Quando divento alta ti sposo

Si sono rotti gli altoparlanti e la stazione è un gemito lungo che costringe le mani a riparare le orecchie. Come tanti conigli sulla banchina aspettiamo la partenza.

Fanno finta di nulla gli adolescenti con le loro caviglie scoperte e le gambe fasciate dai pantaloni della tuta, mulinano le lingue giovani e le fanno incontrare, la mano che stringe il trolley si rilassa. Poi il rumore sempre uguale delle rotaie, la geometria delle coltivazioni dei pioppi e per tracciare i fili dei nostri giorni i tralicci della corrente ci raggiungono ovunque. E fiori bianchi e fiori rosa e arbusti ai lati della ferrovia.

C’è una ragazza, una maglia bianca morbida senza maniche, sfoglia un quaderno, si stufa, si appoggia sul fianco e poi chiude gli occhi. Il ragazzo di fronte a me non teme il sole, indossa occhiali neri, lascia tranquille le tende blu. Io mi guardo intorno, poi mi perdo in pensieri tra le righe di un libro, uno sguardo al cellulare, uno al finestrino, cercare solidarietà nella lingua incomprensibile dei neri dalle labbra grandi mentre una donna sui trenta, capelli nuovi e shatush, tra un figa e un bella stila l’elenco delle sue nuove amicizie.

Chissà tu come siedi quando viaggi sola, se ti addormenti facile oppure lavori, magari alleni lo sguardo e ringrazi il riparo delle province d’Italia. Dove vado io e tu dove vai? Cosa c’è dopo queste rotaie, dopo la strada fuori dalla stazione, oltre il verde, oltre il mare, oltre l’orizzonte, cosa c’è?

Ieri pensavo a Rahel, alla sua pelle d’oro, agli occhi grandi, al suo fratellino col pugno sempre alzato. Eravamo bellissimi, dicevi, quando divento alta ti sposo. Ma eri già grande e io non lo sapevo, avevi le mani forti e i piedi più duri dell’asfalto e ora che il tempo è passato sei nei racconti e morsi di serpente sulle tue braccia, poi quattro figli e un collo resistente per trasportare sulla testa gli otri dell’acqua. Cara Rahel, era così bello, non ti ho mai amata come volevi tu, hai ragione, ti ho voluto bene e non era abbastanza, ma non è stata colpa mia, non si poteva e basta, ero così giovane, ero così sciocco.

Sul muro della stazione una scritta: “Oggi ho battuto la vita, sono morto.” Così mi son fatto silenzio e per un’ora, forse di più, non lo so, non ho pensato a nulla, nulla che ricordi, non ho pensato… ho pensato che, che non mi va di raccontarlo. Poi le borse, le scarpe, la moda, il colore, le riviste, ho preso aria, aria ancora, ho aperto i finestrini, ho guardato fuori, i ragazzi ridevano, i bambini giocavano a rincorrersi, facevano finta di picchiarsi, le madri parlavano tra loro, la vita era fuori, qui dentro che c’è? Dove li stendo i pensieri?

Poi nel vagone risuona una domanda: “Dite davvero che mi vesto da troia?” E’ ancora silenzio, diverso da prima, gli amici che ridono, e il selfie di rito. La ragazza con gli occhiali neri fa la foto alla terra rivoltata, i riflessi del finestrino e i filtri di Instagram, saremo bellissimi quando guarderanno i nostri album di fotografie. Cosa diranno i tuoi occhi senza il riparo del trucco? Il tuo culo senza i pantaloni sarà ancora lo stesso?

Vai tra, ti dico io, non sei credibile quando porti al polso i braccialetti dei villaggi turistici. Mi controlli più tu degli impiegati, solo a Bologna e a Milano ti fermano, nel mezzo non fare il biglietto, dai non pagare, non serve a niente. E poi quei discorsi: le osterie non son più come un tempo, suoni la chitarra tu? Diventiamo ridicoli, come quell’altro che si domanda se esistono ancora i quartini di vino sfuso o la mezza nelle caraffe di vetro, sarebbe un’indecenza, dice, un insulto al gusto, dice, poi pubblica pagine sulla provincia, ma che ne sai dei miei giorni, delle mie indecisioni? Che c’è di male nell’indecenza? Cosa dovrei dirti ora che frequentiamo lo stesso giardino, gli stessi salotti? Sorriderò come tutti gli altri, complice anch’io di questa falsità che tutto vela, che ci rende ciechi e sordi e muti, coi denti bianchi e le labbra sempre più rosse. Il sangue blu.

Scendo dal treno in fretta, poi ti dimentico. Non ti dimentico.

Foto: dalla rete.

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Fiorellino lillà

Ho perso il tempo a non scriverti. Qui anche il mattino si dà da fare e mi sorprende alle spalle il desiderio di dirti buongiorno.

Tra i discorsi della strada i miei sorrisi leggeri e la pelle che perde in trasparenza, mi avvicino ai muri in solitudine per guardare ed essere guardato.

Da dove viene questo rifiuto al presente, ai nomi comuni della gente comune, all’amore esibito che non è amore e all’odio che quello sì, è odio. Dalla cloaca dei talk show della notte pochi sussurri di salvezza. La comunicazione è buona, buono è l’audio, le persone sono buone, le parole buone e associo l’aggettivo al gusto, mi viene a noia e poi la fame e il frigo è vuoto.

Sono entrato in una chiesa ed i colori erano tutti morti, e gli uomini erano morti ed ero morto anche io. Io che mi interrogavo sul presente, che avevo paura di perdermi e rimanevo sempre immobile.

Sono entrato in un cinema ieri, e le sedie erano morte, ed ero morto anche io, che giudicavo i commenti degli altri e le pettinature e le accompagnatrici e gli accompagnatori.

Volevo dirti che nascondo un fiorellino lillà sotto la camicia, ma non te l’ho detto. Volevo dirti che non l’ho comprato, che è cresciuto spontaneo. Volevo dirtelo, ma non servirebbe a nulla. Il fiorellino spaventa. Spaventano le mie euforie momentanee.

Quando poi prenderò il coraggio della banalità e continuerò a dirti sei bella così ti imbarazzerai, lo farò soltanto in presenza per prenderti le spalle e allontanare l’ansia che immobilizza. Qui tutto ci porta all’isolamento e finiamo per non scegliere, goderci il tutto per non goderci nulla. Pensiamo ci sarà sempre qualcosa di meglio, desideriamo l’irraggiungibile e ci appaga l’idea stessa che noi, noi siamo irraggiungibili, dei semidei.

Quante vite ho vissuto fino a qui? Quante mani ho stretto? E poi i ricordi sono sempre gli stessi. A che serve apparire supereroi quando le notti le lacrime bagnano quel fiorellino lillà di cui nessuno sa. Qualcuno intuisce, lo riveliamo al raro delle candele accese, per non dimenticarcelo. Soltanto nel viaggio, lontano da tutti, allentiamo i bottoni della camicia e lasciamo che esca a decorarci il volto, si infila tra i capelli e splende, splendiamo anche noi che mettiamo la paura in bocca al cielo e non rimandiamo nulla, diciamo che sì, la vita comincia ora, quando avremo il coraggio di svelarci. Ma non è poi così, bisogna stare attenti.

Non è bene rivelarsi a chi non può comprendere e come ai due giorni del militare ti crede folle. Non è bene svelarsi, bisogna trovare un riparo che sia saldo e farci furbi, decorarlo con cura e uscire di casa coperti, sperare che uno sguardo nuovo ci scopra e intuisca, non veda, soltanto intuisca. Dicevo, un tempo, l’inverno è così duro con i lillà, ma ora è primavera, partono ancora gli aerei, ma a volte è bello scegliere di stare.

Foto: Samuel Roy-Bois.

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Ma è già abbastanza

Tra i nostri esercizi di vanità un cerotto sull’indice e un taglio superficiale. Ripeti perché proprio a me così ci mettiamo a discutere su quel che ci è capitato in sorte e con le espressioni del viso dimentichiamo di accettare di esistere e poter far qualcosa per alleviare la sofferenza del non saper che dire, che fare, nemmeno dove andare. Dovremmo soltanto accettare la gioia, mi dici. Ma quale? Queste parole così gonfie che pronunciamo quando non sappiamo spiegarci e vogliamo sembrare più grandi. Oltre alla miseria delle nostre chiacchiere nei bar, quando degli incontri ci ricordiamo soltanto gli incipit o i saluti e il resto sono occhi altrove tra i cercatori di attenzioni e questa noia che portiamo sul dorso della mano destra come i timbrini all’entrata delle discoteche. La prima doccia non lava via nulla, bisogna grattare, quasi farci del male.

C’erano tre amici sul balcone e guardavano i carri sfilare, il carnevale che fa scendere in strada e colorare l’asfalto, dimentichi di ogni futuro e ignoranti di ieri ci ritroviamo cresciuti e sempre meno volgari, al di là dell’esibizione delle intimità e della nostra lingua che non teme imbarazzi.

Un’altra domenica di campionato e ceneri in testa, progetti per i lunedì pronti ad essere rimandati e diciotto gradi fuori dalla finestra. Per far prendere il sole ai cani nei parchi, per far prendere freddo alle nostre camicie primaverili, il tuo cappotto giallo in fondo alla strada e la curiosità vana nello scoprire che dentro non ci sei tu.

Tra le panchine verdi delle Tuileries e le statue in bronzo con le dita puntate verso di noi che riempivamo la borsa leggera per sostare nel verde e leggerci le carte, guardarci le mani e non scegliere mai. Che è più facile starsene soli, farsi il proprio ordine e chiudere le persiane quando è quasi buio per evitare lo sguardo invadente degli avventori.

L’irritazione di stare al tavolino a sorseggiare il caffè e tu che mi dici che soltanto i saggi dimenticano la propria testa.

Vorrei fare a botte con la poesia fino a lasciarmi ferire, abbandonare tutto questo lirismo in cerca della verità del dire, siamo diventati così evocativi che finiamo per essere finti e dopo tre righe mi cadono gli occhi, le palpebre chiudono il vuoto mentre le biglie rotolano e le spiagge si popolano delle orme dei cittadini riflessivi che cercano nel mare qualche risposta, ma trovano soltanto quiete e poi altre domande, ma è già abbastanza.

Foto: Andrea Pazienza, disegno.

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Nell’aria chiara delle città dell’est

Dicevi tra un mese è il mio compleanno e il tuo compleanno è arrivato. Tra i 45 giri la tua canzone è introvabile. Mi sono sorpreso a correre dietro a un treno con la giacca che si gonfia, il sole, di nuovo il sole a bagnarmi le tempie tra gli sguardi stupiti di tutti.

Poi sulla metro verde c’era un ragazzo, avrà avuto trent’anni, era italiano, la barba sfatta. Ci siamo guardati perché avevamo gli stessi occhi: io elegante, lui con la chitarra in mano, indossava due maglioni uno sopra l’altro, una giacca a vento e uno zaino, un cappellino colorato come quelli che fanno a mano agli angoli delle strade di Essaouira. Poi alla stazione di Centrale si è seduto per terra e ha cominciato a cantare De Andrè, il cappellino rovesciato per le offerte dei viaggiatori. Cantava come se il linoleum fosse un palcoscenico, costringeva ad alzare lo sguardo. C’era chi canticchiava, nella bocca una rosa, e dlin dlin di soldini. E grazie sinceri. Cosa ci spinge ad affezionarci a qualcuno che ci è familiare, che ci fa venire in mente gli amici, i nostri figli, gli ex fidanzati o i nipoti? Così la donna che mi stava a fianco mi ha detto: è bravo il ragazzo, io bravo l’ho ripetuto; non me ne importava per niente se era bravo o no, che aveva guadagnato tanto, ma tanto davvero e non perché era bravo, ma perché aveva restituito l’umanità a un vagone. Donne e uomini che quando escono di casa dimenticano l’accoglienza e si proteggono da tutte le invadenze del presente.

I concessionari sono zuppi di gente che sogna un’auto nuova e immagina un futuro diverso dal quotidiano vivere.

Se ti dico sei bella rispondi anche tu. Se ti dico allaccia la cintura tu cosa ricordi di tutte le mie attenzioni?

Dovremmo lavarci più spesso le mani che non ci stringiamo più, e credere negli skateboard volanti, i nostri futuri momentanei e i fumetti che ci rendono lecito quel che nascondiamo nel bon ton.

Forse dovrei mettermi un abito bianco e sposare quelle teorie sulla vita per cui non tutto esiste, sei il risultato soltanto delle mie proiezioni notturne. Sui muri a far le ombre cinesi eravamo tutti conigli.

Il tuo seno appoggiato sul davanzale e le canzoni delle nonne che non si cantano più. La pianta del fico e i calabroni a raccolta, le file infinite di vigne e il bianco delle nuvole che prende le forme più assurde. Delegare la libertà alla vacanza perché vorremmo sempre andare altrove: via da qui, da noi, dai pensieri degli altri e siccome quel luogo in cui vogliamo andare non lo troviamo, lo chiamiamo libertà. E siamo sempre in ricerca.

Ti dico continua a scattare fotografie, la scrittura è imperfetta, solo un’immagine può piacere per intero, mai una persona. Libera nos a Malo, libera nos dal tran tran delle città grandi, dai giochi dei parchi pubblici. Ritorneranno in vendita nelle cartolerie i palloni da incastrare sotto alle marmitte. Impareremo ad attraversare la strada a quattro anni e torneremo da scuola da soli e aspetteremo le quattro del pomeriggio per far merende con tutti gli altri, in casa, in strada, in metropolitana, poi prenderemo aerei per raggiungerci e aspetteremo la sera nell’aria chiara delle città dell’est.

Foto: dalla rete.

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Ma c’è del bello

Così mentre un uomo mi taglia i capelli mi chiedo se ha ancora senso stare qui, in queste stanze fatte di specchi e di bianco, di prodotti di bellezza dalle confezioni lucide lasciando il capo all’acqua e ai discorsi tangenti, quelli che sfiorano soltanto la realtà, ammesso che poi ne esista una.

Quando mi sorprende l’emozione invece mi si bagnano gli occhi, succede con le canzoni ascoltate troppo che mi sorprendono in tutta la loro forza suonate dal vivo, succede col tuo ricordo e i pennarelli indelebili coi quali mi hai firmato le braccia. Se tutto fosse una festa avresti scelto me come compagno di bevute, se tutto fosse una festa forse non ci preoccuperemmo nemmeno troppo dei nostri passati e nemmeno delle nostre giornate, vivremmo l’istante e l’euforia dell’incontro, accenderemmo candele per illuminare la stanza e ci arrampicheremmo sul tetto per scovare le stelle e contarle.

Vorrei dirti che non mi interessa come ti vesti, vorrei dirti che casa mia è splendida, ma io una casa non ce l’ho e ho disegnato le mie estetiche su quelle che mi hanno preceduto. Ora non ti so spiegare cosa mi esce dal cuore quando ti incontro e quali finestre spalanco per prendere la luna al mattino quando la luna non c’è.

Chissà se insegui il carro del sole o le vicende incredibili di chissà quale supereroe. Io sono normalissimo, così normale che a volte mi pettino i capelli in modo strano dopo la doccia, ma mi sento ridicolo e passo il phone per cancellare l’imbecillità e riscaldarmi le tempie e non pensare a nulla, ascoltare la musica, ascoltare la musica.

Non mi interessa sembrare quello che non sono e indosso ancora sciarpe lunghissime come se fossi malato per proteggermi dall’insensibilità delle strade di Milano e dei giri stretti delle amicizie.

Vorrei dirti che la provincia è bellissima, portarti a fare il giro del parco Lambro e dirti che assomiglia alla Toscana, ma non è vero perché non c’è il vino e la c aspirata devo fartela io.

Ci immaginavo allo specchio e ti abbracciavo da dietro per proteggerti e per guardarti, per toccarti e guardare tutte le forme che prende il tuo volto e gli spazi concavi del tuo corpo. Quando ti conto le costole non è un passatempo e nemmeno un esercizio. Voglio conoscere tutte le tue interiorità e poi dimenticarmi che giorno è.

Lo sciopero dei trasporti ci ha ridotti al silenzio così tu te ne stai nella tua stanza ed io nella mia. Le nostre camere separate direbbe Tondelli, che mi manca, mi manca tantissimo. Come si può voler bene alle persone che non hai visto mai, pensa a chi hai visto almeno una volta.

Invece vedo stanchezza negli occhi degli amanti e non ho pietà dei vezzeggiativi, non l’ho avuta mai.

E dovrei mettere di scrivere di me, lo sai, lo so. Ma è notte e chissenefrega, sto diventando menefreghista, dici, forse no, almeno non adesso, ascolto una canzone piccola che non ha niente da dimostrare, io invece tutto, ma c’è del bello.

Foto: dalla rete.

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Dei sottofondi

Seduto al tavolo nell’alto cielo delle terrazze, tra l’erica e il piccoli ulivi in vaso, seduto a gambe incrociate per non far prendere freddo ai miei piedi sempre nudi, appoggiavo il sigaro sul piatto del caffè, chiudevo gli occhi e lasciavo asciugare i pensieri al sole.

Pensavo sarebbe bello stare qui ore a cercare di non immaginarsi le vite degli altri, a dar noia ai vicini ballando quelle musiche col ritmo sempre uguale. Ad ascoltare i discorsi dei tuoi amici mi annoio presto così riempio il bicchiere e mi faccio di sorsi e tutto è più accettabile, una lunga ninna nanna che mi conduce a non sentire più nulla e a non offendermi per la mancanza di attenzioni, per la piccolezza delle parole che per quanto perfette non varranno mai il tempo.

Condividere il luogo e il tempo e dilazionare il possesso. Vorrei facessimo colazione insieme, con le tazzine bianche e i piatti bianchi, con la tovaglia bianca, con l’odore del pane, con il tuo sguardo che vuole essere lasciato in pace e i tuoi capelli che vengono dalle lenzuola. Potremmo anche non parlare. Magari potrei sfiorarti o versarti il caffè, riprendere il sigaro e continuare a fumare.

Non leggerei libri per settimane, troppo impegnato a buttar giù le mie insicurezze, a proteggere il basilico in pianta che abbiamo messo sul balcone della cucina.

Intanto c’è Clara che combatte per la sua giustizia e s’arrabbia col cielo, lo colpisce coi fuochi artificiali, Giulia che è scrive l’ennesimo curriculum e cancella i suoi studi, sommersa di volantini di pizzerie e kebab; Shanti continua a fotografare la realtà come l’immagina, mentre Davide scrive articoli lunghissimi per quindici euro. Rosario è caduto dalla Vespa, si lecca i danni d’immagine e pensa al significato dell’esistenza, sua figlia gli firma il gesso e gli dice che invidia, vorrei portarti in classe per farti fare gli autografi dai miei compagni. Laura indossa un grembiule a trent’anni e cammina su zattere altissime, porta sulle spalle cartelle enormi in pelle e si trucca sempre col nero, spende lo stipendio in concerti, Marianna continua a fare foto nuda e a pubblicarle sui social network, si vergogna però se la guardi negli occhi.

E tu resti sempre distante, con la valigia chiusa come se questa vita fosse sempre una partenza e quando si arreda casa è per fare un’opera d’arte, poi trasferirla. E io non sto mai bene dove sto, immagino sempre un altrove. Immagino sempre un qualcuno. Dice che ci si guarda intorno soltanto quando si è soli, ci si orienta nel bosco in solitudine, la soglia dell’attenzione cresce, ma è nel desiderio che si trova il coraggio d’andare e si dà senso alla parola nel passo.

Di quando il cammino di Santiago non mi ha detto proprio nulla, concentrato com’ero su di me. Mi sono svegliato così tante volte all’alba che ora ragiono soltanto a mattino inoltrato. Solo una prova di forza. E’ come andare a una festa e obbligarsi a non bere, a non mangiare schifezze. Il sacrificio è qualcosa che capita, non è un destino.

Mi chiedi perché scrivo tutti i giorni e ti rispondo che non rifaccio sempre il letto. Poi ti muovi davanti a me come fanno le canne dei laghi, mi inviti al tuffo e io ti rispondo di no, il cuore altrove.

Poi mi dilungo, ti dico che mi interessano le persone e pochissimo i sottofondi. Tu trovi la luce giusta e mi scatti foto in salotto, faccio fatica a tenere le mani aperte, così ti ci infili nel mezzo, nel tuo petto rumore di rotaie, fischiano i treni dentro alle stazioni, e del lavoro chissenefrega, sarà per un’altra volta.

Foto: Gabriele Basilico

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Sulle magliette coi pennarelli

Ieri una lunghissima litania, di quelle fuori dalla porta ad aspettare un ritorno. Un hasta siempre d’adolescente. Di quando sei scappato di casa a quattordici anni e sei stato via soltanto per qualche ora, sul prato di un parco a gambe incrociate con gli auricolari infilzati nelle orecchie e le tue scarpe sportive bianchissime. Che tutto il mondo ce l’aveva con te, soltanto i cantanti ti regalavano speranze.

Oggi una spremuta d’arancia, la sensibilità che torna a far visita alle guance e il vociare dei bambini che se ne vanno a scuola, le cartelle colorate e le madri che tornano a casa e respirano l’odore del caffè e il profumo buono del marito al lavoro. E accendono la tivù per farsi compagnia e  pensano dovrei leggere di più mentre spalancano le finestre per cambiare aria alle lenzuola, sulla finestra i peluche a salutare il giorno nei loro abiti sempre uguali. Sfilano i nonni coi carrelli della spesa, sfilano le auto dei rappresentanti e le camicie bianche dei venditori di case.

Il prezzo del mattone è sceso, urlano gli arrotini per strada e affilano i coltelli che usi senza distinzione. Così si muove il mondo nelle giornate più importanti, ti schiarisci la voce e pensi che sì, è necessario mostrarsi, come le aquile che volano sole, ma scendono in picchiata per farsi ammirare.

Non scatto più foto da tempo, ti dico, mi chiedi se mi sono imbruttito, ti dico che non lo so, che continuo a specchiarmi nei negozi di alimentari e sulle porte delle metropolitane.

E quando torno dalla notte sul vagone delle sei del mattino tutti i sonni non ancora terminati, gli occhi semichiusi e immaginare il lavoro sottopagato degli altri e le famiglie da mantenere, il cellulare che non suona mai troppo presto.

Quando eravamo giovani salivamo le scale due a due, ci trovavamo sul molo per dirci sai che c’è io me ne vado, mi imbarco e desideri di felicità scritti sulle magliette coi pennarelli.

Ora invece siamo diventati sedentari e ci scriviamo soltanto per riempire le sere, che a stare soli in questa città che divora i nostri fianchi e ci costringe al pantalone stretto, a stare soli ci si gonfiano le vene e finiamo per legarci al divano ad alimentarci del respiro del tabacco, della finzione del pc e delle lacrime artificiali dei film in cassetta.

Così ti immagini gli animali da compagnia calpestare le mine antiuomo e salvarci, perché sempre agli altri, ti dico, perché non pensi mai a noi?

I viali lunghi di Torino, l’odore dell’aria di Palermo, le vene d’acciaio che attraversano Milano, le terrazze di Roma o le vinerie di Firenze, vuoi dirmelo ora che fare, dove andare?

La durezza di questi tempi non deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori scriveva il comandante, così continuo a spararti addosso senza centrarti mai, dici che ti intimorisco e ti nascondi nella selva. Ci incontreremo soltanto a guerra finita.

Rispondi non lo so, alzi le spalle e indossi il tuo cappotto giallo, guardarti da vicino è sempre un sorgere, mai un tramonto. Per la malinconia ci sono i quaderni, la vita, oh, la vita è un’altra cosa, oppure no, ancora non lo so.

Foto: dalla rete.

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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Ivresse

Il nodo mancato, la corda che scivola e il cerchio in acciaio suona una nenia, poi s’interrompe. Così lo scafo è in balia delle correnti, sfiora la riva, poi prende il largo. La traccia sull’acqua subito scompare e non c’è suono che desti dal sonno, nemmeno uno spettatore sui balconi del borgo. Soltanto un cucciolo di cane, la notte sul fondo dello scafo, gli occhi aperti in risveglio e un latrato sottile, dove sono le case? Poi un ululato, le zampe appoggiate sul legno in movimento. Così si radunano i curiosi, l’orecchio teso, le mani a visiera per lanciare lo sguardo lontano. E i salvataggi per mare, il pelo zuppo, i capelli bagnati e applausi sul bagnasciuga. La barca ritorna alla terra, il nodo è nuovo e chissà quale notte ancora potrà giocar col fato e bagnarsi dei primi soli in mezzo allo specchio infinito che tutto riflette.

Mi dici non riesco, non è colpa mia, torno sempre indietro come i boomerang. Legno leggero che matura tra i panda, specie in via d’estinzione e contraddizioni in bianco e nero.

Io qui, tra le pieghe del viso, porto i segni del cuscino, delle mie sveglie posticipate. Non riesco a emozionarmi proprio, non riesco a sforzare le labbra in un wow davanti ai riconoscimenti degli altri, nemmeno davanti ai miei. Mi dici che non si fa, a volte le feste ci sono dovute. Alzo le spalle, dico, lo sai, sono tutto istinti e così distinguo la verità da quel che mi fa grande all’occhio fotosensibili degli altri. Emozione e desiderio, la razionalità è per i titoli dei giornali.

Nelle fragilità e nelle profondità dei ventricoli, le ansie che ci sorprendono prima di uscire di casa, il tuo sorriso quando è spontaneo, le mie innumerevoli debolezze, le ricerche di svago e le indignazioni che dovrei tenere soltanto nel portafogli e mostrare soltanto in intimità, come la figurina consumata di Alessandro Del Piero.

E ora ce l’abbiamo fatta, quella parola suona sulle bocche di tutti, con la sua doppia z che taglia, tre sillabe e un ritmo perfetto che si leva piano, s’innalza e poi si chiude dolce, è onda e non scompare, ma penetra la sabbia lasciandola bagnata e modellabile. Unisce quel che prima era soltanto un granello. Ora ce l’abbiamo fatta, è di tutti, per tutti, e non è un aggettivo che ha bisogno di sostegno, ma sostantivo che basta a se stesso. Che ci sarà poi? Un punto fermo, un segno esclamativo? Io sono per il punto di domanda, il dubbio e la tensione che suscita la ricerca della risposta.

Quale? Dove? Ognuno ha la sua, personale e raggiungibile, idealizzata o reale. Sai che ti dico, la ricerca vale tutto, tutto davvero e quando si muta in conquista allora è difficile trasformarla in parola.

Apro il mio portafogli: una fototessera da bimbo, l’asilo e il grembiule giallo pallido, i miei capelli a scodella e un sorriso bianco. Mentre si celebra il paese con la parola che ci lascia con la bocca aperta e le energie che si moltiplicano, mentre si celebra il paese io non mi emoziono, ma guardo la barca, là, col nodo teso e le onde che si fanno soltanto culla, barca che smania di prendere il mare, conoscere lo sconosciuto, gettare l’ancora tra le tue efelidi e respirare un poco l’aria che solo l’ebbrezza dell’inatteso sa dare.

Foto: dalla rete.

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Accompagnami alla sera

Dolce amore delle quattro di notte, nel sogno di una tavola apparecchiata, i tuoi amici tutt’intorno ed io nudo, coi punti interrogativi in gola trascinato sulla riva del mattino scuro.

Il fumo denso, le mie gengive rosse e i carrelli della spesa spinti dai bambini. Ogni voce un taglio, è fastidio d’intorno.

Ti ho incontrato con la valigia a tracolla, aspettavi un kebab fuori dalla vetrina: il pavimento bagnato, i miei calzoni bagnati, il tuo cappuccio bagnato. Mi chiedevi come stai e che fai, ma era troppo tardi, troppo tardi per non aspettarti, troppo tardi anche per risponderti. Qui le parole ci appesantiscono come la pioggia fa con i capelli, così accenno due passi di danza sul marciapiede, tu ti stupisci, dici hai fatto festa stanotte? Se per festa intendi semafori e piazze e litanie fuori dai locali, luci basse, banconi bassi, cameriere basse e sigari fumati in serie e disperata domanda di senso, sì, allora è festa quella che ho trascinato dietro di me in questa notte.

Così che il letto si è fatto caverna e non tana; non ci sono ombre da proiettare sul soffitto e la realtà si manifesta com’è: una spremuta e un caffè e acidità di stomaco e medicine bianche, mani bianche e polvere negli angoli.

Dolce amore sulla via, dolce amore sulle auto in sosta, sotto ai ponti del naviglio Pavese, le adolescenze a esplodere nelle campagne e la provincia che dorme sui cuscini striati di mascara.

E fuori manicomi abbandonati e case vuote, uffici vuoti, fabbriche vuote, tasche vuote e poi le parole, vuoti che servono soltanto per prolungare i nostri desideri di conquista e si conquista lo spazio, lo sai, soltanto lo spazio. L’occupazione del suolo privato è domanda, risveglio dell’altro attraverso attenzioni non richieste.

Lasciami alla pace, alle bandiere colorate e alle allegre maggiorenni.

Se gli autovelox misurassero la nostra impulsività sarei sempre colpevole, e così mi fermo un’altra volta, una ancora, non ho documenti, soltanto testimonianze, qui tutto passa, esplodono le stelle anche ora, anche qui, le nascite, le morti, anche ora, anche qui. E i tuoi capelli, i tuoi capelli che profumo hanno, e le tue mani, sì, le tue mani, muovile ancora piano, come sai fare tu e indicami una strada, una o più e poi accompagnami fino alla sera.

Foto: Philip-Lorca diCorcia

pl4

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