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Piccolo io

Quelle montagne rosse che disegnavamo con gli uni posca sui muri fragili dell’oratorio. Verrà un giorno verrà che ci faremo grandi, le cosce sode dei calciatori e tatuaggi maori. E la coccarda dei diciott’anni, una firma in pennarello nero su plastica rosa, il nostro permesso per gli spostamenti senza mamma e papà. Quattro posti, il cinquantino in garage. Vai piano, mi raccomando, non bevete, e ci sono ragazze?

Con Jovanotti che non s’annoia nello stereo, i nostri capelli corti sui lati e i cappellini con la visiera larga. Gli occhiali da sole comprati dai neri del mare, troppo abbronzati per concedersi il riposo della spiaggia.

La nostra prima volta a milleottocento metri.

L’hai fatta la spesa? Ho preso la pasta e il sugo. Sai cucinare tu? Io sì, mia madre a casa non c’è mai. Mal che vada ci facciamo i quattro salti in padella. Quattro salti vorrei farli sulla Vale, io. E parlavamo delle nostre fottute compagne, i voti alle loro mammelle sode, i culi onesti tendenti al tondo. Ci dicevamo quelle del classico son tutte suore. Una mia compagna si fa uno di quarant’anni. Ti rendi conto?

E indossare felponi e cappuccio, ascoltarsi l’hip hop e fare la gara a chi beve più birra, se chiama mia madre non rispondo, non ci sto dentro. E’ la quarta ragazzi, io non bevo più, domani ci alziamo presto, il noleggio apre alle sette.

La sveglia a dirci no, non perdetelo il tempo, ragazzi; le colazioni infinite coi biscotti del mulino felice e le velleità nella preparazione del caffè scorretto.

Andiamo a prendercele le montagne, che abbiamo forza e curiosità d’andare.

I caschetti aerodinamici con le figurine dei calciatori. Baggio al Milan è coraggio, ci è rimasto quel ragazzino coi capelli ricci e il gol d’esterno destro alla Fiorentina, quello è un campione, vedrai, capirai.

Le nostre divise aderenti in materiale traspirante, che siamo pronti per la lotta col fiato, le salite lunghe delle Dolomiti e i ricordi delle bandane gialle del Marco nazionale tra i nostri capelli.

E via a pompare sui polpacci, teniamo il ritmo cadenzato dei passisti, i rapporti duri dei fisici snelli e il più leggero per gli inesperti che macinano mulinelli con la velocità delle nuvole al vento e sotto le ruote inghiottono la strada.

Ci facevamo le telecronache imitando la voce inconfondibile di Adriano De Zan, e poi scattare e poi il tornante, tirare il fiato, cambiare marcia e su, sui pedali, la borraccia e l’acqua sul collo e dietro sempre io, io che ansimavo, i chili di troppo sui fianchi e il sudore a lucidare la linea bianca al lato della strada.

I clacson delle auto per le grigliate in quota dei turisti e gli incoraggiamenti a sfottò dei bambini appollaiati sui finestrini.

Vedevo soltanto il culo dei miei compagni di scalata, le andature sempre uguali, sui tornanti si alzavano sui pedali e guardavano indietro per accertarsi della mia presenza. Rallentavano, mi aspettavano, fa caldo, lo sai? Ce la fai?

L’orgoglio della maturità appena guadagnata, non mi aspettate, vengo su del mio passo altrimenti scoppio e non salgo più, ci vediamo in cima.

E appoggiare gli occhiali sulla fronte e perdere il contatto coi culi sodi degli amici.

Io, me e la strada e il chiedermi perché, perché misurare quel che sono tra le strade impervie di questo Pordoi che sembra toccare il cielo. La prima neve, guardare per terra e contare le pedalate, un due tre, un due tre, la lunga marcia e lo sguardo fisso alla linea della strada.

Dai, dai, dai, ce la fai.

E il cartello dell’altitudine, qui scollina è finita; gli amici stesi sull’erba, le braccia alzate, ce l’ho fatta, uno di voi, uno di noi.

Far festa in abbracci lunghi, una birra fredda e riempire la borraccia nelle cascate naturali che piscia la montagna.

E ora già, la discesa, non servon gambe, soltanto dita, attenzione e vento tra i capelli, siamo così vivi che possiamo andare ovunque con la sola forza del nostro corpo. Altro che Americhe è tutto qui quello che stiamo cercando, noi e solitudini spinte, libertà e desiderio di conoscenza.

E giù a perdifiato, la gamba in dentro per i tornanti, solleticare il freno e urlare forte la gioia della velocità.

Sono davanti, per una volta primo, il peso serve, non ho paura, vi dimostrerò ancora una volta che ci sono anche io, anche se peso novanta chili, anche se non ho mai baciato una ragazza, sarete orgogliosi di me, amici miei, sù, piega, dai, il rapporto più lungo, dai ritmo ai pedali in rettilineo e poi frena, piega, e ancora pedala.

Una buca, la ruta davanti che rimbalza, il manubrio si muove, un’altra buca. Porca puttana urlano dietro. Trattengo il fiato, addio mia giovinezza. A scivolare sul casco, la pancia a terra, il sangue, lo spavento. Rosso e bianco sulla mia schiena e sassi nell’incavo del palmo delle mani. E’ finita così. Rimango a terra. Apro gli occhi piano, come stai? Ti fa male? Porca puttana si sente ancora. Le auto ferme, chiamiamo un’ambulanza. Non vi preoccupate, respiro ancora, non ho rotto nulla, soltanto il casco, lo zaino ha attutito la caduta, mi son sbucciato la pancia, non mi era mai successo di sbucciarmi la pancia, sanguino un poco, è grave? Non so, credo di no. La bici è rotta, le ruote spezzate, la pagheremo, sei salvo, ti aiuto.

E dopo il letto, ma che spavento, però cammini, ti è andata bene.

In farmacia disinfettante e antidolorifico, sarai nuovo, certo che sei sfigato. Manca una settimana, che farai?

Gli amici in sella, i miei risvegli nel cuore del giorno, le colazioni interminabili e le televendite per le cosce sode delle modelle. Le mie nuove masturbazioni in altitudine e odor di casa e noia.

Mi son sbucciato la pancia, mamma, ti rendi conto, la pancia?

Stai bene?

Come sempre.

Curati piccolo mio.

 

Piccolo io.

 

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Sgomberi

Come stai? Che fai?

Farai quella cosa, ti preparerai per quell’altra cosa e andrai a vedere una cosa. Cosa dico io, cosa?

Il tuo ombrello per non bagnarti. Per lasciare che le ferite si chiudano. Le porte già aperte per non farmi bussare.

Che c’era il sole e passeggiavi per le osterie del Trastevere. Quei fiori alle bancarelle che non compro mai. Tulipani gialli per lacrime azzurre. E sono qui sotto le casse del rave dei miei pensieri. Ogni messaggio una pasticca. Per ballare con gli sconosciuti e lasciar prendere il ritmo alle ossa. E quei DpiùTV per le tristezze che ci tocca ingoiare. Quando ti ho vista in tele e mi sembravi un fantasma. Che non ti ho mai toccato che non ti sei svelata come le donne dei campi nomadi. E sotto casa le pattuglie e i vigili del fuoco per spegnere i miei incendi. Hanno sgombrato la stamperia. La tua occupazione abusiva dei miei discorsi. I telecomandi che non funzionano. I cortei per non voltarti. Per consumarti le sigarette tra le dita e poi annusarti e sentirti randagia. Sui terrazzi tornano i panni colorati. La primavera delle mie scarpe nuove per inseguirti. Perché ancora non mi stanco, di quella volta al giro d’Italia con la bandana e il Pordoi. Quando i settanta all’ora non facevano paura. Quella buca e un volo di 50 metri. Con le ruote fragili finiamo in mezzo alla strada. Le auto non si fermano. Come stai? Come stai? Arriveranno presto i sindacati. I discorsi delle femministe cadono dalle tasche e si aprono come ombrelli col manico all’insù. Tornano a colorarsi le piazze e si spezzeranno i fili delle nostre marionette che cominceremo a scambiarci gli occhi. La storia si ripete. Ci rincorriamo come le nuvole per evaporare la notte. E i pali di piazzale Loreto non aspettano altro.

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