Al concerto di Jovanotti ci entro senza biglietto

Ho trent’anni e sono iscritto a Facebook. Tra i tanti “mi piace” anni fa devo aver cliccato sulla pagina ufficiale di Jovanotti e ora ricevo tutti i suoi bla bla bla di video e annunci e recensioni a libri che l’hanno fatto godere di brutto, tipo quelli di Aldo Nove che pure a me piacciono un casino, pure le foto con Roberto Saviano a New York. È un uomo simpatico, quel Jovanotti, uno che wow, ottimismo a go go, power flower e cose belle, uno che io dico, vorrei essere lui perché invece io sto imparanoiato la maggior parte del tempo e mi prendo male spesso e, dice chi mi conosce, mi porto pure sfiga da solo. Per un certo periodo mi sono anche vestito soltanto di nero. Beh, Jova suona a Milano, allo stadio di San Siro, promette uno show wow wow wow con uno schermone a forma di fulmine che proietterà chissà quali immagini psichedelia e minimal di chenesoio provenienza. Poi un palco enorme e passerelle dappertutto che io già me lo vedo correre e saltare di qui e di là con quelle sue gambe lunghe e braccia lunghe tutto colorato tatuato com’è, modaiolo quanto basta, elegante e sportivo assieme, quell’inumano Jovanotti, sempre un passo avanti, anzi, un salto avanti. Su quella pagina ufficiale prepara i fan al supershow e annuncia una dopo l’altra le sue idee e le anticipazioni del live show. Io lo guardo, mi lascio ipnotizzare da tutti quei colori felici e dalla sua “s” che suona sempre perfetta, io al suo concerto ci voglio andare.

I biglietti sono finiti ma chisseneimporta. Quel giorno là mi metto in fila davanti ai cancelli tra ragazzine un sacco carine e mamme carine e mamme un po’ meno carine e ragazzini con magliette carine e bandane inguardabili e scritte sulle braccia e tatuaggi dappertutto. Poi bambini in spalla ai papà un passo indietro alle mamme che fanno comunella e ancora bla bla bla, che siamo tutti pronti per la festa, c’è un sole che abbaglia, si suda, io in fila penso che non ho ancora il biglietto ma chisseneimporta che prima o poi lo troverò per un prezzo decente o qualcuno addirittura me lo regalerà perché l’atmosfera e woa e tutti ci stanno dentro un casino e cantano e bevono Red Bull e Coca Cola.

I minuti passano, poi le ore, il caldo è insopportabile, nessuno mi regala il biglietto. La gente sfila davanti a me ed entra nel grande stadio. Io da fuori sento già le urla e i cori e gli applausi e le voci che scandiscono il nome “Lorenzo” e lo ripetono forte: “LORENZO LORENZO LORENZO.”

Devo entrare anche io costi quello che costi pure se non ho i soldi che il mio lavoro è precario e la generazione è quello che è e bla bla bla ancora bla bla bla. Mi metto in fila, arrivo davanti a un agente di polizia che mi guarda e vede che non ho lo zaino e non ho bottiglie di vetro e neppure la faccia da violento che sono pure bianco caucasico e mi lascia andare e così arrivo dal tipo che controlla i biglietti che mi guarda e io faccio finta di nulla e cammino e lui mi lascia passare ma poco più avanti un altro controllore mi domanda il biglietto e io gli dico che l’ho perso, poi che me l’hanno rubato, poi che porca troia fa troppo caldo e lui non cambia mai espressione, rimane serio e mi allontana, dice di tornare indietro, che senza biglietto non si entra.

E io torno indietro e mentre tutti sono contenti io mi guardo intorno e comincio a odiare i tatuaggi a colori e i cori e le madri che parlano con le bambine e i padri rassegnati che accompagnano queste old adolescenti in post rivoluzione ormonale.

Mi volto, prendo la rincorsa e corro verso l’entrata, supero i poliziotti, supero il primo controllore, supero il secondo, corro verso la scalinata che porta allo stadio, corro e sono felice, intravedo il fulminone acceso che è tutto luci fosforescenti. Mi sento tirare la maglietta, mi hanno preso, bastardi, sono per terra, sono in quattro, uno mi tiene fermi i polsi quell’altro ha un’intero braccio intorno al mio collo: “Dove volevi andare?” “Al concerto di Jovanotti.” Rispondo io, come se la cosa non fosse ovvia. “Senza biglietto non puoi, amico.” “Ma io il biglietto ce l’ho,” Dico io. E quelli rispondono “Ah, sì.” e cominciano a cercarmelo addosso e non lo trovano e continuano a cercarlo e mi toccano dappertutto mentre le mamme chiudono gli occhi alle bambine e le adolescenti vociano e lo stadio non smette di inneggiare.

Mi sollevano a forza i poliziotti e mi portano in un angolo. “Mi volete picchiare?” Chiedo io. Quelli si mettono a ridere, dicono che guardo troppa televisione, che fa troppo caldo, che sono padri di famiglia, che lo capiscono che voglio andare a vedere il concertone, ma che senza biglietto non posso. Uno propone pure di lasciarmi andare perché pure lui una volta è entrato a un concerto senza pagare, gli altri gli dicono che è scemo, che è colpa di quelli come lui se il mondo va male. Io sono seduto a terra con tutti questi uomini intorno, la gente passa e mi guarda, Giulia, che è stata mia compagna d’università, che passa lì vicino col suo ragazzo mano nella mano, mi riconosce, mi chiama per nome, io la guardo, i poliziotti la guardano. Giulia dice: “Ma che ti hanno arrestato?” Io faccio sì con la testa. “Spaccio?” Io faccio sì con la testa. I poliziotti ridono. Giulia dice: “Sei un grande.” e mi manda un bacio. I poliziotti ridono. Lei dice: “Non fategli del male, oggi è una festa e lui è bellissimo così.” I poliziotti le fanno segno di andarsene. Lei se ne va, mi guarda, io la guardo, lei mi guarda e il suo ragazzo la trascina verso l’entrata.

“Carina, eh”. Dice un poliziotto. Io alzo le spalle.

“Beh, che vogliamo fare?” Dice un altro.

Il concerto è cominciato, il cielo è buio, Lorenzo canta, il fulminone inonda il pubblico di luci psichedeliche, la vita è così bella questa sera.

Mi accompagnano fuori dai cancelli e mentre mi accompagnano dei loro colleghi stanno correndo verso chissà dove e fanno loro cenno di seguirli, c’è qualcuno da arrestare, dicono, contraffazione e spaccio e c’è pure un ubriaco che mena le mani, diamoci sotto, questa volta entriamo duri. I ragazzi stringono i denti, Lorenzo Jovanotti, proprio lui, canta e la gente è felice, io sono ormai fuori dal cancello, i poliziotti battono un tempo veloce nei loro stivali neri, qualcuno urla e poi piange, c’è sangue sul cemento. Fortuna che sono bianco, io. Fortuna che sono fortunato, fortuna che non sono nemmeno ubriaco.

Con la testa appoggiata alle sbarre del cancello non riesco a pensare a niente. Guardo quel qualcuno che soffre e io non ci posso fare niente, sento quei qualcuno che sono felici e io non ci posso fare niente.

“Dietro ai cancelli non c’è vita. E non c’è gioia e non c’è nemmeno tristezza. Soltanto malinconia”, scrivo su Whatsupp, lo invio a lei e tanto so che non risponderà perché sono incomprensibile.

Poi raggiungo casa mentre rimbomba ovunque la voce di Lorenzo io vado a letto, mi fischiano le orecchie, mi gira la testa.

Alle cinque di notte ricevo un messaggio su Facebook, mi sveglio, è Giulia che scrive: “Ma ti hanno arrestato poi? Appena esci di prigione usciamo insieme. Promesso?”

Rispondo sì.

Foto: dalla rete.

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