pomeriggio e mi ha risposto la tua amica, quella fica con la banalità del che fai e la molestia dei toni bassi. Vorrei scambiarti con le figurine poco impegnative delle pin up degli anni duemila, i culi tondi e le bocce di plastica per i pesci rossi che fanno compagnia ai miei silenzi. Che squadra sceglierà Alessandro Del Piero? Che farà? Smetterà? Nelle notizie del calcio mercato trovo un motivo di resistenza. Gli ultimi dieci giorni del mese e la mia nuova partenza. I tuoi orecchini tondi e l’abbronzatura che non ti sta bene. Come i serpenti lasciamo per strada parti di noi di quella volta che pisciavo al lato dell’autostrada e mi sei venuta in mente. L’auto che accoglie le mie durezze e poi questo cellulare che non m’illumina mai. Hai voglia a immaginarmi il tuo volto sulle riviste nei miei week end post moderni fatti di bionde a rincorrere l’ebbrezza del dopo tramonto, pensare di meno e poi trovare un dio o anche un solo uomo tra le pagine di quel Vangelo che dimentichiamo fuori dai locali. Nella fessura tra le tue gambe vorrei nascondere un foglio piegato in quattro, il mio pensiero per il domani e poi cercarlo tra i tuoi sospiri che troppe parole ci sporcano e troppe ancora ci daranno colore. Quando avremmo bisogno soltanto di casa, di letto, dei nostri piedi vicini ed opposti. Di quando scalci forte con le mie dita che marchiano a fuoco i tuoi glutei per non farti andare lontano come lo sei adesso perché quando tornerai a casa ti guarderai allo specchio e vedrai sulla schiena le tracce del mio passaggio che se mi chiederai di frenare sarà soltanto perché io possa lasciare un altro segno.

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Ci sono isole ricoperte dal mare che aspettano le stagioni vuote per emergere.

I bastoncini dei ghiaccioli sdraiati sui tavoli in legno addormentano l’ansia per il tempo che ci scavalca. Sulle mie spalle nude i segni del sole si mischiano al ricordo delle magliette sudate. I tempi dell’oratorio estivo, svegliarsi il prima possibile e mettersi le scarpe, un Estathè e un biscotto e uscire sulla strada e poi capriole intorno a un pallone, le ginocchia sbucciate e le fontanelle per lavarsi i gomiti. E sul palmo delle mani conservo i segni della ghiaia appuntita dei campi da calcio improvvisati, coi marsupi che diventavano pali e l’immaginazione a cucine porte. Quando in un giorno solo facevi trenta gol, che a Del Piero gli è successo solo due o tre volte in tutta la carriera. E poi sedersi all’ombra delle piante grandi e non parlare di nulla e far la gara a chi è più forte che al braccio di ferro non volevo giocare perché perdevo sempre. E ora le estati scorrono come i torrenti e quando te ne accorgi è già troppo tardi. Quando Tyson saliva sul ring dava tutto nelle prime tre riprese e puntava al KO, e io, ormai lo sai, son fatto così, non ho mica tempo per le dodici riprese e le strategie dell’attesa degli avversari. I miei occhi stanchi per il mulinello sempre uguale del ventilatore e l’invadenza del www. E poi mi scrivi nel buio informe della notte milanese e mi dici che non ti chiamo mai anche se sai che non è vero. Dispongo pensieri invadenti sul letto e poi ci salto sopra, la finestra aperta, perché lo sciabordio ti raggiunga. Verranno a sussurrarti alle orecchie coi loro profumi dolci. Ti farai desiderare, sfiorare. E ti troverai ad ansimare sulle barche che sognano il mare e restano nei porti. Come in quel film con l’attore protagonista che aspira la s ti canterò le serenate di Jovanotti e mi dirai lascia perdere e poi non smettere. Ci sono isole ricoperte dal mare che aspettano le stagioni vuote per emergere. Ci pensi mai a quante stelle noi non vediamo? Ci pensi mai al profumo delle albe fuori dalla città? E alla mia pelle dopo una doccia? Prenderò sulle spalle le tue gambe magre, ti solleverò come nei film degli anni quaranta e ti sentirai padrona del cielo soltanto per qualche secondo, che non ci sono padroni lo sai, io te e i nostri guai, che poi se ti senti signora va a finire che mi annoi e ti annoi anche tu.

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Le parole più lunghe di due sillabe servono a poco

Non mi piacciono gli spiedini. Il caldo avveniristico delle città grandi e le vie deserte per il rilascio dei nostri pensieri più belli. Ho immaginato un colore diverso per queste tonalità sporche del bianco. E come a Valparaiso e il Chile del nord, quel viaggio zaino in spalle. Le coperte a tatuarci la schiena e tutti quei farò che scrivevamo sul diario. Le corrispondenze col lasciare e le classifiche di gradimento del passato. E quando incontravamo qualcuno cercavamo di sorprenderlo con l’intimità del qui e gli approcci con le frasi stupide, siete italiani? Siete turisti? La strada dove ci porterà e tutti quei chissà che lasciavamo in bocca alla reception. I soldi nascosti nelle mutande e le paure del diverso. Che sciocco dormire con la preoccupazione per il domani quando ancora una volta è la strada a condurci nei luoghi insoliti dei nostri pensieri notturni. Ci pensi mai che non risolverai tutto con la complementarietà? Le parole più lunghe di due sillabe servono a poco. Litighiamo con gli avverbi quando ci interrogano. E quando brindiamo porto il bicchiere a toccare terra per inchinarmi al mondo e alla sobrietà che vado perdendo. Quando tornerai dall’estero e quelle canzoni inconfondibili dei cantautori, ti aspetterò seduto sui pop corn, come si fa al cinema quando ti guardo soltanto per due ore al silenzio. E i tuoi movimenti nel nero, il tuo profumo e la sensibilità della carne che sfiora. E quando provo a imitare il tuo respiro va sempre a finire che mi viene da ridere.

http://www.youtube.com/watch?v=1BM2Cjn-Ld4

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Nella valigia i vestiti più belli

Nella valigia i vestiti più belli. Dar aria alla pelle e cucirsi addosso giorni nuovi. Il disordine delle nostre camere separate e quei crocifissi che non osiamo più appendere. Volgere lo sguardo agli aerei e darsi il tempo per il linguaggio morse dei cieli contemporanei. Nei voli dei passeri le briciole della memoria dei terrazzi, le cene fresche di mozzarella e il profumo dei pomodori dell’orto. Non sono fatto per star seduto e poi farmi critico col giudizio dalle righe contate, il binocolo delle cronache dei quotidiani e poi l’avviso degli specchietti: quello che vedi nel vetro è più vicino di quanto tu pensi. E’ calma piatta nel mare affannato delle mie debolezze, il nulla cinge in montagne la baia chiara della mia interiorità. Salgono in arrampicata, desiderano riprendermi col dito indice dei rimproveri. Sostituirò le ore buie della notte con le prime ore del mattino, sorprenderò l’alba nel silenzio di una chiesa e ricostruirò la retina per poi tornare a guardare in orizzontale. Non ci sono palcoscenici che danno ebbrezze superiori alla solitudine a tempo. E apprendere dall’ordine i difetti del movimento, la bestialità del mio ingurgitare il cibo. Dei cinque sensi quel che mi rimane è la fretta. E allora lascio le comodità dei pixel, le ore liete dei giochi coi cerchi e le chiacchiere  sane dei coetanei. Userò due coperte di lana, ricomincerò a mettermi il cappello. E stretto nei maglioni invernali capirò dai tramonti le previsioni dei giorni a venire. E chissà tu, chissà. Un’isola, un letto, un negozio chiuso ed uno aperto. Trasformerò le mie invadenze in frastuono, donerò lunghi ululati alla notte, nelle mie righe lo scandaglio delle rive del passato recente e le bottiglie chiuse coi messaggi per le precarietà dei domani. E poi stammi bene.

Foto: Fulvio Roiter, Umbria, 1954.

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Gomme già masticate

Le dieci e quarantacinque del sabato e le chiamate delle compagnie telefoniche. E poi l’urlo forte del mio io su questo cielo avido di nuvole che tiene il bianco per la notte e nelle ore dell’alba dispensa soltanto arie di vanità, coi piccioni a specchiarsi nei vetri dei grattacieli. Muoiono le mosche, muoiono ogni giorno. Sul fondo del mio letto i cadaveri delle zanzare. Voi che al mio cospetto vi fate silenzio codardo, voi, figli di stelle spente, abbraccio i lampioni per trovare affetto in altezze e poi un calcio e buio sul davanzale dei miei vorrei. Questa parola infeconda dispenso dagli altari della vacuità. Il pensiero debole del qualunquismo appiccicato alle scarpe come una gomma già masticata da altri. Mi sveglio sulle tue labbra per cadere nel nero dei tuoi intestini e poi disfarmi nell’acido dei succhi gastrici. Cercavo il tuo battito, ho trovato soltanto colpi e ferro e dolore per lo sfregamento delle nostre interiorità. Ti ho offerto poi il succo del mio frutto maturo e l’hai confuso con il via vai delle auto di piazza ventiquattro maggio. I miei capelli finiscono in boccoli per ribellarsi alla rilassatezza dei più. Comincerò a vestirmi di nero perché risplenda il bianco dell’umor acqueo degli occhi e dispenserò sguardi come brioches per le tue mattinate stanche e l’odore del caffè che non sa raggiungermi. Lascio i bagagli in piramide e affondo il piede nell’asfalto molle d’agosto. E mi allontano da te come ho fatto con tutte. Che il mio respiro esala verso il basso e non è più tempo di rivoluzioni.

Foto: © Francesca Woodman

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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2 Agosto 2000

I diciott’anni a cavallo di una bicicletta. Carte geografiche e un cellulare diviso per sette, il mito verde della Toscana e la voce inconfondibile di Adriano De Zan, per quel giro d’Italia sulle nostre mountain bike da città. Che abbiamo perso le rotelle in discesa e i nostri genitori hanno allentato la mano col mi raccomando. Andate piano, non bevete troppo. Lo zaino e venti chili di superfluo sulle spalle. La maggiore età è confusione e tempesta, non sai distinguere il necessario dai desiderata. Non siamo in viaggio per i seni nuovi delle nostre coetanee, le donne seminude delle discoteche. Sfondare il muro delle possibilità, provarci il culo sulle selle scomode con quella fame che ci porta a fissare ogni giorno un traguardo, a mangiare tre o quattro pizze in serie dopo ore in ginocchio sui pedali. E prendere il treno, la costruzione immobile della Centrale, il deserto d’Agosto e Milano che ci chiede da bere. Una bottiglietta d’acqua, le canzoni degli 883 e i cori di sempre, gli insulti al più ciccio e disegnare rotte future sulla cartina. Una carezza alla bici, sistemare i pantaloni aderenti all’altezza del pube. E poi Bologna, un due agosto qualsiasi. La bici in spalla e i gradini dei sottopassaggi. E un silenzio lunghissimo. I treni che non partono. I passeggeri guardano per terra. Il vociare dei miei amici e posiamo le bici e poi ci guardiamo che silenzio chiama silenzio. Il suono lungo di una locomotiva. Le lacrime dei manifestanti. Il bacio di una giovane coppia rimasto appiccicato al muro della banchina. I murales e le tag, gli slogan che battono il tempo del ricordo e noi che dobbiamo riprendere le bici in spalla, partono i treni, ora, partono tutti. In direzione Firenze ci chiediamo perché e che è successo. Usiamo l’unico cellulare per chiamare a casa: cosa c’è a Bologna? E il telegiornale? C’era la televisione, ci hanno inquadrato. E sapere della strage da mamma e papà, i perché che pronunciamo in infanzia. Perché e ancora perché. La morte che ci ha soltanto sfiorato e sui sellini i nostri futuri lontani, le grida che solleviamo all’altissimo e le domande del senso. E dimenticarci il tutto poco dopo, l’adrenalina, il peso dei lacci e caldo, sudore, le pedalate stanche e cercare un riparo per la notte. Gonfiare le ruote, lo stretching mattutino. Andiamo avanti e dimentichiamo il presente prossimo. Pedaliamo ancora e respiriamo a fatica. E poi quella sera una canzone viene a colorarci di rosso il viso, un’altra locomotiva e il suo capotreno. Libertari noi altri. E libertari i pensieri che ancora portiamo addosso e non sappiamo interpretare. Verrà un giorno verrà che saranno le biciclette a portarci sulle spalle, e saranno discese, capelli al vento, e lunghe tavole apparecchiate e forchette e coltelli e poi un calendario, una data in rosso. Che la memoria ci viene a simpatia nella dinamica di una domanda il resto non conta. Perché? Perché? Diranno ancora i nostri figli tirandoci per la camicia e alle nostre risposte dai tombini esaleranno quegli E pecchè? che suonano bene soltanto nelle voci acute del’incoscienza d’infanzia.

Foto di Alberto Di Cesare

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

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