Imparerò a chiamarti per nome

Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.

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