Dell’arco cuore

L’ingegnere nella sua camicia a scacchi mi spiegava il valore degli assembramenti nell’epoca del marketing, così la birra è gratis ma si versa lenta, così qualcuno aspetta e qualcun altro vede qualcuno che aspetta e si avvicina a quel qualcuno e aspetta e, attesa dopo attesa, si crea una fila, la fila suscita interesse, il marchio della birra ha la sua visibilità e tu bevi una volta sola, che di rimetterti in coda non hai più voglia.

Dopo un attacco così già mi vengo a noia, perché il cervello di D.F. Wallace è diverso dal mio, perché sono poco preciso, concreto, perché non faccio attenzione alle cause e prendo per buone le conseguenze.

Sono la dispersione, sono tutti gli universi paralleli teorizzati da Stephen Hawking dopo l’addio di Zayn ai One Direction. In qualche tempo diacronico io e te, lo so, siamo stati vicini, forse ti sono stato padre, amante, forse sono stato tuo figlio, tu mia sposa, mia nonna, mia cinciallegra, mio orto, mio stivale, mia luce, mia voce. Pensare, pensare, pensare, dove sta il godimento in tutto questo?

Ai santi delle teorie, sofisti che intronano parole a dispetto della vita, io chiedo, tu dove sei? Quando mi sorprendo a urlare il tuo nome in corso Sempione, col motorino e il casco a confondere il suono, e tutti che guardano e si chiedono il perché della mia canzone che suona stonata ma che è per te e degli altri, lo sai, ci importa poco.

Tu che cammini e inciampi, tu che corri e saltelli, tu che siedi nell’erba e fumi piano come i cardellini che sbocconcellano il pane. E chiudi gli occhi su questo pianeta infecondo e doni due lune alla notte, tra le tue palpebre e le tue labbra che preferisco non guardare, tra il nudo cielo e le sue stelle nascoste, tra queste notti che finiscono davanti ai portoni mentre fuori dalle chiese riposano i senza stanza, i senza denaro, i cercatori d’amore e sotto ai soffitti alti di Brera si posano i vestiti firmati, uomini e donne dagli occhi puliti, mani perfette, denti dritti e giustizia in tasca in auto nuove e orologi luccicanti.

Inizia il turno di notte ora in fabbrica, il padre di famiglia guarda la bimba che dorme, la madre sovrappeso che russa un poco, controlla l’erba e le cartine, tornerà il pomeriggio e avrà bisogno del riposo dei sensi e lascerà i pensieri sui divani, prima del bar, degli amici, prima di tornare in quel letto sfatto e prendersi il calore dei suoi amanti imperfetti.

Mi perdo, te l’ho detto, e ora perso sono, unito però e non frammento, felice, oggi, in questo mio indefinito, disperato tendere, io dell’arco corda, cuore, così che l’opera coincida col tuo nome e sia vita e vita soltanto e voli alta, sopra gli animali, i boschi, fino a pungere le nuvole cariche di grandine per ritrovarci bagnati io e te, capelli e capelli, nero su nero, a scrivere qualcosa che ancora non comprendiamo.

Foto: © Bernard Faucon

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