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Provincia

Alla fine la provincia c’ha ‘sto pregio che conosci le persone da quando son nate o giù di lì e non ti interessa che lavoro fanno e come si vestono e cose così. Sono loro per come le hai sempre conosciute e nulla più, che poi è anche un limite okay perché ci sono tutte le malelingue dei posti piccoli e gli orizzonti stretti però c’è ancora la brina e i camini hanno un senso, forse è ora di smetterla con l’avvicinare città e libertà solo perché fanno rima.

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A strapparci parole

Sui silenzi privi di coraggio, sul tempo che passa e noi che non sappiamo strapparci le parole di dosso. Che dovremmo allenarci tutti alla sincerità, altro che politica, altro che quotidiani con le rassicurazioni del meteo e i giornalisti d’oltreoceano con le loro riflessioni dall’alto tra le suore dal culo caldo e i protagonisti dei telefilm per teenager. E hai voglia a parlare della superficialità delle mie ubriachezze e di questa Milano che dopo le due di notte ci chiede il conto. C’era una volta nei documentari di Quark l’uomo che conosceva il mondo fino all’orizzonte, gli orti del vicino per lo scambio d’opinioni sulle tempeste d’agosto. Poi ci siamo fatti popolo e paese e quindi globo che nelle lontananze rimbombano i silenzi lo sai. Gli universi artificiali dei nostri desideri di benessere e il consueto disinteresse per le assemblee condominiali, con le opinioni al caldo degli editoriali e tutta questa spocchia dovuta all’acne che abbiamo appena perso per strada. E vuoi dirmelo come stai dove vai e cosa ti fa stare male. Come quel giorno che l’omelia si consumava fuori dalla chiesa: un pensionato in giacca e cravatta e una donna bianca col bastone le urla a chiedere vuoi dirmelo o no come posso fare per farti felice? Vuoi dirmelo o no come posso fare per farti sorridere? Questa tua espressione insopportabile per tutti i secondi che abbiamo condiviso. Ho detto alla vita di spostarsi un poco e farci spazio, i nostri posti imprenotabili sulle panchine verdi che coccolano gli sguardi. Milano è fretta, gambe in spalla e passo veloce. La mia invadenza da liceale sugli incontri che ci siamo persi. E intanto nevica sui ponti del Central Park e arriverà prima o poi quella raccomandata. Ma aspetterò anch’io la pazienza, sarò migliore, e come con le marmotte arriveranno primavere per i risvegli.
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Imparerò a chiamarti per nome

Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.

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Achille, da Oggi, domani o dopodomani

(…)

Achille desiderava andarsene il più presto possibile.

Non la capiva quella ragazza. Era bella, come piaceva a lui.

Era spontanea e diretta, come piaceva a lui.

Era propositiva e sexy, proprio come piaceva a lui.

Ma aveva spostato troppo gli equilibri, non l’aveva fatto giocare e con quel suo mostrarsi completamente nuda aveva rotto l’equilibrio. Qualcuno doveva pur farlo, certo.

Bisogna anche ammettere che Achille non aveva avuto un’idea brillante con la storia del vino e del girotondo e, insomma, avrebbe fatto bene ad evitare di pulire il tappeto e a concentrarsi su Valentina evitando quell’ossessione nei confronti dell’autorità che lo spingeva a rimediare ad ogni errore commesso. Così il nostro eroe pensò che la situazione era diventata ormai ingestibile e lui s’era fregato con le sue stesse mani come sempre gli capitava e che prima di andarsene avrebbe potuto fare l’ultimo tentativo per sembrare simpatico o almeno educato.

Valentina era uscita dalla stanza, sembrava non tornare più e Achille non aveva il coraggio di andarla a cercare.

Si lasciò cadere sul letto e guardò il soffitto per un bel po’ di tempo, alzò le braccia e con le dita disegnò strani segni nell’aria, chissàpoiperché.

Si è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato o nel posto giusto nel tempo sbagliato o nel tempo giusto ma nel posto sbagliato, ma quando le due variabili coincidono? Le dita si intrecciavano nell’aria. Quando? E dov’era Valentina?

Si accorse che sul comodino c’era un involucro di plastica. Di fianco al sacchetto una serie di biglietti della metropolitana, un accendino Bic verde e un pacchetto di sigarette aperto.

Prese l’involucro di plastica e lo aprì. Ci trovò dentro un moccolo scuro: il Nero. Lo tenne tra le mani, lo soppesò e lo rigirò tra le dita. Prese l’accendino e cominciò a scaldarlo. Più lo scaldava più il moccolo diventava duttile sotto le unghie. Sembrava una pasta tipo pongo o das di quando lui era piccolo.

Scaldava e poi lavorava tra i polpastrelli. Scaldava e modellava con l’unghia dell’indice.

L’odore lisergico invadeva le narici e Achille sorrideva tra i baffi accennati.

Modellò una rosa senza spine, col gambo lungo e decise di portarla a Valentina.

Aprì piano la porta per non fare rumore e si incamminò lungo il corridoio.

Guardò in cucina, poi nel bagno. Valentina non c’era.

Spezzò la rosa tra le dita, tornò in camera e la fece in mille pezzi, poi li mischiò al tabacco, arrotolò a fatica il tutto in una cartina bianca, la accese e fumò.

Era la prima volta che fumava una canna da solo. Era la prima volta che fumava una rosa.

Con la canna accesa, la rosa in bocca, e lo sguardo da duro uscì sul balcone.

Valentina stava seduta a gambe aperte su una sedia col seno appoggiato allo schienale. Imbracciava una macchina fotografica e appena lo vide gli scattò in faccia un flash incendiario.

Era buio. Le automobili suonavano i clacson e le radio davano notizie sul traffico.

La luna non si vedeva e il cielo non era capace di diventare nero, troppe le luci al neon che provavano a illuminarlo.

Il flash scheggiò la vista di Achille.

Splendida. Vieni a vedere, drogato. Sei fumo e paura. Magnifica. Ottima per il mio lavoro sul disagio.”

Gli stampò un baciò sulla bocca.

Il gingillo ricominciò a funzionare e pulsava nei pantaloni, il nostro chiese un altro bacio e si allungò su di lei. La ragazza si divincolò e gli rubò la canna. Fece un tiro lungo e profondo mentre lui riuscì solo a stare fermo e guardarla.

Quando finì di sbuffare fumo e rilassò la bocca morbida disse soltanto: “Sei un disadattato.”

Achille avrebbe voluto prenderla per i capelli, sbatterla al muro e strapparle i vestiti. Non lo fece.

Te ne stai lì, zitto, impalato. Hai voglia di baciarmi e di chissàchealtro, ma hai paura. Paura di cosa non lo so. Peso trenta chili in meno di te e posso farti solo del bene. Ma tu sei un disadattato. E se prima non lo sapevi te lo dico ora con affetto.” Gli accarezzò i capelli come si fa con la testa dei cuccioli di cane.

Lui si lasciò accarezzare. Poi le prese il viso e la baciò con forza.

Lei fece resistenza, poi si sciolse tra le labbra di lui.

Questa volta contro al muro ci finirono davvero. Le mani di Achille la stringevano ovunque e i bacini si muovevano cercandosi. Entrambi ansimavano e non davano tregua alle labbra.

Due ambulanze e un’auto dei carabinieri passarono giù sotto, nella strada, a sirene spiegate. Cosìvalavita.

Achille e Valentina si deconcentrarono, incuriositi e messi in allarme dai suoni di sotto. Ansimavano ancora per riprendere fiato, si guardavano. Lui le accarezzava il viso e lei cercava un contatto più forte strofinando le guance tra le mani di lui.

Disadattato?” Rise lui.

Sì. Certo. Lo sono anche io. Metterò la tua foto nella mia galleria.”

La tua…?”

Galleria fotografica! L’hai visto l’uomo che c’è nella mia stanza, no?”

Achille si guardò intorno. “Vuoi dire che io sono il tuo amante?”.

Non fare lo scemo, la foto dietro alla porta. Quello sguardo è lo sguardo più intenso che io abbia mai visto: la cicatrice, lo sporco, le rughe profonde e i denti così perfetti, quegli orecchini femminili -che varranno pure un sacco di soldi- portati con una grazia unica… per esprimere il disagio è ottimo e poi anche la foto è venuta abbastanza bene, il tempo d’esposizione è da aggiustare, ma va bene anche così, era difficile eh, se sbagli i tempi sbagli tutto. Il tuo sguardo invece è uno sguardo da pesce, ma la foto è troppo bella e tu sei così disadattato che vai stimolato. Troppo per i miei gusti.”

…dove eravamo rimasti?” Achille provò a ribaciarla, ma ormai l’istante era passato e se sbagli i tempi sbagli tutto.

La canna le si era consumata tra le mani, la gettò giù dal balcone e rientrò in casa.

Achille rimase a guardare giù dal parapetto: c’era un signore che leggeva un giornale su una panchina. I giornali andrebbero letti al mattino, la sera le notizie son già passate, voglio dire, ci sono nuove notizie alla sera e quelle del mattino son già vecchie. Tra l’altro i quotidiani danno le stesse notizie che danno i Tg, forse dovrebbero fare solo quotidiani di opinione, o forse… forse non dovrebbero uscire nemmeno i quotidiani e dovrebbero esistere solo i tg, si risparmierebbe più carta e l’Amazzonia sarebbe contenta… o forse dovrebbero esistere solo i quotidiani e non le televisioni, si risparmierebbe elettricità… nel futuro conterà più la carta o l’elettricità?

Ho fame.” Lo chiamò lei. “Ci mangiamo qualcosa?”

Così prese un coltello e un pezzo di formaggio a pasta dura dal frigo.

Tu cosa pensi dei quotidiani?”

E’ buono. Ti piace il formaggio? A me troppo solo che non lo mangio tutti i giorni, sai, per l’intolleranza, le intolleranze sono la porta d’ingresso alle allergie, se non le tieni sotto controllo poi diventi allergica, io non potrei mai diventare allergica ai latticini, intollerante va bene li mangi un giorno sì e due no, ma allergica… come fai a rinunciare al latte? Voglio dire, ci pensi che la prima cosa che abbiamo inghiottito è il latte?”

Lei si spostò in camera e si mise a mangiare sul letto tagliando la pietanza in listelli.

Achille la seguiva da vicino e proprio quando sembrava prevedere cosa lei avrebbe fatto la ragazzina lo spiazzava. “Credo ci servirà l’elettricità nel futuro, più della carta.” Lei gli ficcò in bocca un pezzo di grana, quello che fa puzzare l’alito e si nasconde tra i denti mentre lui apriva la bocca come un bambino in attesa di ricevere il ciuccio. Lui che il grana l’aveva sempre odiato.

Finirono il formaggio.

Il nostro fece per andarsene e lei lo trattenne prendendolo per il collo.

Pensava si sarebbero ribaciati, si sarebbero amati. Pensava male.

Guardarono un film con gli spari e si addormentarono.

Clint Eastwood continuava a fumare.

Valentina nella notte si svegliò, accese una piccola luce al neon e cominciò a scattare foto a quel bel ragazzo dormiente.

È strano!

CLICK.

Però è bello.

Non ci prova o ci sta provando?

CLICK.

Non mi vuole portare a letto. Forse non gli piace il mio corpo? Bah, impossibile.

E poi mi mette in imbarazzo, sa parlare, è intelligente, colto, un po’ disadattato certo, qualche problema sul fronte sessuale probabilmente. Quante paranoie si deve fare… come me. Ma forse è colpa mia.

CLICK.

Tutto così strano. Perché io gli ho scritto il numero sulla mano? Per fare la diva. Sembrava bello, no? Una volta ho ricevuto un biglietto da un ragazzo, sul treno, non era firmato, ma io ancora mi ricordo di lui e a dirla tutta mi piaceva pure. Come potevo dirglielo? Bisogna lasciare una firma dovunque si va. Stiamo passando ragazzi, giratevi, siamo noi. Quale firma migliore del numero di telefono?

CLICK.

Non ti svegliare, una ancora. Bellissima. Bello anche tu, ragazzino…

CLICK.

Cazzo fai?”

Dormi bello, dormi…”

(…)

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Sutura de labios

Quello che chiamate silenzio silenzio non è. Nei buchi dei piercing il punto a croce tra le labbra gonfie, il filo teso che ci accorcia il respiro: i nostri riti vodoo per le lontananze, che siamo sangue e respiro. Le bambole di pezza non hanno le labbra, lo sai? Non pensano troppo e non cambiano idea: lo spazio ideale delle carezze. Noi non sporchiamo parole e ruminiamo di notte, vacche incastrate tra le pieghe dei materassi sfatti coi cuscini indispensabili per gli abbracci, per sentirci due, la nostra solitudine intrecciata ai pixel. Se spegnessimo gli interruttori dormiremmo da un po’, chissà poi da dove viene tutta questa elettricità che ci fa rivoltare come i cani contenti, tutta questa polvere che ci si accumula addosso che dovremmo sbagliare, farci prendere a schiaffi per ripulirci e starnutiremo, certo, lanceremo al mondo le nostre tossine per il repulisti delle coscienze e tutti i viaggi a vuoto, le nostre californie e il rock and roll, la birra a fiumi per i nostri scivoloni. Per le notti sull’attenti del nostro passero solitario e poi la mattina a cercarsi tra le mutande e i calzini e dire addio a non si sa chi, la conoscenza di una notte molesta, il martello penumatico dei nostri pensieri a spaccare la notte venendo di fuori per non contagiarti. E dietro al letto, sul muro, gli schizzi dei miei fallimenti. Le camminate verso casa guardando per terra e le cicche di sigaretta per quella volta che ne ho raccolta una, mi sono guardato intorno per essere visto e poi nel cestino ed il mio inchino per questo mondo che è più pulito. Alle piccole attenzioni è la dedica dell’ultimo libro di Fabio Volo. Alle Indie delle grandi librerie che sono parchi giochi per i vecchi in salute ed ai racconti ardimentosi sull’adolescenza che non tirano più. Metto fine ai silenzi quando ho qualcosa da dire, la scrittura è un buon riparo, una vela salda, ma c’è da fare esperienza, conoscere il vento, soffocare in tempesta, e finalmente scrivere del Central Park, la prima pagina del Baricco. Ho gli orizzonti stretti e non ho tatuaggi, verrà un momento che mi scriveranno sulla pelle, mi marchieranno a fuoco e là nel pascolo, come vacca al macello, come erba per i palati stanchi. E intanto corro, e scappo e non c’è recinto, non c’è galera. No al recinto e questo è tutto, con la Ryan Air e i sogni di libertà a basso costo. Ai voli mancati, alla prima pagina che non ho ancora scritto.

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E allora togliti questi vestiti da stronza

E allora togliti questi vestiti da stronza e trattami da persona, vita. Mi hai tolto gli occhiali e ci vedo doppio come le figurine della serie A, i pacchetti che mi portava papà quando tornava dal lavoro. Tutto è distorto ora come le chitarre degli adolescenti con queste casse appese al soffitto che non hanno imparato i sussurri. Non sono fatto per i silenzi, lo sai? Ti voglio nuda, vita. Coi fianchi sporgenti, le mammelle piene. Fammi succhiare il midollo il profilo lungo della tua schiena. E rimani in piedi quando ti guardo, no, non girarti, non vergognarti. Andavamo ad un compleanno ieri sera e due ragazzi tornavano da Roma coi manifesti delle nostre insoddisfazioni, le candeline per le processioni e le litanie di sinistra. Ti sei mai chiesta perché i partiti hanno le bandiere? E perché mai un nome così buffo; dove sono andati e prima o poi torneranno? Ti scrivo questo mentre stringo amicizie superficiali, che sei partita per il nord con la transiberiana nel cassetto, e parlo con tutti e cerco un maglione blu portato largo, la sciarpa in tinta ed il coraggio di andare oltre. Si sciolgono le montagne e ghiaccio nei nostri polmoni, dovremmo stare al caldo coi piumoni grandi per scioglierci. Le nostre mani che sanno ancora intrecciarsi. Che non ho scelte, ma soltanto gesti, contorni: il modo in cui ti siedi, la tua prima parola, i tuoi occhi umidi. Anche la pioggia si è messa a disegnare cornici ai miei umori. Verrà un tempo in cui studieremo il futuro mentre i fiumi esplodono e ci diamo le colpe quando dovremmo stringerci e farci argini. Le tempeste ormonali delle nostre rinunce. L’inverno è così severo con i lillà.

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Mancano solo i lillà

Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come  l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.

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Diventeremo orizzonti

Mi sono scoperto a farti dei disegni. Non sono mai stato capace di dare contorni alle cose. Mi venivano bene il cielo e il mare perché non li puoi circondare e per i contorni basta tracciare una linea dritta come quando si muore mi hai detto. Che diventeremo orizzonti io e te. Mi scrivi frasi lunghe una riga e questo è tutto e io che mi lancio in ipotesi mistiche sul linguaggio dei segni. E non lo so perché proprio te. Era notte e correvo con la lingua infilzata tra i denti, il bosco buio delle mie voglie, le spalle lussate a furia di prendere dentro la corteccia degli alberi. Appeso ai rami di un acero c’è il mio cappello. Erano scese anche le nuvole per confondermi, respiravo la nebbia dei miei desideri il fascino poetico dell’irraggiungibile. Quando ho detto no alla banalità degli incontri rapaci e mi sono ritrovato solo: la vista incrinata dai parvenu della Milano dabbene, quei cocktail annacquati, la superficie del non pensato con le cannucce per andare in profondità, per non sporcarsi le mani. Con la coscienza appesa alla M della metropolitana di via Moscova facevo luce sul mio passato. Le macchie indelebili degli schizzi sulle lenzuola. Verranno le fate a salvarmi. Una chioma bionda, lo sguardo perso tra i sampietrini di corso Garibaldi. “Prendile la mano, prendile la mano.” Il sussurro dei lampioni a tingermi il viso di rosso. Salvami, fata d’oro, salvami. E ridono i tuoi amici elfi, si fanno beffe delle mie invadenze, rimbalzano sulla schiena per intimorirmi. Non ti è servito indicare e ho voltato lo sguardo. Se il giallo illumina il nero risplende. La chioma lunga a ripararle il viso, lo zigomo schietto, le labbra strette. Quali parole scegliere ora? Come ti chiami è togliere il velo. Che basta un nome ed io lo so e per questo ne invento sempre di nuovi, che il vero viene poi, nell’intimità degli occhi, nello spazio fatato del caso. La mezzanotte col rintocco dei clacson. Poi la tua fuga, le mie rincorse. Che non disegnavo allora, che siamo mare, che siamo cielo, che basta una riga e possiamo toccarci.

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Adulescens

Per non dar tregua alle labbra tra le coperte e il caffè incidevo ricordi sulle pareti appendendo col patafix le foto d’annata, gli amici di sempre e le montagne lombarde. Per le passeggiate nei boschi, i funghi mai trovati. Quando affilavo il coltello e facevo la punta ai bastoni per infilzare farfalle, i retini sterili e la prima bestemmia mi scappò allora la farfalla bianca. Addio purezza addio. Abbandonavo l’infanzia, le pareti intasate dai poster della Juve dei Vialli, Ravanelli e Zidane, gli apostrofi rosa del Giro d’Italia per quella volta del 1999 che avevano squalificato Pantani dopo la tappa di Madonna di Campiglio e anche noi vergini c’eravamo messi a piangere il volto tra la mani per la vergogna e quella birra in tre l’avevamo comprata per festeggiare ce la siamo scordata nel frigo, Fabio mi ha detto che se l’è bevuta suo padre che eravamo ancora piccoli per l’euforia. Erano gli anni della scuola superiore e allargavo le ossa del bacino per sostenere il peso dei chili in eccesso. Novantatre erano troppi per le mie ossa deboli, per il mio viso pulito e la barba che tardava a crescere. Che passavo i pomeriggi sdraiato sul divano provando combinazioni impossibili sui tasti colorati del telecomando a guardarmi le televendite quando i culi sodi non erano ancora in offerta. Con la masturbazione gratuita per i miei disequilibri temporali quando mi alzavo il mattino alle quattro per imparare la lezione. Per le interrogazioni stupide, la mia memoria che fa acqua da tutte le parti e i ragionamenti contorti. L’adolescenza un brulicare di spinte e quante botte dio quante botte che volevo amare, volevo scopare, volevo partire, volevo fumare, volevo arrivare, volevo morire. Col tappo infilzato la bocca tappata tenevo tutto dentro è per questo che sono ingrassato è per questo che poi sono esploso i miei brandelli tra le chat di C6. Quando mamma voleva mettere il lucchetto sul frigo che rubavo le caramelle e mi riempivo le tasche di patatine. E poi che fare? Scoppiare. Alzare i tacchi e andare. Hai mai provato a vestirti da donna? Mai.

 

 

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Rette parallele

Il concerto autunnale per l’accensione delle caldaie e tutti quegli scoppi sulle carte geografiche che ci arrivano alle orecchie come cotton fioc. Per le nostre docce quotidiane e questa pioggia che si rifiuta di scendere per sorprenderci sempre uguali che se giri il mappamondo ci trovi là tra i sorrisi ironici per la neu epoque di Francia e Germania. Tutte queste morti in prima pagina con la sassaiola delle domande, le indagini inutili sui nostri passati pubblici che cancelliamo gli oggi sul calendario e ci troviamo numeri soltanto numeri. Aspetteremo ancora le finestrelle del Natale, le nostre sveglie di dicembre, i cioccolatini dei desideri per festeggiare una nascita per quello che qui ci ostiniamo a chiamare futuro. E ancora questa notte ho immaginato gli orgasmi di tutta la terra per i sussulti in Turchia per la mia immaginazione cinica quando mi sono scottato e ho sofferto di più. Che non c’è un’ora per l’amore: sui letti per consolarci, sotto ai tavoli per ripararci, i visi sfatti e i tratti rilassati quell’ansimare forte da prima volta quando bruciare non è poi tanto male; hai presente quanti forni spenti? Quante cucine pulite? Per ogni ragù gli schizzi del pomodoro sul pavimento, segni di vita sul fronte occidentale il nostro sangue caldo e il freddo fuori quando tutti mi dite che dovrei comprare una coperta per ripararmi quando sfido la notte con la manopola dell’acceleratore. Galeotto fu il libro e il di lui fotografo che anche così si cambia il mondo quale bellezza che basta un’immagine per alleggerirti lo sguardo una pagina per soffiar via la polvere dal tuo sentire e quando guardi la luna punti l’indice tu sciocco guardi il dito e suona Pierrot e suona quello che desideri sempre quello che desideri suona sui bassi delle discoteche le luci al neon del Bar Bianco e il nero in sconto al parco Sempione. Nebbia su questi nostri modi di comunicare le parole che scambiamo di posto per farle apparire più belle che abbiamo eliminato le regole dell’altezza, della grandezza, che le proporzioni tolgono verità al quadro. Non si è presentato nessuno al rituale dello scambio del numero di telefono e lo sai che di notte coi tram in letargo le rotaie si stringono? E non è poi così vero che le rette parallele non si incontrano mai.

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