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A strapparci parole

Sui silenzi privi di coraggio, sul tempo che passa e noi che non sappiamo strapparci le parole di dosso. Che dovremmo allenarci tutti alla sincerità, altro che politica, altro che quotidiani con le rassicurazioni del meteo e i giornalisti d’oltreoceano con le loro riflessioni dall’alto tra le suore dal culo caldo e i protagonisti dei telefilm per teenager. E hai voglia a parlare della superficialità delle mie ubriachezze e di questa Milano che dopo le due di notte ci chiede il conto. C’era una volta nei documentari di Quark l’uomo che conosceva il mondo fino all’orizzonte, gli orti del vicino per lo scambio d’opinioni sulle tempeste d’agosto. Poi ci siamo fatti popolo e paese e quindi globo che nelle lontananze rimbombano i silenzi lo sai. Gli universi artificiali dei nostri desideri di benessere e il consueto disinteresse per le assemblee condominiali, con le opinioni al caldo degli editoriali e tutta questa spocchia dovuta all’acne che abbiamo appena perso per strada. E vuoi dirmelo come stai dove vai e cosa ti fa stare male. Come quel giorno che l’omelia si consumava fuori dalla chiesa: un pensionato in giacca e cravatta e una donna bianca col bastone le urla a chiedere vuoi dirmelo o no come posso fare per farti felice? Vuoi dirmelo o no come posso fare per farti sorridere? Questa tua espressione insopportabile per tutti i secondi che abbiamo condiviso. Ho detto alla vita di spostarsi un poco e farci spazio, i nostri posti imprenotabili sulle panchine verdi che coccolano gli sguardi. Milano è fretta, gambe in spalla e passo veloce. La mia invadenza da liceale sugli incontri che ci siamo persi. E intanto nevica sui ponti del Central Park e arriverà prima o poi quella raccomandata. Ma aspetterò anch’io la pazienza, sarò migliore, e come con le marmotte arriveranno primavere per i risvegli.
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Imparerò a chiamarti per nome

Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.

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Storpierò ancora il tuo nome

La città di notte sognando i playboy e tutti gli altri Iran. Prendevamo in mano i nostri fucili per punirci o solo per fraintenderci. E allungavamo la dita per cercare la spiaggia, affondavamo nei nostri corpi imperfetti e poi ancora la notte e poi ancora il mattino, questi giorni tutti uguali i nostri primi capelli bianchi. Stiamo invecchiando, stiamo marcendo, ma mi hai detto che è vita e io ti ho creduto. E non è vero che fidarsi non costa niente. Per le  campagne toscane, i barconi della Senna che non ho mai abitato. Il cappotto rassicurante dell’inverno. Verrà primavera. E quando tornerai dall’estero storpierò ancora il tuo nome.

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Sutura de labios

Quello che chiamate silenzio silenzio non è. Nei buchi dei piercing il punto a croce tra le labbra gonfie, il filo teso che ci accorcia il respiro: i nostri riti vodoo per le lontananze, che siamo sangue e respiro. Le bambole di pezza non hanno le labbra, lo sai? Non pensano troppo e non cambiano idea: lo spazio ideale delle carezze. Noi non sporchiamo parole e ruminiamo di notte, vacche incastrate tra le pieghe dei materassi sfatti coi cuscini indispensabili per gli abbracci, per sentirci due, la nostra solitudine intrecciata ai pixel. Se spegnessimo gli interruttori dormiremmo da un po’, chissà poi da dove viene tutta questa elettricità che ci fa rivoltare come i cani contenti, tutta questa polvere che ci si accumula addosso che dovremmo sbagliare, farci prendere a schiaffi per ripulirci e starnutiremo, certo, lanceremo al mondo le nostre tossine per il repulisti delle coscienze e tutti i viaggi a vuoto, le nostre californie e il rock and roll, la birra a fiumi per i nostri scivoloni. Per le notti sull’attenti del nostro passero solitario e poi la mattina a cercarsi tra le mutande e i calzini e dire addio a non si sa chi, la conoscenza di una notte molesta, il martello penumatico dei nostri pensieri a spaccare la notte venendo di fuori per non contagiarti. E dietro al letto, sul muro, gli schizzi dei miei fallimenti. Le camminate verso casa guardando per terra e le cicche di sigaretta per quella volta che ne ho raccolta una, mi sono guardato intorno per essere visto e poi nel cestino ed il mio inchino per questo mondo che è più pulito. Alle piccole attenzioni è la dedica dell’ultimo libro di Fabio Volo. Alle Indie delle grandi librerie che sono parchi giochi per i vecchi in salute ed ai racconti ardimentosi sull’adolescenza che non tirano più. Metto fine ai silenzi quando ho qualcosa da dire, la scrittura è un buon riparo, una vela salda, ma c’è da fare esperienza, conoscere il vento, soffocare in tempesta, e finalmente scrivere del Central Park, la prima pagina del Baricco. Ho gli orizzonti stretti e non ho tatuaggi, verrà un momento che mi scriveranno sulla pelle, mi marchieranno a fuoco e là nel pascolo, come vacca al macello, come erba per i palati stanchi. E intanto corro, e scappo e non c’è recinto, non c’è galera. No al recinto e questo è tutto, con la Ryan Air e i sogni di libertà a basso costo. Ai voli mancati, alla prima pagina che non ho ancora scritto.

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E allora togliti questi vestiti da stronza

E allora togliti questi vestiti da stronza e trattami da persona, vita. Mi hai tolto gli occhiali e ci vedo doppio come le figurine della serie A, i pacchetti che mi portava papà quando tornava dal lavoro. Tutto è distorto ora come le chitarre degli adolescenti con queste casse appese al soffitto che non hanno imparato i sussurri. Non sono fatto per i silenzi, lo sai? Ti voglio nuda, vita. Coi fianchi sporgenti, le mammelle piene. Fammi succhiare il midollo il profilo lungo della tua schiena. E rimani in piedi quando ti guardo, no, non girarti, non vergognarti. Andavamo ad un compleanno ieri sera e due ragazzi tornavano da Roma coi manifesti delle nostre insoddisfazioni, le candeline per le processioni e le litanie di sinistra. Ti sei mai chiesta perché i partiti hanno le bandiere? E perché mai un nome così buffo; dove sono andati e prima o poi torneranno? Ti scrivo questo mentre stringo amicizie superficiali, che sei partita per il nord con la transiberiana nel cassetto, e parlo con tutti e cerco un maglione blu portato largo, la sciarpa in tinta ed il coraggio di andare oltre. Si sciolgono le montagne e ghiaccio nei nostri polmoni, dovremmo stare al caldo coi piumoni grandi per scioglierci. Le nostre mani che sanno ancora intrecciarsi. Che non ho scelte, ma soltanto gesti, contorni: il modo in cui ti siedi, la tua prima parola, i tuoi occhi umidi. Anche la pioggia si è messa a disegnare cornici ai miei umori. Verrà un tempo in cui studieremo il futuro mentre i fiumi esplodono e ci diamo le colpe quando dovremmo stringerci e farci argini. Le tempeste ormonali delle nostre rinunce. L’inverno è così severo con i lillà.

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Mancano solo i lillà

Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come  l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.

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Diventeremo orizzonti

Mi sono scoperto a farti dei disegni. Non sono mai stato capace di dare contorni alle cose. Mi venivano bene il cielo e il mare perché non li puoi circondare e per i contorni basta tracciare una linea dritta come quando si muore mi hai detto. Che diventeremo orizzonti io e te. Mi scrivi frasi lunghe una riga e questo è tutto e io che mi lancio in ipotesi mistiche sul linguaggio dei segni. E non lo so perché proprio te. Era notte e correvo con la lingua infilzata tra i denti, il bosco buio delle mie voglie, le spalle lussate a furia di prendere dentro la corteccia degli alberi. Appeso ai rami di un acero c’è il mio cappello. Erano scese anche le nuvole per confondermi, respiravo la nebbia dei miei desideri il fascino poetico dell’irraggiungibile. Quando ho detto no alla banalità degli incontri rapaci e mi sono ritrovato solo: la vista incrinata dai parvenu della Milano dabbene, quei cocktail annacquati, la superficie del non pensato con le cannucce per andare in profondità, per non sporcarsi le mani. Con la coscienza appesa alla M della metropolitana di via Moscova facevo luce sul mio passato. Le macchie indelebili degli schizzi sulle lenzuola. Verranno le fate a salvarmi. Una chioma bionda, lo sguardo perso tra i sampietrini di corso Garibaldi. “Prendile la mano, prendile la mano.” Il sussurro dei lampioni a tingermi il viso di rosso. Salvami, fata d’oro, salvami. E ridono i tuoi amici elfi, si fanno beffe delle mie invadenze, rimbalzano sulla schiena per intimorirmi. Non ti è servito indicare e ho voltato lo sguardo. Se il giallo illumina il nero risplende. La chioma lunga a ripararle il viso, lo zigomo schietto, le labbra strette. Quali parole scegliere ora? Come ti chiami è togliere il velo. Che basta un nome ed io lo so e per questo ne invento sempre di nuovi, che il vero viene poi, nell’intimità degli occhi, nello spazio fatato del caso. La mezzanotte col rintocco dei clacson. Poi la tua fuga, le mie rincorse. Che non disegnavo allora, che siamo mare, che siamo cielo, che basta una riga e possiamo toccarci.

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Rette parallele

Il concerto autunnale per l’accensione delle caldaie e tutti quegli scoppi sulle carte geografiche che ci arrivano alle orecchie come cotton fioc. Per le nostre docce quotidiane e questa pioggia che si rifiuta di scendere per sorprenderci sempre uguali che se giri il mappamondo ci trovi là tra i sorrisi ironici per la neu epoque di Francia e Germania. Tutte queste morti in prima pagina con la sassaiola delle domande, le indagini inutili sui nostri passati pubblici che cancelliamo gli oggi sul calendario e ci troviamo numeri soltanto numeri. Aspetteremo ancora le finestrelle del Natale, le nostre sveglie di dicembre, i cioccolatini dei desideri per festeggiare una nascita per quello che qui ci ostiniamo a chiamare futuro. E ancora questa notte ho immaginato gli orgasmi di tutta la terra per i sussulti in Turchia per la mia immaginazione cinica quando mi sono scottato e ho sofferto di più. Che non c’è un’ora per l’amore: sui letti per consolarci, sotto ai tavoli per ripararci, i visi sfatti e i tratti rilassati quell’ansimare forte da prima volta quando bruciare non è poi tanto male; hai presente quanti forni spenti? Quante cucine pulite? Per ogni ragù gli schizzi del pomodoro sul pavimento, segni di vita sul fronte occidentale il nostro sangue caldo e il freddo fuori quando tutti mi dite che dovrei comprare una coperta per ripararmi quando sfido la notte con la manopola dell’acceleratore. Galeotto fu il libro e il di lui fotografo che anche così si cambia il mondo quale bellezza che basta un’immagine per alleggerirti lo sguardo una pagina per soffiar via la polvere dal tuo sentire e quando guardi la luna punti l’indice tu sciocco guardi il dito e suona Pierrot e suona quello che desideri sempre quello che desideri suona sui bassi delle discoteche le luci al neon del Bar Bianco e il nero in sconto al parco Sempione. Nebbia su questi nostri modi di comunicare le parole che scambiamo di posto per farle apparire più belle che abbiamo eliminato le regole dell’altezza, della grandezza, che le proporzioni tolgono verità al quadro. Non si è presentato nessuno al rituale dello scambio del numero di telefono e lo sai che di notte coi tram in letargo le rotaie si stringono? E non è poi così vero che le rette parallele non si incontrano mai.

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Prima o poi

Di quella volta che somigliavo a Garrel che non ho i suoi fianchi stretti il naso lungo per farti salire sui miei balconcini alla francese, fumarci l’ultima sigaretta nell’inquadratura della mia finestra. Come in quella foto di Ray Man saremmo albero e sole e non sarà un supereroe a prenderci in braccio per i voli rasoterra dei nostri mozziconi stanchi. E consumiamo la vita con la rotella dell’accendino che traccia solchi sui nostri pollici opponibili. Le nostre impronte digitali perché qualcosa sta cambiando mi hai detto con le stagioni che si confondono le piazze in fiamme le camionette come tanti trenini elettrici e piff puff paff coi sassi dei nostri incidenti le vernici rosse pop e per le nostre provincie i tubi colorati del Boburg. Che giocavamo alle carte, i segni silenziosi per non comprenderci e non si è mai visto che un due di picche batta un cavallo. Il potente vince il potente diceva mio nonno il resto è contorno, il resto è di mazzo, per i processi sfiorati le morti scontate i mancati imbarazzi santi imbarazzi! Quando ci si insultava sei un pirla, due sberle, un rosso e questo era tutto. Poi sulle piazze con le panchine accoglienti, il vento freddo e quelle sciarpe di feltro a raccontarsi dei c’era una volta la laurea dei nipoti e quella volta. Come è raro il presente in vecchiaia, è ricordo e futuro per gli skateboard senza ruote di mr. McFly e il ballo liscio delle orchestrine come son bravi come son belli che se guardi da lontano ti sembra un film, le carrellate infinite di Tarkovskij per i nostri sogni ad occhi aperti. Ti hanno messo delle gocce tra le pupille che non ci vedi più. Per quello sguardo che mi è rimasto aggrappato alla sciarpa. Per la caccia al tesoro le librerie di Milano le commesse incompetenti leggerò a bocca aperta come si fa coi poeti. Guarderò a lungo come con i quadri 3D mille e mille contorni e poi più guardi più vedi più leggi più sai. Per gli orizzonti vicini, le linee oblique le colonne vertebrali dei palazzi e la tua schiena mentre ti allontani. Per la nostalgia dei lillà, le favole che dovremmo raccontarci più spesso che prima o poi si avverano i tuoi prima o poi, prima o poi.

Foto: Ray Man

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Che avrei voluto salvarmi

Con le bandiere a nasconderci il viso ci affacciamo dalle finestre e occupiamo le piazze. Quando l’affitto non ci pendeva sulla testa le tagliole rotanti di super Mario e a carnevale arrivavano le giostre l’autoscontro senza grazia per i nostri incontri da adolescenti. Che ci crescevano baffi molli sulle labbra e sapevamo dire parole come lieve senza afferrarne il significato. Che lieve era la neve, che lieve era la sera, che lieve era la gioia e così il dolore. Poi abbiamo cominciato a tagliarci e quella volta sui gradini della stazione centrale mi mostravi il tuo braccio destro l’amico di tutte le tue rivoluzioni. Ci potevamo giocare a Tetris mi hai detto e poi hai sorriso. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui miei fianchi che avrei voluto salvarti. Ho avuto paura e poi sono scappato e mi sono nascosto tra gli skateboard consumati e le rotaie del tram. Il mio viso era pulito che mi facevo la barba una volta ogni due settimane. Ruvida e forte oggi punge la barba. Punge le guance morbide dai palati sensibili, punge la barba punge e le ore chiuso in casa, la trincea di un tavolino zoppo, le sigarette che non fumo, l’odore di caffè tra i tasti del Mac. Con le idee che si depositano sul pavimento abbassi la mano chiudi le dita: la pesca miracolosa per le mie righe contorte. Che basta un passaggio uno sguardo le idee si confondono e si mischiano all’aria, al soffitto, al superfluo con la televisione accesa i tuoi incensi per respirare bene ovunque che dove mi metti sto. Per le mutandine blu e la pubblicità di Intimissimi che mi citavi Vian: le idee diluite si gustano meglio come l’olio di ricino, il collutorio, per la pulizia rapida delle coscienze, i panni gettati a terra per le perdite di senso della mia lavatrice. Ci farà bene sporcarci mi hai detto, piaceremo di più, soprattutto alle donne, Boris, soprattutto le donne, alle quali ciò che è puro non piace, e poi mi hai fatto fumare ho tossito ho sputato. E’ tutto così difficile qui che sembra di essere in una navicella spaziale che non sai mai che tasto toccare. Torneremo prima o poi ai caffè, alle città piccole, quando incontrarsi era solo questione di giorni e ci conoscevamo tutti e non c’era motivo per sospettare e non c’era motivo per non aprirci li hai visti poi i girasoli? Che tu hai paura solo dei serpenti e dei verbi. Che i primi ti mangiano tutta intera e le parole ti fanno a morsi. Le parole, e questo ancora non lo sai, sono i tagli sul mio braccio destro l’amico di tutte le mie rivoluzioni, ci potremmo giocare a Tetris ti ho detto, non prendermi troppo sul serio. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui fianchi, che avrei voluto salvarmi, che avrei voluto indignarmi.

Foto: Robert Frank.

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