Archivi tag: macelleria marleo

Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

Che ne sai tu della mia gioia, dei deserti di sale, della solitudine a cavallo di una moto e del rumore del mio respiro. Che ne sai tu di quando mi sdraio sulla schiena, apro le braccia, il vento tra i peli delle mie gambe e poi sulla punta del naso. I raggi del sole che si incastrano tra le palpebre e i prati erbosi del nord. Che ne sai tu dei canali di sfogo delle mie dita. Che ne sai del colore dell’ultimo pomeriggio di luglio, dei fiori in tripudio, degli inchini dei girasoli e degli aerei da perdere per un bacio d’addio. Che ne sai delle crepe sui miei capelli. Degli abbracci notturni al cuscino. Della nascita del mio neo sulla guancia sinistra. Dei punti di sutura della mia pelle, che ne sai? L’addio alle armi dei miei approcci invadenti. La cruda verità del tramonto dell’età prima. Dei pantaloni corti intrisi d’estate. Lascerò perdere le imminenze, gli scandali della buona coscienza e tutti i vetri rotti che porto tra le dita dei piedi. Le ferite del mio sentire e il desiderio della scaltrezza, per cavalcare i marosi dell’insipienza, le onde lunghe della non violenza e quella retorica di abbracci e sorrisi. Il bianco e nero mi ricorda i film degli anni sessanta e le pubblicità di Benetton col desiderio di scandalizzarci che è diventato abitudine, odiosa ricorrenza ai crocicchi di città. Chissà dove si nascondono i denti mancanti dei nostri vecchi. Chissà come sarà quando invecchieremo e sarai costretta ancora a inginocchiarti sul mio membro, dormirò sul tuo seno e tra le pieghe delle tue mani pianterò semi nuovi per il tempo a venire. Per le nostre gioventù accese e il nostro ardere. Perdiamo in foglie in vestiti leggeri, sul pavimento si accumulano in gocce le nostre interiorità. Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Come le viole anche tu ritornerai

Come le viole anche tu ritornerai. Il giradischi rotto e le parole di nonna registrate male col cellulare. Dipingevo pensieri nell’aria, sulle schiene fredde di questi muri bianchi le chiazze rosse delle zanzare. D’estate manchiamo d’alito, ricordi? Per le parole sussurrate la notte, le ripetizioni che servono per tenerci vicini col fiato dei telefoni sulle nostre orecchie bollenti. La mia lingua a pennello e la cornice morbida del tuo collo. Aspettare il mattino con gli occhi chiusi e le gambe aperte. Disegnare le traiettorie delle nostre future partenze sui tovaglioli dei bar e poi dimenticarceli in tasca. Con le inibizioni chiuse a raccolta nei cessi dei locali quando ti tocca di fare la fila e poi conosci gente e ti dici che senso ha tutto questo girovagare. Quando esplodo in incontri e poi spavento. Le bombe teniamocele per il futuro, per combattere le ore stanche del sappiamo già tutto e poi costruiamo qualcosa: un aereo di carta o un modellino di un’astronave. Le nostre transumanze sulle coste della Liguria e i colliri per depurarci gli occhi. Che se non ci vediamo è soltanto per la paura degli specchi. La chiamiamo vita e ci perdiamo le ore liete che misuriamo la qualità nelle preoccupazioni per il domani e per le gita fuori porta ti tieni lontano da casa mia. E poi il suono della tua voce vorrei appenderlo in camera per guardarlo prima di prendere sonno, nei segni della croce la malinconia dell’uomo che vorrei essere. Lontano da qui suonano ancora campane di bronzo, a lutto o a festa chiamano a raccolta gli affetti.

Per dirci che non siamo soli servono le liti, le incomprensioni delle corde disarmoniche in gola ai vecchi. A strappare le barbe lunghe dei saggi e trovarci mosche incastrate. Quando mi sveglio nel ricordo dell’amore che ci hanno insegnato. I tuoi capelli a camaleonte e le spalline che dovresti lasciare cadere. Mandami un segno della tua presenza, alza la bandiera bianca dei pianti lunghi che lavano via le macchie di caffè dei divani. Trascinami le dita sulle tue guance e facciamoci prigionieri in sbarre e per la libertà sorprendiamoci in smorfie e poi stanchi spegniamoci soffiandoci addosso.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Mia simile, mia amata

Per tutto ciò che mi è lontano: i messaggini sul cellulare e la chat di facebook. Anni fa non era così. Che inforcavo la mountain bike per arrivare sotto casa tua e incastrare i baci nel citofono e urlare scendi, dai, e prenderti per mano e raccontarti il mio nulla che un tempo era molto. Non ho ricordi che non siano immagini e il dolore che queste trasportano. Che se le parole a ripeterle perdono il loro significato, con le immagini è diverso, queste ti si incastrano tra le vertebre e il ricordo si fa lente per nuovi sguardi. “Uscirei con te solo per dirti che sei una meraviglia”, questo avrei voluto dire alla ragazza anoressica che attraversa la strada davanti a casa, il viso bello e quelle stampelle al posto delle gambe per resistere all’urto travolgente che è il lento scorrere dei giorni. Direi addio al computer per prendere le strade di montagna, i sassi enormi e chiedersi da dove tutto questo ebbe inizio. Il mio naso non distingue più gli odori dell’intorno, che è tutto un grigio e le sfumature non emozionano più. Nelle narici incastrati i profumi dolci delle ragazzine e il puzzo di benzina dei semafori. Questo desiderio di aprirmi al presente e far entrare una vita. Il concepimento all’incontrario. Io che nasco il mondo in te e il mondo che in me rinasce. E verranno a parlarmi di umiltà, di mani tese e poi del bene. Non mi strapperò i capelli, non alzerò le spalle, ma urlerò forte il mio: ti rendi conto? Ti rendi conto che l’umiltà è bassezza, e piccolezza, riconoscimento del proprio limite nello sporco del terriccio. Nel nascondimento di vermi e putrefazioni e semi nuovi e piscio e sperma e chissà quali altre sconcezze. Io solo così, nell’abisso, nel limite nitido e contro la cecità del bene riconosco la mia limitatezza. Non c’è sole che riesca a illuminarmi completamente, non c’è luce che possa rischiarare le piante dei miei piedi che affondano il suolo. E allora parlami di bellezza, fammi ammosciare confondendo la grazia con le movenze lente della riflessione statica. Non cederò al pensiero dei quotidiani, all’antico gioco dell’educazione dei pargoli. Sputerò forte sopra le teste degli impagliati cronisti e mi libererò dal fascino stanco delle opinioni in vista. La ricerca è questione di rischio e buio e paura e adrenalina e coraggio. E distinguerò la quiete dalla sonnolenza. Lo sguardo parlante con lo sguardo morto. Farò forza sul mio sesso e gli insegnerò la disciplina conscio che vive di pressioni e spinta, il corpo cavernoso nel quale affogano i dubbi della mia adolescenza. E quando aprirai le braccia, mi farò largo e terrai la bocca aperta così che io possa entrare e lasciarti in eredità parte della mia ombra nera. Illuminerai la regione di me che il sole non raggiunge, sarai mio argine, riva cheta per le mie onde furiose. Sarai mia grandine e mia rugiada, mia simile. Mia amata.

Contrassegnato da tag , , , ,

La festa a sorpresa che io non aspetto

E rivoltarsi nel letto, con le dita striate di viola, gli occhi gonfi e la testa pesante. Col sudore che si scioglie sul naso e le mani dietro la nuca. I ricordi vaghi del giorno prima e questi trent’anni che si avvicinano mentre ho scritto tempo fa che non credo negli orologi e i calendari sono soltanto invenzioni numeriche. Vestito a festa ti chiamano a cena cantore di vino ed oblio, afferra il bicchiere e bagna le labbra, baci di donna regalo di nuvole bianche. E sottobraccio Baudelaire, Kavafis, Khayyam e i periodi lunghi di fratello Kerouac, e poi pensi chissà, meglio sarebbe un mago o un clown per animare una cena di luglio. Immaginarsi panzuti dottori, donne in tailleur e figlioletti in jeans eleganti con la maleducazione in cintura. E tuo fratello, quello vero stavolta, ti dice che ti accompagna lui, che dopo le parole dei grandi arriverà il tempo della nostra tavola e di quelle discussioni lunghe e vino e sciocchezze e parlare sciolto, le tirate del ti racconto e le riflessioni sull’oggi. Saran signori e poeti, ma il lavoro è un lavoro, siamo in ritardo, quell’autostrada agli ottanta all’ora dico sei scemo e poi che fai, io lavoro, lo sai? Il suo cellulare che vibra, le mie idee sul presente, vorrei un posto tra gli scaffali delle librerie, saprei spolverarle a dovere e issarmi con grazia là sul soffitto e dall’alto balzare sulle teste sciocche delle letture di massa, saprei cadere e dormire sui pavimenti per gli inchini delle giovani e i loro vestiti in fiore, larghi e leggeri. Ti porterò sulla mia Vespa, ti porterò al lago, là dove non si fa il bagno, là dove si china il capo. Accelera, dai, forza, ci siamo, che bello, c’è il verde, le viti, i prati fioriti. T’accoglie lo zio, dice tranquillo, dai vieni e poi seguimi e qualcosa non torna. Un cartello, un saluto, le mie foto d’infanzia, il tratto di mamma, e poi ecco, servito. Gli amici di sempre, sorpresa, frastuono. Dai forza, via presto, che scemi, che stronzi, io a casa ritorno. La mamma, il papà, la nonna, la zia, la tavola lunga per le parole che non so dire. Esplodo in sconcezze, mi siedo, dai bevo. Le feste a sorpresa degli anni duemila, col tavolo lungo e la tovaglia bianca, il vino in brocche e poi carne e la gincana dei baci che non fai un discorso che sia uno, il bicchiere in mano e le labbra bagnate, non c’è parola che valga presenza. Voi qui, io così, arrogante e indifeso, presuntuoso e sciocco, poeta e buffone, ubriacone. Io provinciale, io amico, io figlio, fratello, nipote, ragazzo. E libertà, non c’è paura, né freno tirato, così come appaio io sono per voi che frequentate da tempo il mio volto e le fisarmoniche dei miei fianchi. Che intorno alla tavola si contano affetti e tiri tardi, coi fuochi nel cielo e gli abbracci e che dire? Il silenzio che ho dentro, l’intimità che esibisco soltanto al riparo dei pixel e la mia festa che non vuole vetrine. I grazie sì, non siamo poi così soli e alzerò il bicchiere ancora e pioggia di volti e vicinanze per quei ti voglio bene che si liberano dalle mie guance come risvegli, uno e più al giorno. La cura e l’attesa. E poi viene il sonno.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di Fuori Porta

Le fiaccole accese degli ultimi giorni di luglio, gli zampironi contro il fastidio delle zanzare e il rumorio del caricatore del cellulare.

Lasciamo le briciole ai cani e tagliamo il salame con tanto di pelle, che sul palato si accendono piccoli fuochi e vien sete e via di vino, un bicchiere ed uno ancora.

Asse di spade e regina e carte coperte. Volano le mosche volano nell’aria densa, le dita gialle di sigarette e gli sguardi bassi. La tosse secca dei vecchi e ancora un bicchiere, un altro giro. Mischia le carte il signore barbuto, son sessant’anni che paiono cento, gli occhi bagnati e fissi, la camicia rossa delle rivoluzioni soltanto sfiorate.

Le diciannove in punto, il Luigino che spegne la macchina del caffè, si inginocchia lo straccio sul bancone per l’ultima passata. Tutti si alzano, le sedie tremano e poi si chetano sotto ai tavoli in legno e metallo. Il bar è quasi vuoto, ora. Il Luigino lava i bicchieri, saluta con la mano destra, e poi l’accompagna tra le cosce come a dire si chiude miei cari, attaccatevi al cazzo. E al cazzo si attaccano tutti e pigliano la porta d’uscita e dicono a culo, a domani e buonanotte. Rimangono seduti solo l’Enrico Tre dita e il Gino Maglietta.

Il primo due dita tranciate dalla pressa, la fabbrica e gli scioperi, lui che s’è fatto la galera, lui degli amori alla boia d’un Giuda e il perdigiorno alla segreteria del partito nelle susine accennate delle nuove leve che per principio il reggiseno lo lasciavano alla volgarità dei grandi magazzini. Gino il Maglietta che s’era rifiutato di indossar la divisa, che ti parlava di libertà col gesto delle maniche e poi la mandava a culo che se parli di libertà significa che non ce l’hai, te lo diceva a nausea e sorrideva compiaciuto col dente d’oro a illuminargli le labbra. 

Vedovi entrambi, il passato noto tra i portici di Bologna, arresi alle insegne del bar, passati di moda, a schiacciare le mosche intontite e poi gettarle in un bicchiere per far l’esca a un amo per una pesca che non c’è più.

Luigino prende sotto braccio il Tre Dita e il Maglietta e abbassa la serranda del bar. Tre amanti tra i ciottolo rossi, li porta a casa, a cenare con lui, che l’è domenica e il bar chiude presto.

E se li vedi passare li segui, perché i bolognesi veri son pochi, e li conosci tu che in facoltà t’han detto di quel bar e dei suoi musicisti, li segui per chiedergli dov’è la star, la stella, la celebrità. E loro ti guardano da capo a piedi e proseguono in passi, stretti in un silenzio intimo che sa d’amicizia, che tutto si son già detti e non c’è spazio per le parole. Così prendi la tua domanda e te la rigetti in gola, pensi che il fascino di Bologna sta in questo, son tutti parolai biassanot quei vecchi qui delle carte, ma poi alla luce dell’ultimo sole non parla mica nessuno. Pare che ruminino come le vacche, e tu pensi che la saggezza sta lì, aver la pazienza di digerire il nuovo e poi tirarlo fuori com’è. 

E il nuovo qui è una merda. Che c’hai trent’anni e gli amici si son sposati e li vedi poco e quando li vedi ti sembrano altri, non l’han dimenticato il passato, ma si sono detti è ora, cambio la vita e fò su famiglia. Si veston diversi e c’han l’autocontrollo e poi son morigerati, una parola che tu fai anche fatica a pronunciare. Quella solitudine che ti prende già prima del tramonto, che non hai voglia di cucinare e allora tiri su il libro buono e ti fai i portici, ti fermi a bere e ti guardi intorno col fare svagato di chi si perde tra le cosce scoperte dell’estate, ma alla fine cerca consolazione alla notte e desidera condividere le idee rivoluzionarie del fannullone che troppo tempo gli si sbriciola in tasca per accettare le cose così come sono.

Così il giorno dopo entri in quel bar, e lo sai chi ti troverai davanti, quei tre che sfidano le strade a braccetto con gli occhi gonfi di vino. Ti guardi intorno e cerchi la foto del tuo cantautore, e però non la trovi. E gli vorresti raccontare che un po’ gli somiglia a tuo zio, quello che guidava il tram su a Milano, che aveva fatto l’incidente con la macchinona dell’Agnelli e quel là s’era fermato ed era sceso e non s’era mica arrabbiato, no, aveva chiesto a tutti come stavano e poi era salito sul tram col proletariato. E tu gliel’hai sempre detto a tuo zio che l’era meglio prenderlo a bastonate l’Agnelli al posto che portarlo tu col tram ai suoi appuntamenti nelle stanze dei poteri forti. E va ben che la mancia l’era buona, ma non si può mica dargli il culo ai padroni, che già si son presi le nostre dita direbbe l’Enrico.

Sai giocare tu? M’aveva lanciato parole di sputo il Tre Dita. Gli dico non lo so, son milanese, lassù si fa la Peppa Tencia con le carte. 

Giochiamo alla briscola qui, anche se la chiamiamo alla bolognese, ma tu non capiresti, sei un iuvnèn.

E io che sapevo giocare alla briscola dico va bene, giochiamo, che il nonno del sud me l’ha insegnata a sei anni, che da quand’è in pensione pensa solo alle carte e a far tardi la sera perché gli anni di matrimonio son tanti e la convivenza invecchia -dice lui-.

E mentre il Maglietta mescola il mazzo e distribuisce le carte una a una e si comincia a giocare, io prendo coraggio e interrompo il silenzio.

Ma lui qui ci viene ancora?

Quella domanda che avevo cacciato in gola già troppe volte, mentre supero in donna la carta nulla che ha lanciato il mio vicino, un baffone alto e magro che ripete più volte un sì che non si sa a chi è rivolto.

Sei venuto per lui? Vai pure via, tanto non torna. S’intromette il Maglietta.

Ma no, dico io, son solo. E’ estate, Bologna si svuota e gli universitari tornano a casa, non c’è niente da fare, mi piace il vino. Non riesco a dormire.

E son cose buone. Mi guarda il Tre Dita e il Baffo ci aggiunge tre sì.

Allora lui non passa più di qua, vero?

Ci passa, ci passa. Prende la mano il Gino, ripete ci passa e scuote il capo. Un paio di sì.

E quando ci passa s’incazza.

Sì. Sì.

Oh, Baffo, ti sei addormentato? A monte le carte, non si può giocare con uno così, che gli dice sì al billo.

E così il Maglietta e il Tre Dita gli strizzano il cavallo dei pantaloni e lui dice sì, si alza dalla sedia e rimane in piedi con le mani strette sul pube.

El pistulòn gli andava forte, tutte le infermiere son passate dal suo letto, le portava al parco, robe da poco però, amava sua moglie, ma lo faceva andare, diceva che era un vanto di pochi piacere a tutte, che lui si dava per beneficenza, ma l’amore rimaneva uno. Ora che l’è morta la sua spàusa, dice solo sì e non parla più e il billo l’è andè, l’è mòrt.

Non possiamo giocare in tre, perché non mi raccontate di lui.

Ancora? Iuvnèn, lui è come tutti noi, siamo invecchiati, qui un tempo era tutto osterie, si aspettava l’alba e si cantava e si brindava e non c’è niente da dire, si tirava tardi a bacajer, bisbier coi dòni, dscarrer della politica, e poi si stava in piazza a fumar le sigarette, come gli universitari di oggi, non è mica tanto diversa la storia, suonavamo tutti la chitarra e lui cantava, e non era mica il più bravo a suonare, ma si inventava le storie e poi alla fine parlava di noi, dello zio, del Luigino, oh, no, Luigino?

Eh? Si sente del bancone.

Il Francesco ti ha fatto la canzone a te?

Il Francesco può andare in culo!

Lo vedi, iuvnèn?

Mica gli piaceva a loro ricordare quel passato che non c’era più, i ricordi li mandavano al culo, cercavano solo il quarto per le carte, che il Luigino non giocava mai, serviva il vino e guardava, e basta.

Perché lo mandi in culo?

La fama è una brutta bestia, lo non lo vedi più in tivù con quei maglioni ridicoli e la barba lunga, se vieni qui ti faccio vedere una cosa, ma prima bevi e beviamo tutti. Io chiudo il bar, che stasera non è serata. Serriamo prima, gli urla nell’orecchio al Baffo che dice sì, sì, e mica saluta, esce dal bar sempre con le mani sul billo e sta impalato fuori mentre il Luigino abbassa la serranda e il Tre Dita e Il Maglietta svuotano i bicchieri.

Il Luigino prende una foto e me la mette in mano. Guarda qui. Dice.

E ci son loro, giovani e con le barbe curate, magri e ubriachi seduti al tavolo, con la tovaglia uguale a quella di adesso, il Francesco con la chitarra e tutti con le bocche aperte in parole.

Ci facevamo una foto ogni sera, iuvnèn, e li vedi tutti quei buchi alle pareti, mica c’han sparato qui dentro, sono i buchi dei chiodi delle foto che avevamo appeso, ma è arrivato un giorno che le ho tolte tutte.

E perché?

E perché, perché, non c’è un perché. Siam tutti bucherellati, quella è la nostra memoria, e se ci chiedon di lui non siam mica cuntant, non siam contenti, perché ci tocca raccontare di noi, e siam fatti a buchi, e ogni ricordo è un dolore, siamo stati sconfitti, iuvnèn, noi volevamo fare la rivoluzione e la rivoluzione non l’abbiamo fatta, e mai la faremo, abbiamo perso e ora quel che rimane è il bar, il vino e le carte, e tutti i buchi che vedi.

Scusate allora, io non volevo.

Stasera è diverso, tu sei da solo, e anche se sei di Milano mi ricordi un po’ noi, non sei mica una foto te, che vieni qui solo, ti bevi il vino e giochi alle carte e non t’arrabbi se il Baffo ti sputa addosso i sì e tu ancora la puoi fare la rivoluzione, ma chiamala in un altro modo che se no ci fai soffrire a tutti, dalle un altro nome.

Allora grazie.

Come la chiami?

Non lo so. Ci penso.

Chiamala pataca. Dice il Maglietta.

Pataca non è male.

Per niente male. Ride il Tre dita.

Che poi se ti piace lui ti piacciamo anche noi, no?

Sicuro.

Mi sembri un bussn. Lo spaventi il iuvnèn. Interviene il Maglietta.

E il Luigino si mette a ridere, son sempre stato un cul figarèn, hai capito?

Non c’è niente di male.

Sta attento a come parli. Che poi il male cos’è? Appena dici male o bene qui dentro sbagli.

Andiam di filosofie? Continua il Maglietta e porge il bicchiere vuoto.

Prenditi un vetro, facciamoci un brindisi su.

A che?

Ai iuvnèn come questo qui, e ai buchi.

Evviva, evviva, evviva. E giù d’un fiato.

E tu che non sai che fare, che sei lì che ti sembra che è tutto inventato, che le sciocchezze son fatte per il bar, e la vita si insegna col bicchiere in mano. E non ti prendi sul serio, però la storia del bene e del male ti ha colpito e non sai che dire, che devi star attento alle parole che usi e poi la serranda che suona in metallo, si sente bussare.

Il Luigino che urla: Stà buono, Baffo, aspettaci là.

Si sente un sì, sì, ma è diverso da quello del Baffo. E ancora bussare.

Chi è?

Un’occhiata d’intesa e assetto da guerra, il Luigino che prende la mazza da baseball, il Maglietta il bicchiere grande della birra e lo carica dietro la spalla, il Tre dita che afferra il mocio e lo tiene in lancia e mi getta la scopa.

Bussano ancora.

Chi sei?

Che siam pronti all’agguato.

Sì, sì, e china la testa il signore e passa sotto la serranda. E l’aspettiamo in coorte.

E appena ci vede lui scoppia a ridere e fa no no, ripete no no, amici miei. Non me l’aspettavo mica che stavate chiusi a farvi i giochini sadomaso. E mi fate pure abbassare per farvi l’inchino. Mi inchino a voi allora, pifarlot.

E abbassiamo le armi, è arrivato il Francesco.

Lo vedi che va al bancone, che si versa il vino, che bestemmia perché non c’è mai il rosè, che apre un grignolino.

E io non so mica che dire, e non dico niente.

C’abbiamo il quarto per le carte. Dice il Maglietta.

Porta il mazzo, Luigino.

E quattro bicchieri, rasi.

E il quinto per te, che bisogna brindare ancora stasera.

Si è ringiovanito il Baffo? Dice il Francesco riferendosi a me.

E’ solo un iuvnèn.

Non mi ha mica riconosciuto. Bisbiglia al Luigino.

Non ti conosce più nessuno, Francesco.

La ista ban, prinzipiem a zughèr.

Non si parla più adesso. Mi dice il Tre Dita, una pacca sulla spalla. E un sorso di vino.

Sì, sì.

E sbaglio a giocare perché penso a un nome nuovo per le rivoluzioni.

Sì, sì.

Fuori dal bar qualcuno ancora non tace. E come l’alba, ci aspetta.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Le contraddizioni di Serra Michele

Ho quasi trent’anni e scrivo un blog, prendo a pedate il pensiero e lo costringo a vomitarsi e farsi parola.

Navigo a vista tra i libri, il mio dire nasce nella banalità dei più e si espone ai venti della moda dell’oggi.

Nasco negli anni ottanta, gli anni dell’embargo all’Iran, degli attentati, di Like a Virgin e Born in to U.S.A., di Cernobyl, Gorbacev e Regan, del muro di Berlino e della tragedia dell’Heysel, dei Gun’s, gli Iron Maiden, il Greatest Hits dei Queen e della morte di Bob Marley.

Son figlio della televisione e della mani grandi dei nonni, dell’Alfa Romeo e dell’Ibm, di Gianni Agnelli e Berlusconi, inutile negarlo.

Ora, la mia voce rimane qui, debole, tra le pagine in pixel di un blog. Ma leggo i quotidiani e mi pongo domande perché confronto le parole dei saggi dell’oggi alla vita.

Benigni Roberto, un grazie grande alla sua visione alta, il sorriso buono e il saltello goioso, a Santa Croce ripete quel che ha già detto più volte in riferimento al canto undicesimo, l’intuizione buona de “Il lavoro umano prosegue il lavoro di Dio.” Or bene, dico io, quale lavoro? Quale? Qualsiasi? La domanda è per chi sto lavorando io? Per me stesso? Per i miei figli? Per un futuro? Per chi? La frustrazione viene dall’annullarsi in quello che si fa, nell’ordine vuoto dei padroni, nella vanità delle visioni che ci hanno regalato i grandi. Esiste un lavoro inumano che allontana dall’uomo ed allontana da Dio. E questo va detto, con fermezza. Siamo dentro all’inevitabilità di un tutto, a un pensiero dominante che ci fa pensare al lavoro come un dovere. Le parole di Benigni aiutano a svegliarsi con una speranza, all’accettazione della nostra condizione. Ma, io dico, può un lavoratore costringersi al dovere per otto, dieci, dodici ore al giorno svolgendo un’attività che non gli appartiene, non cogliendone il senso e lo scopo solo in virtù di un’idea: il proseguimento del lavoro di Dio. Quale lavoro e soprattutto quale Dio?

Bisogna essere franchi, non cadere nell’accettazione della retorica affascinante di certa intelligenza e provare a formulare un pensiero nuovo e coraggioso, accettare il rischio dell’insensatezza, della povertà e ritrovare dunque il contatto con l’umanità. Perché il lavoro sa essere disumano e se non lo è sulle prime può diventarlo in fieri.

Ci pensa poi Serra Michele a rincarare la dose e nell’Amaca di oggi riprende le parole del caro Benigni Roberto e va oltre, una pacca sulla spalla ai più e la bonarietà consolatoria di parole pseudo-evangeliche quali non cercate il riconoscimento e la fama, ma il valore del vostro lavoro.

Facciamo una premessa dicendo che il lavoro nasce da una necessità, interna o esterna all’uomo. Su “quale lavoro” e “quale necessità” possiamo poi interrogarci.

Una volta che questo si mostra necessario, il suo valore -penso io, e non è dunque verità, lungi da me- è nella sua accettazione e nel riconoscimento. Non importa a che livello. E il riconoscimento, il primo, quello che deve venire dal lavoratore stesso sul proprio lavoro è un’ accettazione di necessità e la scoperta di un senso del proprio fare dentro al lavoro o al di fuori del lavoro stesso, è così che si comincia a dare un nome alle proprie fatiche e a riconoscerle. Questo dare un nome ha a che fare col conoscersi, e, come accade con i bambini appena nati, accolgono un nome, ma poi questo ha poi bisogno che qualcun altro lo pronunci, lo riconosca. Riconoscimento dunque come accettazione del proprio essere e, per questo, non sempre porta guadagno, ma concede una breve tregua, una certezza, una consolazione tra i pensieri sul sé.

Urge poi una distinzione tra lavoro e lavorio, tra lavoro per sé o lavoro per altri, tra homo faber e homo servus.

L’homo faber attraverso il riconoscimento giunge alla fama, che ha l’etimologia greca del grido, grida il lavoro ben fatto, grida di sé e chiede riconoscimenti non importa quanti o quali.

Grida ora il mio animo e quell’infelice pazzia che scuote i miei oggi, perché io grido il mio pensiero, grido alla possibilità del dire e mi indigno di fronte a un intellettuale che utilizza la parola giusto con la facilità con la quale bevo un caffè.

E, per dirla tutta, comincia un articolo così: “Barak Obama, lui che un nome se l’è conquistato, eccome.” C’è qualcosa in questa frase che non mi convince, non  lo so spiegare, la rileggo, poi rileggo il resto, e ritorno al silenzio, all’infelice pazzia che scuote i miei giorni e porta rispetto all’umanità di Serra Michele, agli inni sacri di Benigni Roberto e ha troppa stima per usare con leggerezza parole quali bellezza, felicità, giusto, uomo, Dio.

Fonte immagine: http://www.repubblica.it

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Il baratto

Tutto questo deserto mi fa venire voglia di tornare a casa. Voglio una donna, la solitudine mi ammazza. Parlava così Ricky Belfante al riparo di un’amaca in corda colorata, la sigaretta accesa, i capelli ossigenati e gli occhiali da sole bordati di rosso a decorargli il volto.

Ci sono io, rispondeva il Gliss, non ti basto? Forse ti sei sognato la francesina di ieri.

Suonava un violino il cercatore d’oro che aveva scambiato i suoi attrezzi, e intendo pala, setaccio ed un secchio con lo strumento solo poche ore prima. L’aveva deciso in pochi istanti, si era fermato davanti alla bancarella di cianfrusaglie usate davanti alla chiesa bianca, parlava con Jorge, il venditore tondo, che gli aveva offerto un sorso della sua birra e lo aveva informato del nuovo arrivo in legno. Le dita grosse e forti desideravano leggerezza per gli anni a venire e i sessant’anni sulla schiena non permettevano più giornate intere genuflessi davanti al dio ricompensa. Così Manuèl “testa grossa” aveva deciso di cambiare vita, che tanto a lui il denaro non era mai interessato, si diceva in paese, quello era un burbero che non parlava con nessuno e giocava a fare il cercatore d’oro soltanto come scusa per lasciare sua moglie sola a casa tutto il giorno e vederla di notte quando il buio confonde i contorni e ci si potevano dare anche due colpi tra le natiche per ubriachezza.

Un suono acuto bussò alle orecchie di Paolo Glissoli, detto il Gliss, trentenne di madre milanese e padre brianzolo, studente in filosofia, la barba poco curata a decorargli il mento e quelle bluse in cotone che non capisci dove finiscono le maniche. 

La senti Pacha Mama?

Ricky Belfante si tolse gli occhiali, raddrizzò il busto cercando di mantenere l’equilibrio, rispose: Mi stai dicendo che hai voglia di fumare?

Ti sto dicendo che la terra ci sta parlando, lo senti questo suono?

A me sembra un violino suonato male. Sembra impossibile, ma è così, o magari sono le francesi di ieri notte che si sono messe a suonare i bicchieri. 

Impossibile. Mentre baciavo Julie lei mi ha detto che non poteva restare per la notte, che avrebbero preso un bus, le francesi se ne sono andate, lo so bene perché non ho scopato.

Era brutta forte.

Siamo nel deserto. Non me ne importa più nulla della bellezza.

Contento tu. Senti, vado a cercare il colpevole di questo strazio.

Lo sai che mi ha detto che piacevi a Chloè? Ti piaceva, vero, Chloè? Perché non ci hai provato?

Troppi pensieri.

Segaiolo. Lo so che ti piaceva, dovevamo farle rimanere, quegli americani figli di puttana se le sono trascinate via con la scusa di un passaggio. Come se non esistessero i bus, mi stai ascoltando?

Ricky smontò dall’amaca, questa si arrotolò su se stessa e poi riprese la sua forma originaria. Un gatto accoglieva il sole con gli occhi chiusi mentre due cani infilzavano in naso tra i sacchi dell’immondizia.

I piedi nudi del nostro si coloravano di terra, aprì con un gesto sicuro il cancello in lamiera che circondava l’ostello e si ritrovò sulla strada. Il sole cavalcava il cielo e puntava forte gli speroni.

Nel paese c’erano due vie, una chiesa e case colorate e cortili. Dentro i cortili, tra lamiere metalliche sfrigolavano le griglie e un fumo denso s’alzava verso le nuvole bianco panna.

Il silenzio accecava la piazza principale, davanti alla chiesa. Soltanto il suono delle stoviglie poteva far pensare che il paese fosse abitato.

Ricky seguiva la scia del suono di violino, questo ogni tanto cessava, poi riprendeva forte e si modulava in pochi secondi. Era passato dal fastidio al fascino. Non era un suono decodificabile, ma di certo non lo disturbava come quando stava supino tra i ricordi di casa e il desiderio della pasta di mamma.

Arrivato sulla piazza della chiesa percepì che il suono era lì, chissà dove però, i riflessi del sole contro le lamiere intorno gli bombardavano gli occhi e a nulla servivano gli occhiali rossi comprati al mare di Rimini due settimane prima. 

Girò su se stesso due volte, il suono era nascosto bene. Decise di girare più forte, poi più forte ancora, rideva tra sé quando perse l’equilibrio e cadde sulla terra. Perse gli occhiali, le mani sanguinavano un poco sul palmo. Rimase seduto, si tirò qualche pacca sui pantaloni per spazzare via la terra. 

Si rese conto di aver cominciato a girare perché il suono gliel’aveva consigliato. E mentre girava s’era fatto più veloce e più veloce ancora ed era come se fosse quello a decidere quando doveva lasciarsi andare e cadere sulla sabbia.

Nessuno venne ad aiutarlo ad alzarsi, fece forza sugli avambracci e si rimise in piedi. Poi si leccò i palmi della mani mentre coi piedi strofinava ancora i pantaloni come fanno i cani per il fastidio delle zecche.

Un uomo lo osservava dall’alto del tetto della chiesa. Era in piedi, il violino nella mano destra e l’altra aperta in saluto che si agitava in direzione del nostro. Riuscì ad attirare l’attenzione di Ricky e quando fu certo di avere il suo sguardo fece forza sui polpacci e si lanciò giù dal tetto della chiesa, atterrò su entrambi i piedi e poi fece una capriola per ammortizzare. Si presentò davanti al Belfante, gli mostrò il violino, disse: Che ne dici?

Ricky non rispose nulla, prese in mano lo strumento. Si accorse che non aveva corde mentre pensava che era insolito vedere un uomo di sessant’anni gettarsi dal tetto di una chiesa e atterrare in capriola.

Manuèl gli fece segno di seguirlo e si ripararono all’ombra del portico davanti al portone della chiesa.

Allora ti piace o non ti piace?

Ma tu sai l’italiano?

Certo.

Parlava lentamente, con accento sudamericano, ma non sbagliava una parola.

L’ho imparato sul fiume, cercando l’oro.

Cerchi l’oro tu?

Fammi finire.

Hai mai sentito parlare di Giulio Marrino? Ora puoi rispondere. Rispondi.

No.

Giulio Marrino è famoso in Italia. Tutti conoscono Giulio Marrino, tu non conosci Giulio Marrino?

No.

Allora non sei italiano. 

Certo che sono italiano.

Giulio Marrino ha fatto il calciatore, poi l’attore, poi ha presentato un programma in televisione, poi ha cantato una canzone in India ed è diventato famoso.

Mi spiace, non lo conosco.

Beh, alla fine ha mollato tutto ed è venuto con me a cercare l’oro. E’ per questo che so l’italiano. Me l’ha insegnato lui. Mi ha insegnato molte cose Giulio.

Vi siete conosciuti qui?

In un bar di Istanbul. Prima di fare il cercatore d’oro non lavoravo.

Come ti mantenevi?

Parlando con la gente. Come adesso con te. 

E cosa ci si guadagna a parlare con la gente?

Io ora dò qualcosa a te e tu dai qualcosa a me. Si può guadagnare molto parlando con la gente. Più che cercando l’oro.

Cosa credi possa darti io?

Non lo so. Non è importante.

Mi sembra una roba tipo di chiesa, non è che fai il prete?

Manuèl scoppiò a ridere. Disse:

Puoi ridarmi il violino ora, visto che non lo suoni. Avrei preferito che tu lo suonassi.

Complimenti per i congiuntivi.

Lo so.

Non si può suonare un violino senza corde.

E il suono che ti ha spinto qui?

Credo fosse il vento tra le lamiere.

E perché ora non lo senti più?

Non lo so.

L’uomo gli strappò di mano lo strumento e lo portò davanti alla fronte, poi con due mani lo presentò al cielo e cominciò una strana danza sul posto non spostando mai le gambe da terra.

Ricky fu costretto a coprirsi le orecchie, il suono era acuto. Dalla piccola cassa armonica si sprigionava una forza straordinaria, l’uomo orchestrava il vento, lo cercava, si faceva accompagnare dal suo soffio, ospitava lo sbuffo e lo trasformava in suono.

Urlò per farsi sentire: posso insegnarti se vuoi.

Ricky teneva le orecchie riparate, fece di no con la testa.

Manuèl abbassò il violino, il suono cessò di colpo.

Afferrò il Belfante per la maglietta e lo strattonò forte portandolo verso di lui. Testa contro testa, alitò sulle sue belle labbra: Ora hai un debito con me?

Quale debito? Tu sei pazzo.

Quando dite pazzo è perché non riuscite a capire. Anche Giulio mi chiamò pazzo la prima volta. Non aveva capito niente di me.

Sei pazzo.

L’uomo gli mollò uno schiaffo in pieno volto.

Hai finito di dire che sono pazzo? Mi ferisci così.

Ricky ebbe voglia di reagire, poi pensò alle mani dell’uomo, così grandi e forti. Quello schiaffo non gli aveva fatto male, doveva aver dosato la forza, era servito perché lo prendesse sul serio e con qualche timore.

Avevi voglia di tornare a casa. Portati a casa questo suono, è stato capace di farti alzare dal tuo sonnecchiare. Te lo regalo, eccolo.

Porse il violino senza corde a Ricky e allungò l’altra mano col palmo all’insù. La lasciò a mezz’aria in attesa di ricevere qualcosa.

Non è un regalo se ti devo dare qualcosa in cambio.

Ti ho anche fatto ballare, ricordatelo.

Mi hai fatto cadere, guarda le mie mani.

Sono vuote.

Sono ferite.

Allora qualcosa da darmi ce l’hai. Mani ferite sono mani piene si dice tra noi cercatori d’oro. La mano bianca è una mano da temere.

Posso darti i miei occhiali, li vuoi?

Li voglio.

Non usarli troppo, ti faranno male agli occhi.

Li scambierò domani con i miei attrezzi da lavoro. C’è la bancarella di Jorge qui al mattino, puoi barattare quello che vuoi.

Vorrei barattare questa mia malinconia.

Oh, mio caro, con quella non c’è storia.

In che senso?

Quella te la devi tenere. Cazzi tuoi, si dice così?

Cazzi miei, sì.

Io vorrei salutarti ora, devo tornare da mia moglie. E’ brutta mia moglie. Non sposare mai una donna brutta non farà altro che aumentare la tua malinconia.

Tu sei malinconico?

Può darsi, non sono triste però.

Triste è peggio di malinconico.

Triste è essersi arresi alla malinconia. La gioia è un istante, la malinconia una sensazione costante che dà accesso alla gioia come alla tristezza, è quel vento che puoi modulare con un violino buco.

Che stronzata. Io se potessi scegliere sarei felice.

Sceglilo. Me ne vado.

Me lo dici se sei un prete?

Hai un buon intuito tu, dovresti lavorarci.

Bastardo.

L’uomo fece l’occhiolino. Poi strinse la mano sanguinante di Ricky, inforcò gli occhiali dalla montatura rossa, infine disse: salutami Giulio Marrino quando torni in Italia.

Aprì la porta della chiesa e la chiuse dietro di sè.

Il Belfante rimase col violino in mano, sul portico. A passi lenti tornò dal Gliss, lo trovò seduto su un gradino davanti alla porta di casa. Fumava roba. Disse: Julie e Chloè tornano qui, sono sul bus. Gli americani hanno cercato di farsele, si sono spaventate. Dormono da noi stanotte e proseguiamo insieme fino alla capitale. Bella storia, no? L’ho fatto per te, ragazzo, così prendi il coraggio e ci provi con Chloè. Rick, mi stai ascoltando? Che cazzo ci fai con un violino in mano?

Suono, suono la mia malinconia, che non me la posso tenere tutta per me, da qualche parte dovrà pur finire, no?

Che cazzo dici? Andiamo a cercare dei goldoni, piuttosto.

Ricky Belfante aprì le gambe distanziandole all’altezza del bacino, appoggiò forte i piedi a terra, prese il violino tra le mani e lo issò sopra la fronte, poi cominciò a muoversi in danza cercando di cogliere il vento.

Silenzio.

Poi un urlo squarciò il cielo bianco: Bastardo ci sarai tu, balla, ragazzo, coraggio!

E suono di campane.

E muri bianchi, fumo di griglia, stoviglie lavate.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti. Ci fermiamo davanti ai comignoli e mettiamo la testa dentro per sentire l’odore delle case degli altri.

I piccioni sostano sulle grondaie e si voltano spesso per guardarci. Non ci sono elicotteri nel cielo di Milano. Soltanto scie bianche e inquinamento atmosferico, lampioni alti e quel che resta delle antenne paraboliche degli anni novanta.

Classifichiamo le case in base all’odore che regalano: pollo e patate, pesce al forno, marijuana, incensi, formaggio fuso, profumo francese, dopobarba, legna bruciata, umidità. Decidiamo che ci sono odori che appartengono alla vecchiaia, altri invece all’uomo in generale e non è possibile fare insiemi e sottoinsiemi. Constatiamo che è un gioco di merda. Pauline dice lascialo fare ai poeti. Rispondo son gente noiosa, guardati il viso, sembri un’indiana. Si specchia nei miei occhiali da sole e nota le guance striate di nero, dice hai ragione, siamo in spedizione per sconfiggere gli yankees. Dico, non hai mai giocato a football tu, ti calpesterebbero in branco. Mi afferra per un gomito e mi schiaffeggia la nuca, la prendo in braccio e la alzo contro al cielo, dico, vuoi fare il volo più bello della tua vita? Urla sì, sì, gettami a terra come si fa con la spazzatura. E anche i passanti proveranno il brivido della caduta.

Pauline pesa troppo, la poso a terra, ci baciamo le lebbra, e quando allungo la lingua lei me la morde, dice, che senso ha? Rispondo che è soltanto il piacere di sconfiggere il cielo grigio col rosso delle nostre labbra. Dice mi annoi e si sdraia sulla pancia.

Guardà là in fondo, li vedi i grattacieli? E’ impossibile non vederli, rispondo io. Preferisco il pallone del tuo culo, non m’ero accorto della perfezione che porti dietro alle spalle.

Non è perfezione, soltanto la mia reazione al mondo.

Reagisci col culo?

Attiro gli sguardi là, per nascondere il nero dei miei occhi. Non ti piace?

Non è questione di piacere.

Hai ragione.

E così ci lanciamo in una disputa sul dizionario e i termini che hanno perso senso e significato, ci scontriamo su Bellezza, Felicità, Tutto, Niente, Mai, Sempre. Vorremmo non usarle più, cancellarle dalle nostre memorie e lasciarle in pasto alle bocche normali degli altri. Normalità e Verità: le aggiungiamo alla lista.

Vuoi dirmi poi perché ci facciamo tutte ‘ste paranoie? Non potremmo scopare e andare al cinema come fanno gli altri?

Dovremmo fare dello shopping insieme, è tempo di saldi.

Sai cosa penso dell’amore? A parte che non esiste.

Mi vuoi dire che è come facciamo noi, sappiamo tutto delle nostre debolezze e ci insegniamo le cose e facciamo piani per il futuro come quello di cancellare parole dal vocabolario?

Proprio così.

Lo vedi che so tutto di te?

Presuntuoso.

Forse dovremmo scopare.

Lo sai che io non scopo.

Facciamo l’amore?

Non lo faccio l’amore. Non esiste.

Cammino sul tetto e lancio risate ai passanti. Quando la donna che hai sempre desiderato è così vicina a te che non riesci a vedere il contorno del suo corpo, ma senti soltanto il suo odore e il calore, la consistenza della sua pelle e il volume dei suoi capelli, la morbidezza delle guance, il sospiro tra le sue labbra e le ossa del suo bacino. Quando siete così vicini che un movimento soltanto basterebbe a separarvi per sempre o unirvi in profondità. Ecco tutto. Mi viene soltanto da ridere perché ci manca il coraggio. Troppi pensieri animano i nostri passi, vorrei fermarmi a pensare al perché le mie sneaker hanno i buchi e non sono pulite, perché indosso ancora la maglia dell’oratorio e poi perché non porto mutande firmate. Vorrei che lei mi dicesse fregatene e spazzasse via la futilità del punto di domanda con lo tsunami della sua lingua e parole sussurrate all’orecchio.

Non è così, rientro dalla finestra e mi sdraio sul letto. Lei rimane là, la pancia a terra, lo sguardo alle nuvole.

Vorrei accendermi una sigaretta e imparare qualche posa sciocca per sentirmi più uomo, va a finire che mi gratto il petto e mi annuso le ascelle. Prendo un libro di poesie e non leggo nemmeno una riga, lo tengo aperto e negli spazi bianchi affondo tutti i perché del mio essere come sono.

Dal cielo cadono parole come: Giraffa, Farfalla, Venere e Paperon de’ Paperoni.

Pauline dà un nome alle nuvole, sussurro che sciocca, quanto è banale la nostra esistenza. E capisco che nulla in quel momento mi piace di più del suo appello ai cirri.

Le dico scendi, dai, vieni giù, lasciali tra le tegole i sofismi e le regole usate del corteggiamento. Vieni qui.

E Pauline fa forza sui polpacci e viene alla finestra, mi guarda e poi si nasconde. Il cucù improvvisato dell’adolescenza passata.

Le dico, ti prendo io, ti afferro al volo, così apre le gambe e si lascia andare sulle mie spalle, la mia testa nell’incavo delle sue cosce. Che siamo grattacielo, farfalla o soltanto nuvola ora, lasciamo i nomi all’appello delle zanzare. Per chiudere le lenzuola in sipario e inventare un suono nuovo per le pernacchie che non so fare.

Il gatto intanto bussa alla porta, non lo sentiamo.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Chiamami sempre, chiamami ancora.

La bonaccia della domenica e nelle orecchie i segni rossi degli auricolari, le onde della tua voce per quando mi addormento. Ho scoperchiato le palpebre e ci ho trovato i resti della serata di ieri. Ruminiamo al mattino gli scarti dei nostri desideri della notte. Con l’alcool che neutralizza tutte le nostre idee di dignità ci mostriamo nudi alla pioggia di luglio che viene a farci sentire di nuovo il sussulto del corpo. A disperdere parole sul Naviglio, rincorrere le gonne in svendita delle ventenni e i saldi promozionali dell’età di mezzo. E così ritrovarsi a parlare di poesia alla logica cinica del barista cinquantenne, tante ne ha viste e poche ne racconta. La posa plastica della mia mano che appoggia il bicchiere sul cuore. Le emozioni riservate al dopo-sbronza, quelle telefonate che non dovresti mai fare, che dopo le due di notte tutto è invadenza. Bello sarebbe trovarti tra le strisce pedonali, le ballerine garbate e il vestito leggero, la forma allungata dei tuoi occhi per far guerra ai miei nascondigli. La debolezza esibita nel tono della mia voce e a perdere gli occhi sul tuo numero coi dubbio sul che fare, le parole a ripeterle perdono il loro significato mentre i numeri avvicinano al sonno. Non ci sono sveglie per le mie mattine, cerco i tuoi denti sul comodino per masticare di nuovo la tua lingua, scoprirti nascosta sotto al cuscino e aspettare il tuo cucù. Chiamami sempre, chiamami ancora. E in sogno il rumore sordo dei nostri corpi che sbattono contro doghe in legno, le grandinate sparse tra il monte bianco e il Po e la mia finestra dimenticata aperta. Mi son svegliato lago e al mio orecchio il tuo sussurro: facciamoci un bagno, facciamolo ora, fammi nuotare, fammi affogare.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Piccolo io

Quelle montagne rosse che disegnavamo con gli uni posca sui muri fragili dell’oratorio. Verrà un giorno verrà che ci faremo grandi, le cosce sode dei calciatori e tatuaggi maori. E la coccarda dei diciott’anni, una firma in pennarello nero su plastica rosa, il nostro permesso per gli spostamenti senza mamma e papà. Quattro posti, il cinquantino in garage. Vai piano, mi raccomando, non bevete, e ci sono ragazze?

Con Jovanotti che non s’annoia nello stereo, i nostri capelli corti sui lati e i cappellini con la visiera larga. Gli occhiali da sole comprati dai neri del mare, troppo abbronzati per concedersi il riposo della spiaggia.

La nostra prima volta a milleottocento metri.

L’hai fatta la spesa? Ho preso la pasta e il sugo. Sai cucinare tu? Io sì, mia madre a casa non c’è mai. Mal che vada ci facciamo i quattro salti in padella. Quattro salti vorrei farli sulla Vale, io. E parlavamo delle nostre fottute compagne, i voti alle loro mammelle sode, i culi onesti tendenti al tondo. Ci dicevamo quelle del classico son tutte suore. Una mia compagna si fa uno di quarant’anni. Ti rendi conto?

E indossare felponi e cappuccio, ascoltarsi l’hip hop e fare la gara a chi beve più birra, se chiama mia madre non rispondo, non ci sto dentro. E’ la quarta ragazzi, io non bevo più, domani ci alziamo presto, il noleggio apre alle sette.

La sveglia a dirci no, non perdetelo il tempo, ragazzi; le colazioni infinite coi biscotti del mulino felice e le velleità nella preparazione del caffè scorretto.

Andiamo a prendercele le montagne, che abbiamo forza e curiosità d’andare.

I caschetti aerodinamici con le figurine dei calciatori. Baggio al Milan è coraggio, ci è rimasto quel ragazzino coi capelli ricci e il gol d’esterno destro alla Fiorentina, quello è un campione, vedrai, capirai.

Le nostre divise aderenti in materiale traspirante, che siamo pronti per la lotta col fiato, le salite lunghe delle Dolomiti e i ricordi delle bandane gialle del Marco nazionale tra i nostri capelli.

E via a pompare sui polpacci, teniamo il ritmo cadenzato dei passisti, i rapporti duri dei fisici snelli e il più leggero per gli inesperti che macinano mulinelli con la velocità delle nuvole al vento e sotto le ruote inghiottono la strada.

Ci facevamo le telecronache imitando la voce inconfondibile di Adriano De Zan, e poi scattare e poi il tornante, tirare il fiato, cambiare marcia e su, sui pedali, la borraccia e l’acqua sul collo e dietro sempre io, io che ansimavo, i chili di troppo sui fianchi e il sudore a lucidare la linea bianca al lato della strada.

I clacson delle auto per le grigliate in quota dei turisti e gli incoraggiamenti a sfottò dei bambini appollaiati sui finestrini.

Vedevo soltanto il culo dei miei compagni di scalata, le andature sempre uguali, sui tornanti si alzavano sui pedali e guardavano indietro per accertarsi della mia presenza. Rallentavano, mi aspettavano, fa caldo, lo sai? Ce la fai?

L’orgoglio della maturità appena guadagnata, non mi aspettate, vengo su del mio passo altrimenti scoppio e non salgo più, ci vediamo in cima.

E appoggiare gli occhiali sulla fronte e perdere il contatto coi culi sodi degli amici.

Io, me e la strada e il chiedermi perché, perché misurare quel che sono tra le strade impervie di questo Pordoi che sembra toccare il cielo. La prima neve, guardare per terra e contare le pedalate, un due tre, un due tre, la lunga marcia e lo sguardo fisso alla linea della strada.

Dai, dai, dai, ce la fai.

E il cartello dell’altitudine, qui scollina è finita; gli amici stesi sull’erba, le braccia alzate, ce l’ho fatta, uno di voi, uno di noi.

Far festa in abbracci lunghi, una birra fredda e riempire la borraccia nelle cascate naturali che piscia la montagna.

E ora già, la discesa, non servon gambe, soltanto dita, attenzione e vento tra i capelli, siamo così vivi che possiamo andare ovunque con la sola forza del nostro corpo. Altro che Americhe è tutto qui quello che stiamo cercando, noi e solitudini spinte, libertà e desiderio di conoscenza.

E giù a perdifiato, la gamba in dentro per i tornanti, solleticare il freno e urlare forte la gioia della velocità.

Sono davanti, per una volta primo, il peso serve, non ho paura, vi dimostrerò ancora una volta che ci sono anche io, anche se peso novanta chili, anche se non ho mai baciato una ragazza, sarete orgogliosi di me, amici miei, sù, piega, dai, il rapporto più lungo, dai ritmo ai pedali in rettilineo e poi frena, piega, e ancora pedala.

Una buca, la ruta davanti che rimbalza, il manubrio si muove, un’altra buca. Porca puttana urlano dietro. Trattengo il fiato, addio mia giovinezza. A scivolare sul casco, la pancia a terra, il sangue, lo spavento. Rosso e bianco sulla mia schiena e sassi nell’incavo del palmo delle mani. E’ finita così. Rimango a terra. Apro gli occhi piano, come stai? Ti fa male? Porca puttana si sente ancora. Le auto ferme, chiamiamo un’ambulanza. Non vi preoccupate, respiro ancora, non ho rotto nulla, soltanto il casco, lo zaino ha attutito la caduta, mi son sbucciato la pancia, non mi era mai successo di sbucciarmi la pancia, sanguino un poco, è grave? Non so, credo di no. La bici è rotta, le ruote spezzate, la pagheremo, sei salvo, ti aiuto.

E dopo il letto, ma che spavento, però cammini, ti è andata bene.

In farmacia disinfettante e antidolorifico, sarai nuovo, certo che sei sfigato. Manca una settimana, che farai?

Gli amici in sella, i miei risvegli nel cuore del giorno, le colazioni interminabili e le televendite per le cosce sode delle modelle. Le mie nuove masturbazioni in altitudine e odor di casa e noia.

Mi son sbucciato la pancia, mamma, ti rendi conto, la pancia?

Stai bene?

Come sempre.

Curati piccolo mio.

 

Piccolo io.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , ,