Archivio dell'autore: Marleo

Al concerto di Jovanotti ci entro senza biglietto

Ho trent’anni e sono iscritto a Facebook. Tra i tanti “mi piace” anni fa devo aver cliccato sulla pagina ufficiale di Jovanotti e ora ricevo tutti i suoi bla bla bla di video e annunci e recensioni a libri che l’hanno fatto godere di brutto, tipo quelli di Aldo Nove che pure a me piacciono un casino, pure le foto con Roberto Saviano a New York. È un uomo simpatico, quel Jovanotti, uno che wow, ottimismo a go go, power flower e cose belle, uno che io dico, vorrei essere lui perché invece io sto imparanoiato la maggior parte del tempo e mi prendo male spesso e, dice chi mi conosce, mi porto pure sfiga da solo. Per un certo periodo mi sono anche vestito soltanto di nero. Beh, Jova suona a Milano, allo stadio di San Siro, promette uno show wow wow wow con uno schermone a forma di fulmine che proietterà chissà quali immagini psichedelia e minimal di chenesoio provenienza. Poi un palco enorme e passerelle dappertutto che io già me lo vedo correre e saltare di qui e di là con quelle sue gambe lunghe e braccia lunghe tutto colorato tatuato com’è, modaiolo quanto basta, elegante e sportivo assieme, quell’inumano Jovanotti, sempre un passo avanti, anzi, un salto avanti. Su quella pagina ufficiale prepara i fan al supershow e annuncia una dopo l’altra le sue idee e le anticipazioni del live show. Io lo guardo, mi lascio ipnotizzare da tutti quei colori felici e dalla sua “s” che suona sempre perfetta, io al suo concerto ci voglio andare.

I biglietti sono finiti ma chisseneimporta. Quel giorno là mi metto in fila davanti ai cancelli tra ragazzine un sacco carine e mamme carine e mamme un po’ meno carine e ragazzini con magliette carine e bandane inguardabili e scritte sulle braccia e tatuaggi dappertutto. Poi bambini in spalla ai papà un passo indietro alle mamme che fanno comunella e ancora bla bla bla, che siamo tutti pronti per la festa, c’è un sole che abbaglia, si suda, io in fila penso che non ho ancora il biglietto ma chisseneimporta che prima o poi lo troverò per un prezzo decente o qualcuno addirittura me lo regalerà perché l’atmosfera e woa e tutti ci stanno dentro un casino e cantano e bevono Red Bull e Coca Cola.

I minuti passano, poi le ore, il caldo è insopportabile, nessuno mi regala il biglietto. La gente sfila davanti a me ed entra nel grande stadio. Io da fuori sento già le urla e i cori e gli applausi e le voci che scandiscono il nome “Lorenzo” e lo ripetono forte: “LORENZO LORENZO LORENZO.”

Devo entrare anche io costi quello che costi pure se non ho i soldi che il mio lavoro è precario e la generazione è quello che è e bla bla bla ancora bla bla bla. Mi metto in fila, arrivo davanti a un agente di polizia che mi guarda e vede che non ho lo zaino e non ho bottiglie di vetro e neppure la faccia da violento che sono pure bianco caucasico e mi lascia andare e così arrivo dal tipo che controlla i biglietti che mi guarda e io faccio finta di nulla e cammino e lui mi lascia passare ma poco più avanti un altro controllore mi domanda il biglietto e io gli dico che l’ho perso, poi che me l’hanno rubato, poi che porca troia fa troppo caldo e lui non cambia mai espressione, rimane serio e mi allontana, dice di tornare indietro, che senza biglietto non si entra.

E io torno indietro e mentre tutti sono contenti io mi guardo intorno e comincio a odiare i tatuaggi a colori e i cori e le madri che parlano con le bambine e i padri rassegnati che accompagnano queste old adolescenti in post rivoluzione ormonale.

Mi volto, prendo la rincorsa e corro verso l’entrata, supero i poliziotti, supero il primo controllore, supero il secondo, corro verso la scalinata che porta allo stadio, corro e sono felice, intravedo il fulminone acceso che è tutto luci fosforescenti. Mi sento tirare la maglietta, mi hanno preso, bastardi, sono per terra, sono in quattro, uno mi tiene fermi i polsi quell’altro ha un’intero braccio intorno al mio collo: “Dove volevi andare?” “Al concerto di Jovanotti.” Rispondo io, come se la cosa non fosse ovvia. “Senza biglietto non puoi, amico.” “Ma io il biglietto ce l’ho,” Dico io. E quelli rispondono “Ah, sì.” e cominciano a cercarmelo addosso e non lo trovano e continuano a cercarlo e mi toccano dappertutto mentre le mamme chiudono gli occhi alle bambine e le adolescenti vociano e lo stadio non smette di inneggiare.

Mi sollevano a forza i poliziotti e mi portano in un angolo. “Mi volete picchiare?” Chiedo io. Quelli si mettono a ridere, dicono che guardo troppa televisione, che fa troppo caldo, che sono padri di famiglia, che lo capiscono che voglio andare a vedere il concertone, ma che senza biglietto non posso. Uno propone pure di lasciarmi andare perché pure lui una volta è entrato a un concerto senza pagare, gli altri gli dicono che è scemo, che è colpa di quelli come lui se il mondo va male. Io sono seduto a terra con tutti questi uomini intorno, la gente passa e mi guarda, Giulia, che è stata mia compagna d’università, che passa lì vicino col suo ragazzo mano nella mano, mi riconosce, mi chiama per nome, io la guardo, i poliziotti la guardano. Giulia dice: “Ma che ti hanno arrestato?” Io faccio sì con la testa. “Spaccio?” Io faccio sì con la testa. I poliziotti ridono. Giulia dice: “Sei un grande.” e mi manda un bacio. I poliziotti ridono. Lei dice: “Non fategli del male, oggi è una festa e lui è bellissimo così.” I poliziotti le fanno segno di andarsene. Lei se ne va, mi guarda, io la guardo, lei mi guarda e il suo ragazzo la trascina verso l’entrata.

“Carina, eh”. Dice un poliziotto. Io alzo le spalle.

“Beh, che vogliamo fare?” Dice un altro.

Il concerto è cominciato, il cielo è buio, Lorenzo canta, il fulminone inonda il pubblico di luci psichedeliche, la vita è così bella questa sera.

Mi accompagnano fuori dai cancelli e mentre mi accompagnano dei loro colleghi stanno correndo verso chissà dove e fanno loro cenno di seguirli, c’è qualcuno da arrestare, dicono, contraffazione e spaccio e c’è pure un ubriaco che mena le mani, diamoci sotto, questa volta entriamo duri. I ragazzi stringono i denti, Lorenzo Jovanotti, proprio lui, canta e la gente è felice, io sono ormai fuori dal cancello, i poliziotti battono un tempo veloce nei loro stivali neri, qualcuno urla e poi piange, c’è sangue sul cemento. Fortuna che sono bianco, io. Fortuna che sono fortunato, fortuna che non sono nemmeno ubriaco.

Con la testa appoggiata alle sbarre del cancello non riesco a pensare a niente. Guardo quel qualcuno che soffre e io non ci posso fare niente, sento quei qualcuno che sono felici e io non ci posso fare niente.

“Dietro ai cancelli non c’è vita. E non c’è gioia e non c’è nemmeno tristezza. Soltanto malinconia”, scrivo su Whatsupp, lo invio a lei e tanto so che non risponderà perché sono incomprensibile.

Poi raggiungo casa mentre rimbomba ovunque la voce di Lorenzo io vado a letto, mi fischiano le orecchie, mi gira la testa.

Alle cinque di notte ricevo un messaggio su Facebook, mi sveglio, è Giulia che scrive: “Ma ti hanno arrestato poi? Appena esci di prigione usciamo insieme. Promesso?”

Rispondo sì.

Foto: dalla rete.

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Dell’arco cuore

L’ingegnere nella sua camicia a scacchi mi spiegava il valore degli assembramenti nell’epoca del marketing, così la birra è gratis ma si versa lenta, così qualcuno aspetta e qualcun altro vede qualcuno che aspetta e si avvicina a quel qualcuno e aspetta e, attesa dopo attesa, si crea una fila, la fila suscita interesse, il marchio della birra ha la sua visibilità e tu bevi una volta sola, che di rimetterti in coda non hai più voglia.

Dopo un attacco così già mi vengo a noia, perché il cervello di D.F. Wallace è diverso dal mio, perché sono poco preciso, concreto, perché non faccio attenzione alle cause e prendo per buone le conseguenze.

Sono la dispersione, sono tutti gli universi paralleli teorizzati da Stephen Hawking dopo l’addio di Zayn ai One Direction. In qualche tempo diacronico io e te, lo so, siamo stati vicini, forse ti sono stato padre, amante, forse sono stato tuo figlio, tu mia sposa, mia nonna, mia cinciallegra, mio orto, mio stivale, mia luce, mia voce. Pensare, pensare, pensare, dove sta il godimento in tutto questo?

Ai santi delle teorie, sofisti che intronano parole a dispetto della vita, io chiedo, tu dove sei? Quando mi sorprendo a urlare il tuo nome in corso Sempione, col motorino e il casco a confondere il suono, e tutti che guardano e si chiedono il perché della mia canzone che suona stonata ma che è per te e degli altri, lo sai, ci importa poco.

Tu che cammini e inciampi, tu che corri e saltelli, tu che siedi nell’erba e fumi piano come i cardellini che sbocconcellano il pane. E chiudi gli occhi su questo pianeta infecondo e doni due lune alla notte, tra le tue palpebre e le tue labbra che preferisco non guardare, tra il nudo cielo e le sue stelle nascoste, tra queste notti che finiscono davanti ai portoni mentre fuori dalle chiese riposano i senza stanza, i senza denaro, i cercatori d’amore e sotto ai soffitti alti di Brera si posano i vestiti firmati, uomini e donne dagli occhi puliti, mani perfette, denti dritti e giustizia in tasca in auto nuove e orologi luccicanti.

Inizia il turno di notte ora in fabbrica, il padre di famiglia guarda la bimba che dorme, la madre sovrappeso che russa un poco, controlla l’erba e le cartine, tornerà il pomeriggio e avrà bisogno del riposo dei sensi e lascerà i pensieri sui divani, prima del bar, degli amici, prima di tornare in quel letto sfatto e prendersi il calore dei suoi amanti imperfetti.

Mi perdo, te l’ho detto, e ora perso sono, unito però e non frammento, felice, oggi, in questo mio indefinito, disperato tendere, io dell’arco corda, cuore, così che l’opera coincida col tuo nome e sia vita e vita soltanto e voli alta, sopra gli animali, i boschi, fino a pungere le nuvole cariche di grandine per ritrovarci bagnati io e te, capelli e capelli, nero su nero, a scrivere qualcosa che ancora non comprendiamo.

Foto: © Bernard Faucon

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Ancora per te

Volevo cominciare questo scritto con: “Se dicessi che tutto l’amore che avevo per te si è trasformato in odio mentirei”. Affermazione d’impatto se amore e odio fossero davvero ricoperte di carne e fiato e sangue e muscoli gonfi. E invece qui io, viandante tra provincia e provincia, tra città e città, treno scooter metropolitana, mi ritrovo a parlare di te nei bar sempre aperti, seduto sui gradini bassi ad aspettare che spiova, all’amica dell’amico, al piccione dallo sgraziato volo. E i chisseneimporta dei compagni che dico miei ma miei non sono; gli strani casi del qui e del dove, della memoria comune e interessi da solitudini di seconda categoria, oltre all’amata, all’amato, oltre alla consolazione del letto e delle cosce, eccomi là, cammino, io, passatempo fischiettante gioia consapevole che sfiora le labbra in motivetto allegro. Io, estraneo alle soglie, agli sguardi prolungati, intollerante alla noia.

Senza guardarmi negli occhi, col silenzio infinito che sostituisce la tua presenza continui a interrogarmi. Fuori dal centro tutto si muove più lento. L’invito tuo è dimenticarmi di me e abbandonarmi al fluire dei giorni: le persone, gli inviti, le sere che non finiscono mai. Dovrei imparare ad affezionarmi alle imperfezioni delle schiene dietro agli occhi più comprensivi e docili, che si preoccupano della mia estraneità.

Io guardo ai nei, ti dico, come se il mio discorso avesse un senso, come se il nostro esistere non fosse punizione ultima, ma gioia già eterna nel presente suo scorrere. Perché proprio il nero, mi chiedi, perché non gli occhi blu? Per l’assenza di cielo c’è il mare, per l’assenza di mare il cielo ti dico e quando dimentichiamo di guardare là in alto ci vengono in aiuto le montagne, i grattacieli.

Quando il tuo corpo nudo si muove sul mio non mi hai mai chiesto cosa guardo. Non saprei risponderti, nel dondolio dei nostri aliti trasparenti io non sono più, sono te, sono altrove, non qui, non del mondo, in questo giorno che è tutto silenzio, che è ancora per te e tu non lo sai e non importa.

Foto: © Cristina Altieri

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I muri, le tovaglie, le finestre

Un fastidio al colon e dare la colpa all’alcol. Ci ucciderà, ci sta già uccidendo, mi dici tu, io scuoto la testa, non penso più alle conseguenze, ti dico, ho bisogno di leggerezza e il ghiaccio del bicchiere è sollievo per i miei pensieri che somigliano sempre più a nubi deformi e cieli grigi. Dici tra poco pioverà e poi non piove, dici tra poco saremo bianchi come i muri, vienimi dentro, non avere paura, ti chiedo se c’è una ragione per tutto questo nostro distrarci dal senso coi sensi e non amarci. Mi chiedi che significa, ti rispondo che ne so, che per l’amore servono parole crude o altissime, turpiloquio o poesia. E se invece tutto fosse normale? Come conoscere il gusto del gelato che preferisci o dove tieni la carta igienica di riserva o le tue intolleranze, le tue allergie. Ci si gonfiano gli occhi di notte e diamo la colpa ai pollini, alle zanzare, e invece è pianto, malinconia, non ci diamo pace del nostro essere incompiuti. Ci avessero amati di più, forse ameremmo di meno. Ci avessero abbracciati più forte, smetteremmo ora di cercare calore sulle strade, nei bar e nelle piazze vuote. Ti dico che sono imperfetto come il mio sguardo che tutto stringe e nulla ricorda, come i miei viaggi da adolescente e libertà mai conquistata, le terre di missione, tramonti interminabili emozioni fasulle, le amicizie coi preti, così soli da far tenerezza e meritare attenzioni. E se mi proponessi di partire per il Sudamerica io partirei, e se mi proponessi di abitare con te io ti abiterei, poi verrebbero i muri, le tovaglie, le finestre e tutti i discorsi che potremo non finire, la noia che ci sorprenderà e ci farà sorridere e mi sentirò immortale quando mi chiederai chi ha dato da mangiare al pesce rosso.

Foto: © Todd Hido

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Abitudine

Li invidio nelle loro case solide, mai sole. Li invidio nei loro rituali del weekend, dei baci al risveglio, dell’organizzazione dei compleanni; le cene con gli amici che non vedono dalle scuole medie e la celebrazione degli anniversari. Invidio quel che io chiamo vita e che a me è negata. Stronzate. Negata da te, quel che cerchi trovi, come parli pensi, quel che guardi sei. Sulla scrivania, tra tazze sporche di caffè e fogli sparsi, le parole d’amore degli altri e i miei pensieri infilzati come farfalle. Cercare su Google un aereo, un treno, un albergo, una destinazione per cominciare a immaginare un altrove. Non consolano più le rime sparse dei poeti, anche il narcisismo è disperso ora, nei miei capelli senza una forma, in questi giorni tutti uguali senza uno scopo. Le fantasticherie non regalano serenità; i tuoi viaggi azzurro mare, le tue parole francesi, l’incomprensibilità delle tue frasi brevi. Una giornata tra le tue cosce, con te. Una giornata tra le tue lenzuola, senza di te. Vedere quel che vedi, toccare quel che tocchi, le voci che ti fanno voltare e quelle da tenere lontane. E il tempo che non ci appartiene, l’avena seminata due settimane fa s’innalza ora verde, non manca poi molto alla mietitura. Finiremo anche noi sulle tavole apparecchiate degli altri, a sorridere per le circostanze, a fingere interesse, ad accarezzarci le dita di nascosto. A immaginarci ancora altrove. Abbiamo bisogno di tempo e di stare, ti dico. Tu non rispondi, e il tuo silenzio è come il risveglio, abitudine.

Foto: © Chantal Michel

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Se ora

Se ora tu fossi una mano da stringere, l’affetto di un corpo caldo, di un seno accogliente, da sentire il ventre contrarsi e rilassato cedere all’espirazione, così vicina, tu che tutto comprendi, che abbracciando me tutto abbracci che stringendo te tutto stringo, non sprecherei ore vane in righe d’altri a cercare il senso nel quieto dire dei saggi e consumare rabbia davanti ai televisori a far dietrologia e consumare polpastrelli sui telecomandi e tastiere di smartphone. Se fossi qui e qui fosse il mondo, davanti a noi non ci sarebbe il vuoto ma l’increato.

Foto: © Giulia Bersani

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La colpa

Marco si toccava il collo e intorno non c’era nessuno.
Sul banco una chiazza di liquido rosso.
Era l’ora della merenda e nel cortile i bambini giocavano, non potevano nulla contro il male che era arrivato e li aveva sorpresi.
I gelsomini coi loro fiori bianchi, l’erba verde, il cancello grigio, più in là le fabbriche, nient’altro li circondava.
Quelle che ieri erano grida ora erano dei sottovoce e i grembiulini bianchi e neri se ne stavano seduti in cerchio lanciandosi una palla rossa.
“È il sangue di Marco.” Disse uno quando la palla gli rimbalzò tra le cosce. Una bambina dai capelli d’oro impallidì, strinse forte i pugni, le sue mutande si bagnarono d’urina, cominciò a lacrimare e si alzò e scappò in classe.
Marco si teneva il collo con tutte e due le mani. Le sue dita erano rosse. Quando la porta della classe si aprì vide la bambina dai capelli d’oro, magra, col moccio al naso e i pantaloni bagnati.
“Mi sono pisciata addosso.” Disse la bambina.
“Non è poi tanto male, è caldo.” Rispose lui.
“Perché non sei venuto in giardino? Tu vuoi sempre essere diverso da tutti.”
“Non è che voglio, è inevitabile. Ma non sarà per sempre, perdo sangue, vedi?”
“Posso assaggiarlo?”
“Puoi. Ma non troppo, non è per te. È per nostra madre, è per nostro padre.”
La bambina assaporò il sangue.
“Sembri nostra madre col rossetto. Dovresti toglierti i pantaloni adesso, sono bagnati e ti prenderanno tutti in giro.” Disse Marco.
“E cosa mi metto?”
“Mettiti i miei, sono sporchi, ma almeno non sono pisciati. A me non serviranno più.”
La bambina annuì e poi si abbassò i pantaloni e poi si abbassò le mutande. Tra le sue gambe senza peli un foro minuscolo, lei ci infilò un dito più in fondo che poté, poi lo tirò fuori e allungò il braccio sotto gli occhi di Marco.
“Tu vuoi sempre esagerare, speri che qualcuno ti guardi, ma non ci guarda nessuno.” Disse lei. “Vuoi assaggiare? Credo tu abbia bisogno di sangue.”
Marco fece di sì con la testa e aprì la bocca, lei gli infilò il dito tra le labbra, lui succhiò, lei ritrasse la mano.
“Ti piace? La gente dice che sono buona, a me non importa più, ci sono abituata. Mi importa soltanto di te.”
“Mi mancherai molto.” Disse Marco.
“Lo so.” Rispose la bambina. “Ma sei tu che hai deciso di andartene per sempre.”
Marco vedeva tutto sfocato e le sue parole inciampavano tra le labbra, si sforzò e disse:
“Non è colpa tua.”
“Lo so. Io sono buona, è la mia dannazione. Posso salvarti se vuoi, col mio dito. Se ti salvo me li dai lo stesso i tuoi pantaloni?”
Marco stette in silenzio. Sotto di lui il pavimento era rosso.
“Non puoi. Questo è il mio regalo per te, l’unico possibile.”
Marco appoggiò la testa sul banco e chiuse gli occhi. Non dormiva, deglutì due volte e sentì il sapore ferroso del sangue.

Entriamo insieme nella porta stretta, io abbasso la testa, lei trattiene la pancia. Abbiamo gli occhi rossi. Lei ha pianto tutta la notte, io ho stretto le palpebre per trattenere le lacrime. Il cane di nostra madre ci lecca le gambe. Io gli do un calcio sul muso. Lei mi prende per mano. Non siamo abituati a farci annusare dagli animali. Quando dormiamo insieme, di nascosto, all’istituto, ci annusiamo soltanto tra noi. Lei profuma di albicocca.

Al centro della camera nostro padre è disteso e dice il rosario senza aprire la bocca. Ha le guance bianche e gli occhi chiusi. Il taglio sul collo si vede appena. Lei mi sussurra all’orecchio che l’hanno truccato. Lo chiuderanno in una prigione di legno, è colpevole. Nostra madre è vestita di nero, dice che non lo vedremo più, che l’hanno fatto bello per l’ultimo viaggio, poi si piega in due, urla più volte: “Perché?”. Urla soprattutto nelle mie orecchie.
All’urlo tutta la gente che stava in piedi accanto a noi, in silenzio, nella camera stretta, decide di uscire. Alcuni abbassano la testa per passare attraverso la porta.
Nostra madre smette di urlare, respira a fatica, accarezza i nostri capelli e senza bisogno di chinarsi esce dalla stanza.
Ora siamo noi e nostro padre.
Lei dice: “Ave Maria, piena di Grazia.” Lo sussurra all’orecchio di nostro padre.
Io imito la voce di mia madre. Urlo forte.
Lei continua la sua preghiera, dice le parole una dopo l’altra, sempre più veloce. Io urlo più forte che posso, la mia voce rimbalza sulle pareti, quando torna nelle mie orecchie non è più mia. Lei mi mette le mani sulla bocca per farmi stare zitto, io gliele mordo forte. Lei mi tira un calcio. Io le mollo uno schiaffo. Lei urla. Urlo anche io. Le do un bacio.
Nostra madre torna nella stanza, io chiudo gli occhi. Abbiamo le mani gonfie. Nostra madre dice: “Salutate vostro padre.”
Lei gli si avvicina, gli dà un bacio sulla guancia. Io gli infilo il dito nella ferita del collo, la mia mano si sporca di trucco e di qualcos’altro, la pulisco sulla giacca nera di mio padre. Poco dopo abbasso la testa, le accarezzo la pancia.

Quando mi bussano alla porta io sto spiegando a Rulfo, il mio gatto, perché non può uscire di casa nei giorni di pioggia. Quando apro la porta Rulfo esce, non tornerà più.
Sul pavimento le impronte bagnate di quattro scarpe, due grandi, due più piccole, tutte nere.
Lei non deve più trattenere la pancia. Allunga la sua mano e stringe la mia.
“Questa è Annie, la nostra bambina.”
Annie resta con la schiena appiccicata alla porta.
“Non hai più gli occhi rossi come dieci anni fa.” Dico io.
Lei annuisce.
Annie ci guarda.
“Potresti salutarla.”
“Ho le mani sempre sporche.”
“Solo i fiori del gelsomino restano bianchi.” dice lei e sospira.
“Non dovevi tornare più. Sei troppo buona.”
“È la mia condanna, ricordi? Annie voleva conoscerti.”
Annie è sul divano, io la raggiungo, mi siedo di fianco a lei.
“Non eri poi tanto lontano.” Mi dice.
“Solo una vita.” Rispondo io.
Annie mi prende le mani, le confronta alle sue.
“Non sono sporche.”
Lei non si siede, ci guarda dall’alto.
“Sembri un po’ addormentato, non è vero, mamma?” Dice Annie.
“Non dormo da molto. Non posso.” Dico io.
“Ti spiace se accendo la luce?” Dice lei.
“La colpa è mia.”
“È troppo buio qui.”
Lei preme l’interruttore, la luce non si accende.
“Perché non hai voluto che io ti salvassi?”
“Non è stata colpa tua.”
“Nostra madre è morta due anni fa.”
“Loro mi avevano fatto impazzire.”
Annie mi guarda coi suoi occhi verdi. “Li hai uccisi tu?”
“Non sono stato capace nemmeno di uccidere me.” Rispondo io.
“Me l’ha detto mamma.” Dice Annie.
Lei mi abbraccia, dice: “Mi sei mancato.”
Le parole non hanno più importanza per me, gli abbracci sì. Sento il suo corpo, il suo calore, il profumo d’albicocca. Rulfo può non tornare più.

La palla rossa rimbalzava tra le mani dei miei compagni quando arrivò una bidella avvolta in una tunica azzurra e urlò forte il nome di Marco. Le maestre corsero via e ci lasciarono soli seduti sull’erba verde del giardino. Io mi alzai e camminai lenta verso le classi. Il suono di una sirena in lontananza. Entrai in aula e Marco era seduto al suo posto, la testa appoggiata al banco come se stesse dormendo. Lo chiamai. Non rispose. Lo guardai. Non mi guardò.
Nostra madre era al lavoro. Nostro padre non era ancora nella sua prigione di legno.
Io urlai forte: “Perché?” La bidella entrò in classe, mi mise una mano sugli occhi. Mi portò via. Marco sollevò la testa, era tutto rosso, mi fece l’occhiolino, disse: “È il mio regalo per te.”
Io urlai: “Non lo voglio.”
“La vita è così triste se non sfidiamo la morte.” Disse lui.
Due signori vestiti di arancione fosforescente lo presero e lo portarono sull’ambulanza. Poi arrivò nostra madre.

“Non sono morto, hai visto, era un gioco.”
“Io ti voglio bene.”
“Ti amo anche io.”
“Non dirlo a mamma.”
“Dicono che sei pazzo. Non ti vedrò più.”
“Verrai a trovarmi di nascosto.”
“Faremo anche l’amore?”
“Soprattutto l’amore.”
Quando nostra madre raggiunse Marco in ospedale lui chiuse gli occhi, aveva deciso di non vederla più.
Andai all’istituto molte volte. Mi chiamava Rulfo, mi accarezzava. Poi ansimava forte.

Foto: © Bernard Faucon

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Quel fare d’amore

Studiate, prima di parlare. Pensate, prima di giudicare. E se la parola risulterà invadente, se non vi sarà concesso il lusso dell’errore, se ricadranno su di voi definizioni e paura, ridete. E tramutate il riso in sghignazzo, mostrate i denti. E se invadenza porta a solitudine, l’amore di sé e degli altri nell’ammissione della propria debolezza è atto umano e rivolta indispensabile. Tutto qui porta all’egoismo, i propri tempi, i propri spazi, un lavoro in centro, casa e scarpe lucide, e nessuna, ripeto nessuna possibile ambiguità. Sempre riconoscibili, sempre noi, mai noi.

Voci alte s’inseguono sotto ai neon, tra i palinsesti, l’omelia bionda del mezzogiorno il nostro pane quotidiano, la litania mora a sera, che vengano presto i barbari. Tutte queste fotografie bianche e perfette, i pieni e i vuoti, nessuna concessione all’ombra. Noi che perfetti non siamo, noi che siamo così immaturi e soli e circondati da altri imperfetti e soli. Regarde le ciel l’invito dei muri di Parigi, alziamo gli occhi nel giorno dell’eclissi, di quando gli astri rivelano tutta la nostra piccolezza. Guarda ora il gonfiore del mio volto, sorsi e sorsi di vino, notti disperate nel profumo di lenzuola altrui. Basta una borsa e una strada, basta un domani. Ora tu dimmi perché dovrei esplodere dentro, morire soffocato dal cuore e lasciare a te, al mondo, quel silenzio vuoto di domande. Siano applausi per gli adolescenti, l’indice a premere il tappino di bombolette colorate, amica mia, ti amo, amore mio, ti odio. Siano troni e corone per coloro che aspettano un treno per raggiungere un paio di occhi e ritrovare il sé dopo essersi perduti alla ricerca della perfezione di gambe, di culi stretti e scarpe che slanciano la figura. Studiate, o rimanete nell’ignoranza, che non s’impara pazienza dai libri, s’apprende dai campi: la terra, il maggese, il seme che il primo anno non porta frutto, troppo impegnato com’è a sopravvivere. Cos’è tutta quest’ansia di risultati, questa tensione alla perfezione, non puoi avere tutto, non puoi averlo adesso. Ora ti guardo, ti dico lo stile, questo solo m’importa. E se rovino in parole quel che più caro ho di dentro è perché ho lasciato sapienza nel ventre, perché le mie mani sono bianche, il mio viso bianco, vergine io d’aratro, vergine ancora d’amore, ignorante sì. Incapace di invidia perché troppo impegnato alla vita, incapace di odio perché debole e irrisolto, incapace di strategia, perché vero. Chiamami ancora personaggio, chiamami uomo, amico, chiamami nessuno. Non chiedermi mai chi sono, perché non sono ancora. Ti domando pazienza, ti elemosino cura e ancora comprensione. Prendi il tempo e stringilo nel palmo, non puoi e allora che sia oggi o domani che importanza ha? Perché non facciamo quel gioco dove ti dico tutto quel che non mi piace di te, tu quel che non ti piace di me, poi facciamo l’amore, questa volta davvero, non come quando mi hai chiesto: lo faresti l’amore con me? Ti ho risposto di sì. E da quel giorno non ci siamo più visti.

Foto: © Bruce Haley.

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Io mi chiamo Marco e faccio il viaggiatore

A Roma, al Pigneto, al bar Necci, si gioca alle carte dalle otto del mattino. Ci giocano signori in pensione, sono seduti su sedie bianche e lanciano le carte sulle piastrelle lucide del tavolo. Qualcuno vince, qualcuno perde, nessuno esulta. La Roma è stata sconfitta all’Olimpico, la Lazio ha battuto il Torino e ora ha un solo punto di svantaggio in classifica. Qualcuno tossisce, qualcun altro invece bestemmia e ride, chiede un caffè e il barista annuisce, torna col caffè dopo un quarto d’ora, il caffè è freddo. “Di chi è il caffè?” Chiede con l’accento africano. Nessuno risponde, sono le dieci e i pensionati se ne sono andati chi a fare la spesa, chi a comprare le sigarette, chi a tener compagnia alla moglie davanti alla televisione. Io leggo l’ultimo romanzo di Carrère, solo due pagine, mi annoia. Mi guardo intorno, ci sono molti specchi alle pareti, posso guardare senza essere guardato. Una ragazza coi capelli neri parla di un ex mattatoio, dice che bisogna avere il coraggio di investire nel futuro senza essere investiti dal futuro, poi domanda il nome al barista, due volte, lui risponde due volte, io non riesco a sentirlo, si presenta anche lei dice: “Chiamiamoci per nome da adesso e per sempre.” Lui annuisce, lei lo chiama per nome e gli chiede un orzetto. Lui annuisce ancora, poi dice “Te lo preparo, non facciamo servizio ai tavoli però devi venire a prendertelo.” Lei risponde “Grazie.” e il nome di lui. Lui se n’è già andato dietro al bancone.

Anche io fino a pochi anni fa chiedevo il nome ai camerieri, poi ho cominciato a pensare che è una domanda che rivela un’idea buona di mondo, un luogo dove il nome viene prima del ruolo, ma c’è in tutto questo qualcosa di presuntuoso, di insolente. Quando facevo il cameriere infatti non mi piaceva che mi chiamassero per nome, forse perché mi sentivo essere più del mio lavoro, forse perché mi sentivo più del mio nome. Così ne avevo inventato uno, per non essere scortese: Benjamin il cameriere; rivelavo quello vero soltanto a chi mi ispirava fiducia o affetto o simpatia.

Mi chiamo Marco e sono un viaggiatore.

A Firenze, vicino alla stazione, c’è l’Osteria Nuvoli. All’Osteria Nuvoli puoi chiedere il gotto di vino, il calicetto e il bicchiere. Il gotto sono due sorsi, il calicetto cinque, il bicchiere non so, ho perso il conto. Da Nuvoli puoi bere del Brunello di Montalcino per pochi euro, puoi mangiarti i fegatini e pure la trippa o il panino con la porchetta. Da Nuvoli puoi aspettare il treno e far chiacchiere con l’oste o con gli avventori. È frequentato dai turisti ma quelli si siedono a tavola, invece intorno al bancone, sugli sgabelli, siedono i fiorentini. Così c’è Giulia dai capelli biondi che non ha passato l’esame di teoria della patente per un errore di troppo, la sua amica ricciola che la consola, la fotografa di arredamenti che beve un bianco prima di tornare a casa e cenare da sola, l’avvocato che ce l’ha con il traffico e l’oste che quando s’annoia parla della Viola, la Fiorentina che ha battuto il Milan due a uno e ora se la gioca con la Roma per il passaggio ai quarti di Europa League. Da Nuvoli non ci sono specchi e le persone le guardo negli occhi, complice è il vino che fa cadere ogni riservatezza. Così faccio sempre amicizia con qualcuno, parlo di come si vive a Firenze, del fatto che io non sia toscano ma sogni una casa in collina. Dice: “Tu vo’ fa’ l’americano! Non se la compra più nessuno la casa là fuori, ‘i son care, noi le si vende, si va via!” “E dove andate?” Chiedo io. “Via!” Risponde lui, “Si va via.” La ragazza della patente mi guarda e ripete “Via!” L’oste mi guarda sorridente, dice: “Eh, si va via!” E io mi chiedo dove sia questo via, dove stiamo andando tutti. Saluto e mi incammino verso la stazione, il treno è in ritardo, ho sonno, sempre colpa del vino.

Le poltrone dei Frecciarossa sono spaziose e comode. Le prese di corrente funzionano e riesco a ricaricare il cellulare. Mi arriva un messaggio “Ci siamo allontanati molto, cosa posso fare per te?” Rispondo: “Non lo so, io vo’ via!”, risponde “E dove vai?” Poi mi addormento.

Il treno frena, arrivo a Milano. A Milano c’è il sole, a Roma pioveva, a Firenze pure. A Milano Necci non c’è, nemmeno Nuvoli. Dove vado? Via. Via, sempre via.

“Tu sei pazzo.” Risplende il display del cellulare.

I pazzi stanno nei manicomi, io no, io vo’ via. Io che sono Marco e faccio il viaggiatore.

Foto: © Giulia Bersani

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Per la nostra beatitudine, buon compleanno Jack Kerouac!

“Ah ma «non so, chi se ne frega, non importa» sarà l’estrema preghiera umana.”

Sono parole di Jack Kerouac, nato il 12 marzo di novantatré anni fa. Le ha scritte in uno dei tanti momenti di smarrimento, di quell’infinita, desolata tristezza che vieta di immaginare futuri sorridenti. Io, che sono ancora sulla terra dei vivi, dei “chi se ne frega” e dei “non importa” non so che farmene. Sono uno che scrive alle sue ex ragazze per sapere come stanno, sono uno che non accetta di voler male a una persona solo perché quella mi ha fatto del male. Sono capace dell’odio e dello scherno, ma basta una bottiglia, del vino e un polso magro, una camicia bianca e capelli lunghissimi a cui scrivere parole e rabbia, invidia e ideali di morte si trasformano in umano compatire e paroline d’amore.

Oggi è il tuo compleanno Jack e come ogni anno ti scrivo, vorrei dire che dovunque tu sia mi leggerai, ma è una stronzata perché nessuno li legge i testi degli aspiranti scrittori. Dovevo sedermi di fianco a te in un bar, coglierti alla sprovvista e leggerti le mie cose, ma di solito dopo un wow iniziale questo mi porta verso dolorosi insuccessi, quindi meglio così, che per evidenti questioni d’età l’occasione non si sia mai presentata. Ora non desidero parlarti di me, ma dirti qualcosa che forse non sai. Quando sei diventato famoso non hai più smesso di bere e ti è scoppiato il fegato, non sei nemmeno riuscito a contarle le ventisei trasfusioni che ti hanno fatto, non ti sei svegliato più e avevi solo quarantasette anni. Quello che non sai è che dopo che sei morto tutti quei cravattini che ti compativano quando arrivavi ubriaco alle interviste nei loro mosci talk show sono venuti al tuo funerale e hanno raccontato di quanto eri gentile, dolce, poetico, fantastico, sorvolando su tutte quelle risse da bar in cui sei finito invischiato e sui tuoi giudizi poco lusinghieri nei confronti dei loro salotti. Sai, quando non ascoltiamo gli altri possono dire tutto e la realtà è fatta per sentito dire. Lascia perdere, perché in molti hanno riconosciuto il tuo valore, pure gli hippy che tanto criticavi hanno cominciato a sformare le tasche dei loro jeans attillatissimi per infilarci i tuoi libri. Beh, On the road è diventato un mito, lo era già quando tu eri in vita, eh, ma ora mi è capitato di prenderlo in biblioteca e trovarci scritto con inchiostro colorato e cuoricini: “Il beat è la vita, leggete On the road” o “Jack Kerouac uno di noi”.

Siamo nell’anno 2015 e la maggior parte degli scrittori odia stare in gruppo e condividere una certa idea di letteratura. Mi viene in mente quando te ne sei andato in Marocco da Ginsberg e ti sei messo a battere a macchina il suo manoscritto, eri famoso allora, vivevi ancora con tua madre anche se avevi da parte dei bei dollaroni, continuavi a dire che avevi un sacco di soldi ma i soldi erano soltanto soldi e allora andavi a trovare i tuoi amici perché con loro ti sentivi proprio tu e l’alcol non era una fuga ma una condivisione che esaltava i caratteri e i discorsi. Sei stato fortunato, sai? Sono ancora convinto che Ginsberg ti volesse bene ma che tu abbia giovato non poco alla sua carriera, che Burroughs fosse un bel tipino da frequentare ma l’incontro decisivo della tua vita è stato Neal. Perché Cassady era un bel fusto, amava lo sport, rubava le auto, era contro tutte le convenzioni e amava la letteratura, ma che vuoi di più da un amico? Se quelli si drogavano da fare schifo e l’energia lisergica animava le vostre discussioni con Neal tu avevi trovato quell’umanità che ti mancava, l’amico vero, ci parlavi di poesia, gli facevi leggere i tuoi scritti come facevi con gli altri, ma quello che più conta è che andavate insieme per le strade, in cerca di una beatitudine che pensavate di poter sfiorare, in cerca delle guance di donne incontrate sulla via, di storie raccontate dai vecchi in coda dai benzinai o nelle baite in montagna. Quello che ti voglio dire è che mi sarebbe piaciuto incontrarvi e andarcene tutti a vivere sui monti, a seguire la dottrina di Thoreau, forse avrei scritto degli haiku più belli dei tuoi, ci saremmo sfidati davanti al fuoco per annullare la noia. Perché non c’erano gli smartphone ai tempi tuoi e non ci si continuava a distrarre inutilmente alle luci dei pixel. Mi sarei stancato in fretta come ti sei stancato tu, perché gli amici prima o poi prendono le loro strade e tu ti ritrovi da solo e non sai che fare, perché amico mio, tu sei finito quando ti sei sentito solo. Quando Burroughs e Ginsberg si davano alla gioia dei salotti, quando Neal si era accoppiato e lo sai che le donne cambiano tutti gli equilibri. Tu non eri fatto per la vita da marito, perché hai continuato a sposarti? Credevi forse che prima o poi qualcuna potesse raccogliere tutto il tuo amore? Ne avevi troppo e una donna non era abbastanza.

Ti hanno chiamato folle e all’inizio ti faceva piacere, poi ti sei ribellato, dicevi che se i folli fossero felici i manicomi sarebbero oasi di gioia. Il tuo alfabeto per anni è stato incomprensibile. Tutti pensavano che le tue parole fossero dono dell’alcol, del narcisismo, della presunzione, perché tu parlavi come scrivevi, tu parlavi come vivevi. Non ti vergognavi di chiamare in causa Dio e di chiedergli il perché dell’infelicità dell’esistenza. Ricordi quando hai detto che Dio era il contrario di cane (nella tua lingua certo, ti riferivi a God e a Dog), te lo ricordi quando scrivevi che Dio era Winnie Pooh? Provocatorio sempre. Eppure ci credevi davvero nel Cristo e ti dava noia Tolstoj perché troppo ingessato mentre in Dostoevskij trovavi un Gesù vivo.

Io ti capisco, sai, perché non hai mai imparato la pazienza ed eri sincero e istintivo, e spaventavi, oh come spaventavi, perché eri anche bello e profondo e sensibile. Tutto questo non può essere del mondo, non lo era quando eri in vita e non lo è nemmeno ora. Siamo gente che finisce male perché seminiamo la fiducia e cambiamo rotta di continuo per un amico, per una caviglia stretta, per una nevicata o per vedere il mare. Ci dovessimo chiedere dove siamo che risponderemmo? Hai risposto tu per tutti noi, con mille case, senza una casa, con mille amori, senza un amore, con una musa che non vuole attenzioni. Cosa ci resta? Gli amici e i loro rifugi e poi la strada, noi siamo là, come tanti autostoppisti, pronti a cogliere il presente e godere dei tragitti, incapaci della sosta, amanti del rischio di essere uomini tra i robot.

Lo sai bene che ho letto tutto quello che hai scritto e trovo i tuoi diari inarrivabili. Perché oltre alla scrittura riveli tutta la tua imperfezione, la tua umanità. Ho smesso di conoscere gli artisti che ammiro perché sono sempre rimasto deluso da quello che c’è dietro al personaggio, si rivelano spesso costruiti, non falsi, no, è un altro il discorso che faccio. Tu eri tu sempre, magari avremmo fatto a botte, sono certo ci saremmo abbracciati e avresti provato a baciarmi in bocca come si fa tra amici ubriachi. Aver letto tutti i tuoi libri ha fatto sì che io uscissi dalle categorie del bello o del brutto, del mi piace o non mi piace, ma cominciassi a compatirti, a sentire con te. Così nelle tue pagine ci sono tutte le contraddizioni, i dubbi, i desideri, le gioie e le sconfinate tristezze della vita di un uomo bello e sensibile, l’ho detto e lo ripeto, amante delle lettere, dello sport, ma sopra tutto dell’esistenza, delle persone, del vino.

Sei morto di vino e di solitudine. Sei morto perché ti sei donato completamente. Come il tuo Cristo.

Sai, ora a Lowell arrivano i bus che trasportano i turisti a vedere la tua casa, c’è una biblioteca che ospita le bozze originali dei tuoi scritti, a San Francisco una via porta il tuo nome. Organizzano letture pubbliche e provano il ritmo bebop della tua parola libera. Io col tuo nome ci chiamo la strada, io col tuo nome ci chiamo tutte le mie velleità di scrittore. Gli uomini come te rimangono, mentre le stelle cadono e provano a confonderci, siete bagliori che guidano lo sguardo sulla strada vera, quella che porta a una non precisata, indefinibile, beatitudine.

Foto: dalla rete.

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