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Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

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Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

Che ne sai tu della mia gioia, dei deserti di sale, della solitudine a cavallo di una moto e del rumore del mio respiro. Che ne sai tu di quando mi sdraio sulla schiena, apro le braccia, il vento tra i peli delle mie gambe e poi sulla punta del naso. I raggi del sole che si incastrano tra le palpebre e i prati erbosi del nord. Che ne sai tu dei canali di sfogo delle mie dita. Che ne sai del colore dell’ultimo pomeriggio di luglio, dei fiori in tripudio, degli inchini dei girasoli e degli aerei da perdere per un bacio d’addio. Che ne sai delle crepe sui miei capelli. Degli abbracci notturni al cuscino. Della nascita del mio neo sulla guancia sinistra. Dei punti di sutura della mia pelle, che ne sai? L’addio alle armi dei miei approcci invadenti. La cruda verità del tramonto dell’età prima. Dei pantaloni corti intrisi d’estate. Lascerò perdere le imminenze, gli scandali della buona coscienza e tutti i vetri rotti che porto tra le dita dei piedi. Le ferite del mio sentire e il desiderio della scaltrezza, per cavalcare i marosi dell’insipienza, le onde lunghe della non violenza e quella retorica di abbracci e sorrisi. Il bianco e nero mi ricorda i film degli anni sessanta e le pubblicità di Benetton col desiderio di scandalizzarci che è diventato abitudine, odiosa ricorrenza ai crocicchi di città. Chissà dove si nascondono i denti mancanti dei nostri vecchi. Chissà come sarà quando invecchieremo e sarai costretta ancora a inginocchiarti sul mio membro, dormirò sul tuo seno e tra le pieghe delle tue mani pianterò semi nuovi per il tempo a venire. Per le nostre gioventù accese e il nostro ardere. Perdiamo in foglie in vestiti leggeri, sul pavimento si accumulano in gocce le nostre interiorità. Ci pensi mai che gli alberi si spogliano ai primi freddi?

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Come le viole anche tu ritornerai

Come le viole anche tu ritornerai. Il giradischi rotto e le parole di nonna registrate male col cellulare. Dipingevo pensieri nell’aria, sulle schiene fredde di questi muri bianchi le chiazze rosse delle zanzare. D’estate manchiamo d’alito, ricordi? Per le parole sussurrate la notte, le ripetizioni che servono per tenerci vicini col fiato dei telefoni sulle nostre orecchie bollenti. La mia lingua a pennello e la cornice morbida del tuo collo. Aspettare il mattino con gli occhi chiusi e le gambe aperte. Disegnare le traiettorie delle nostre future partenze sui tovaglioli dei bar e poi dimenticarceli in tasca. Con le inibizioni chiuse a raccolta nei cessi dei locali quando ti tocca di fare la fila e poi conosci gente e ti dici che senso ha tutto questo girovagare. Quando esplodo in incontri e poi spavento. Le bombe teniamocele per il futuro, per combattere le ore stanche del sappiamo già tutto e poi costruiamo qualcosa: un aereo di carta o un modellino di un’astronave. Le nostre transumanze sulle coste della Liguria e i colliri per depurarci gli occhi. Che se non ci vediamo è soltanto per la paura degli specchi. La chiamiamo vita e ci perdiamo le ore liete che misuriamo la qualità nelle preoccupazioni per il domani e per le gita fuori porta ti tieni lontano da casa mia. E poi il suono della tua voce vorrei appenderlo in camera per guardarlo prima di prendere sonno, nei segni della croce la malinconia dell’uomo che vorrei essere. Lontano da qui suonano ancora campane di bronzo, a lutto o a festa chiamano a raccolta gli affetti.

Per dirci che non siamo soli servono le liti, le incomprensioni delle corde disarmoniche in gola ai vecchi. A strappare le barbe lunghe dei saggi e trovarci mosche incastrate. Quando mi sveglio nel ricordo dell’amore che ci hanno insegnato. I tuoi capelli a camaleonte e le spalline che dovresti lasciare cadere. Mandami un segno della tua presenza, alza la bandiera bianca dei pianti lunghi che lavano via le macchie di caffè dei divani. Trascinami le dita sulle tue guance e facciamoci prigionieri in sbarre e per la libertà sorprendiamoci in smorfie e poi stanchi spegniamoci soffiandoci addosso.

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Mia simile, mia amata

Per tutto ciò che mi è lontano: i messaggini sul cellulare e la chat di facebook. Anni fa non era così. Che inforcavo la mountain bike per arrivare sotto casa tua e incastrare i baci nel citofono e urlare scendi, dai, e prenderti per mano e raccontarti il mio nulla che un tempo era molto. Non ho ricordi che non siano immagini e il dolore che queste trasportano. Che se le parole a ripeterle perdono il loro significato, con le immagini è diverso, queste ti si incastrano tra le vertebre e il ricordo si fa lente per nuovi sguardi. “Uscirei con te solo per dirti che sei una meraviglia”, questo avrei voluto dire alla ragazza anoressica che attraversa la strada davanti a casa, il viso bello e quelle stampelle al posto delle gambe per resistere all’urto travolgente che è il lento scorrere dei giorni. Direi addio al computer per prendere le strade di montagna, i sassi enormi e chiedersi da dove tutto questo ebbe inizio. Il mio naso non distingue più gli odori dell’intorno, che è tutto un grigio e le sfumature non emozionano più. Nelle narici incastrati i profumi dolci delle ragazzine e il puzzo di benzina dei semafori. Questo desiderio di aprirmi al presente e far entrare una vita. Il concepimento all’incontrario. Io che nasco il mondo in te e il mondo che in me rinasce. E verranno a parlarmi di umiltà, di mani tese e poi del bene. Non mi strapperò i capelli, non alzerò le spalle, ma urlerò forte il mio: ti rendi conto? Ti rendi conto che l’umiltà è bassezza, e piccolezza, riconoscimento del proprio limite nello sporco del terriccio. Nel nascondimento di vermi e putrefazioni e semi nuovi e piscio e sperma e chissà quali altre sconcezze. Io solo così, nell’abisso, nel limite nitido e contro la cecità del bene riconosco la mia limitatezza. Non c’è sole che riesca a illuminarmi completamente, non c’è luce che possa rischiarare le piante dei miei piedi che affondano il suolo. E allora parlami di bellezza, fammi ammosciare confondendo la grazia con le movenze lente della riflessione statica. Non cederò al pensiero dei quotidiani, all’antico gioco dell’educazione dei pargoli. Sputerò forte sopra le teste degli impagliati cronisti e mi libererò dal fascino stanco delle opinioni in vista. La ricerca è questione di rischio e buio e paura e adrenalina e coraggio. E distinguerò la quiete dalla sonnolenza. Lo sguardo parlante con lo sguardo morto. Farò forza sul mio sesso e gli insegnerò la disciplina conscio che vive di pressioni e spinta, il corpo cavernoso nel quale affogano i dubbi della mia adolescenza. E quando aprirai le braccia, mi farò largo e terrai la bocca aperta così che io possa entrare e lasciarti in eredità parte della mia ombra nera. Illuminerai la regione di me che il sole non raggiunge, sarai mio argine, riva cheta per le mie onde furiose. Sarai mia grandine e mia rugiada, mia simile. Mia amata.

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La festa a sorpresa che io non aspetto

E rivoltarsi nel letto, con le dita striate di viola, gli occhi gonfi e la testa pesante. Col sudore che si scioglie sul naso e le mani dietro la nuca. I ricordi vaghi del giorno prima e questi trent’anni che si avvicinano mentre ho scritto tempo fa che non credo negli orologi e i calendari sono soltanto invenzioni numeriche. Vestito a festa ti chiamano a cena cantore di vino ed oblio, afferra il bicchiere e bagna le labbra, baci di donna regalo di nuvole bianche. E sottobraccio Baudelaire, Kavafis, Khayyam e i periodi lunghi di fratello Kerouac, e poi pensi chissà, meglio sarebbe un mago o un clown per animare una cena di luglio. Immaginarsi panzuti dottori, donne in tailleur e figlioletti in jeans eleganti con la maleducazione in cintura. E tuo fratello, quello vero stavolta, ti dice che ti accompagna lui, che dopo le parole dei grandi arriverà il tempo della nostra tavola e di quelle discussioni lunghe e vino e sciocchezze e parlare sciolto, le tirate del ti racconto e le riflessioni sull’oggi. Saran signori e poeti, ma il lavoro è un lavoro, siamo in ritardo, quell’autostrada agli ottanta all’ora dico sei scemo e poi che fai, io lavoro, lo sai? Il suo cellulare che vibra, le mie idee sul presente, vorrei un posto tra gli scaffali delle librerie, saprei spolverarle a dovere e issarmi con grazia là sul soffitto e dall’alto balzare sulle teste sciocche delle letture di massa, saprei cadere e dormire sui pavimenti per gli inchini delle giovani e i loro vestiti in fiore, larghi e leggeri. Ti porterò sulla mia Vespa, ti porterò al lago, là dove non si fa il bagno, là dove si china il capo. Accelera, dai, forza, ci siamo, che bello, c’è il verde, le viti, i prati fioriti. T’accoglie lo zio, dice tranquillo, dai vieni e poi seguimi e qualcosa non torna. Un cartello, un saluto, le mie foto d’infanzia, il tratto di mamma, e poi ecco, servito. Gli amici di sempre, sorpresa, frastuono. Dai forza, via presto, che scemi, che stronzi, io a casa ritorno. La mamma, il papà, la nonna, la zia, la tavola lunga per le parole che non so dire. Esplodo in sconcezze, mi siedo, dai bevo. Le feste a sorpresa degli anni duemila, col tavolo lungo e la tovaglia bianca, il vino in brocche e poi carne e la gincana dei baci che non fai un discorso che sia uno, il bicchiere in mano e le labbra bagnate, non c’è parola che valga presenza. Voi qui, io così, arrogante e indifeso, presuntuoso e sciocco, poeta e buffone, ubriacone. Io provinciale, io amico, io figlio, fratello, nipote, ragazzo. E libertà, non c’è paura, né freno tirato, così come appaio io sono per voi che frequentate da tempo il mio volto e le fisarmoniche dei miei fianchi. Che intorno alla tavola si contano affetti e tiri tardi, coi fuochi nel cielo e gli abbracci e che dire? Il silenzio che ho dentro, l’intimità che esibisco soltanto al riparo dei pixel e la mia festa che non vuole vetrine. I grazie sì, non siamo poi così soli e alzerò il bicchiere ancora e pioggia di volti e vicinanze per quei ti voglio bene che si liberano dalle mie guance come risvegli, uno e più al giorno. La cura e l’attesa. E poi viene il sonno.

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Le contraddizioni di Serra Michele

Ho quasi trent’anni e scrivo un blog, prendo a pedate il pensiero e lo costringo a vomitarsi e farsi parola.

Navigo a vista tra i libri, il mio dire nasce nella banalità dei più e si espone ai venti della moda dell’oggi.

Nasco negli anni ottanta, gli anni dell’embargo all’Iran, degli attentati, di Like a Virgin e Born in to U.S.A., di Cernobyl, Gorbacev e Regan, del muro di Berlino e della tragedia dell’Heysel, dei Gun’s, gli Iron Maiden, il Greatest Hits dei Queen e della morte di Bob Marley.

Son figlio della televisione e della mani grandi dei nonni, dell’Alfa Romeo e dell’Ibm, di Gianni Agnelli e Berlusconi, inutile negarlo.

Ora, la mia voce rimane qui, debole, tra le pagine in pixel di un blog. Ma leggo i quotidiani e mi pongo domande perché confronto le parole dei saggi dell’oggi alla vita.

Benigni Roberto, un grazie grande alla sua visione alta, il sorriso buono e il saltello goioso, a Santa Croce ripete quel che ha già detto più volte in riferimento al canto undicesimo, l’intuizione buona de “Il lavoro umano prosegue il lavoro di Dio.” Or bene, dico io, quale lavoro? Quale? Qualsiasi? La domanda è per chi sto lavorando io? Per me stesso? Per i miei figli? Per un futuro? Per chi? La frustrazione viene dall’annullarsi in quello che si fa, nell’ordine vuoto dei padroni, nella vanità delle visioni che ci hanno regalato i grandi. Esiste un lavoro inumano che allontana dall’uomo ed allontana da Dio. E questo va detto, con fermezza. Siamo dentro all’inevitabilità di un tutto, a un pensiero dominante che ci fa pensare al lavoro come un dovere. Le parole di Benigni aiutano a svegliarsi con una speranza, all’accettazione della nostra condizione. Ma, io dico, può un lavoratore costringersi al dovere per otto, dieci, dodici ore al giorno svolgendo un’attività che non gli appartiene, non cogliendone il senso e lo scopo solo in virtù di un’idea: il proseguimento del lavoro di Dio. Quale lavoro e soprattutto quale Dio?

Bisogna essere franchi, non cadere nell’accettazione della retorica affascinante di certa intelligenza e provare a formulare un pensiero nuovo e coraggioso, accettare il rischio dell’insensatezza, della povertà e ritrovare dunque il contatto con l’umanità. Perché il lavoro sa essere disumano e se non lo è sulle prime può diventarlo in fieri.

Ci pensa poi Serra Michele a rincarare la dose e nell’Amaca di oggi riprende le parole del caro Benigni Roberto e va oltre, una pacca sulla spalla ai più e la bonarietà consolatoria di parole pseudo-evangeliche quali non cercate il riconoscimento e la fama, ma il valore del vostro lavoro.

Facciamo una premessa dicendo che il lavoro nasce da una necessità, interna o esterna all’uomo. Su “quale lavoro” e “quale necessità” possiamo poi interrogarci.

Una volta che questo si mostra necessario, il suo valore -penso io, e non è dunque verità, lungi da me- è nella sua accettazione e nel riconoscimento. Non importa a che livello. E il riconoscimento, il primo, quello che deve venire dal lavoratore stesso sul proprio lavoro è un’ accettazione di necessità e la scoperta di un senso del proprio fare dentro al lavoro o al di fuori del lavoro stesso, è così che si comincia a dare un nome alle proprie fatiche e a riconoscerle. Questo dare un nome ha a che fare col conoscersi, e, come accade con i bambini appena nati, accolgono un nome, ma poi questo ha poi bisogno che qualcun altro lo pronunci, lo riconosca. Riconoscimento dunque come accettazione del proprio essere e, per questo, non sempre porta guadagno, ma concede una breve tregua, una certezza, una consolazione tra i pensieri sul sé.

Urge poi una distinzione tra lavoro e lavorio, tra lavoro per sé o lavoro per altri, tra homo faber e homo servus.

L’homo faber attraverso il riconoscimento giunge alla fama, che ha l’etimologia greca del grido, grida il lavoro ben fatto, grida di sé e chiede riconoscimenti non importa quanti o quali.

Grida ora il mio animo e quell’infelice pazzia che scuote i miei oggi, perché io grido il mio pensiero, grido alla possibilità del dire e mi indigno di fronte a un intellettuale che utilizza la parola giusto con la facilità con la quale bevo un caffè.

E, per dirla tutta, comincia un articolo così: “Barak Obama, lui che un nome se l’è conquistato, eccome.” C’è qualcosa in questa frase che non mi convince, non  lo so spiegare, la rileggo, poi rileggo il resto, e ritorno al silenzio, all’infelice pazzia che scuote i miei giorni e porta rispetto all’umanità di Serra Michele, agli inni sacri di Benigni Roberto e ha troppa stima per usare con leggerezza parole quali bellezza, felicità, giusto, uomo, Dio.

Fonte immagine: http://www.repubblica.it

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Il baratto

Tutto questo deserto mi fa venire voglia di tornare a casa. Voglio una donna, la solitudine mi ammazza. Parlava così Ricky Belfante al riparo di un’amaca in corda colorata, la sigaretta accesa, i capelli ossigenati e gli occhiali da sole bordati di rosso a decorargli il volto.

Ci sono io, rispondeva il Gliss, non ti basto? Forse ti sei sognato la francesina di ieri.

Suonava un violino il cercatore d’oro che aveva scambiato i suoi attrezzi, e intendo pala, setaccio ed un secchio con lo strumento solo poche ore prima. L’aveva deciso in pochi istanti, si era fermato davanti alla bancarella di cianfrusaglie usate davanti alla chiesa bianca, parlava con Jorge, il venditore tondo, che gli aveva offerto un sorso della sua birra e lo aveva informato del nuovo arrivo in legno. Le dita grosse e forti desideravano leggerezza per gli anni a venire e i sessant’anni sulla schiena non permettevano più giornate intere genuflessi davanti al dio ricompensa. Così Manuèl “testa grossa” aveva deciso di cambiare vita, che tanto a lui il denaro non era mai interessato, si diceva in paese, quello era un burbero che non parlava con nessuno e giocava a fare il cercatore d’oro soltanto come scusa per lasciare sua moglie sola a casa tutto il giorno e vederla di notte quando il buio confonde i contorni e ci si potevano dare anche due colpi tra le natiche per ubriachezza.

Un suono acuto bussò alle orecchie di Paolo Glissoli, detto il Gliss, trentenne di madre milanese e padre brianzolo, studente in filosofia, la barba poco curata a decorargli il mento e quelle bluse in cotone che non capisci dove finiscono le maniche. 

La senti Pacha Mama?

Ricky Belfante si tolse gli occhiali, raddrizzò il busto cercando di mantenere l’equilibrio, rispose: Mi stai dicendo che hai voglia di fumare?

Ti sto dicendo che la terra ci sta parlando, lo senti questo suono?

A me sembra un violino suonato male. Sembra impossibile, ma è così, o magari sono le francesi di ieri notte che si sono messe a suonare i bicchieri. 

Impossibile. Mentre baciavo Julie lei mi ha detto che non poteva restare per la notte, che avrebbero preso un bus, le francesi se ne sono andate, lo so bene perché non ho scopato.

Era brutta forte.

Siamo nel deserto. Non me ne importa più nulla della bellezza.

Contento tu. Senti, vado a cercare il colpevole di questo strazio.

Lo sai che mi ha detto che piacevi a Chloè? Ti piaceva, vero, Chloè? Perché non ci hai provato?

Troppi pensieri.

Segaiolo. Lo so che ti piaceva, dovevamo farle rimanere, quegli americani figli di puttana se le sono trascinate via con la scusa di un passaggio. Come se non esistessero i bus, mi stai ascoltando?

Ricky smontò dall’amaca, questa si arrotolò su se stessa e poi riprese la sua forma originaria. Un gatto accoglieva il sole con gli occhi chiusi mentre due cani infilzavano in naso tra i sacchi dell’immondizia.

I piedi nudi del nostro si coloravano di terra, aprì con un gesto sicuro il cancello in lamiera che circondava l’ostello e si ritrovò sulla strada. Il sole cavalcava il cielo e puntava forte gli speroni.

Nel paese c’erano due vie, una chiesa e case colorate e cortili. Dentro i cortili, tra lamiere metalliche sfrigolavano le griglie e un fumo denso s’alzava verso le nuvole bianco panna.

Il silenzio accecava la piazza principale, davanti alla chiesa. Soltanto il suono delle stoviglie poteva far pensare che il paese fosse abitato.

Ricky seguiva la scia del suono di violino, questo ogni tanto cessava, poi riprendeva forte e si modulava in pochi secondi. Era passato dal fastidio al fascino. Non era un suono decodificabile, ma di certo non lo disturbava come quando stava supino tra i ricordi di casa e il desiderio della pasta di mamma.

Arrivato sulla piazza della chiesa percepì che il suono era lì, chissà dove però, i riflessi del sole contro le lamiere intorno gli bombardavano gli occhi e a nulla servivano gli occhiali rossi comprati al mare di Rimini due settimane prima. 

Girò su se stesso due volte, il suono era nascosto bene. Decise di girare più forte, poi più forte ancora, rideva tra sé quando perse l’equilibrio e cadde sulla terra. Perse gli occhiali, le mani sanguinavano un poco sul palmo. Rimase seduto, si tirò qualche pacca sui pantaloni per spazzare via la terra. 

Si rese conto di aver cominciato a girare perché il suono gliel’aveva consigliato. E mentre girava s’era fatto più veloce e più veloce ancora ed era come se fosse quello a decidere quando doveva lasciarsi andare e cadere sulla sabbia.

Nessuno venne ad aiutarlo ad alzarsi, fece forza sugli avambracci e si rimise in piedi. Poi si leccò i palmi della mani mentre coi piedi strofinava ancora i pantaloni come fanno i cani per il fastidio delle zecche.

Un uomo lo osservava dall’alto del tetto della chiesa. Era in piedi, il violino nella mano destra e l’altra aperta in saluto che si agitava in direzione del nostro. Riuscì ad attirare l’attenzione di Ricky e quando fu certo di avere il suo sguardo fece forza sui polpacci e si lanciò giù dal tetto della chiesa, atterrò su entrambi i piedi e poi fece una capriola per ammortizzare. Si presentò davanti al Belfante, gli mostrò il violino, disse: Che ne dici?

Ricky non rispose nulla, prese in mano lo strumento. Si accorse che non aveva corde mentre pensava che era insolito vedere un uomo di sessant’anni gettarsi dal tetto di una chiesa e atterrare in capriola.

Manuèl gli fece segno di seguirlo e si ripararono all’ombra del portico davanti al portone della chiesa.

Allora ti piace o non ti piace?

Ma tu sai l’italiano?

Certo.

Parlava lentamente, con accento sudamericano, ma non sbagliava una parola.

L’ho imparato sul fiume, cercando l’oro.

Cerchi l’oro tu?

Fammi finire.

Hai mai sentito parlare di Giulio Marrino? Ora puoi rispondere. Rispondi.

No.

Giulio Marrino è famoso in Italia. Tutti conoscono Giulio Marrino, tu non conosci Giulio Marrino?

No.

Allora non sei italiano. 

Certo che sono italiano.

Giulio Marrino ha fatto il calciatore, poi l’attore, poi ha presentato un programma in televisione, poi ha cantato una canzone in India ed è diventato famoso.

Mi spiace, non lo conosco.

Beh, alla fine ha mollato tutto ed è venuto con me a cercare l’oro. E’ per questo che so l’italiano. Me l’ha insegnato lui. Mi ha insegnato molte cose Giulio.

Vi siete conosciuti qui?

In un bar di Istanbul. Prima di fare il cercatore d’oro non lavoravo.

Come ti mantenevi?

Parlando con la gente. Come adesso con te. 

E cosa ci si guadagna a parlare con la gente?

Io ora dò qualcosa a te e tu dai qualcosa a me. Si può guadagnare molto parlando con la gente. Più che cercando l’oro.

Cosa credi possa darti io?

Non lo so. Non è importante.

Mi sembra una roba tipo di chiesa, non è che fai il prete?

Manuèl scoppiò a ridere. Disse:

Puoi ridarmi il violino ora, visto che non lo suoni. Avrei preferito che tu lo suonassi.

Complimenti per i congiuntivi.

Lo so.

Non si può suonare un violino senza corde.

E il suono che ti ha spinto qui?

Credo fosse il vento tra le lamiere.

E perché ora non lo senti più?

Non lo so.

L’uomo gli strappò di mano lo strumento e lo portò davanti alla fronte, poi con due mani lo presentò al cielo e cominciò una strana danza sul posto non spostando mai le gambe da terra.

Ricky fu costretto a coprirsi le orecchie, il suono era acuto. Dalla piccola cassa armonica si sprigionava una forza straordinaria, l’uomo orchestrava il vento, lo cercava, si faceva accompagnare dal suo soffio, ospitava lo sbuffo e lo trasformava in suono.

Urlò per farsi sentire: posso insegnarti se vuoi.

Ricky teneva le orecchie riparate, fece di no con la testa.

Manuèl abbassò il violino, il suono cessò di colpo.

Afferrò il Belfante per la maglietta e lo strattonò forte portandolo verso di lui. Testa contro testa, alitò sulle sue belle labbra: Ora hai un debito con me?

Quale debito? Tu sei pazzo.

Quando dite pazzo è perché non riuscite a capire. Anche Giulio mi chiamò pazzo la prima volta. Non aveva capito niente di me.

Sei pazzo.

L’uomo gli mollò uno schiaffo in pieno volto.

Hai finito di dire che sono pazzo? Mi ferisci così.

Ricky ebbe voglia di reagire, poi pensò alle mani dell’uomo, così grandi e forti. Quello schiaffo non gli aveva fatto male, doveva aver dosato la forza, era servito perché lo prendesse sul serio e con qualche timore.

Avevi voglia di tornare a casa. Portati a casa questo suono, è stato capace di farti alzare dal tuo sonnecchiare. Te lo regalo, eccolo.

Porse il violino senza corde a Ricky e allungò l’altra mano col palmo all’insù. La lasciò a mezz’aria in attesa di ricevere qualcosa.

Non è un regalo se ti devo dare qualcosa in cambio.

Ti ho anche fatto ballare, ricordatelo.

Mi hai fatto cadere, guarda le mie mani.

Sono vuote.

Sono ferite.

Allora qualcosa da darmi ce l’hai. Mani ferite sono mani piene si dice tra noi cercatori d’oro. La mano bianca è una mano da temere.

Posso darti i miei occhiali, li vuoi?

Li voglio.

Non usarli troppo, ti faranno male agli occhi.

Li scambierò domani con i miei attrezzi da lavoro. C’è la bancarella di Jorge qui al mattino, puoi barattare quello che vuoi.

Vorrei barattare questa mia malinconia.

Oh, mio caro, con quella non c’è storia.

In che senso?

Quella te la devi tenere. Cazzi tuoi, si dice così?

Cazzi miei, sì.

Io vorrei salutarti ora, devo tornare da mia moglie. E’ brutta mia moglie. Non sposare mai una donna brutta non farà altro che aumentare la tua malinconia.

Tu sei malinconico?

Può darsi, non sono triste però.

Triste è peggio di malinconico.

Triste è essersi arresi alla malinconia. La gioia è un istante, la malinconia una sensazione costante che dà accesso alla gioia come alla tristezza, è quel vento che puoi modulare con un violino buco.

Che stronzata. Io se potessi scegliere sarei felice.

Sceglilo. Me ne vado.

Me lo dici se sei un prete?

Hai un buon intuito tu, dovresti lavorarci.

Bastardo.

L’uomo fece l’occhiolino. Poi strinse la mano sanguinante di Ricky, inforcò gli occhiali dalla montatura rossa, infine disse: salutami Giulio Marrino quando torni in Italia.

Aprì la porta della chiesa e la chiuse dietro di sè.

Il Belfante rimase col violino in mano, sul portico. A passi lenti tornò dal Gliss, lo trovò seduto su un gradino davanti alla porta di casa. Fumava roba. Disse: Julie e Chloè tornano qui, sono sul bus. Gli americani hanno cercato di farsele, si sono spaventate. Dormono da noi stanotte e proseguiamo insieme fino alla capitale. Bella storia, no? L’ho fatto per te, ragazzo, così prendi il coraggio e ci provi con Chloè. Rick, mi stai ascoltando? Che cazzo ci fai con un violino in mano?

Suono, suono la mia malinconia, che non me la posso tenere tutta per me, da qualche parte dovrà pur finire, no?

Che cazzo dici? Andiamo a cercare dei goldoni, piuttosto.

Ricky Belfante aprì le gambe distanziandole all’altezza del bacino, appoggiò forte i piedi a terra, prese il violino tra le mani e lo issò sopra la fronte, poi cominciò a muoversi in danza cercando di cogliere il vento.

Silenzio.

Poi un urlo squarciò il cielo bianco: Bastardo ci sarai tu, balla, ragazzo, coraggio!

E suono di campane.

E muri bianchi, fumo di griglia, stoviglie lavate.

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La libreria Feltrinelli di piazza Duomo

« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell’imminenza di una reazione fascista in Italia »

Così Leo Valiani di Giangiacomo Feltrinelli.

Buona fede e disinteresse totale.

La libreria Feltrinelli di piazza del Duomo appare ora come un Suv mimetico lanciato ai duecento all’ora su una strada di città in un giorno di pioggia, al suo passaggio fango sui marciapiedi e vestiti sporchi e pioggia di escrementi sui ricordi dell’uomo Giangiacomo e di una casa editrice storica milanese.

Una libreria che non si concede vetrine perché è lei stessa vetro e specchio spocchia della cultura italiana dell’oggi. Cultura dall’etimologica provenienza al culo, allo scarto biologico che il contadino felice espelle nella terra aspettando il germoglio. Cultiviamo chiappe già aperte e in attesa dello sfondamento.

Mi soffermo su Feltrinelli libreria, potrei allargarmi a Mondadori store, sull’altra riva del duomo, ma, mi permetto, non c’è paraculismo in Mondadori. Ad accoglierti le riviste di moda, i best sellers, i giochi elettronici e le offerte di viaggio. Feltrinelli no. Ospite della Galleria Vittorio Emanuele come sinonimo di buona signoria.

L’uomo in camicia bianca, lo studente infiorato e il tailleur pastello della signora arricchita. Tra occhiali di dimensione varia si srotolano boriosi gli occhi dei più, la voce alta delle due amiche che decantano l’arte del De Luca, il signorotto panciuto si compiace in Camilleri da Sicilia, sempre sulla cresta del blu di Sellerio. L’adolescenza di Ammanniti e i titoli gialli del nord. Gli americani dai ritmi spezzati per i palati freschi della gioventù milanese e le parole toccanti per le discrete presenze mediatiche di un Gramellini qualsiasi e gli Inseparabili pappagallini di Piperno con le Cinquanta sfumature di grigio del fumo delle mie sigarette e i Segreti di Augias Corrado.

I libri disposti in cumuli. Sui davanzali infiorati spopolano i nomi della televisione. Tiziano Ferro scrive a suo padre ed anche i comici hanno un’anima.

Il posto d’onore dei figli dei morti famosi.

Gli ex direttori dei giornali. Gli sportivi, i deejay. Gli sconti in percentuale.

Rimane un’area sana dove ricerchi per lettera alfabetica tra le poltroncine per le letture a scrocco dei pensionati e l’aria condizionata mal funzionante.

Colonnette sciape riportano consigli per gli acquisti e spesso ci prendono, tre o quattro righe scritte a mano perché il computer rende tutto più freddo. 2012 e l’Odissea in traduzione. Per essere onesti dovremmo tornare all’oralità del libraio, ma il ragazzino col Manifesto nello spogliatoio e la camminata veloce del lavoro part time sfoggia un apprezzabile snobismo giovanile e corre a prenderci il libro desiderato.

Il gusto della ricerca personale nello zaino, le merendine preconfezionate per i nostri quarto d’ora d’aria e la consolazione delle lettere sul cuscino.

Il mio malessere e il desiderio del fuoco. Parlo di me, non generalizzo nei verbi all’infinito e con l’imperativo di Roberto Saviano da Napoli.

Perché sono una persona disturbata, il mio pensiero si riempie di perché, le domande dinamiche che mi consentono di tirare avanti.

Al fuoco tutto questo, al fuoco e sputerei per terra, mi leverei le scarpe per lanciarle verso qualche muro così che sfondandolo pile di libri sul pavimento, restituire dignità al passo e privarlo della comodità di questi pavimenti bianchi e puliti, di quelle scritte rosse come avvertimenti. Contro i manager dalla cultura massificata in tomi, lo sguardo accademico della Crusca e tutti i punti di domanda che lasciate nella borsa.

E poi sciogliersi davanti alla parola Bellezza resa puttana e troia per le parole del sindaco di Firenze Matteo Renzi che recita Stil Novo, la rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter. Mi pigli al culo con morso forte, la rabbia che mi mangia le viscere o perché? Perché? Perché consapevolezza ci hai abbandonato? Nascondi il volto e mostri il culo, neghi l’umanità dello sguardo, il velo di Maya delle parole innocue.

E perdersi sul volantini con la programmazione degli eventi, ci manca un Fazio per l’intraprendenza di questi inviti, cantanti e lacchè per quei cervelli sognanti che Majakovskij getterebbe sulla strada. Kerouac si presenterebbe ubriaco e tornasse ora il genio di un qualsiasi Bene Carmelo, ci accontentiamo di Sgarbi per farci tre risate tra le sedie tutte uguali.

Non così, no. Non così.

Non compro niente, morirò infelice, arrabbiato e ignorante. Perderò l’uso della parola e mi consegnerò al silenzio.

La vostra musica classica di sottofondo fa marcire le mie orecchie sensibili, nei padiglioni dei vostri occhi tutto questo bianco lucido è panna artificiale.

E finirei per citare la fascetta del primo in classifica nelle vendite, il soldo è dunque, arbitro della qualità, ma la dimentico e annego nel silenzio bianco dell’indignazione.

Quando Piperno col premio Stega tra i denti cita Andre Agassi in epigrafe: “Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo”.

Queste mie righe sono una sconfitta, ma non il bianco di una bandiera, saprò rifarmi e soffrirò meno.

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Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti

Come atleti di Parkour camminiamo sui tetti. Ci fermiamo davanti ai comignoli e mettiamo la testa dentro per sentire l’odore delle case degli altri.

I piccioni sostano sulle grondaie e si voltano spesso per guardarci. Non ci sono elicotteri nel cielo di Milano. Soltanto scie bianche e inquinamento atmosferico, lampioni alti e quel che resta delle antenne paraboliche degli anni novanta.

Classifichiamo le case in base all’odore che regalano: pollo e patate, pesce al forno, marijuana, incensi, formaggio fuso, profumo francese, dopobarba, legna bruciata, umidità. Decidiamo che ci sono odori che appartengono alla vecchiaia, altri invece all’uomo in generale e non è possibile fare insiemi e sottoinsiemi. Constatiamo che è un gioco di merda. Pauline dice lascialo fare ai poeti. Rispondo son gente noiosa, guardati il viso, sembri un’indiana. Si specchia nei miei occhiali da sole e nota le guance striate di nero, dice hai ragione, siamo in spedizione per sconfiggere gli yankees. Dico, non hai mai giocato a football tu, ti calpesterebbero in branco. Mi afferra per un gomito e mi schiaffeggia la nuca, la prendo in braccio e la alzo contro al cielo, dico, vuoi fare il volo più bello della tua vita? Urla sì, sì, gettami a terra come si fa con la spazzatura. E anche i passanti proveranno il brivido della caduta.

Pauline pesa troppo, la poso a terra, ci baciamo le lebbra, e quando allungo la lingua lei me la morde, dice, che senso ha? Rispondo che è soltanto il piacere di sconfiggere il cielo grigio col rosso delle nostre labbra. Dice mi annoi e si sdraia sulla pancia.

Guardà là in fondo, li vedi i grattacieli? E’ impossibile non vederli, rispondo io. Preferisco il pallone del tuo culo, non m’ero accorto della perfezione che porti dietro alle spalle.

Non è perfezione, soltanto la mia reazione al mondo.

Reagisci col culo?

Attiro gli sguardi là, per nascondere il nero dei miei occhi. Non ti piace?

Non è questione di piacere.

Hai ragione.

E così ci lanciamo in una disputa sul dizionario e i termini che hanno perso senso e significato, ci scontriamo su Bellezza, Felicità, Tutto, Niente, Mai, Sempre. Vorremmo non usarle più, cancellarle dalle nostre memorie e lasciarle in pasto alle bocche normali degli altri. Normalità e Verità: le aggiungiamo alla lista.

Vuoi dirmi poi perché ci facciamo tutte ‘ste paranoie? Non potremmo scopare e andare al cinema come fanno gli altri?

Dovremmo fare dello shopping insieme, è tempo di saldi.

Sai cosa penso dell’amore? A parte che non esiste.

Mi vuoi dire che è come facciamo noi, sappiamo tutto delle nostre debolezze e ci insegniamo le cose e facciamo piani per il futuro come quello di cancellare parole dal vocabolario?

Proprio così.

Lo vedi che so tutto di te?

Presuntuoso.

Forse dovremmo scopare.

Lo sai che io non scopo.

Facciamo l’amore?

Non lo faccio l’amore. Non esiste.

Cammino sul tetto e lancio risate ai passanti. Quando la donna che hai sempre desiderato è così vicina a te che non riesci a vedere il contorno del suo corpo, ma senti soltanto il suo odore e il calore, la consistenza della sua pelle e il volume dei suoi capelli, la morbidezza delle guance, il sospiro tra le sue labbra e le ossa del suo bacino. Quando siete così vicini che un movimento soltanto basterebbe a separarvi per sempre o unirvi in profondità. Ecco tutto. Mi viene soltanto da ridere perché ci manca il coraggio. Troppi pensieri animano i nostri passi, vorrei fermarmi a pensare al perché le mie sneaker hanno i buchi e non sono pulite, perché indosso ancora la maglia dell’oratorio e poi perché non porto mutande firmate. Vorrei che lei mi dicesse fregatene e spazzasse via la futilità del punto di domanda con lo tsunami della sua lingua e parole sussurrate all’orecchio.

Non è così, rientro dalla finestra e mi sdraio sul letto. Lei rimane là, la pancia a terra, lo sguardo alle nuvole.

Vorrei accendermi una sigaretta e imparare qualche posa sciocca per sentirmi più uomo, va a finire che mi gratto il petto e mi annuso le ascelle. Prendo un libro di poesie e non leggo nemmeno una riga, lo tengo aperto e negli spazi bianchi affondo tutti i perché del mio essere come sono.

Dal cielo cadono parole come: Giraffa, Farfalla, Venere e Paperon de’ Paperoni.

Pauline dà un nome alle nuvole, sussurro che sciocca, quanto è banale la nostra esistenza. E capisco che nulla in quel momento mi piace di più del suo appello ai cirri.

Le dico scendi, dai, vieni giù, lasciali tra le tegole i sofismi e le regole usate del corteggiamento. Vieni qui.

E Pauline fa forza sui polpacci e viene alla finestra, mi guarda e poi si nasconde. Il cucù improvvisato dell’adolescenza passata.

Le dico, ti prendo io, ti afferro al volo, così apre le gambe e si lascia andare sulle mie spalle, la mia testa nell’incavo delle sue cosce. Che siamo grattacielo, farfalla o soltanto nuvola ora, lasciamo i nomi all’appello delle zanzare. Per chiudere le lenzuola in sipario e inventare un suono nuovo per le pernacchie che non so fare.

Il gatto intanto bussa alla porta, non lo sentiamo.

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Chiamami sempre, chiamami ancora.

La bonaccia della domenica e nelle orecchie i segni rossi degli auricolari, le onde della tua voce per quando mi addormento. Ho scoperchiato le palpebre e ci ho trovato i resti della serata di ieri. Ruminiamo al mattino gli scarti dei nostri desideri della notte. Con l’alcool che neutralizza tutte le nostre idee di dignità ci mostriamo nudi alla pioggia di luglio che viene a farci sentire di nuovo il sussulto del corpo. A disperdere parole sul Naviglio, rincorrere le gonne in svendita delle ventenni e i saldi promozionali dell’età di mezzo. E così ritrovarsi a parlare di poesia alla logica cinica del barista cinquantenne, tante ne ha viste e poche ne racconta. La posa plastica della mia mano che appoggia il bicchiere sul cuore. Le emozioni riservate al dopo-sbronza, quelle telefonate che non dovresti mai fare, che dopo le due di notte tutto è invadenza. Bello sarebbe trovarti tra le strisce pedonali, le ballerine garbate e il vestito leggero, la forma allungata dei tuoi occhi per far guerra ai miei nascondigli. La debolezza esibita nel tono della mia voce e a perdere gli occhi sul tuo numero coi dubbio sul che fare, le parole a ripeterle perdono il loro significato mentre i numeri avvicinano al sonno. Non ci sono sveglie per le mie mattine, cerco i tuoi denti sul comodino per masticare di nuovo la tua lingua, scoprirti nascosta sotto al cuscino e aspettare il tuo cucù. Chiamami sempre, chiamami ancora. E in sogno il rumore sordo dei nostri corpi che sbattono contro doghe in legno, le grandinate sparse tra il monte bianco e il Po e la mia finestra dimenticata aperta. Mi son svegliato lago e al mio orecchio il tuo sussurro: facciamoci un bagno, facciamolo ora, fammi nuotare, fammi affogare.

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