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Per cielo

Se soltanto fossimo più giovani, dicevi, così ti ho chiuso la bocca e ci siamo baciati fino a quando la notte ci ha sfondato le palpebre. Coi tempi condizionali ho chiuso, dicevo io, e guidavo ai sessanta all’ora in prima corsia e mi facevo superare da tutti. Guardavamo insieme il paesaggio e contavamo i chilometri che ci separavano dall’addio. Tu indicavi i cartelli stradali dei lavori in corso, c’è sempre qualcuno al lavoro, sempre, altrimenti il mondo si annoierebbe, o magari sono tutte sciocchezze, dicevi. Se per un giorno tutti smettessimo cosa succederebbe? Poi, mentre ti inviavano le foto dello sgombero dell’Angelo Mai e io ti dicevo è inevitabile, tu ti incazzavi un sacco. Ha fatto il suo tempo, ha sussurrato il prefetto. Un ordine e via vai di camionette. E ci radunavamo insieme per consolarci, per la morte dei nostri passatempi notturni e per la speranza tolta ai nostri cartellini timbrati. Ci incontravamo per condividere le nostre giornate, quando ubriachi salgono i pensieri che consideriamo inutili, ma che invece contano. Dei concerti non ci interessava sempre molto. I sottofondi dei gemiti in qualche sottoscala, affrontavamo lo zero che ci circonda cercando di fonderci e sentirci più forti, ma durava sempre poco. E portavamo via quel che per noi aveva un valore, ma fuori da quel posto, alla luce del sole, non serviva più a niente. Abbiamo accumulato cianfrusaglie ai bordi della strada che non servono più, i nostri amici arrivano coi bagagliai vuoti, poi li richiudono.

Nel dopo c’è sempre una strada davanti a noi, a volte per andare, a volte per tornare. Guardiamo per terra o per cielo, perché non si dice “Per cielo”, ma “In cielo”?

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Che importa

Mettici un altro cuore sopra il tuo cuore, il tuo non funziona più o funziona troppo, che è come dire che è guasto.

Ci siamo ritrovati e già era sera, hai ordinato un vino rosso, io anche. Non era granché, ce l’hanno spacciato per buono.

L’educazione, è vero, mi piace. L’educazione, è vero, non è educata quando è maniera. Ma che ce ne importa.

Non ci importa di nulla. L’amore, sì, di quello nemmeno ci importa.

Forse dei tuoi capelli, del tuo stato di salute, dei vestiti e delle borsette. Forse di quello.

Forse dei bisognosi, dei poveri, dei diseredati, dei profughi, degli handicappati.

Come fa a parlare dei diritti dei lavoratori chi non è mai stato licenziato, come si fa ad affezionarsi della diversità quando non ci si ha a che fare davvero?

I miei amici più cari hanno dei figli ora, che ne so io, che ne so io come le vite cambiano?

Oggi un uomo rispondeva ad un altro che gli chiedeva: Sei tu un radical chic? Sono figlio di contadini, io.

Saranno le nostre nascite a definirci? Oppure è la città, il gusto, lo sguardo e i colori che decidiamo di indossare?

Perché ti vergogni di parlar d’amore quando alla fine è l’unica cosa che importa. L’unica che mi fa alzare il culo al mattino, l’unica che mi fa prendere sonno o rimanere sveglio. Continuo a incontrarti nei sogni, ma non te lo dico più, che tanto non serve.

Perché ricerchiamo i nostri contorni nella realizzazione personale quando alla fine non sappiamo scegliere? Quando non scegli vuoi tutto e tutto non hai. Ho girato il mondo per ritrovarmi più esperto e più solo. Ti ho girato intorno per sapere come si sente la terra intorno al sole che tutto brucia.

E giro ancora, giro. Finché la nostra pelle cadrà, il muscolo floscio, il tuo sedere sarà più grande, forse riuscirò ad abbracciarti, chissà che dirai, se ci sarai.

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Fiorellino lillà

Ho perso il tempo a non scriverti. Qui anche il mattino si dà da fare e mi sorprende alle spalle il desiderio di dirti buongiorno.

Tra i discorsi della strada i miei sorrisi leggeri e la pelle che perde in trasparenza, mi avvicino ai muri in solitudine per guardare ed essere guardato.

Da dove viene questo rifiuto al presente, ai nomi comuni della gente comune, all’amore esibito che non è amore e all’odio che quello sì, è odio. Dalla cloaca dei talk show della notte pochi sussurri di salvezza. La comunicazione è buona, buono è l’audio, le persone sono buone, le parole buone e associo l’aggettivo al gusto, mi viene a noia e poi la fame e il frigo è vuoto.

Sono entrato in una chiesa ed i colori erano tutti morti, e gli uomini erano morti ed ero morto anche io. Io che mi interrogavo sul presente, che avevo paura di perdermi e rimanevo sempre immobile.

Sono entrato in un cinema ieri, e le sedie erano morte, ed ero morto anche io, che giudicavo i commenti degli altri e le pettinature e le accompagnatrici e gli accompagnatori.

Volevo dirti che nascondo un fiorellino lillà sotto la camicia, ma non te l’ho detto. Volevo dirti che non l’ho comprato, che è cresciuto spontaneo. Volevo dirtelo, ma non servirebbe a nulla. Il fiorellino spaventa. Spaventano le mie euforie momentanee.

Quando poi prenderò il coraggio della banalità e continuerò a dirti sei bella così ti imbarazzerai, lo farò soltanto in presenza per prenderti le spalle e allontanare l’ansia che immobilizza. Qui tutto ci porta all’isolamento e finiamo per non scegliere, goderci il tutto per non goderci nulla. Pensiamo ci sarà sempre qualcosa di meglio, desideriamo l’irraggiungibile e ci appaga l’idea stessa che noi, noi siamo irraggiungibili, dei semidei.

Quante vite ho vissuto fino a qui? Quante mani ho stretto? E poi i ricordi sono sempre gli stessi. A che serve apparire supereroi quando le notti le lacrime bagnano quel fiorellino lillà di cui nessuno sa. Qualcuno intuisce, lo riveliamo al raro delle candele accese, per non dimenticarcelo. Soltanto nel viaggio, lontano da tutti, allentiamo i bottoni della camicia e lasciamo che esca a decorarci il volto, si infila tra i capelli e splende, splendiamo anche noi che mettiamo la paura in bocca al cielo e non rimandiamo nulla, diciamo che sì, la vita comincia ora, quando avremo il coraggio di svelarci. Ma non è poi così, bisogna stare attenti.

Non è bene rivelarsi a chi non può comprendere e come ai due giorni del militare ti crede folle. Non è bene svelarsi, bisogna trovare un riparo che sia saldo e farci furbi, decorarlo con cura e uscire di casa coperti, sperare che uno sguardo nuovo ci scopra e intuisca, non veda, soltanto intuisca. Dicevo, un tempo, l’inverno è così duro con i lillà, ma ora è primavera, partono ancora gli aerei, ma a volte è bello scegliere di stare.

Foto: Samuel Roy-Bois.

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Ma è già abbastanza

Tra i nostri esercizi di vanità un cerotto sull’indice e un taglio superficiale. Ripeti perché proprio a me così ci mettiamo a discutere su quel che ci è capitato in sorte e con le espressioni del viso dimentichiamo di accettare di esistere e poter far qualcosa per alleviare la sofferenza del non saper che dire, che fare, nemmeno dove andare. Dovremmo soltanto accettare la gioia, mi dici. Ma quale? Queste parole così gonfie che pronunciamo quando non sappiamo spiegarci e vogliamo sembrare più grandi. Oltre alla miseria delle nostre chiacchiere nei bar, quando degli incontri ci ricordiamo soltanto gli incipit o i saluti e il resto sono occhi altrove tra i cercatori di attenzioni e questa noia che portiamo sul dorso della mano destra come i timbrini all’entrata delle discoteche. La prima doccia non lava via nulla, bisogna grattare, quasi farci del male.

C’erano tre amici sul balcone e guardavano i carri sfilare, il carnevale che fa scendere in strada e colorare l’asfalto, dimentichi di ogni futuro e ignoranti di ieri ci ritroviamo cresciuti e sempre meno volgari, al di là dell’esibizione delle intimità e della nostra lingua che non teme imbarazzi.

Un’altra domenica di campionato e ceneri in testa, progetti per i lunedì pronti ad essere rimandati e diciotto gradi fuori dalla finestra. Per far prendere il sole ai cani nei parchi, per far prendere freddo alle nostre camicie primaverili, il tuo cappotto giallo in fondo alla strada e la curiosità vana nello scoprire che dentro non ci sei tu.

Tra le panchine verdi delle Tuileries e le statue in bronzo con le dita puntate verso di noi che riempivamo la borsa leggera per sostare nel verde e leggerci le carte, guardarci le mani e non scegliere mai. Che è più facile starsene soli, farsi il proprio ordine e chiudere le persiane quando è quasi buio per evitare lo sguardo invadente degli avventori.

L’irritazione di stare al tavolino a sorseggiare il caffè e tu che mi dici che soltanto i saggi dimenticano la propria testa.

Vorrei fare a botte con la poesia fino a lasciarmi ferire, abbandonare tutto questo lirismo in cerca della verità del dire, siamo diventati così evocativi che finiamo per essere finti e dopo tre righe mi cadono gli occhi, le palpebre chiudono il vuoto mentre le biglie rotolano e le spiagge si popolano delle orme dei cittadini riflessivi che cercano nel mare qualche risposta, ma trovano soltanto quiete e poi altre domande, ma è già abbastanza.

Foto: Andrea Pazienza, disegno.

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Nell’aria chiara delle città dell’est

Dicevi tra un mese è il mio compleanno e il tuo compleanno è arrivato. Tra i 45 giri la tua canzone è introvabile. Mi sono sorpreso a correre dietro a un treno con la giacca che si gonfia, il sole, di nuovo il sole a bagnarmi le tempie tra gli sguardi stupiti di tutti.

Poi sulla metro verde c’era un ragazzo, avrà avuto trent’anni, era italiano, la barba sfatta. Ci siamo guardati perché avevamo gli stessi occhi: io elegante, lui con la chitarra in mano, indossava due maglioni uno sopra l’altro, una giacca a vento e uno zaino, un cappellino colorato come quelli che fanno a mano agli angoli delle strade di Essaouira. Poi alla stazione di Centrale si è seduto per terra e ha cominciato a cantare De Andrè, il cappellino rovesciato per le offerte dei viaggiatori. Cantava come se il linoleum fosse un palcoscenico, costringeva ad alzare lo sguardo. C’era chi canticchiava, nella bocca una rosa, e dlin dlin di soldini. E grazie sinceri. Cosa ci spinge ad affezionarci a qualcuno che ci è familiare, che ci fa venire in mente gli amici, i nostri figli, gli ex fidanzati o i nipoti? Così la donna che mi stava a fianco mi ha detto: è bravo il ragazzo, io bravo l’ho ripetuto; non me ne importava per niente se era bravo o no, che aveva guadagnato tanto, ma tanto davvero e non perché era bravo, ma perché aveva restituito l’umanità a un vagone. Donne e uomini che quando escono di casa dimenticano l’accoglienza e si proteggono da tutte le invadenze del presente.

I concessionari sono zuppi di gente che sogna un’auto nuova e immagina un futuro diverso dal quotidiano vivere.

Se ti dico sei bella rispondi anche tu. Se ti dico allaccia la cintura tu cosa ricordi di tutte le mie attenzioni?

Dovremmo lavarci più spesso le mani che non ci stringiamo più, e credere negli skateboard volanti, i nostri futuri momentanei e i fumetti che ci rendono lecito quel che nascondiamo nel bon ton.

Forse dovrei mettermi un abito bianco e sposare quelle teorie sulla vita per cui non tutto esiste, sei il risultato soltanto delle mie proiezioni notturne. Sui muri a far le ombre cinesi eravamo tutti conigli.

Il tuo seno appoggiato sul davanzale e le canzoni delle nonne che non si cantano più. La pianta del fico e i calabroni a raccolta, le file infinite di vigne e il bianco delle nuvole che prende le forme più assurde. Delegare la libertà alla vacanza perché vorremmo sempre andare altrove: via da qui, da noi, dai pensieri degli altri e siccome quel luogo in cui vogliamo andare non lo troviamo, lo chiamiamo libertà. E siamo sempre in ricerca.

Ti dico continua a scattare fotografie, la scrittura è imperfetta, solo un’immagine può piacere per intero, mai una persona. Libera nos a Malo, libera nos dal tran tran delle città grandi, dai giochi dei parchi pubblici. Ritorneranno in vendita nelle cartolerie i palloni da incastrare sotto alle marmitte. Impareremo ad attraversare la strada a quattro anni e torneremo da scuola da soli e aspetteremo le quattro del pomeriggio per far merende con tutti gli altri, in casa, in strada, in metropolitana, poi prenderemo aerei per raggiungerci e aspetteremo la sera nell’aria chiara delle città dell’est.

Foto: dalla rete.

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Ma c’è del bello

Così mentre un uomo mi taglia i capelli mi chiedo se ha ancora senso stare qui, in queste stanze fatte di specchi e di bianco, di prodotti di bellezza dalle confezioni lucide lasciando il capo all’acqua e ai discorsi tangenti, quelli che sfiorano soltanto la realtà, ammesso che poi ne esista una.

Quando mi sorprende l’emozione invece mi si bagnano gli occhi, succede con le canzoni ascoltate troppo che mi sorprendono in tutta la loro forza suonate dal vivo, succede col tuo ricordo e i pennarelli indelebili coi quali mi hai firmato le braccia. Se tutto fosse una festa avresti scelto me come compagno di bevute, se tutto fosse una festa forse non ci preoccuperemmo nemmeno troppo dei nostri passati e nemmeno delle nostre giornate, vivremmo l’istante e l’euforia dell’incontro, accenderemmo candele per illuminare la stanza e ci arrampicheremmo sul tetto per scovare le stelle e contarle.

Vorrei dirti che non mi interessa come ti vesti, vorrei dirti che casa mia è splendida, ma io una casa non ce l’ho e ho disegnato le mie estetiche su quelle che mi hanno preceduto. Ora non ti so spiegare cosa mi esce dal cuore quando ti incontro e quali finestre spalanco per prendere la luna al mattino quando la luna non c’è.

Chissà se insegui il carro del sole o le vicende incredibili di chissà quale supereroe. Io sono normalissimo, così normale che a volte mi pettino i capelli in modo strano dopo la doccia, ma mi sento ridicolo e passo il phone per cancellare l’imbecillità e riscaldarmi le tempie e non pensare a nulla, ascoltare la musica, ascoltare la musica.

Non mi interessa sembrare quello che non sono e indosso ancora sciarpe lunghissime come se fossi malato per proteggermi dall’insensibilità delle strade di Milano e dei giri stretti delle amicizie.

Vorrei dirti che la provincia è bellissima, portarti a fare il giro del parco Lambro e dirti che assomiglia alla Toscana, ma non è vero perché non c’è il vino e la c aspirata devo fartela io.

Ci immaginavo allo specchio e ti abbracciavo da dietro per proteggerti e per guardarti, per toccarti e guardare tutte le forme che prende il tuo volto e gli spazi concavi del tuo corpo. Quando ti conto le costole non è un passatempo e nemmeno un esercizio. Voglio conoscere tutte le tue interiorità e poi dimenticarmi che giorno è.

Lo sciopero dei trasporti ci ha ridotti al silenzio così tu te ne stai nella tua stanza ed io nella mia. Le nostre camere separate direbbe Tondelli, che mi manca, mi manca tantissimo. Come si può voler bene alle persone che non hai visto mai, pensa a chi hai visto almeno una volta.

Invece vedo stanchezza negli occhi degli amanti e non ho pietà dei vezzeggiativi, non l’ho avuta mai.

E dovrei mettere di scrivere di me, lo sai, lo so. Ma è notte e chissenefrega, sto diventando menefreghista, dici, forse no, almeno non adesso, ascolto una canzone piccola che non ha niente da dimostrare, io invece tutto, ma c’è del bello.

Foto: dalla rete.

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Dei sottofondi

Seduto al tavolo nell’alto cielo delle terrazze, tra l’erica e il piccoli ulivi in vaso, seduto a gambe incrociate per non far prendere freddo ai miei piedi sempre nudi, appoggiavo il sigaro sul piatto del caffè, chiudevo gli occhi e lasciavo asciugare i pensieri al sole.

Pensavo sarebbe bello stare qui ore a cercare di non immaginarsi le vite degli altri, a dar noia ai vicini ballando quelle musiche col ritmo sempre uguale. Ad ascoltare i discorsi dei tuoi amici mi annoio presto così riempio il bicchiere e mi faccio di sorsi e tutto è più accettabile, una lunga ninna nanna che mi conduce a non sentire più nulla e a non offendermi per la mancanza di attenzioni, per la piccolezza delle parole che per quanto perfette non varranno mai il tempo.

Condividere il luogo e il tempo e dilazionare il possesso. Vorrei facessimo colazione insieme, con le tazzine bianche e i piatti bianchi, con la tovaglia bianca, con l’odore del pane, con il tuo sguardo che vuole essere lasciato in pace e i tuoi capelli che vengono dalle lenzuola. Potremmo anche non parlare. Magari potrei sfiorarti o versarti il caffè, riprendere il sigaro e continuare a fumare.

Non leggerei libri per settimane, troppo impegnato a buttar giù le mie insicurezze, a proteggere il basilico in pianta che abbiamo messo sul balcone della cucina.

Intanto c’è Clara che combatte per la sua giustizia e s’arrabbia col cielo, lo colpisce coi fuochi artificiali, Giulia che è scrive l’ennesimo curriculum e cancella i suoi studi, sommersa di volantini di pizzerie e kebab; Shanti continua a fotografare la realtà come l’immagina, mentre Davide scrive articoli lunghissimi per quindici euro. Rosario è caduto dalla Vespa, si lecca i danni d’immagine e pensa al significato dell’esistenza, sua figlia gli firma il gesso e gli dice che invidia, vorrei portarti in classe per farti fare gli autografi dai miei compagni. Laura indossa un grembiule a trent’anni e cammina su zattere altissime, porta sulle spalle cartelle enormi in pelle e si trucca sempre col nero, spende lo stipendio in concerti, Marianna continua a fare foto nuda e a pubblicarle sui social network, si vergogna però se la guardi negli occhi.

E tu resti sempre distante, con la valigia chiusa come se questa vita fosse sempre una partenza e quando si arreda casa è per fare un’opera d’arte, poi trasferirla. E io non sto mai bene dove sto, immagino sempre un altrove. Immagino sempre un qualcuno. Dice che ci si guarda intorno soltanto quando si è soli, ci si orienta nel bosco in solitudine, la soglia dell’attenzione cresce, ma è nel desiderio che si trova il coraggio d’andare e si dà senso alla parola nel passo.

Di quando il cammino di Santiago non mi ha detto proprio nulla, concentrato com’ero su di me. Mi sono svegliato così tante volte all’alba che ora ragiono soltanto a mattino inoltrato. Solo una prova di forza. E’ come andare a una festa e obbligarsi a non bere, a non mangiare schifezze. Il sacrificio è qualcosa che capita, non è un destino.

Mi chiedi perché scrivo tutti i giorni e ti rispondo che non rifaccio sempre il letto. Poi ti muovi davanti a me come fanno le canne dei laghi, mi inviti al tuffo e io ti rispondo di no, il cuore altrove.

Poi mi dilungo, ti dico che mi interessano le persone e pochissimo i sottofondi. Tu trovi la luce giusta e mi scatti foto in salotto, faccio fatica a tenere le mani aperte, così ti ci infili nel mezzo, nel tuo petto rumore di rotaie, fischiano i treni dentro alle stazioni, e del lavoro chissenefrega, sarà per un’altra volta.

Foto: Gabriele Basilico

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Sulle magliette coi pennarelli

Ieri una lunghissima litania, di quelle fuori dalla porta ad aspettare un ritorno. Un hasta siempre d’adolescente. Di quando sei scappato di casa a quattordici anni e sei stato via soltanto per qualche ora, sul prato di un parco a gambe incrociate con gli auricolari infilzati nelle orecchie e le tue scarpe sportive bianchissime. Che tutto il mondo ce l’aveva con te, soltanto i cantanti ti regalavano speranze.

Oggi una spremuta d’arancia, la sensibilità che torna a far visita alle guance e il vociare dei bambini che se ne vanno a scuola, le cartelle colorate e le madri che tornano a casa e respirano l’odore del caffè e il profumo buono del marito al lavoro. E accendono la tivù per farsi compagnia e  pensano dovrei leggere di più mentre spalancano le finestre per cambiare aria alle lenzuola, sulla finestra i peluche a salutare il giorno nei loro abiti sempre uguali. Sfilano i nonni coi carrelli della spesa, sfilano le auto dei rappresentanti e le camicie bianche dei venditori di case.

Il prezzo del mattone è sceso, urlano gli arrotini per strada e affilano i coltelli che usi senza distinzione. Così si muove il mondo nelle giornate più importanti, ti schiarisci la voce e pensi che sì, è necessario mostrarsi, come le aquile che volano sole, ma scendono in picchiata per farsi ammirare.

Non scatto più foto da tempo, ti dico, mi chiedi se mi sono imbruttito, ti dico che non lo so, che continuo a specchiarmi nei negozi di alimentari e sulle porte delle metropolitane.

E quando torno dalla notte sul vagone delle sei del mattino tutti i sonni non ancora terminati, gli occhi semichiusi e immaginare il lavoro sottopagato degli altri e le famiglie da mantenere, il cellulare che non suona mai troppo presto.

Quando eravamo giovani salivamo le scale due a due, ci trovavamo sul molo per dirci sai che c’è io me ne vado, mi imbarco e desideri di felicità scritti sulle magliette coi pennarelli.

Ora invece siamo diventati sedentari e ci scriviamo soltanto per riempire le sere, che a stare soli in questa città che divora i nostri fianchi e ci costringe al pantalone stretto, a stare soli ci si gonfiano le vene e finiamo per legarci al divano ad alimentarci del respiro del tabacco, della finzione del pc e delle lacrime artificiali dei film in cassetta.

Così ti immagini gli animali da compagnia calpestare le mine antiuomo e salvarci, perché sempre agli altri, ti dico, perché non pensi mai a noi?

I viali lunghi di Torino, l’odore dell’aria di Palermo, le vene d’acciaio che attraversano Milano, le terrazze di Roma o le vinerie di Firenze, vuoi dirmelo ora che fare, dove andare?

La durezza di questi tempi non deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori scriveva il comandante, così continuo a spararti addosso senza centrarti mai, dici che ti intimorisco e ti nascondi nella selva. Ci incontreremo soltanto a guerra finita.

Rispondi non lo so, alzi le spalle e indossi il tuo cappotto giallo, guardarti da vicino è sempre un sorgere, mai un tramonto. Per la malinconia ci sono i quaderni, la vita, oh, la vita è un’altra cosa, oppure no, ancora non lo so.

Foto: dalla rete.

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Accompagnami alla sera

Dolce amore delle quattro di notte, nel sogno di una tavola apparecchiata, i tuoi amici tutt’intorno ed io nudo, coi punti interrogativi in gola trascinato sulla riva del mattino scuro.

Il fumo denso, le mie gengive rosse e i carrelli della spesa spinti dai bambini. Ogni voce un taglio, è fastidio d’intorno.

Ti ho incontrato con la valigia a tracolla, aspettavi un kebab fuori dalla vetrina: il pavimento bagnato, i miei calzoni bagnati, il tuo cappuccio bagnato. Mi chiedevi come stai e che fai, ma era troppo tardi, troppo tardi per non aspettarti, troppo tardi anche per risponderti. Qui le parole ci appesantiscono come la pioggia fa con i capelli, così accenno due passi di danza sul marciapiede, tu ti stupisci, dici hai fatto festa stanotte? Se per festa intendi semafori e piazze e litanie fuori dai locali, luci basse, banconi bassi, cameriere basse e sigari fumati in serie e disperata domanda di senso, sì, allora è festa quella che ho trascinato dietro di me in questa notte.

Così che il letto si è fatto caverna e non tana; non ci sono ombre da proiettare sul soffitto e la realtà si manifesta com’è: una spremuta e un caffè e acidità di stomaco e medicine bianche, mani bianche e polvere negli angoli.

Dolce amore sulla via, dolce amore sulle auto in sosta, sotto ai ponti del naviglio Pavese, le adolescenze a esplodere nelle campagne e la provincia che dorme sui cuscini striati di mascara.

E fuori manicomi abbandonati e case vuote, uffici vuoti, fabbriche vuote, tasche vuote e poi le parole, vuoti che servono soltanto per prolungare i nostri desideri di conquista e si conquista lo spazio, lo sai, soltanto lo spazio. L’occupazione del suolo privato è domanda, risveglio dell’altro attraverso attenzioni non richieste.

Lasciami alla pace, alle bandiere colorate e alle allegre maggiorenni.

Se gli autovelox misurassero la nostra impulsività sarei sempre colpevole, e così mi fermo un’altra volta, una ancora, non ho documenti, soltanto testimonianze, qui tutto passa, esplodono le stelle anche ora, anche qui, le nascite, le morti, anche ora, anche qui. E i tuoi capelli, i tuoi capelli che profumo hanno, e le tue mani, sì, le tue mani, muovile ancora piano, come sai fare tu e indicami una strada, una o più e poi accompagnami fino alla sera.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

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In piedi sulla sedia

Così a mio agio qui, su carta immaginaria, al riparo della luce tenue di una lampada, su un tavolo di legno scuro, con le dita consumate e il velo del sonno che mi scompiglia i capelli. Così a mio agio qui, tra queste righe nate ribelli e ora chete. Goffo invece quando ti invio anche solo una riga, gli sms e il tono sconosciuto ai diapason. E’ questione di spazio e di stare, ci si conosce in presenza il resto è tutto un delegare all’immaginario. Così non sei drago e nemmeno lucertola, ogni tanto non sei nemmeno tu.

Vorrei contare i tuoi capelli e alla prima caduta ricominciare dall’uno. Così la mia pazienza avrebbe un fine.

Mi sono svegliato presto ieri, spremuta d’arance e occhi grandi, il primo caffè per provare a parlare. E ascoltavo Cesare Cremonini, fuori la luce chiara di un sole di febbraio, ero felice così, con tutto da perdere e un giorno da guadagnare. Non c’è nulla di trascurabile nella felicità. Se tutto diventa indefinibile, tutto diventa scomposto, che fine faremo noi abituati ai puzzle coi pezzi mancanti? Le multinazionali in Cina se ne fregano sempre. Se ne fregano i piani alti degli uffici di Garibaldi e se ne fregano pure gli impiegati addetti alle mance dei cessi dell’Autogrill.

Tornavo a casa al mezzogiorno per mangiare coi miei, il profumo della pelle di mamma e imprecare contro la sfortuna dimmi a che serve? Ricerca il sapore di casa, la bicicletta dell’amico che non vedi da troppo.

La memoria è un compasso sgraziato, non disegna che cerchi, come stagni dal fondale ricco, la fatica del nuoto e il tuffo, far forza sui quadricipiti per riemergere.

I quarant’anni di papà intorno al tavolo di nonna, la torta di frutta, i bicchieri di cristallo, la tovaglia bianca, quanti anni avevo allora? Che poesia avrò recitato in piedi sulla sedia, che paura avevo delle altezze?

Ma non si vive di sola memoria e così rovesciavo pagine di libri sul tavolo, mi asciugavo le guance col fumo denso dei sigari, ballavo sui balconi di Viale Marche suoni mescolati e bottiglie vuote. Non c’era vento e non suonavano i carillon. Tu ascoltavi, perché sapevi ascoltare. Io parlavo, perché non sapevo parlare. Così ci addestravamo al timore e nascondevamo i respiri perché troppe leggerezze ci fanno volare lo sai, e abbiamo paura, ora, che non abbiamo dieci anni e nemmeno ottanta, sempre alla ricerca, di cosa poi?

Foto: Ilaria Margutti, Il filo di Ananke.

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