La colpa

Marco si toccava il collo e intorno non c’era nessuno.
Sul banco una chiazza di liquido rosso.
Era l’ora della merenda e nel cortile i bambini giocavano, non potevano nulla contro il male che era arrivato e li aveva sorpresi.
I gelsomini coi loro fiori bianchi, l’erba verde, il cancello grigio, più in là le fabbriche, nient’altro li circondava.
Quelle che ieri erano grida ora erano dei sottovoce e i grembiulini bianchi e neri se ne stavano seduti in cerchio lanciandosi una palla rossa.
“È il sangue di Marco.” Disse uno quando la palla gli rimbalzò tra le cosce. Una bambina dai capelli d’oro impallidì, strinse forte i pugni, le sue mutande si bagnarono d’urina, cominciò a lacrimare e si alzò e scappò in classe.
Marco si teneva il collo con tutte e due le mani. Le sue dita erano rosse. Quando la porta della classe si aprì vide la bambina dai capelli d’oro, magra, col moccio al naso e i pantaloni bagnati.
“Mi sono pisciata addosso.” Disse la bambina.
“Non è poi tanto male, è caldo.” Rispose lui.
“Perché non sei venuto in giardino? Tu vuoi sempre essere diverso da tutti.”
“Non è che voglio, è inevitabile. Ma non sarà per sempre, perdo sangue, vedi?”
“Posso assaggiarlo?”
“Puoi. Ma non troppo, non è per te. È per nostra madre, è per nostro padre.”
La bambina assaporò il sangue.
“Sembri nostra madre col rossetto. Dovresti toglierti i pantaloni adesso, sono bagnati e ti prenderanno tutti in giro.” Disse Marco.
“E cosa mi metto?”
“Mettiti i miei, sono sporchi, ma almeno non sono pisciati. A me non serviranno più.”
La bambina annuì e poi si abbassò i pantaloni e poi si abbassò le mutande. Tra le sue gambe senza peli un foro minuscolo, lei ci infilò un dito più in fondo che poté, poi lo tirò fuori e allungò il braccio sotto gli occhi di Marco.
“Tu vuoi sempre esagerare, speri che qualcuno ti guardi, ma non ci guarda nessuno.” Disse lei. “Vuoi assaggiare? Credo tu abbia bisogno di sangue.”
Marco fece di sì con la testa e aprì la bocca, lei gli infilò il dito tra le labbra, lui succhiò, lei ritrasse la mano.
“Ti piace? La gente dice che sono buona, a me non importa più, ci sono abituata. Mi importa soltanto di te.”
“Mi mancherai molto.” Disse Marco.
“Lo so.” Rispose la bambina. “Ma sei tu che hai deciso di andartene per sempre.”
Marco vedeva tutto sfocato e le sue parole inciampavano tra le labbra, si sforzò e disse:
“Non è colpa tua.”
“Lo so. Io sono buona, è la mia dannazione. Posso salvarti se vuoi, col mio dito. Se ti salvo me li dai lo stesso i tuoi pantaloni?”
Marco stette in silenzio. Sotto di lui il pavimento era rosso.
“Non puoi. Questo è il mio regalo per te, l’unico possibile.”
Marco appoggiò la testa sul banco e chiuse gli occhi. Non dormiva, deglutì due volte e sentì il sapore ferroso del sangue.

Entriamo insieme nella porta stretta, io abbasso la testa, lei trattiene la pancia. Abbiamo gli occhi rossi. Lei ha pianto tutta la notte, io ho stretto le palpebre per trattenere le lacrime. Il cane di nostra madre ci lecca le gambe. Io gli do un calcio sul muso. Lei mi prende per mano. Non siamo abituati a farci annusare dagli animali. Quando dormiamo insieme, di nascosto, all’istituto, ci annusiamo soltanto tra noi. Lei profuma di albicocca.

Al centro della camera nostro padre è disteso e dice il rosario senza aprire la bocca. Ha le guance bianche e gli occhi chiusi. Il taglio sul collo si vede appena. Lei mi sussurra all’orecchio che l’hanno truccato. Lo chiuderanno in una prigione di legno, è colpevole. Nostra madre è vestita di nero, dice che non lo vedremo più, che l’hanno fatto bello per l’ultimo viaggio, poi si piega in due, urla più volte: “Perché?”. Urla soprattutto nelle mie orecchie.
All’urlo tutta la gente che stava in piedi accanto a noi, in silenzio, nella camera stretta, decide di uscire. Alcuni abbassano la testa per passare attraverso la porta.
Nostra madre smette di urlare, respira a fatica, accarezza i nostri capelli e senza bisogno di chinarsi esce dalla stanza.
Ora siamo noi e nostro padre.
Lei dice: “Ave Maria, piena di Grazia.” Lo sussurra all’orecchio di nostro padre.
Io imito la voce di mia madre. Urlo forte.
Lei continua la sua preghiera, dice le parole una dopo l’altra, sempre più veloce. Io urlo più forte che posso, la mia voce rimbalza sulle pareti, quando torna nelle mie orecchie non è più mia. Lei mi mette le mani sulla bocca per farmi stare zitto, io gliele mordo forte. Lei mi tira un calcio. Io le mollo uno schiaffo. Lei urla. Urlo anche io. Le do un bacio.
Nostra madre torna nella stanza, io chiudo gli occhi. Abbiamo le mani gonfie. Nostra madre dice: “Salutate vostro padre.”
Lei gli si avvicina, gli dà un bacio sulla guancia. Io gli infilo il dito nella ferita del collo, la mia mano si sporca di trucco e di qualcos’altro, la pulisco sulla giacca nera di mio padre. Poco dopo abbasso la testa, le accarezzo la pancia.

Quando mi bussano alla porta io sto spiegando a Rulfo, il mio gatto, perché non può uscire di casa nei giorni di pioggia. Quando apro la porta Rulfo esce, non tornerà più.
Sul pavimento le impronte bagnate di quattro scarpe, due grandi, due più piccole, tutte nere.
Lei non deve più trattenere la pancia. Allunga la sua mano e stringe la mia.
“Questa è Annie, la nostra bambina.”
Annie resta con la schiena appiccicata alla porta.
“Non hai più gli occhi rossi come dieci anni fa.” Dico io.
Lei annuisce.
Annie ci guarda.
“Potresti salutarla.”
“Ho le mani sempre sporche.”
“Solo i fiori del gelsomino restano bianchi.” dice lei e sospira.
“Non dovevi tornare più. Sei troppo buona.”
“È la mia condanna, ricordi? Annie voleva conoscerti.”
Annie è sul divano, io la raggiungo, mi siedo di fianco a lei.
“Non eri poi tanto lontano.” Mi dice.
“Solo una vita.” Rispondo io.
Annie mi prende le mani, le confronta alle sue.
“Non sono sporche.”
Lei non si siede, ci guarda dall’alto.
“Sembri un po’ addormentato, non è vero, mamma?” Dice Annie.
“Non dormo da molto. Non posso.” Dico io.
“Ti spiace se accendo la luce?” Dice lei.
“La colpa è mia.”
“È troppo buio qui.”
Lei preme l’interruttore, la luce non si accende.
“Perché non hai voluto che io ti salvassi?”
“Non è stata colpa tua.”
“Nostra madre è morta due anni fa.”
“Loro mi avevano fatto impazzire.”
Annie mi guarda coi suoi occhi verdi. “Li hai uccisi tu?”
“Non sono stato capace nemmeno di uccidere me.” Rispondo io.
“Me l’ha detto mamma.” Dice Annie.
Lei mi abbraccia, dice: “Mi sei mancato.”
Le parole non hanno più importanza per me, gli abbracci sì. Sento il suo corpo, il suo calore, il profumo d’albicocca. Rulfo può non tornare più.

La palla rossa rimbalzava tra le mani dei miei compagni quando arrivò una bidella avvolta in una tunica azzurra e urlò forte il nome di Marco. Le maestre corsero via e ci lasciarono soli seduti sull’erba verde del giardino. Io mi alzai e camminai lenta verso le classi. Il suono di una sirena in lontananza. Entrai in aula e Marco era seduto al suo posto, la testa appoggiata al banco come se stesse dormendo. Lo chiamai. Non rispose. Lo guardai. Non mi guardò.
Nostra madre era al lavoro. Nostro padre non era ancora nella sua prigione di legno.
Io urlai forte: “Perché?” La bidella entrò in classe, mi mise una mano sugli occhi. Mi portò via. Marco sollevò la testa, era tutto rosso, mi fece l’occhiolino, disse: “È il mio regalo per te.”
Io urlai: “Non lo voglio.”
“La vita è così triste se non sfidiamo la morte.” Disse lui.
Due signori vestiti di arancione fosforescente lo presero e lo portarono sull’ambulanza. Poi arrivò nostra madre.

“Non sono morto, hai visto, era un gioco.”
“Io ti voglio bene.”
“Ti amo anche io.”
“Non dirlo a mamma.”
“Dicono che sei pazzo. Non ti vedrò più.”
“Verrai a trovarmi di nascosto.”
“Faremo anche l’amore?”
“Soprattutto l’amore.”
Quando nostra madre raggiunse Marco in ospedale lui chiuse gli occhi, aveva deciso di non vederla più.
Andai all’istituto molte volte. Mi chiamava Rulfo, mi accarezzava. Poi ansimava forte.

Foto: © Bernard Faucon

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