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Che avrei voluto salvarmi

Con le bandiere a nasconderci il viso ci affacciamo dalle finestre e occupiamo le piazze. Quando l’affitto non ci pendeva sulla testa le tagliole rotanti di super Mario e a carnevale arrivavano le giostre l’autoscontro senza grazia per i nostri incontri da adolescenti. Che ci crescevano baffi molli sulle labbra e sapevamo dire parole come lieve senza afferrarne il significato. Che lieve era la neve, che lieve era la sera, che lieve era la gioia e così il dolore. Poi abbiamo cominciato a tagliarci e quella volta sui gradini della stazione centrale mi mostravi il tuo braccio destro l’amico di tutte le tue rivoluzioni. Ci potevamo giocare a Tetris mi hai detto e poi hai sorriso. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui miei fianchi che avrei voluto salvarti. Ho avuto paura e poi sono scappato e mi sono nascosto tra gli skateboard consumati e le rotaie del tram. Il mio viso era pulito che mi facevo la barba una volta ogni due settimane. Ruvida e forte oggi punge la barba. Punge le guance morbide dai palati sensibili, punge la barba punge e le ore chiuso in casa, la trincea di un tavolino zoppo, le sigarette che non fumo, l’odore di caffè tra i tasti del Mac. Con le idee che si depositano sul pavimento abbassi la mano chiudi le dita: la pesca miracolosa per le mie righe contorte. Che basta un passaggio uno sguardo le idee si confondono e si mischiano all’aria, al soffitto, al superfluo con la televisione accesa i tuoi incensi per respirare bene ovunque che dove mi metti sto. Per le mutandine blu e la pubblicità di Intimissimi che mi citavi Vian: le idee diluite si gustano meglio come l’olio di ricino, il collutorio, per la pulizia rapida delle coscienze, i panni gettati a terra per le perdite di senso della mia lavatrice. Ci farà bene sporcarci mi hai detto, piaceremo di più, soprattutto alle donne, Boris, soprattutto le donne, alle quali ciò che è puro non piace, e poi mi hai fatto fumare ho tossito ho sputato. E’ tutto così difficile qui che sembra di essere in una navicella spaziale che non sai mai che tasto toccare. Torneremo prima o poi ai caffè, alle città piccole, quando incontrarsi era solo questione di giorni e ci conoscevamo tutti e non c’era motivo per sospettare e non c’era motivo per non aprirci li hai visti poi i girasoli? Che tu hai paura solo dei serpenti e dei verbi. Che i primi ti mangiano tutta intera e le parole ti fanno a morsi. Le parole, e questo ancora non lo sai, sono i tagli sul mio braccio destro l’amico di tutte le mie rivoluzioni, ci potremmo giocare a Tetris ti ho detto, non prendermi troppo sul serio. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui fianchi, che avrei voluto salvarmi, che avrei voluto indignarmi.

Foto: Robert Frank.

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Io sono un attacchino

Io sono un attacchino.

Attacco manifesti pubblicitari.

I prodotti coop, supercoop, ultracoop. Il reggiseno che ti modella, il culo più bello della televisione per pubblicizzare le mutandine Intimissimi per donne bellissime fatte per uomini bellissimi.

Io sono un attacchino,

io lavoro di notte mentre il popolo dorme.

Così poi il popolo si sveglia, si beve il caffè

e sale in macchina per infilarsi nel traffico o

prende il treno ultraffolato ultraveloce col sudore che appiccica

e intanto che sta in fila,

intanto che aspetta che il treno ultrainritardo arrivi

si guarda i manifesti che io ho appeso la notte

che non si chiede manco da dove vengono da dove son spuntati ‘sti funghi moderni.

Il popolo dà tutto per scontato mica se lo immagina che quelli che vede son solo fogli di carta arrotolati che io attacco con colla e pennello, no.

Pensa alla coop ultracoop supercoop coi suoi prodotti dimagranti sani e biologici.

Pensa al culo della signorina della televisione e alle mutande intimissime

che se le indossa la moglie del popolo gli entrano tutte nel culone

altro che quel filo di seta a ponte tra i glutei scolpiti. E così il popolo si passa il tempo.

Guarda all’insù e non importa se il treno è in ritardo, se si sta facendo tre ore di coda.

Il popolo s’appicica il pensiero ai manifesti e sogna la donna della televisione, l’ipod ultrapod superphone, il vestito che si riempie di muscoli, la crociera ai Caraibi.

Io sono un attacchino.

Io regalo sogni.

Sogni di carta, ma sempre sogni.

Pure io ogni tanto m’incanto a guardare i manifesti che appiccico, pure io sogno.

Vi faccio esempio, se attacco la pubblicità di una crociera, Costa crociera, Mare crociera, Tutto crociera, io sogno che il mare è un mare vero e ci posso fare il bagno, che arriva la signorina Intimissimi della televisione e fa il bagno con me, che la coop ultracoop supercoop mi porta il cibo direttamente sullo yacht, cose così e m’incanto a guardare in alto, mi dimentico della fatica, dei miei lavori in nero, del carovita, delle ferie non pagate, dell’assistenza previdenziale e dei diritti dei lavoratori.

Io sono un attacchino, sogno anche io.

Ma sogno solo per un po’, perché poi si ripete sempre la stessa storia, come una sveglia.

Il capo mi chiama, il turno è finito e i manifesti tutti appiccicati, i funghi cresciuti.

Sono le sette del mattino e me ne vado a dormire mentre il popolo se ne va al lavoro.

Salgo in macchina e mi metto in coda.

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