Archivi tag: marco colabraro

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti. Ci fermiamo davanti ai comignoli e mettiamo la testa dentro per sentire l’odore delle case degli altri.

I piccioni sostano sulle grondaie e si voltano spesso per guardarci. Non ci sono elicotteri nel cielo di Milano. Soltanto scie bianche e inquinamento atmosferico, lampioni alti e quel che resta delle antenne paraboliche degli anni novanta.

Classifichiamo le case in base all’odore che regalano: pollo e patate, pesce al forno, marijuana, incensi, formaggio fuso, profumo francese, dopobarba, legna bruciata, umidità. Decidiamo che ci sono odori che appartengono alla vecchiaia, altri invece all’uomo in generale e non è possibile fare insiemi e sottoinsiemi. Constatiamo che è un gioco di merda. Pauline dice lascialo fare ai poeti. Rispondo son gente noiosa, guardati il viso, sembri un’indiana. Si specchia nei miei occhiali da sole e nota le guance striate di nero, dice hai ragione, siamo in spedizione per sconfiggere gli yankees. Dico, non hai mai giocato a football tu, ti calpesterebbero in branco. Mi afferra per un gomito e mi schiaffeggia la nuca, la prendo in braccio e la alzo contro al cielo, dico, vuoi fare il volo più bello della tua vita? Urla sì, sì, gettami a terra come si fa con la spazzatura. E anche i passanti proveranno il brivido della caduta.

Pauline pesa troppo, la poso a terra, ci baciamo le lebbra, e quando allungo la lingua lei me la morde, dice, che senso ha? Rispondo che è soltanto il piacere di sconfiggere il cielo grigio col rosso delle nostre labbra. Dice mi annoi e si sdraia sulla pancia.

Guardà là in fondo, li vedi i grattacieli? E’ impossibile non vederli, rispondo io. Preferisco il pallone del tuo culo, non m’ero accorto della perfezione che porti dietro alle spalle.

Non è perfezione, soltanto la mia reazione al mondo.

Reagisci col culo?

Attiro gli sguardi là, per nascondere il nero dei miei occhi. Non ti piace?

Non è questione di piacere.

Hai ragione.

E così ci lanciamo in una disputa sul dizionario e i termini che hanno perso senso e significato, ci scontriamo su Bellezza, Felicità, Tutto, Niente, Mai, Sempre. Vorremmo non usarle più, cancellarle dalle nostre memorie e lasciarle in pasto alle bocche normali degli altri. Normalità e Verità: le aggiungiamo alla lista.

Vuoi dirmi poi perché ci facciamo tutte ‘ste paranoie? Non potremmo scopare e andare al cinema come fanno gli altri?

Dovremmo fare dello shopping insieme, è tempo di saldi.

Sai cosa penso dell’amore? A parte che non esiste.

Mi vuoi dire che è come facciamo noi, sappiamo tutto delle nostre debolezze e ci insegniamo le cose e facciamo piani per il futuro come quello di cancellare parole dal vocabolario?

Proprio così.

Lo vedi che so tutto di te?

Presuntuoso.

Forse dovremmo scopare.

Lo sai che io non scopo.

Facciamo l’amore?

Non lo faccio l’amore. Non esiste.

Cammino sul tetto e lancio risate ai passanti. Quando la donna che hai sempre desiderato è così vicina a te che non riesci a vedere il contorno del suo corpo, ma senti soltanto il suo odore e il calore, la consistenza della sua pelle e il volume dei suoi capelli, la morbidezza delle guance, il sospiro tra le sue labbra e le ossa del suo bacino. Quando siete così vicini che un movimento soltanto basterebbe a separarvi per sempre o unirvi in profondità. Ecco tutto. Mi viene soltanto da ridere perché ci manca il coraggio. Troppi pensieri animano i nostri passi, vorrei fermarmi a pensare al perché le mie sneaker hanno i buchi e non sono pulite, perché indosso ancora la maglia dell’oratorio e poi perché non porto mutande firmate. Vorrei che lei mi dicesse fregatene e spazzasse via la futilità del punto di domanda con lo tsunami della sua lingua e parole sussurrate all’orecchio.

Non è così, rientro dalla finestra e mi sdraio sul letto. Lei rimane là, la pancia a terra, lo sguardo alle nuvole.

Vorrei accendermi una sigaretta e imparare qualche posa sciocca per sentirmi più uomo, va a finire che mi gratto il petto e mi annuso le ascelle. Prendo un libro di poesie e non leggo nemmeno una riga, lo tengo aperto e negli spazi bianchi affondo tutti i perché del mio essere come sono.

Dal cielo cadono parole come: Giraffa, Farfalla, Venere e Paperon de’ Paperoni.

Pauline dà un nome alle nuvole, sussurro che sciocca, quanto è banale la nostra esistenza. E capisco che nulla in quel momento mi piace di più del suo appello ai cirri.

Le dico scendi, dai, vieni giù, lasciali tra le tegole i sofismi e le regole usate del corteggiamento. Vieni qui.

E Pauline fa forza sui polpacci e viene alla finestra, mi guarda e poi si nasconde. Il cucù improvvisato dell’adolescenza passata.

Le dico, ti prendo io, ti afferro al volo, così apre le gambe e si lascia andare sulle mie spalle, la mia testa nell’incavo delle sue cosce. Che siamo grattacielo, farfalla o soltanto nuvola ora, lasciamo i nomi all’appello delle zanzare. Per chiudere le lenzuola in sipario e inventare un suono nuovo per le pernacchie che non so fare.

Il gatto intanto bussa alla porta, non lo sentiamo.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Chiamami sempre, chiamami ancora.

La bonaccia della domenica e nelle orecchie i segni rossi degli auricolari, le onde della tua voce per quando mi addormento. Ho scoperchiato le palpebre e ci ho trovato i resti della serata di ieri. Ruminiamo al mattino gli scarti dei nostri desideri della notte. Con l’alcool che neutralizza tutte le nostre idee di dignità ci mostriamo nudi alla pioggia di luglio che viene a farci sentire di nuovo il sussulto del corpo. A disperdere parole sul Naviglio, rincorrere le gonne in svendita delle ventenni e i saldi promozionali dell’età di mezzo. E così ritrovarsi a parlare di poesia alla logica cinica del barista cinquantenne, tante ne ha viste e poche ne racconta. La posa plastica della mia mano che appoggia il bicchiere sul cuore. Le emozioni riservate al dopo-sbronza, quelle telefonate che non dovresti mai fare, che dopo le due di notte tutto è invadenza. Bello sarebbe trovarti tra le strisce pedonali, le ballerine garbate e il vestito leggero, la forma allungata dei tuoi occhi per far guerra ai miei nascondigli. La debolezza esibita nel tono della mia voce e a perdere gli occhi sul tuo numero coi dubbio sul che fare, le parole a ripeterle perdono il loro significato mentre i numeri avvicinano al sonno. Non ci sono sveglie per le mie mattine, cerco i tuoi denti sul comodino per masticare di nuovo la tua lingua, scoprirti nascosta sotto al cuscino e aspettare il tuo cucù. Chiamami sempre, chiamami ancora. E in sogno il rumore sordo dei nostri corpi che sbattono contro doghe in legno, le grandinate sparse tra il monte bianco e il Po e la mia finestra dimenticata aperta. Mi son svegliato lago e al mio orecchio il tuo sussurro: facciamoci un bagno, facciamolo ora, fammi nuotare, fammi affogare.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Le erezioni dei grattacieli costringono il nostro sguardo al cemento

Tu, vecchia prima di diventarlo.

Le braccia gonfie e i bracciali d’argento.

Le frequentazioni lontane dalle tua giovane età, i salotti e i palazzi.

Io, cameriere, anima avida e vinta,

spinto alla giovinezza dalla morte gravida del futuro prossimo,

io, ancora scrivo per te versi,

dimenticando che hai perso la vista.

Già i vermi colorano l’incavo delle tue pupille,

non passo veloce, non ubriachezza estiva

capelli vergini di sperma

e ochette consumate dal cloro

nella tua grande vasca bianca,

affoghi tu

con le utopie, il revanscismo e quella finta autorità della mano alzata.

Le rivoluzioni di piazza son tempi andati,

le tende che lasciamo ai bordi delle autostrade,

vittime le nostre emozioni della banalità del pastello.

No! Non così, donna, illudo i miei giorni

col sogno che altro non è che sonno.

Non c’è quiete nelle mie notti,

non c’è riparo da questa folla urlante

i pensieri, gli umori degli altri,

questa verità che non è degna di nomi comuni.

Salirò a piedi nudi sul tuo ventre e salterò aggrappandomi al cielo

vomiterai le interpretazioni,

le vecchie rivoluzionarie milanesi,

teatranti morte come gli edifici statali per l’invecchiamento della parola detta.

Le nostre voci soccombono ai ruggiti degli abiti corti,

le erezioni dei grattacieli

-vergogna!-

costringono il nostro sguardo al cemento

non vi è più cielo,

non vi è più grido che possa arrivare oltre l’umanità del ferro.

L’oro cerchiamo

tra le parole che mi vieti

il mio grido è morte in petto

si perde nei vicoli di Brera e palpa i culi molli delle cartomanti.

Guarda le carte e strappale,

al tempo dei giochi ritorna,

corri sul fiume,

le mammelle in vista,

corri sulla strada e non salutare i passanti,

non degnare del tuo sguardo i semafori

non perdere le tue lacrime per il riconoscimento degli altri.

Le tue immagini sono vive,

vivi anche tu, te ne prego,

basta sorrisi di circostanza,

spoglierei io le labbra gonfie delle tue amiche in putrefazione,

le penne scariche degli amanti dei quotidiani.

Là nelle tue afriche,

nelle tue americhe,

la gente tende le mani alle nuvole e scarica pioggia sull’occidente dei nostri pianti incerti.

Là, te ne andrai per i sentieri,

qui

felice un giorno. Felice.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Per far invidia alle lucciole

La tiritera dei mesi più lunghi incastrata tra le gengive, col filo interdentale delle mattine di luglio che ci tira le gambe in ritardo, il caffè aperitivo per il palato assetato dopo le nostre lunghe telefonate notturne. Ti ho chiesto un sussurro e mi hai regalato un mormorio. Hai presente il vento di settembre, i treni in corsa, i barattoli di marmellata appena aperti? Ci scivolano sul petto i segni artificiali del calendario, le rime scarse delle pubblicità e le nostre lenzuola a macchie di noi. Con le gambe dei leopardi affrontiamo le tavole apparecchiate, le tue guance che sembri porcellana e la fragilità delle tue unghie. La mia schiena chiusa e questi ventilatori che ricreano le long roads e quelle automobili che vediamo nei film. Mi sono aggrappato al materasso pensando fosse un muro, l’ho sfondato con la testa e mentre il bacino affonda nei punti di domanda mi sono appeso al gancio dell’immaginazione. I campi lisergici di Radiofreccia, quando bastava soltanto una dose e respiravamo forte, che se ci prendi gusto poi bruci le auto per far invidia alle lucciole. Il fascino eterno degli amici di sempre e la vergogna dei pensieri abusati. Ti ho detto vorrei avere un portafogli carico di pesce crudo e bistecche invernali. Di camini e neve. Mentre recitavi le tue parti stretta in quei vestiti a fiori, gli occhiali neri dei nostri sguardi consumati sulle vetrine e la tua casa pastello. Hai voglia a sgranare l’aglio e appenderlo alle porte, mi farò alito e borsa della spesa per sorprenderti nel fruscio del mattino e attraversare il pavimento con la leggerezza dell’onda. Verrai a rincorrermi e ti sembrerà di toccare l’aria, troverai le dita ricoperte di nylon e mi appallottolerai senza il pensiero nel buio di un comodino. Finché un giorno avrai bisogno di una veste per tutta la spazzatura che produci e mi tirerai fuori e avrò una forma. Ingrasserò fino a scoppiare, nei tuoi avanzi la mia esistenza di oggi. Verrà quel tuo gatto dal nome d’Egitto, verrà con le unghie, lo sgriderai, si farà pasto della mia schiena e bucherà le mie viscere. E sulle ginocchia sporcherai le tue dita, verrai a raccogliermi e poi ti stringerai forte. Tu, il vestito bianco, il pavimento. Le capriole ansiose delle tue ossa magre. E tutte le pennellate del mio passaggio. La forma ovale del mio cuscino e i tuoi capelli dimenticati sul pavimento.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Piccolo io

Quelle montagne rosse che disegnavamo con gli uni posca sui muri fragili dell’oratorio. Verrà un giorno verrà che ci faremo grandi, le cosce sode dei calciatori e tatuaggi maori. E la coccarda dei diciott’anni, una firma in pennarello nero su plastica rosa, il nostro permesso per gli spostamenti senza mamma e papà. Quattro posti, il cinquantino in garage. Vai piano, mi raccomando, non bevete, e ci sono ragazze?

Con Jovanotti che non s’annoia nello stereo, i nostri capelli corti sui lati e i cappellini con la visiera larga. Gli occhiali da sole comprati dai neri del mare, troppo abbronzati per concedersi il riposo della spiaggia.

La nostra prima volta a milleottocento metri.

L’hai fatta la spesa? Ho preso la pasta e il sugo. Sai cucinare tu? Io sì, mia madre a casa non c’è mai. Mal che vada ci facciamo i quattro salti in padella. Quattro salti vorrei farli sulla Vale, io. E parlavamo delle nostre fottute compagne, i voti alle loro mammelle sode, i culi onesti tendenti al tondo. Ci dicevamo quelle del classico son tutte suore. Una mia compagna si fa uno di quarant’anni. Ti rendi conto?

E indossare felponi e cappuccio, ascoltarsi l’hip hop e fare la gara a chi beve più birra, se chiama mia madre non rispondo, non ci sto dentro. E’ la quarta ragazzi, io non bevo più, domani ci alziamo presto, il noleggio apre alle sette.

La sveglia a dirci no, non perdetelo il tempo, ragazzi; le colazioni infinite coi biscotti del mulino felice e le velleità nella preparazione del caffè scorretto.

Andiamo a prendercele le montagne, che abbiamo forza e curiosità d’andare.

I caschetti aerodinamici con le figurine dei calciatori. Baggio al Milan è coraggio, ci è rimasto quel ragazzino coi capelli ricci e il gol d’esterno destro alla Fiorentina, quello è un campione, vedrai, capirai.

Le nostre divise aderenti in materiale traspirante, che siamo pronti per la lotta col fiato, le salite lunghe delle Dolomiti e i ricordi delle bandane gialle del Marco nazionale tra i nostri capelli.

E via a pompare sui polpacci, teniamo il ritmo cadenzato dei passisti, i rapporti duri dei fisici snelli e il più leggero per gli inesperti che macinano mulinelli con la velocità delle nuvole al vento e sotto le ruote inghiottono la strada.

Ci facevamo le telecronache imitando la voce inconfondibile di Adriano De Zan, e poi scattare e poi il tornante, tirare il fiato, cambiare marcia e su, sui pedali, la borraccia e l’acqua sul collo e dietro sempre io, io che ansimavo, i chili di troppo sui fianchi e il sudore a lucidare la linea bianca al lato della strada.

I clacson delle auto per le grigliate in quota dei turisti e gli incoraggiamenti a sfottò dei bambini appollaiati sui finestrini.

Vedevo soltanto il culo dei miei compagni di scalata, le andature sempre uguali, sui tornanti si alzavano sui pedali e guardavano indietro per accertarsi della mia presenza. Rallentavano, mi aspettavano, fa caldo, lo sai? Ce la fai?

L’orgoglio della maturità appena guadagnata, non mi aspettate, vengo su del mio passo altrimenti scoppio e non salgo più, ci vediamo in cima.

E appoggiare gli occhiali sulla fronte e perdere il contatto coi culi sodi degli amici.

Io, me e la strada e il chiedermi perché, perché misurare quel che sono tra le strade impervie di questo Pordoi che sembra toccare il cielo. La prima neve, guardare per terra e contare le pedalate, un due tre, un due tre, la lunga marcia e lo sguardo fisso alla linea della strada.

Dai, dai, dai, ce la fai.

E il cartello dell’altitudine, qui scollina è finita; gli amici stesi sull’erba, le braccia alzate, ce l’ho fatta, uno di voi, uno di noi.

Far festa in abbracci lunghi, una birra fredda e riempire la borraccia nelle cascate naturali che piscia la montagna.

E ora già, la discesa, non servon gambe, soltanto dita, attenzione e vento tra i capelli, siamo così vivi che possiamo andare ovunque con la sola forza del nostro corpo. Altro che Americhe è tutto qui quello che stiamo cercando, noi e solitudini spinte, libertà e desiderio di conoscenza.

E giù a perdifiato, la gamba in dentro per i tornanti, solleticare il freno e urlare forte la gioia della velocità.

Sono davanti, per una volta primo, il peso serve, non ho paura, vi dimostrerò ancora una volta che ci sono anche io, anche se peso novanta chili, anche se non ho mai baciato una ragazza, sarete orgogliosi di me, amici miei, sù, piega, dai, il rapporto più lungo, dai ritmo ai pedali in rettilineo e poi frena, piega, e ancora pedala.

Una buca, la ruta davanti che rimbalza, il manubrio si muove, un’altra buca. Porca puttana urlano dietro. Trattengo il fiato, addio mia giovinezza. A scivolare sul casco, la pancia a terra, il sangue, lo spavento. Rosso e bianco sulla mia schiena e sassi nell’incavo del palmo delle mani. E’ finita così. Rimango a terra. Apro gli occhi piano, come stai? Ti fa male? Porca puttana si sente ancora. Le auto ferme, chiamiamo un’ambulanza. Non vi preoccupate, respiro ancora, non ho rotto nulla, soltanto il casco, lo zaino ha attutito la caduta, mi son sbucciato la pancia, non mi era mai successo di sbucciarmi la pancia, sanguino un poco, è grave? Non so, credo di no. La bici è rotta, le ruote spezzate, la pagheremo, sei salvo, ti aiuto.

E dopo il letto, ma che spavento, però cammini, ti è andata bene.

In farmacia disinfettante e antidolorifico, sarai nuovo, certo che sei sfigato. Manca una settimana, che farai?

Gli amici in sella, i miei risvegli nel cuore del giorno, le colazioni interminabili e le televendite per le cosce sode delle modelle. Le mie nuove masturbazioni in altitudine e odor di casa e noia.

Mi son sbucciato la pancia, mamma, ti rendi conto, la pancia?

Stai bene?

Come sempre.

Curati piccolo mio.

 

Piccolo io.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Tu, io.

Eravamo partiti perché qui non ci stavamo mica bene, c’eravamo detti ci sarà qualcosa oltre l’ovest. Quando conoscemmo l’ovest provammo a metterci un dito in bocca, a bagnarlo di saliva, a metterlo in culo al cielo per sentire la direzione dei venti dell’est. E così siamo ripartiti. Mi leggevi Il mago di Oz quando mi sono ricordato del profumo delle tue camicie azzurre, di quando appoggiavo la testa stanca sul tuo cuore e sentivo il battito metallico della tua valvola artificiale. I film con gli spari. La tua sedia preferita. Te lo ricordi quando disegnavi per me i leoni? Così sono partito per le Afriche, e i leoni non li ho visti perché al mio ritorno non c’eri più e a chi avrei potuto raccontarlo? Per quando ci siamo seduti davanti al lago e tu lanciavi i sassi di taglio, mi hai detto quando qualcuno ti offre dei soldi accettali e poi mi hai insegnato come tenere il coltello per fare la punta ai bastoni e combattere con la terra. Per il tuo ultimo viaggio hai aperto il portafogli e non ho accettato carta, volevo i tuoi occhi, ma erano già altrove. Sui sentieri terrosi dell’oggi tengo presente il tuo passo. I tuoi occhiali grandi. I cappotti Burberry che mi stanno larghi. Cammino ancora, verso sud questa volta, a esplorare la debolezza della mia carne, avresti molto da confidarmi. Verso sud. Lo zaino leggero per quando tornano i ricordi.

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

Urlo

I capelli in grappolo, il respiro oleoso dei sanpietrini.

Per ricoprirmi le carni una blusa nera.

Con gli intestini che regalano fuoco,

il fegato ad invocare piogge

la campanella suona, suona la campanella

corriamo in frotte allo spettacolo in prosa delle otto.

Falso e fasullo e malsana idea del ricopiare quel che è già morto.

Siparii sudario per quei vestiti stirati, profumati.

Fasulli.

La strada, perso il cappello in conventicole oziose.

Balzo sulle tavole dei vostri banchetti agirando la spada viva della parola,

contro il tuo vociare inetto, urlo

sporco di sugo

le camicie di lino dei tuttologi rivoltate sugli avambracci,

le sigarette oziose sull’asfalto molle fuori dagli uffici.

Le reclame ai bordi della strada,

i culi sodi,

i vestiti a fiori.

E calzature sempre fuori luogo.

Siamo in ginocchio, la fronte abbassata, i pixel dei cellulari le nostre vicinanze,

non te ne sei accorto dai palazzi gettano brioches

e banconote.

Le nostre gole a cavallo del borgo,

le bottiglie di vino scolate e ammucchiate nei balconcini sessanta per cinquanta,

dimmelo tu, filosofo, cosa sai della Svizzera, dei bordelli,

dimmelo tu cosa sai delle afriche,

la pangea risorgerà e ci terrà stretti in quell’abbraccio di carne che tu teorizzi e perdi.

Fosse comuni dei nostri liquidi, tubi, soltanto tubi per i nostri bisogni primari.

E il tabù del belpensiero, i fru fru dei buongiorno e quei grazie che ci fanno i tagli alle labbra

e al supermercato acquistiamo lucidabocche.

Meglio un fanculo.

Rabbia, la verga,

violenza, sussulto.

Un rombo, l’aereo, la lontananza,

distanze.

Dimmelo allora che te ne fai del tuo muso bello, della lingua capace, dei seni acerbi,

che te ne fai dei tuoi fianchi abusati,

della tua pelle

morta.

Ero pronto a intronarti nel mezzo del mio ventre,

farmi centauro supino, con la tua criniera e il vento.

Sbattono ancora le ali delle finestre e invocano i nostri voli.

Il mio no è vita,

strappo alle lenzuola quel che resta della notte,

dimmelo allora cos’è che ti trattiene immobile,

cos’è che ti aziona soltanto in sussulti,

dimmelo il perché dei tuoi balzi, accelerazioni e stop,

discese e salite le nostre lingue bianche,

non ci sono colori tra noi,

non c’è tempo,

tutto è perduto nella tua foto che smagrisce in bianco.

Tutto è perduto della tua giovane età,

perso cammino aggrappandomi alle mura,

baluardo soltanto il mio volto aguzzo,

i capelli arresi all’avidità dello smog e la fronte alta in guerra col cielo,

guarda il mio passo,

cercami per quelle vie,

trasudo

parola e piscio

e vedrai il sangue delle mie nocche

sulle porte delle vesti bianche

come un avvertimento per i boia incappucciati che suoneranno alla tua porta,

le organizzazioni del volontariato.

Lascio una scia luminosa,

le nostre belle notti,

che se m’accascio è perché sono ferito

ansimo vita, povero,

ignorante del tempo, avido in sguardi.

Il rintocco dei miei tacchi lucidi a inventare un ritmo nuovo,

la blusa nera a cancellare le impronte.

Poi la città,

i netturbini,

i sacchi neri per la morte del vespro.

Gli orologi rubati impignati sulle piazze,

bruciamo il tempo per cancellare le condotte regolari,

l’appuntamento,

il ritardo.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non avrei tempo per i discorsi. Svelerei il mio bianco, la pelle debole, preda io per i tuoi denti bianchi.

Dimmelo allora,

se tu fossi qui,

non servirebbero gabbie. Saremo eterni, nell’ansimare delle nostre piccole morti e poi ci gireremo dall’altra parte.

Prenderemo sonno, e non sarà per sempre.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Mostrerai il seno ai naviganti

Tracimano i cappucci bianchi dei monti, il tuo passaggio aereo e il tuo vestito azzurro per l’incantamento dei corpi celesti.

Le notti vuote,

le stelle cadenti rimangono in chiodi fissi aggrappate al cielo per non perdersi il tuo passaggio e dietro a te lacrimano in fila cercando un modo per sfiorarti. Area e schiva tu. Lasci indietro la scia bianca degli astri che il cielo rifiuta perché ormai in fuoco. Ti sei mai chiesta dei danni del tuo passaggio?

Posso slanciare le gambe in salto per ritrovarmi sotto la cascata della tua lingua; rigenerare il passo gettando le ansie nello sfregamento quotidiano delle nostre pance.

Quando ti sei seduta per la prima volta sulle mie ginocchia ho aperto le braccia per accoglierti, e poi mi sono fatto conchiglia.

Le perle sono soltanto concentrati chimici.

Tu, parassita delle mie notti.

Tu, guance estranee, tessuti molli e cuore sconosciuto.

E per proteggermi strati di bianco sul contorno della tua pelle, il tuo pelo fine, leggero; la madreperla delle mie esplosioni notturne, che diventi preziosa soltanto se ti fai stringere. L’invadenza dell’entrata, basta soltanto un si può e chiudo le cosce d’istinto. Non ho scelto io di trasformarti in gioiello.

Il movimento stanco del mare dei giorni, questo sole che rintocca sui nostri contorni e ci fa suonare i campanelli delle case di ringhiera.

Le scale non sono mai abbastanza, vorrei pensare a lungo prima di entrare dentro di te.

E ora sei qui, non chiudo gli occhi, le dita a percorrere il contorno maturo degli acini gonfi del petto, i fianchi sporgenti e quei tatuaggi che mi invento tra i polpastrelli per disegnare autostrade sulla tua pelle e poi attraversarti dimenticando il paesaggio.

Dovrei sputarti fuori dalla finestra, come i noccioli far germogliare figli tuoi sulla strada e lasciarti libera di andare al vento.

L’egoismo delle mie unghie ti custodisce sotto pelle, non ti farò del mare, vedrai, ti nasconderò nella ferita al centro del mio ventre, quel buco che è dalla nascita che non sa cosa contenere.

Non ti farò del male, vedrai, prenderemo una barca, ti farò sedere a prua, mostrerai il seno ai naviganti e a me la schiena, che non è importante quanti sguardi attiri, quante mani si allungano, quante voci ti cercano.

Mostra ai più le tue forme, ma dona a me lo spazio nero dei tuoi nascondimenti, di quando sei supina e nascondi il cuscino dietro la spina dorsale. Non mi interessa il bianco, è nel nero che trasformo le notti in giorni, e delle tue ombre faccio meraviglie.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Vorrei parlarti del cielo, non sono nuvola.

Vorrei parlarti del mare, non sono acqua.

Vorrei parlarti di un fuoco e non sono scintilla.

L’estate delle parole mancate, la vita bella nascosta dietro ai condizionatori.

L’intimità dei giardini. Le canne verdi che bagnano i prati.

Il fascino nuovo dei sistemi d’irrigazione, gli anti zanzare per la pulizia delle nostre orecchie.

Di te, donna, sono cucite le mie labbra.

Non sono i rintocchi delle campane artificiali, le sei del pomeriggio, le vedove della provincia col passo zoppicante alla Messa,

non sono le frenate dei tram, non sono le attese sudate di metropolitane oleose, non sono i gesti bianchi e neri delle lavandaie,

non gli obiettivi delle reflex digitali, o i miei capelli rasati sui lati.

In questo nodo che è silenzio

e filo

e guance consumate.

Non sono.

Contrassegnato da tag , , ,

Appunti sparsi per un romanzo in divenire.

Io me ne intendo poco di economie e numeri e politica, ma capisco in fretta che la legalità non sempre si può combattere con la legalità se è la legalità stessa a essere malata. Oltre alla legge, oltre le leggi è l’uomo. E mi dicevo che anche il Cristo c’era andato oltre alle leggi del tempo, non per un valore, non per un ideale, ma perché credeva nell’uomo e nel rispetto di sé, nell’amore donato gratuitamente e questo niente ha a che fare con la legge data. Se l’uomo le leggi le ha pensate, l’uomo potrà anche migliorarle, credevo. E dar senso al vuoto non è un costruire? Un andare oltre al già dato? Certo senza un progetto e un senso è inutile e vano, ma con stile pensato e metodo e tensione al bello e all’ordine allora sì che è rivoluzione. Chissà. Troppi pensieri, è vero, ma perché non darci sotto e sfondarci cervello e cuore, perché non farlo ora alla soglia dei trent’anni che poi ci si addormenta sul già fatto e sul già realizzato, per gli insegnamenti che ci hanno dato, tradire, tradite i voi stessi di ieri per esser felici dei voi stessi di oggi avrei voluto scrivere a pennarello nero sopra ai cessi dei bar.

Contrassegnato da tag , , , , , ,