Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.
La città di notte sognando i playboy e tutti gli altri Iran. Prendevamo in mano i nostri fucili per punirci o solo per fraintenderci. E allungavamo la dita per cercare la spiaggia, affondavamo nei nostri corpi imperfetti e poi ancora la notte e poi ancora il mattino, questi giorni tutti uguali i nostri primi capelli bianchi. Stiamo invecchiando, stiamo marcendo, ma mi hai detto che è vita e io ti ho creduto. E non è vero che fidarsi non costa niente. Per le campagne toscane, i barconi della Senna che non ho mai abitato. Il cappotto rassicurante dell’inverno. Verrà primavera. E quando tornerai dall’estero storpierò ancora il tuo nome.
E allora togliti questi vestiti da stronza e trattami da persona, vita. Mi hai tolto gli occhiali e ci vedo doppio come le figurine della serie A, i pacchetti che mi portava papà quando tornava dal lavoro. Tutto è distorto ora come le chitarre degli adolescenti con queste casse appese al soffitto che non hanno imparato i sussurri. Non sono fatto per i silenzi, lo sai? Ti voglio nuda, vita. Coi fianchi sporgenti, le mammelle piene. Fammi succhiare il midollo il profilo lungo della tua schiena. E rimani in piedi quando ti guardo, no, non girarti, non vergognarti. Andavamo ad un compleanno ieri sera e due ragazzi tornavano da Roma coi manifesti delle nostre insoddisfazioni, le candeline per le processioni e le litanie di sinistra. Ti sei mai chiesta perché i partiti hanno le bandiere? E perché mai un nome così buffo; dove sono andati e prima o poi torneranno? Ti scrivo questo mentre stringo amicizie superficiali, che sei partita per il nord con la transiberiana nel cassetto, e parlo con tutti e cerco un maglione blu portato largo, la sciarpa in tinta ed il coraggio di andare oltre. Si sciolgono le montagne e ghiaccio nei nostri polmoni, dovremmo stare al caldo coi piumoni grandi per scioglierci. Le nostre mani che sanno ancora intrecciarsi. Che non ho scelte, ma soltanto gesti, contorni: il modo in cui ti siedi, la tua prima parola, i tuoi occhi umidi. Anche la pioggia si è messa a disegnare cornici ai miei umori. Verrà un tempo in cui studieremo il futuro mentre i fiumi esplodono e ci diamo le colpe quando dovremmo stringerci e farci argini. Le tempeste ormonali delle nostre rinunce. L’inverno è così severo con i lillà.
Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.
Mi sono scoperto a farti dei disegni. Non sono mai stato capace di dare contorni alle cose. Mi venivano bene il cielo e il mare perché non li puoi circondare e per i contorni basta tracciare una linea dritta come quando si muore mi hai detto. Che diventeremo orizzonti io e te. Mi scrivi frasi lunghe una riga e questo è tutto e io che mi lancio in ipotesi mistiche sul linguaggio dei segni. E non lo so perché proprio te. Era notte e correvo con la lingua infilzata tra i denti, il bosco buio delle mie voglie, le spalle lussate a furia di prendere dentro la corteccia degli alberi. Appeso ai rami di un acero c’è il mio cappello. Erano scese anche le nuvole per confondermi, respiravo la nebbia dei miei desideri il fascino poetico dell’irraggiungibile. Quando ho detto no alla banalità degli incontri rapaci e mi sono ritrovato solo: la vista incrinata dai parvenu della Milano dabbene, quei cocktail annacquati, la superficie del non pensato con le cannucce per andare in profondità, per non sporcarsi le mani. Con la coscienza appesa alla M della metropolitana di via Moscova facevo luce sul mio passato. Le macchie indelebili degli schizzi sulle lenzuola. Verranno le fate a salvarmi. Una chioma bionda, lo sguardo perso tra i sampietrini di corso Garibaldi. “Prendile la mano, prendile la mano.” Il sussurro dei lampioni a tingermi il viso di rosso. Salvami, fata d’oro, salvami. E ridono i tuoi amici elfi, si fanno beffe delle mie invadenze, rimbalzano sulla schiena per intimorirmi. Non ti è servito indicare e ho voltato lo sguardo. Se il giallo illumina il nero risplende. La chioma lunga a ripararle il viso, lo zigomo schietto, le labbra strette. Quali parole scegliere ora? Come ti chiami è togliere il velo. Che basta un nome ed io lo so e per questo ne invento sempre di nuovi, che il vero viene poi, nell’intimità degli occhi, nello spazio fatato del caso. La mezzanotte col rintocco dei clacson. Poi la tua fuga, le mie rincorse. Che non disegnavo allora, che siamo mare, che siamo cielo, che basta una riga e possiamo toccarci.
Di quella volta che somigliavo a Garrel che non ho i suoi fianchi stretti il naso lungo per farti salire sui miei balconcini alla francese, fumarci l’ultima sigaretta nell’inquadratura della mia finestra. Come in quella foto di Ray Man saremmo albero e sole e non sarà un supereroe a prenderci in braccio per i voli rasoterra dei nostri mozziconi stanchi. E consumiamo la vita con la rotella dell’accendino che traccia solchi sui nostri pollici opponibili. Le nostre impronte digitali perché qualcosa sta cambiando mi hai detto con le stagioni che si confondono le piazze in fiamme le camionette come tanti trenini elettrici e piff puff paff coi sassi dei nostri incidenti le vernici rosse pop e per le nostre provincie i tubi colorati del Boburg. Che giocavamo alle carte, i segni silenziosi per non comprenderci e non si è mai visto che un due di picche batta un cavallo. Il potente vince il potente diceva mio nonno il resto è contorno, il resto è di mazzo, per i processi sfiorati le morti scontate i mancati imbarazzi santi imbarazzi! Quando ci si insultava sei un pirla, due sberle, un rosso e questo era tutto. Poi sulle piazze con le panchine accoglienti, il vento freddo e quelle sciarpe di feltro a raccontarsi dei c’era una volta la laurea dei nipoti e quella volta. Come è raro il presente in vecchiaia, è ricordo e futuro per gli skateboard senza ruote di mr. McFly e il ballo liscio delle orchestrine come son bravi come son belli che se guardi da lontano ti sembra un film, le carrellate infinite di Tarkovskij per i nostri sogni ad occhi aperti. Ti hanno messo delle gocce tra le pupille che non ci vedi più. Per quello sguardo che mi è rimasto aggrappato alla sciarpa. Per la caccia al tesoro le librerie di Milano le commesse incompetenti leggerò a bocca aperta come si fa coi poeti. Guarderò a lungo come con i quadri 3D mille e mille contorni e poi più guardi più vedi più leggi più sai. Per gli orizzonti vicini, le linee oblique le colonne vertebrali dei palazzi e la tua schiena mentre ti allontani. Per la nostalgia dei lillà, le favole che dovremmo raccontarci più spesso che prima o poi si avverano i tuoi prima o poi, prima o poi.
Foto: Ray Man
Con le bandiere a nasconderci il viso ci affacciamo dalle finestre e occupiamo le piazze. Quando l’affitto non ci pendeva sulla testa le tagliole rotanti di super Mario e a carnevale arrivavano le giostre l’autoscontro senza grazia per i nostri incontri da adolescenti. Che ci crescevano baffi molli sulle labbra e sapevamo dire parole come lieve senza afferrarne il significato. Che lieve era la neve, che lieve era la sera, che lieve era la gioia e così il dolore. Poi abbiamo cominciato a tagliarci e quella volta sui gradini della stazione centrale mi mostravi il tuo braccio destro l’amico di tutte le tue rivoluzioni. Ci potevamo giocare a Tetris mi hai detto e poi hai sorriso. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui miei fianchi che avrei voluto salvarti. Ho avuto paura e poi sono scappato e mi sono nascosto tra gli skateboard consumati e le rotaie del tram. Il mio viso era pulito che mi facevo la barba una volta ogni due settimane. Ruvida e forte oggi punge la barba. Punge le guance morbide dai palati sensibili, punge la barba punge e le ore chiuso in casa, la trincea di un tavolino zoppo, le sigarette che non fumo, l’odore di caffè tra i tasti del Mac. Con le idee che si depositano sul pavimento abbassi la mano chiudi le dita: la pesca miracolosa per le mie righe contorte. Che basta un passaggio uno sguardo le idee si confondono e si mischiano all’aria, al soffitto, al superfluo con la televisione accesa i tuoi incensi per respirare bene ovunque che dove mi metti sto. Per le mutandine blu e la pubblicità di Intimissimi che mi citavi Vian: le idee diluite si gustano meglio come l’olio di ricino, il collutorio, per la pulizia rapida delle coscienze, i panni gettati a terra per le perdite di senso della mia lavatrice. Ci farà bene sporcarci mi hai detto, piaceremo di più, soprattutto alle donne, Boris, soprattutto le donne, alle quali ciò che è puro non piace, e poi mi hai fatto fumare ho tossito ho sputato. E’ tutto così difficile qui che sembra di essere in una navicella spaziale che non sai mai che tasto toccare. Torneremo prima o poi ai caffè, alle città piccole, quando incontrarsi era solo questione di giorni e ci conoscevamo tutti e non c’era motivo per sospettare e non c’era motivo per non aprirci li hai visti poi i girasoli? Che tu hai paura solo dei serpenti e dei verbi. Che i primi ti mangiano tutta intera e le parole ti fanno a morsi. Le parole, e questo ancora non lo sai, sono i tagli sul mio braccio destro l’amico di tutte le mie rivoluzioni, ci potremmo giocare a Tetris ti ho detto, non prendermi troppo sul serio. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui fianchi, che avrei voluto salvarmi, che avrei voluto indignarmi.
Foto: Robert Frank.