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Quel movimento lento che ricorda il mare

Il gocciolio delle ultime ore prima delle partenze degli altri. I panni stesi ad asciugare nei salotti e l’attesa aperta delle valigie. Quell’impronta sulla finestra che ancora porta il ricordo delle tue dita. C’eravamo detti vedrai che prima o poi diventeremo viaggio e così ci siamo trasformati in distanze. Non era quello il desiderio della mia ultima stella cadente, le aspettative sono fumogeni, ti fanno chiudere gli occhi e ti perdi nel colore e poi non rimane niente se non una piccola fiamma che lenta si spegne, e odore di zolfo. Sono ancora aperti i kebap mentre Milano svuota gli uffici e chiudono i bar per signore. E tutto questo caldo che ci spinge allo scontro, le frasi di circostanza e la banalità della luce d’agosto. Attendiamo i tramonti per quei Ramadam degli aperitivi cittadini, i parchi aperti e le feste di piazza dopo le levatacce e le ore rinchiuse negli odori stanchi dei mezzi pubblici, aria condizionata alla scrivania e una decina di caffè. E poi traffico e telefonate, i messaggi all’amico e l’organizzazione della serata. Gli occhiali stesi e la doccia, e un altro giro con speranze di conquista. Cosa ne pensi del mondo? Ho appeso un post it sul frigorifero per ricordarmi che prima o poi dovrò darci una risposta. Che io esco tardi la notte. Le birre bevute sul pesce non stancano mai, meglio sarebbe del vino, e prendere la metropolitana, arrampicarsi sui tubi per rubare l’aria ai finestrini come pesci rossi, con le bollicine che si accumulano sulla mia fronte. E poi ti ho vista da lontano e ho appeso i pantaloni al muro per prendere fiato. Volano farfalle tutt’intorno e non ce ne accorgiamo. Il fastidio delle zanzare e il ronzio delle auto in sosta. E un saluto e poi più. Prendere la via di casa e scriverti frasi lunghe una riga così ci fraintendiamo e rovistiamo nei sogni in cerca di risposte. Rimpiango ancora il fallimento dell’Eritrean Airlines, l’ultimo volo e l’attesa di quindici ore all’aereoporto, quando aprivamo le valigie per cambiarci le t-shirt e imparavamo la pazienza dalla pelle nera. Giocare a pallone coi capelli biondi degli israeliani e poi aria d’Africa a cambiare il contorno dei nostri polpacci, la siesta delle ore più calde. Lo sai che c’è? Vorrei pronunciare più volte il tuo nome, ma ancora confondo gli orizzonti, le lune delle tue natiche e labbra rosse, cieli di palpebre e notti di crini trascorse in veglia e poi tempeste e nuove piogge, se ti avvicini te lo racconto, non sono viaggio ora, soltanto amaca, pronto ad accoglierti e farmi culla per quel movimento lento che ricorda il mare.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

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Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

Che ne sai tu della mia gioia, dei deserti di sale, della solitudine a cavallo di una moto e del rumore del mio respiro. Che ne sai tu di quando mi sdraio sulla schiena, apro le braccia, il vento tra i peli delle mie gambe e poi sulla punta del naso. I raggi del sole che si incastrano tra le palpebre e i prati erbosi del nord. Che ne sai tu dei canali di sfogo delle mie dita. Che ne sai del colore dell’ultimo pomeriggio di luglio, dei fiori in tripudio, degli inchini dei girasoli e degli aerei da perdere per un bacio d’addio. Che ne sai delle crepe sui miei capelli. Degli abbracci notturni al cuscino. Della nascita del mio neo sulla guancia sinistra. Dei punti di sutura della mia pelle, che ne sai? L’addio alle armi dei miei approcci invadenti. La cruda verità del tramonto dell’età prima. Dei pantaloni corti intrisi d’estate. Lascerò perdere le imminenze, gli scandali della buona coscienza e tutti i vetri rotti che porto tra le dita dei piedi. Le ferite del mio sentire e il desiderio della scaltrezza, per cavalcare i marosi dell’insipienza, le onde lunghe della non violenza e quella retorica di abbracci e sorrisi. Il bianco e nero mi ricorda i film degli anni sessanta e le pubblicità di Benetton col desiderio di scandalizzarci che è diventato abitudine, odiosa ricorrenza ai crocicchi di città. Chissà dove si nascondono i denti mancanti dei nostri vecchi. Chissà come sarà quando invecchieremo e sarai costretta ancora a inginocchiarti sul mio membro, dormirò sul tuo seno e tra le pieghe delle tue mani pianterò semi nuovi per il tempo a venire. Per le nostre gioventù accese e il nostro ardere. Perdiamo in foglie in vestiti leggeri, sul pavimento si accumulano in gocce le nostre interiorità. Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

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Come le viole anche tu ritornerai

Come le viole anche tu ritornerai. Il giradischi rotto e le parole di nonna registrate male col cellulare. Dipingevo pensieri nell’aria, sulle schiene fredde di questi muri bianchi le chiazze rosse delle zanzare. D’estate manchiamo d’alito, ricordi? Per le parole sussurrate la notte, le ripetizioni che servono per tenerci vicini col fiato dei telefoni sulle nostre orecchie bollenti. La mia lingua a pennello e la cornice morbida del tuo collo. Aspettare il mattino con gli occhi chiusi e le gambe aperte. Disegnare le traiettorie delle nostre future partenze sui tovaglioli dei bar e poi dimenticarceli in tasca. Con le inibizioni chiuse a raccolta nei cessi dei locali quando ti tocca di fare la fila e poi conosci gente e ti dici che senso ha tutto questo girovagare. Quando esplodo in incontri e poi spavento. Le bombe teniamocele per il futuro, per combattere le ore stanche del sappiamo già tutto e poi costruiamo qualcosa: un aereo di carta o un modellino di un’astronave. Le nostre transumanze sulle coste della Liguria e i colliri per depurarci gli occhi. Che se non ci vediamo è soltanto per la paura degli specchi. La chiamiamo vita e ci perdiamo le ore liete che misuriamo la qualità nelle preoccupazioni per il domani e per le gita fuori porta ti tieni lontano da casa mia. E poi il suono della tua voce vorrei appenderlo in camera per guardarlo prima di prendere sonno, nei segni della croce la malinconia dell’uomo che vorrei essere. Lontano da qui suonano ancora campane di bronzo, a lutto o a festa chiamano a raccolta gli affetti.

Per dirci che non siamo soli servono le liti, le incomprensioni delle corde disarmoniche in gola ai vecchi. A strappare le barbe lunghe dei saggi e trovarci mosche incastrate. Quando mi sveglio nel ricordo dell’amore che ci hanno insegnato. I tuoi capelli a camaleonte e le spalline che dovresti lasciare cadere. Mandami un segno della tua presenza, alza la bandiera bianca dei pianti lunghi che lavano via le macchie di caffè dei divani. Trascinami le dita sulle tue guance e facciamoci prigionieri in sbarre e per la libertà sorprendiamoci in smorfie e poi stanchi spegniamoci soffiandoci addosso.

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Mia simile, mia amata

Per tutto ciò che mi è lontano: i messaggini sul cellulare e la chat di facebook. Anni fa non era così. Che inforcavo la mountain bike per arrivare sotto casa tua e incastrare i baci nel citofono e urlare scendi, dai, e prenderti per mano e raccontarti il mio nulla che un tempo era molto. Non ho ricordi che non siano immagini e il dolore che queste trasportano. Che se le parole a ripeterle perdono il loro significato, con le immagini è diverso, queste ti si incastrano tra le vertebre e il ricordo si fa lente per nuovi sguardi. “Uscirei con te solo per dirti che sei una meraviglia”, questo avrei voluto dire alla ragazza anoressica che attraversa la strada davanti a casa, il viso bello e quelle stampelle al posto delle gambe per resistere all’urto travolgente che è il lento scorrere dei giorni. Direi addio al computer per prendere le strade di montagna, i sassi enormi e chiedersi da dove tutto questo ebbe inizio. Il mio naso non distingue più gli odori dell’intorno, che è tutto un grigio e le sfumature non emozionano più. Nelle narici incastrati i profumi dolci delle ragazzine e il puzzo di benzina dei semafori. Questo desiderio di aprirmi al presente e far entrare una vita. Il concepimento all’incontrario. Io che nasco il mondo in te e il mondo che in me rinasce. E verranno a parlarmi di umiltà, di mani tese e poi del bene. Non mi strapperò i capelli, non alzerò le spalle, ma urlerò forte il mio: ti rendi conto? Ti rendi conto che l’umiltà è bassezza, e piccolezza, riconoscimento del proprio limite nello sporco del terriccio. Nel nascondimento di vermi e putrefazioni e semi nuovi e piscio e sperma e chissà quali altre sconcezze. Io solo così, nell’abisso, nel limite nitido e contro la cecità del bene riconosco la mia limitatezza. Non c’è sole che riesca a illuminarmi completamente, non c’è luce che possa rischiarare le piante dei miei piedi che affondano il suolo. E allora parlami di bellezza, fammi ammosciare confondendo la grazia con le movenze lente della riflessione statica. Non cederò al pensiero dei quotidiani, all’antico gioco dell’educazione dei pargoli. Sputerò forte sopra le teste degli impagliati cronisti e mi libererò dal fascino stanco delle opinioni in vista. La ricerca è questione di rischio e buio e paura e adrenalina e coraggio. E distinguerò la quiete dalla sonnolenza. Lo sguardo parlante con lo sguardo morto. Farò forza sul mio sesso e gli insegnerò la disciplina conscio che vive di pressioni e spinta, il corpo cavernoso nel quale affogano i dubbi della mia adolescenza. E quando aprirai le braccia, mi farò largo e terrai la bocca aperta così che io possa entrare e lasciarti in eredità parte della mia ombra nera. Illuminerai la regione di me che il sole non raggiunge, sarai mio argine, riva cheta per le mie onde furiose. Sarai mia grandine e mia rugiada, mia simile. Mia amata.

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Il baratto

Tutto questo deserto mi fa venire voglia di tornare a casa. Voglio una donna, la solitudine mi ammazza. Parlava così Ricky Belfante al riparo di un’amaca in corda colorata, la sigaretta accesa, i capelli ossigenati e gli occhiali da sole bordati di rosso a decorargli il volto.

Ci sono io, rispondeva il Gliss, non ti basto? Forse ti sei sognato la francesina di ieri.

Suonava un violino il cercatore d’oro che aveva scambiato i suoi attrezzi, e intendo pala, setaccio ed un secchio con lo strumento solo poche ore prima. L’aveva deciso in pochi istanti, si era fermato davanti alla bancarella di cianfrusaglie usate davanti alla chiesa bianca, parlava con Jorge, il venditore tondo, che gli aveva offerto un sorso della sua birra e lo aveva informato del nuovo arrivo in legno. Le dita grosse e forti desideravano leggerezza per gli anni a venire e i sessant’anni sulla schiena non permettevano più giornate intere genuflessi davanti al dio ricompensa. Così Manuèl “testa grossa” aveva deciso di cambiare vita, che tanto a lui il denaro non era mai interessato, si diceva in paese, quello era un burbero che non parlava con nessuno e giocava a fare il cercatore d’oro soltanto come scusa per lasciare sua moglie sola a casa tutto il giorno e vederla di notte quando il buio confonde i contorni e ci si potevano dare anche due colpi tra le natiche per ubriachezza.

Un suono acuto bussò alle orecchie di Paolo Glissoli, detto il Gliss, trentenne di madre milanese e padre brianzolo, studente in filosofia, la barba poco curata a decorargli il mento e quelle bluse in cotone che non capisci dove finiscono le maniche. 

La senti Pacha Mama?

Ricky Belfante si tolse gli occhiali, raddrizzò il busto cercando di mantenere l’equilibrio, rispose: Mi stai dicendo che hai voglia di fumare?

Ti sto dicendo che la terra ci sta parlando, lo senti questo suono?

A me sembra un violino suonato male. Sembra impossibile, ma è così, o magari sono le francesi di ieri notte che si sono messe a suonare i bicchieri. 

Impossibile. Mentre baciavo Julie lei mi ha detto che non poteva restare per la notte, che avrebbero preso un bus, le francesi se ne sono andate, lo so bene perché non ho scopato.

Era brutta forte.

Siamo nel deserto. Non me ne importa più nulla della bellezza.

Contento tu. Senti, vado a cercare il colpevole di questo strazio.

Lo sai che mi ha detto che piacevi a Chloè? Ti piaceva, vero, Chloè? Perché non ci hai provato?

Troppi pensieri.

Segaiolo. Lo so che ti piaceva, dovevamo farle rimanere, quegli americani figli di puttana se le sono trascinate via con la scusa di un passaggio. Come se non esistessero i bus, mi stai ascoltando?

Ricky smontò dall’amaca, questa si arrotolò su se stessa e poi riprese la sua forma originaria. Un gatto accoglieva il sole con gli occhi chiusi mentre due cani infilzavano in naso tra i sacchi dell’immondizia.

I piedi nudi del nostro si coloravano di terra, aprì con un gesto sicuro il cancello in lamiera che circondava l’ostello e si ritrovò sulla strada. Il sole cavalcava il cielo e puntava forte gli speroni.

Nel paese c’erano due vie, una chiesa e case colorate e cortili. Dentro i cortili, tra lamiere metalliche sfrigolavano le griglie e un fumo denso s’alzava verso le nuvole bianco panna.

Il silenzio accecava la piazza principale, davanti alla chiesa. Soltanto il suono delle stoviglie poteva far pensare che il paese fosse abitato.

Ricky seguiva la scia del suono di violino, questo ogni tanto cessava, poi riprendeva forte e si modulava in pochi secondi. Era passato dal fastidio al fascino. Non era un suono decodificabile, ma di certo non lo disturbava come quando stava supino tra i ricordi di casa e il desiderio della pasta di mamma.

Arrivato sulla piazza della chiesa percepì che il suono era lì, chissà dove però, i riflessi del sole contro le lamiere intorno gli bombardavano gli occhi e a nulla servivano gli occhiali rossi comprati al mare di Rimini due settimane prima. 

Girò su se stesso due volte, il suono era nascosto bene. Decise di girare più forte, poi più forte ancora, rideva tra sé quando perse l’equilibrio e cadde sulla terra. Perse gli occhiali, le mani sanguinavano un poco sul palmo. Rimase seduto, si tirò qualche pacca sui pantaloni per spazzare via la terra. 

Si rese conto di aver cominciato a girare perché il suono gliel’aveva consigliato. E mentre girava s’era fatto più veloce e più veloce ancora ed era come se fosse quello a decidere quando doveva lasciarsi andare e cadere sulla sabbia.

Nessuno venne ad aiutarlo ad alzarsi, fece forza sugli avambracci e si rimise in piedi. Poi si leccò i palmi della mani mentre coi piedi strofinava ancora i pantaloni come fanno i cani per il fastidio delle zecche.

Un uomo lo osservava dall’alto del tetto della chiesa. Era in piedi, il violino nella mano destra e l’altra aperta in saluto che si agitava in direzione del nostro. Riuscì ad attirare l’attenzione di Ricky e quando fu certo di avere il suo sguardo fece forza sui polpacci e si lanciò giù dal tetto della chiesa, atterrò su entrambi i piedi e poi fece una capriola per ammortizzare. Si presentò davanti al Belfante, gli mostrò il violino, disse: Che ne dici?

Ricky non rispose nulla, prese in mano lo strumento. Si accorse che non aveva corde mentre pensava che era insolito vedere un uomo di sessant’anni gettarsi dal tetto di una chiesa e atterrare in capriola.

Manuèl gli fece segno di seguirlo e si ripararono all’ombra del portico davanti al portone della chiesa.

Allora ti piace o non ti piace?

Ma tu sai l’italiano?

Certo.

Parlava lentamente, con accento sudamericano, ma non sbagliava una parola.

L’ho imparato sul fiume, cercando l’oro.

Cerchi l’oro tu?

Fammi finire.

Hai mai sentito parlare di Giulio Marrino? Ora puoi rispondere. Rispondi.

No.

Giulio Marrino è famoso in Italia. Tutti conoscono Giulio Marrino, tu non conosci Giulio Marrino?

No.

Allora non sei italiano. 

Certo che sono italiano.

Giulio Marrino ha fatto il calciatore, poi l’attore, poi ha presentato un programma in televisione, poi ha cantato una canzone in India ed è diventato famoso.

Mi spiace, non lo conosco.

Beh, alla fine ha mollato tutto ed è venuto con me a cercare l’oro. E’ per questo che so l’italiano. Me l’ha insegnato lui. Mi ha insegnato molte cose Giulio.

Vi siete conosciuti qui?

In un bar di Istanbul. Prima di fare il cercatore d’oro non lavoravo.

Come ti mantenevi?

Parlando con la gente. Come adesso con te. 

E cosa ci si guadagna a parlare con la gente?

Io ora dò qualcosa a te e tu dai qualcosa a me. Si può guadagnare molto parlando con la gente. Più che cercando l’oro.

Cosa credi possa darti io?

Non lo so. Non è importante.

Mi sembra una roba tipo di chiesa, non è che fai il prete?

Manuèl scoppiò a ridere. Disse:

Puoi ridarmi il violino ora, visto che non lo suoni. Avrei preferito che tu lo suonassi.

Complimenti per i congiuntivi.

Lo so.

Non si può suonare un violino senza corde.

E il suono che ti ha spinto qui?

Credo fosse il vento tra le lamiere.

E perché ora non lo senti più?

Non lo so.

L’uomo gli strappò di mano lo strumento e lo portò davanti alla fronte, poi con due mani lo presentò al cielo e cominciò una strana danza sul posto non spostando mai le gambe da terra.

Ricky fu costretto a coprirsi le orecchie, il suono era acuto. Dalla piccola cassa armonica si sprigionava una forza straordinaria, l’uomo orchestrava il vento, lo cercava, si faceva accompagnare dal suo soffio, ospitava lo sbuffo e lo trasformava in suono.

Urlò per farsi sentire: posso insegnarti se vuoi.

Ricky teneva le orecchie riparate, fece di no con la testa.

Manuèl abbassò il violino, il suono cessò di colpo.

Afferrò il Belfante per la maglietta e lo strattonò forte portandolo verso di lui. Testa contro testa, alitò sulle sue belle labbra: Ora hai un debito con me?

Quale debito? Tu sei pazzo.

Quando dite pazzo è perché non riuscite a capire. Anche Giulio mi chiamò pazzo la prima volta. Non aveva capito niente di me.

Sei pazzo.

L’uomo gli mollò uno schiaffo in pieno volto.

Hai finito di dire che sono pazzo? Mi ferisci così.

Ricky ebbe voglia di reagire, poi pensò alle mani dell’uomo, così grandi e forti. Quello schiaffo non gli aveva fatto male, doveva aver dosato la forza, era servito perché lo prendesse sul serio e con qualche timore.

Avevi voglia di tornare a casa. Portati a casa questo suono, è stato capace di farti alzare dal tuo sonnecchiare. Te lo regalo, eccolo.

Porse il violino senza corde a Ricky e allungò l’altra mano col palmo all’insù. La lasciò a mezz’aria in attesa di ricevere qualcosa.

Non è un regalo se ti devo dare qualcosa in cambio.

Ti ho anche fatto ballare, ricordatelo.

Mi hai fatto cadere, guarda le mie mani.

Sono vuote.

Sono ferite.

Allora qualcosa da darmi ce l’hai. Mani ferite sono mani piene si dice tra noi cercatori d’oro. La mano bianca è una mano da temere.

Posso darti i miei occhiali, li vuoi?

Li voglio.

Non usarli troppo, ti faranno male agli occhi.

Li scambierò domani con i miei attrezzi da lavoro. C’è la bancarella di Jorge qui al mattino, puoi barattare quello che vuoi.

Vorrei barattare questa mia malinconia.

Oh, mio caro, con quella non c’è storia.

In che senso?

Quella te la devi tenere. Cazzi tuoi, si dice così?

Cazzi miei, sì.

Io vorrei salutarti ora, devo tornare da mia moglie. E’ brutta mia moglie. Non sposare mai una donna brutta non farà altro che aumentare la tua malinconia.

Tu sei malinconico?

Può darsi, non sono triste però.

Triste è peggio di malinconico.

Triste è essersi arresi alla malinconia. La gioia è un istante, la malinconia una sensazione costante che dà accesso alla gioia come alla tristezza, è quel vento che puoi modulare con un violino buco.

Che stronzata. Io se potessi scegliere sarei felice.

Sceglilo. Me ne vado.

Me lo dici se sei un prete?

Hai un buon intuito tu, dovresti lavorarci.

Bastardo.

L’uomo fece l’occhiolino. Poi strinse la mano sanguinante di Ricky, inforcò gli occhiali dalla montatura rossa, infine disse: salutami Giulio Marrino quando torni in Italia.

Aprì la porta della chiesa e la chiuse dietro di sè.

Il Belfante rimase col violino in mano, sul portico. A passi lenti tornò dal Gliss, lo trovò seduto su un gradino davanti alla porta di casa. Fumava roba. Disse: Julie e Chloè tornano qui, sono sul bus. Gli americani hanno cercato di farsele, si sono spaventate. Dormono da noi stanotte e proseguiamo insieme fino alla capitale. Bella storia, no? L’ho fatto per te, ragazzo, così prendi il coraggio e ci provi con Chloè. Rick, mi stai ascoltando? Che cazzo ci fai con un violino in mano?

Suono, suono la mia malinconia, che non me la posso tenere tutta per me, da qualche parte dovrà pur finire, no?

Che cazzo dici? Andiamo a cercare dei goldoni, piuttosto.

Ricky Belfante aprì le gambe distanziandole all’altezza del bacino, appoggiò forte i piedi a terra, prese il violino tra le mani e lo issò sopra la fronte, poi cominciò a muoversi in danza cercando di cogliere il vento.

Silenzio.

Poi un urlo squarciò il cielo bianco: Bastardo ci sarai tu, balla, ragazzo, coraggio!

E suono di campane.

E muri bianchi, fumo di griglia, stoviglie lavate.

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Appunti sparsi per un romanzo in divenire.

Io me ne intendo poco di economie e numeri e politica, ma capisco in fretta che la legalità non sempre si può combattere con la legalità se è la legalità stessa a essere malata. Oltre alla legge, oltre le leggi è l’uomo. E mi dicevo che anche il Cristo c’era andato oltre alle leggi del tempo, non per un valore, non per un ideale, ma perché credeva nell’uomo e nel rispetto di sé, nell’amore donato gratuitamente e questo niente ha a che fare con la legge data. Se l’uomo le leggi le ha pensate, l’uomo potrà anche migliorarle, credevo. E dar senso al vuoto non è un costruire? Un andare oltre al già dato? Certo senza un progetto e un senso è inutile e vano, ma con stile pensato e metodo e tensione al bello e all’ordine allora sì che è rivoluzione. Chissà. Troppi pensieri, è vero, ma perché non darci sotto e sfondarci cervello e cuore, perché non farlo ora alla soglia dei trent’anni che poi ci si addormenta sul già fatto e sul già realizzato, per gli insegnamenti che ci hanno dato, tradire, tradite i voi stessi di ieri per esser felici dei voi stessi di oggi avrei voluto scrivere a pennarello nero sopra ai cessi dei bar.

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Quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti

Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per le corse d’estate, il prato grande e noi a rincorrerci. Le lucertole e le cavallette, a staccare le code per giocare ai dinosauri, a mozzare le ali per provare a toccare l’altissimo e tutti quegli azzurri che scompaiono tra le montagne. Quei pomeriggi lunghissimi e il nascondino, le carte, e le prese in giro. E dare il nome alle nuvole coi buchi che ci siamo fatti sulle ginocchia, quando ci tiravamo i capelli per sembrare più alti. Il canestrino del  basket sopra la porta della mia camera, la palla di spugna e le tue vittorie che sei stato sempre più alto. I viaggi intorno al piccolo mondo, le brochette e i nostri balli tra i deserti. Le distanze che ci hanno avvicinato e i discorsi seri sopra ai divani. La Juventus per svagarci e poi diventare grandi in un puff, per i silenzi nei monasteri cari e le schermaglie dell’adolescenza. Tagliarti i capelli per sentirti caro, con la precarietà dei luoghi, i giorni corti d’inverno e il ti voglio bene come una cantilena. Ci sono parole che non serve dirci, ci sono sguardi al profumo di casa e accoglienze fatte di come stai. Per il giorno in cui sei nato e i miei non ricordi. Per dirti che siamo qui, per queste parole che sono carezze che non m’importa della retorica e quando stringo le braccia so che stringo anche te.

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Mia

Come scrivere a questa Italia che le vuoi bene, che tanto non capisce e trema. Ti avrei voluto vedere anche soltanto per il tempo di un ciao, le tue lentiggini da soffiare sulla facciata di quel palazzo chiuso da tempo e dimenticarti chi sei e la responsabilità di quel nome che ti hanno appiccicato addosso.

Nelle tue cene di gala indossate abiti colorati, qui ci circondiamo del nero per meravigliarci di quel che scorgiamo intorno. Mi son scoperto fiume e corrente, l’adrenalina degli incontri e il chissà, la fiducia nell’altro che abbiamo tavole sgombre e pensieri fini e facciamo denuncia d’azione per prendere fiato tra le parole.

Dall’alto i grattacieli del potere e gli elicotteri della presunzione, gli ottant’anni per dirci che fai e dove vai, le tirate d’orecchie dei grandi e la parola custodire che dorme ancora sotto ai cuscini con le fiale di Cialis e tutte le lotte che non ricordiamo.

E là nel mondo gettano assi di spade, e qui nel mondo gettano due di bombe, dovrei avere vista lunga e respiro profondo invece ansimo tra le lenzuola e mi preoccupo di quel domani che chiamo mio e non nostro. Quando prenderemo il coraggio di dirlo che mio può diventare termine denso e affettuoso, che tanti mio fanno un noi e una valanga di sguardi. Io non lo so perché ora ci si riconosce per strada e ci si tende la mano, non lo so perché ci si stringe in parola e tutto d’un tratto impariamo l’ascolto.

Io non lo so perché con gli altri è così facile e con te no. Dove sei tu? Mia. Che nel pensiero del mattino il mondo si fa lontano e i sampietrini delle strade di Milano piangono delle nostre assenze. Questa pioggia come un sipario, inizio o fine non c’è via di mezzo. Per i deboli son le carrozze e i vetri neri delle grandi auto, apri i tuoi argini, scendi dalla torre, vieni, vieni così vicina che non possa guardarti per intero, così vicina che ci possiamo confondere e come Piccolo Giallo e Piccolo Blu farci verdi e dirci che era così facile come fare il pane, conoscere il forno e aspettare, guardare, imparare e a tu per tu con la pasta molle accettare le sberle e sporcarsi le mani per farci corazza dorata e fragile e sapore, e profumo.

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L’addio di Alessandro Del Piero

Per lavarmi via lo snobismo e la necessità del prefabbricato mi sono messo in strada, afa d’asfalto e rondini in parata, la primavera calda del mese di maggio sulle piattaforme mobili del Naviglio. I discorsi retorici sugli amici degli altri e i nostri che fai che sprofondavano in acqua in suicidio col peso dei sassi.

E non chiedermi mai del futuro che la domanda genera perplessità ti ho detto io e possiamo darci tutte le risposte del mondo. Che la conoscenza è nello stare e interrogarsi a lungo genera immobilità. Non puoi fidarti di me se non mi vedi all’opera. Tre soldi in tasca e piccole mani per le case basse e quella volta che confidavo nell’inutilità dei grattacieli e poi sono stato costretto a ricredermi.

Ti ho chiamato e non hai risposto, mi rimbalzano addosso i tu tu del telefono e domande sulle mie responsabilità, non c’è un generico nell’uno a uno. Col campionato di calcio che perde gli ultimi petali per lasciare spazio al verde, le lacrime di malinconia per l’addio di Alessandro Del Piero ed i ricordi di bimbo. Il goal alla Fiorentina con la volee di esterno sul secondo palo nel tempo in cui nascondevo sotto allo zerbino le chiavi di casa e i sogni dell’astronauta e del calciatore. I giochi tra le mamme degli altri e poi la sera a scioglierci il fango dalle ginocchia a dirci che siamo sporchi e sudati perché vissuti. Ed ora è diverso, il mio cane che si avvicina, zampa sul tavolo per dirmi giochiamo e il mio no, che sono troppo stanco per lanciare una palla lontano.

E ritrovarsi al ristorante con le discussioni interrotte per l’arrivo di un piatto e quei cartelli vintage che recitano le proibizioni al giuoco del football. Levarsi la forfora dalle spalle e strappare i peli superflui dei ragionamenti contorti, sarà un pallone a salvarci e ci prenderemo gioco dei no che ci hanno cucito sulle magliette, festeggeremo il goal cercato da tempo e non avremo paura delle ammonizioni, via la maglietta e poi sulla strada correre correre e festeggiare, che siamo tornati al gioco e non abbiamo vergogna degli sguardi degli altri, ci prenderanno per folli e quando ci chiederanno il perché del nostro fare risponderemo in risata che non abbiamo tempo per la ferma di una risposta.

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Rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo

Un Cipì o uno qualsiasi, volatili e smog sui fili della luce e temporali che tardano a venire.

Tutti sul filo, l’equilibrismo dei giorni per questi inviti a cui non rispondi mai. Le chiamerei umiliazioni se solo potessi permettermi di leccare l’asfalto e farmi maledire da lassù. Posso umiliarmi da me, da me soltanto, gli altri non riescono in nulla, muri infrangibili le mie guance sode e codazzo di pelo per ripulirmi dalla calunnia. Salite sui miei fianchi, gli argini sfuggenti della parola aguzza per la barca morbida delle mie labbra a frangere i flutti delle vostre euforie col muscolo gonfio dei giorni migliori insemino il mondo con parole liete.

Gravido ventre di terra riposa al suolo il seme dell’oggi e presto fiorirà, ne son certo. Non c’è timore in questo procedere a balzi, facciamo avanti e indietro come i Taxi della notte col satellite appiccicato al cuore noi; soltanto fiotti e sangue senza bisogno di additivi per far cadere dal sonno la notte e rialzarci in parata con le braccia alzate.

Strana gente noi che rifiutiamo la gozzoviglia della chiacchera intellettuale, noi che sfiliamo soli al ciglio delle piazze per guardare il centro e non perderci in attacchi inutili alle maggioranze, noi che siamo sconfitti perché non reggiamo il confronto, noi che ci ritagliamo gli angoli per essere protetti dai muri bianchi, vergini alle parole che fanno male e puri nel pensiero. Perdenti in debolezze e fragilità, la carne e il desiderio intimo di una compagnia capace di cemento e pala, scavare e costruire, questo vorremmo dalla scoperta che la nostra lingua è un muscolo e si lascia andare al braccio di ferro coi suoi simili, ma chiede tempo per abbattere muri, e freni ed età.

Non siamo fatti noi per il contingente, guardiamo in prospettiva e ci trasciniamo tra la velocità delle nuvole e i treni in ritardo e quando potremmo calcolare i tempi preferiamo variare il percorso e perderci che le città si rivelano sulle strade e i loro incontri e per i musei lasciamo spazio alla seconda età dello sposo e ai marmocchi vocianti che corrono sulle scale e battono le mani e la testa e cadono e quella, quella la chiamiamo vita, rivoltare il corpo e perdersi nell’urlo.

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