Archivio dell'autore: Marleo

Chi sono io

Ma dove sono io e cos’è tutto quello che mi circonda. Sono soltanto un essere chiuso dentro a un corpo, chiuso dentro a una camera, dentro a un paese, chiuso dentro a un mondo, in un universo che non ha bisogno di me. Chi sono io se il mio corpo sfiorisce, se i ricordi svaniscono, se basta soltanto una notte per provare un’intimità mai provata. Se lei partirà domani, se lei è una puttana, che importanza ha? E’ soltanto mattino e luci chiare, ho l’anima drogata d’emozioni e non so che fare e se aver fiducia in questo ragazzo che mi ha preso dalla strada e portato con sé senza nessun motivo. Le cose che ti succedono succedono per caso, ma cos’è il caso se non parte di un progetto più grande, che dirò a Dio quando me lo troverò davanti nell’ultimo giorno? E se morissi ora, che direbbe mia madre?

Foto: Essaouira.

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Sempre contro

Mi chiedevi perché dobbiamo sempre essere contro alle mode, ai tetti più esposti. Ti rispondevo che non lo so, che è una questione di fiori. Tu non capivi e ti giravi dall’altra parte, poi ti stufavi, cambiavi il fianco e ti lasciavi sedurre dal televisore.

Sui nostri schermi le foto col personaggio famoso e le classifiche dei blog. Ti fai così piccolo, dicevi tu, che hai dimenticato la natura, sei tutto palazzi e altezze, ricerchi il potere e le dipendenze: alto verso il basso, basso verso l’alto. Che importa, dicevo io, abbiamo sempre bisogno di dare una direzione allo sguardo e l’uguaglianza ci annoia se davanti non c’è l’infinito dello spazio, un cielo, un mare per il desiderio di conquista dell’occhio.

Lo vedi che i fiori c’entrano, e rispondevi che recidere il gambo è donare la morte, quanti problemi ti fai, dicevo io, sarà per questo che sei vegetariana? Strizzavi un occhio e mi leggevi le mani, dicevi sei così complesso che non capisco da dove iniziare.

E giù invettive contro il festival di Sanremo e le firme note dei programmi tv, contro la classifica dei libri venduti e le barbe stinte. Perché ti arrabbi così? Sul digitale c’è tutto quello che abbiamo bisogno, l’appagamento dei nostri desideri.

E continuavi a sorridere ai cantanti, io allora cercavo un albero per pisciare all’aperto, per nascondermi nel liquido che evapora al freddo e confonderti con la mia insensibilità alle tue cose belle. Poi mi mostravi un vestito, alzavo le spalle in un chisseneimporta.

Lanciamo gli occhi in direzioni diverse: i miei li rubano le correnti e i tuoi cadono perpendicolari al sole, s’illuminano quando mi guardi e poi accarezzano il cemento pestato dai più.

Chissà quale distanza hanno deciso per noi. Per essere qualcuno dobbiamo essere comprensibili, farci di cuori e ti voglio bene, renderci ridicoli sulle bacheche e commentare tutto, ma proprio tutto.

Non bestemmio, lo sai, e mi disturba la mancanza di grazia. Eppure sono così debole, così perverso, che ti chiedi in fondo dove stia la verità e ti dici non sta nel mezzo, sta nell’intero. Se non l’hai capita chiamami, te ne parlo volentieri.

Foto: dalla rete.

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Oooh e suoni di campanelle

Gli occhi divisi tra i tuoi mappamondi e il meridiano nero, pensieri affondati. Il mio strabismo di Venere, il neo sulla guancia sinistra e la leggerezza dei tuoi capelli. Lecca lecca tra i nostri respiri e bottoni da far saltare a ogni contatto.

Ti stringevi al muro per non prendere freddo, la curva dorata della tua schiena, gli scivoli delle tue cosce e tutto il calore del sole che nascondi dietro le spalle. Aspettavo i tramonti, i tuoi risvegli urlati e le mie mani a coprirti le labbra.

Ci guardavamo come fanno gli alieni con le pupille disordinate tra le lenzuola e la ricerca di un’armonia nell’ansimare. Poi ti scrivevo haiku sulla schiena, ti rilassavi al contatto del pennello e nero di china tra le tue scapole, il tuo ombelico come un bersaglio, gli schizzi a mano libera, poi disegni accennati in punta di lingua e le parole che ci rimangono tra i denti.

Sarà che il sacro risale alle nostre viscere, non vedo il male nelle vicinanze, nei desideri che non esprimiamo per non vergognarci. Vuoi dirmelo cosa sarebbero le rivoluzioni senza il narcisismo? L’hai guardato a lungo il ritratto del Che? Trovare bellezza nei colori del viso e nell’armonia del contatto, perdere il controllo dei battiti, la salivazione aumenta, puoi parlarmi ora delle tue sopracciglia, del rosso delle tue labbra e del sudore che mi riga il volto.

Ci si morde per sentirsi vivi, dicevi, e stringevi le gambe per far correre il cavallo, la criniera al vento e gli zoccoli duri, quante autostrade e quante montagne, quanti cieli immaginati sopra le nostre teste e scritte bianche a ricordarci di alzare gli occhi.

Poi tra i vagoni dei treni ci siamo distratti in sonno, le dita dimenticate sul muro e magliette disperse.

Dovremmo fare colazione ora, non rimandare i domani cercando il calore delle brioche. Fuori è tutto un brusio di lavatrici, un bisbigliare di porte chiuse e vetri appannati. Aspettiamo la neve per raffreddare i nostri desideri appesi agli alberi del Natale, il latte caldo fuori dalla finestra. Arriveranno le renne, arriveranno e non avremo più paura di rivelarci. Così deboli, storpi, soli, affannati, capaci di stupirci in danze proibite agli occhi degli altri. Ooooh e suoni di campanelle. Ooooh e suoni di campanelle.

Foto: Francesca Woodman.

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Con le pupille incastrate ai cannocchiali

Chiederti perdono per tutte le invadenze. Sedermi sulle tue ginocchia per aiutarti a piangere. Non parlare, ma stringerti i fianchi.

Non c’è nulla da fare, soltanto stare. Tutti i tentativi di vicinanza e il tuo profumo che non ricordo.

Se parlo non mi senti, se urlo mi faccio patetico. Sussurro agli alberi e il vento disperde. Chissà come la mangi la pizza, se la tagli e poi la prendi in mano o se sei elegante con la forchetta. Vorrei prestarti una maglietta per il sonno, regalarti al mattino l’apertura delle finestre e il primo sole che ti fa sbattere le ciglia e ti deforma le labbra.

Non ho fatto altro che immaginarti e rinviato il sonno all’alba. Nei miei occhi così aperti tutti i sogni rimandati, le case basse del centro Italia e lune che riposano tra i fili della corrente.

Come i cervi quando bevono alle fonti allungano il collo all’apparenza indifesi. Le corna larghe rendono irraggiungibili gli occhi e allontanano gli sguardi. Con le pupille incastrate ai cannocchiali ti dicevo come lo sanno che li stiamo guardando, come lo sanno. Dicevi è semplice, lo sai, è una questione di energie.

Ti ho preso la mano a distanza, ti pensavo così tanto che riuscivo a sentirti vicina, e chissà tu se l’hai sentita quella vicinanza, se ti sei cercata le dita e le hai trovate incastrate tra i miei capelli.

Foto: dalla rete.

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Di fusi orari e direzioni smarrite

Sdraiati sul letto, le lenzuola tirate fin sopra alla fronte e il cellulare a illuminarci il volto. Ci ritroviamo a scriverci di fusi orari e direzioni smarrite. Eri arrivata così lontana da capovolgere il mondo e io non distinguevo più la luce e il buio. Tenevo le tapparelle sempre abbassate per allungare la notte e stringevo il cuscino perché prendesse la forma dei tuoi capelli neri, la tua vita stretta. Scioglievamo gli imbarazzi con domande dirette, poi i tuoi silenzi, i tuoi arrivederci.

Non c’è mai tempo per occupare lo stesso spazio, se ci pensi bene, poi, l’affetto che cos’è se non farci così vicini fino ad abitare la stessa porzione del luogo e rendere relativo il tempo. Se ci scambiassimo l’energia dei corpi la nostra lontananza sarebbe soltanto una conquista d’immenso. Non più centri, ma diametri. Nessuna misura se non la nostra presenza.

Ricordi negli occhi e malinconie, le tue labbra rosse e il mio balbettare ricorrente. E lasciavamo cadere sul pavimento le nostre intolleranze, sono razzista io, lo sei anche tu? Certo, sai, non ne sono fiero, ma ne ho preso coscienza, è così difficile avere un punto da cui sollevarsi. Dici che è grave? Non lo so, rispondo io.

Poi l’ignoranza delle mie dita e tutte quelle storie che ti racconto per tenerti sveglia. Scattavo foto ai quaderni per chiederti d’uscire e non sapevi come riempire le x disegnate tra i pixel. Verrà un domani, risponderai, mi dicevo, ma il domani non arrivava, le torri crescevano in altezza e le stelle perdevano colore.

E chissà ora dove riposi e chi ti stringe al petto. Il ponte alzato della tua nobiltà, il sangue blu dei miei pomeriggi e il nero del cinema per riposare il pensiero. E adolescenti orientali sui tram, il tuo profumo nuovo e le unghie smaltate mentre non rispondi al telefono e mostri le spalle scoperte, mente ti svegli e io metto sul fuoco il caffè per sentirti vicina, tu che vicina non sei.

Foto: Christopher Anderson.

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Facciamo l’amore con lentezza

Piove tra i maglioni stesi nel centro del salotto, torno ad ascoltare i Radiohead e il picchiettare di gocce sul pavimento. Si ammorbidiscono le suole delle nostre scarpe sotto gli ultimi soli di novembre, con le montagne a ricordarci l’attesa del bianco. Leggevo di te, ieri sera, ci sono incontri che avvengono nell’intimità di camere separate. Tra noi soltanto chilometri di insicurezze e il conforto degli amici come una gabbia. Così ruggisci, nessuno ti ascolta. Sbranerai pagine e mangerai ancora cioccolata prima di dormire.

Non ti vergognare delle tue cosce, lo sai che son cose da adolescenti: cresciamo in sapienza e guardiamoci negli occhi, non serve a niente adesso parlare. Ti immagino spesso nuda, seduta a cavalcioni sopra il mio bacino, facciamo l’amore con lentezza. Noi così presenti, noi così vicini, nessun paragone al già visto. C’è un’originalità nell’ansimare delle vicinanze che non può rifarsi a nessun modello.

Sei così elegante quando sei tu, il resto lasciamolo ai fogli patinati delle riviste. Sorrido quando mi dici che non è questo il momento, chisseneimporta del tempo, nemmeno lo spazio è adatto a noi, ti dico io. Se soltanto mi amassi ce ne andremmo a vivere nel verde, quello degli orizzonti e delle case basse, delle vigne in fila e delle colline che riposano lo sguardo.

Nel tuo amore non amato la mia frequentazione dei grattacieli, le corse in ascensore e l’inseguimento di un cartellino sul cuore con scritto il mio nome, un contratto e un affitto. E a notte fonda pensavo che me ne faccio delle proprietà private e poi come lo cresco un bambino? A strada e zaino in spalla? Chi ce l’ha fatta, che senso ha?

Mi innamoro delle sensibilità e come gli angeli ci stringiamo forte fino a farci preghiera. Sono le relazioni a salvarci. Mentre non ricordo le espressioni del tuo viso; quel vino bianco nel foyer del teatro, quando anche il gusto si perde, quando non finivi i cocktail e te ne andavi a cavallo di una mini e io ti inseguivo, ti inseguivo, il motorino spingeva solo i cinquanta e quanti semafori rossi e quanto si scivola sulle vene dei tram.

Foto: Robert Mapplethorpe.

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Io che alle madri piaccio sempre tanto

In piedi davanti al vetro ansimo, non ho corso, mi sono soltanto svegliato da poco. Lassù è blu di cielo, e verde di terrazze e luccichio di gru e ponteggi. I treni si rincorrono senza prendersi mai. Le carrozzine s’incontrano nei parchi senza salutarsi, qualche cerniera rimasta aperta sulle panchine e macchie di vino e sputo per terra. I centri commerciali svuotati d’abeti e case che si ribellano al freddo: tè caldi e castagne e vino, calze grosse e pantofole. Le spremute al risveglio e conservare le bucce d’arance per i caloriferi accesi.

Guardavo la televisione sdraiato sul tappeto, la bocca aperta, quando mi dicevi è pronta la cena io non rispondevo. La fame soltanto una distrazione. Sapevo addormentarmi alle sei del pomeriggio e andavo a letto felice tra i disegni di un libro o la parole antiche del nonno: sogni d’oro e brillanti e carezze da non restituire.

Mica come adesso che ogni giorno è attesa di partenza, d’aerei e biglietti. Quando mi parli delle tue scarpe nuove ti dico che al viaggio non serve, che la novità riempie gli occhi di stupore e i piedi di vesciche. Che ne sai tu dei viaggi se ormai vivi a Milano e trascorri il tuo tempo inginocchiato davanti a un computer? Che ne sai tu di quel che s’incastra nella mia barba, con quali canti accompagno il divano o le storie che hanno ascoltato i miei cucchiai di legno: il brodo per il risotto e l’attesa di quei due minuti burro e formaggio, ci vuole pazienza anche davanti al piatto, il gusto pieno arriva dopo due forchettate.

E quando ti dico non ho mai svuotato lo zaino tu non mi credi, mi dici hai le mensole colme di libri e nel passo acquisti pesantezza ogni giorno che passa. E faccio finta d’ascoltarti poi cambio discorso, delle primarie dei partiti politici e delle barbe sfatte dei leader, delle mille penne disperse sotto al letto e del programma della lavatrice, le tovaglie dallo sporco difficile.

E poi tu dove sei? Sei ancora là? O più in qua? Vicina o lontana? Quanti chilometri ci separano? Non mi rispondi e giro giro il mappamondo, mi dico partire non serve a niente se continuo a inseguirti e tu scappi, non è certo un gioco, ma nemmeno una cosa seria, chissà cos’è questo nostro rincorrerci, chissà perché. L’ho sognato proprio stanotte, una lettera di tua madre, che poi lo sai, mica la conosco, mica sa chi sono, diceva capirà, prima o poi capirà, dorme la piccola mia, lo sa che il mondo non può finire domani, si sveglierà, prima o poi si sveglierà. Ma io alle madri piaccio sempre tanto.

Foto: Luca Regia Corti.

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L’ultima ruota del carro

Chissà se lo hai visto Nostalghia di Tarkovskij e il monologo gridato dal folle: bisogna riempire gli orecchi e gli occhi di tutti noi di cose che siano all’inizio di un grande sogno, qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi non importa se poi non le costruiremo, bisogna alimentare il desiderio, dobbiamo tirare l’anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito. 

E poi me ne andavo al cinema, così tra le lenzuola stese ti ho chiesto: vuoi fidanzarti con me? Nessuna cena elegante, nessun foglietto con due possibilità da barrare con una x. Conoscersi nell’abitudine al lavoro, nella frequentazione dello stesso spazio, e poi il matrimonio, il letto, la vita insieme.

Le parole sussurrate sulla schiena delle coperte, la televisione che ci prende la mano per condurci al sonno e poi le preoccupazioni del quotidiano smorzate in abbracci. Mi ascolti tu, ti ascolto io, dimmelo adesso di che altro ancora abbiamo bisogno? La naturalezza dei gesti e gli amici di sempre, chi non passa mai il pallone e chi trascorre tutta la vita ad aspettare il passaggio smarcante per prendersi la responsabilità del tiro in porta e accettare la gioia del goal. Siamo brave persone, dicono i più, chissà poi che vuol dire, quest’onestà che portiamo nei tratti del viso e pare non serva a nulla; la fatica di molti, i soldi dei furbi e il loro stuolo di amanti.

Poi i disegni su tele enormi per dar colore alla noia dei letti disfatti, dei vetri oscurati a proteggere l’illegalità dei viaggi dei potenti. Parole sporche al telefono e unghie sempre pulite.

I tuoi capelli neri non si riconoscono più nello specchio di questa storia che ci fa guardare le cose grandi dai balconi e ci stringe l’anima a forza di confronti. Quante candeline hai spento e quante ancora ne spegnerai?

E chi sono poi gli altri per giudicare quello che fai, ti appenderanno sulle spalle responsabilità che non hai mai immaginato e sotto all’albero di Natale verranno ad abbracciarti, a controllare la lucentezza delle tue scarpe, la morbidezza del tuo maglione. Ti vogliono bene, lo sai, soltanto la vita li ha ridotti così. Che farsi forti vuol dire modulare gesto: una mano può esser pugno, può esser carezza, lo sai anche tu questo?

E come è semplice parlare delle ballerine inguardabili che indossi anche al mare? Non mi ero mai accorto della tua vita così stretta. Certo poi in pista ti lasci andare, tu Marilyn e io il supereroe di qualche fumetto che in edicola non trovi più.

E finiva che ci ingannavano anche i dottori, vivevamo la vita senza rendercene poi tanto conto, tu che sorridevi al cravattino, il baffo accennato di Carmelo Bene; ci sono cose che si avvertono anche senza capirle e poi sudore e l’ora più bella del giorno, dopo il lavoro, quando le serrande si abbassano e si accendono le luci e fuori è buio, la tavola è apparecchiata, la cena e le preoccupazioni da affidare alla sedia e al neo che porti sulle labbra, la grazia nel lavare i piatti e la consolazione dell’ultimo sorso di vino.

Nel bacio prima del sonno pensare che sei tutto e qui: tu donna, tu madre, nonna, santa e poi troia, diavolo e angelo e fratello e sorella e già figlia. Ho tutte le donne del mondo perché ho te, tu che sei tutte, trovare l’infinito quando sai contare soltanto fino a due.

E lo sai che c’è? C’è che non siamo mai state comparse e non ci hanno fatto mai ridere le battute sessiste alle cene eleganti. Che in mezzo alla folla basta uno sguardo e ci facciamo camino e poi fuoco. Non importa se perderemo ai gratta e vinci, non importa nemmeno che diranno i tuoi, che diranno i miei, magari saremo nonni, magari no.

Ce lo vedremo prima o poi Nostalghia di Tarkovskij e arriverà quella scena, quando il poeta domanda alla bambina: sei felice tu? Di cosa? Domanda lei. Della vita. Continua lui. Beh, della vita, sì. Risponde la bimba, e poi nasconde il viso e poi sorride e poi m’immagino che guarda in alto, che cerca il cielo.

Foto: dalla rete.

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Milano salvati

Piove, e bagna e gocciola e ancora, rallentano automobili nei sottopassaggi e pozzanghere arcobaleno e petrolio. Senza una furia il vento denuda la magnolia dalle ultime foglie, resistono gli abeti, le madri portano sulle spalle figli dal caschetto nero: li vedi gli angeli quanta pipì. Pisciano sopra le nostre teste i santi senz’ali di quest’epoca scura. Chi può prende il remo e attraversa la fanghiglia, altri si trascinano dietro a borse zeppe di documenti e ordini precostituiti. Con la virtualità del denaro faremo i conti soltanto a sera, nel mezzo della notte incubi e pulsare di reni.

Ora spiegami il perché di questo nostro umore che cambia a seconda del cielo. Ruba il tempo per sentire il rumore del tabacco che brucia, il sigaro si fa più piccolo tra le dita, un respiro in meno, uno in più, che importa? Non si alleggerirà di un grammo il peso delle nostre anime.

E in questa città che conosce rare cortesie ci avvistavano sempre a sud nelle nostre giacche primaverili e fuori è l’inverno delle coscienze codarde, combattiamo il gelo con la grazia nel dispensare sguardi invadenti. Vogliamo sedurre per l’accettazione delle nostre primordialità. Se uso parole fuori moda potrai mai perdonarmi? E quando potrai perdona anche i miei capelli sparsi a nascondere l’aureola dei miei giorni antichi. L’antichità è pelle morta e cicatrice. Tutto si rinnova, invece, cellule e capelli. Pensaci, non sei più lo stesso quante occasioni per viverti altrimenti.

Se vuoi appiccicarmi i deliri di questo bianco mattino, ti regalerò fogli con balene disegnate e pacchetti di figurine ancora chiusi,  che ne farai? Finché abbiamo vita, finché abbiamo incertezze non c’è motivo non caricarci sulla schiena le nostre sensibilità così giovani, così deboli, così imperfette. Vieni a dirmi che la perfezione non esiste e mai esisterà e io ti chiedo il perché della tua felicità. Di quegli occhi trasparenti, delle tue magliette a righe e del nero dei tuoi capelli che non fa altro che farti risplendere.

Come le supernove esploderai lontano dal mio cielo e mi ritroverò seduto su una veranda, la birra in mano e un cane, non sentirò nulla, soltanto le rondini, nella primavera della baruffa, del ballo scazonte sfrenato della bile, soltanto le rondini si fermeranno e le vespe distruggeranno il nido, esplodi in luce tu, nessun rumore, così lontana, così veloce, come un ricordo, come un bicchiere d’acqua. Per tornare a incontrarci bisogna prima allontanarci.

Foto: dalla rete.

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Ci immagini noi

E pregare, sì, pregare. Alzare le braccia al cielo, la faccia coperta di terra e saliva sul cuscino. Specchiarsi per non ritrovarsi. L’occhio tumefatto e le guance scavate. Ciuffi di pelo sulla pancia e nessuna maniglia a cui aggrapparsi per risalire.

Vestiti soltanto di un pigiama troppo largo e a righe, il divano come unico approdo e la televisione sempre accesa. Il frigorifero lasciato aperto e nessun segno di vita di fuori.

Celebrare l’oggi come le vedove che santificano i giorni. Nei riti del caffè annegare tutto quanto è stato e dimenticarsi di telefonare ai tuoi cari. Se c’è qualcuno che compie gli anni storcere il naso, noi ancora qui che misuriamo il tempo quando invece abbiamo bisogno di spazio. Spazio per andare e spazio per lasciarci andare. Immagino tu che ti gratti il naso e mi viene da sorridere. Ricerco il due da troppo tempo e ho perso il conto dei fallimenti, delle labbra appoggiate ai bicchieri e del mio ciuffo ormai troppo corto.

C’è tutto un desiderio di gioia qui dentro che ci starei ore a guardarti e non m’importa nulla di uscire, di occupare il giorno nella tela degli incontri, il cinematografo e la festa del momento. Non ho interesse per la contemporaneità ti dico e non mi degni degli occhi e mi rimandi alla finestra a guardare tutto ancora una volta da fuori. Non ho mai invidiato chi gioca con le tue piccole labbra, faccio attenzione al ritmo del tuo cuore così provo a zittire il mondo e per cercare il suono; lascio perdere tutto il resto.

O andare o andare, restare non ha nessun senso, me lo ripeto da anni e invece vorrei tenere tutto sotto controllo e lasciare all’immaginazione tutti i viaggi. Che ne è delle mie bandane e delle estati trascorse a cellulare spento. Dove è finita tutta la mia riservatezza? Sono in vetrina da chissà quanto e polvere nel mio ombelico e polvere sui miei capelli e polvere tu non sarai quando ritornerai.

Gli amici, lo vedi da te, si fanno grandi, hanno anelli sul dito e automobili nuove da portare all’autolavaggio la domenica. Pargoli per gli esercizi delle braccia, si impara ad amare da grandi quando si comprende perché la terra gira intorno al sole.

Quando finiscono i film è come la fine di un ballo, lasciamo perdere le parole e ci chiudiamo nel bagno per dar sollievo alla vescica. Non mi interessa più piacere agli altri, mi dici, non mi interessano le fotografie e nemmeno le cover dei cellulari.

Ci immagini noi su un aereo, una maglietta e dei bermuda, prendere un autobus con lo zaino in spalla, indossare un Casio e dimenticarci del web perché abbiamo orizzonti e passi e strada e letti da rifare e sacchi a pelo da comprare a poco prezzo e correre il rischio della dissenteria, aver fretta di svegliarsi al mattino per vedere il nuovo, i fenicotteri rosa dei grandi laghi e i geyser che sbuffano prima dell’alba.

Quando allungo le labbra e faccio puff mi prendi in giro, dici che sembro francese. Abbiamo nei che si ricorrono e sogni di fuga. Qui è diventata tutta routine, anche mangiare una pizza, sorseggiare una birra. Vorrei che fossimo a nostro agio non dico nudi, ma ricoperti di stelle e rami e ululati di gufi e topolini di campagna a bussarci alla porta.

E il nostro fare l’amore non sia sfogo ma celebrazione dei giorni, per tutti gli amanti delusi e la tristezza del non essere accolti. Per il tuo bagaglio leggere le mie mani rovinate. Chiameremo nostri i domani soltanto quando rinunceremo al mondo. Perché allora guadagneremo il gusto dell’essere noi, qui, presenti a noi stessi, senza specchi o gatti che fanno le fusa sotto gli armadi e cani che rincorrono le nostre noie. Ti salverò, mi hai scritto sulla mano. E non capivi che la salvezza si era già compiuta.

Foto: Eleanor Hardwick

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