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Quel fare d’amore

Studiate, prima di parlare. Pensate, prima di giudicare. E se la parola risulterà invadente, se non vi sarà concesso il lusso dell’errore, se ricadranno su di voi definizioni e paura, ridete. E tramutate il riso in sghignazzo, mostrate i denti. E se invadenza porta a solitudine, l’amore di sé e degli altri nell’ammissione della propria debolezza è atto umano e rivolta indispensabile. Tutto qui porta all’egoismo, i propri tempi, i propri spazi, un lavoro in centro, casa e scarpe lucide, e nessuna, ripeto nessuna possibile ambiguità. Sempre riconoscibili, sempre noi, mai noi.

Voci alte s’inseguono sotto ai neon, tra i palinsesti, l’omelia bionda del mezzogiorno il nostro pane quotidiano, la litania mora a sera, che vengano presto i barbari. Tutte queste fotografie bianche e perfette, i pieni e i vuoti, nessuna concessione all’ombra. Noi che perfetti non siamo, noi che siamo così immaturi e soli e circondati da altri imperfetti e soli. Regarde le ciel l’invito dei muri di Parigi, alziamo gli occhi nel giorno dell’eclissi, di quando gli astri rivelano tutta la nostra piccolezza. Guarda ora il gonfiore del mio volto, sorsi e sorsi di vino, notti disperate nel profumo di lenzuola altrui. Basta una borsa e una strada, basta un domani. Ora tu dimmi perché dovrei esplodere dentro, morire soffocato dal cuore e lasciare a te, al mondo, quel silenzio vuoto di domande. Siano applausi per gli adolescenti, l’indice a premere il tappino di bombolette colorate, amica mia, ti amo, amore mio, ti odio. Siano troni e corone per coloro che aspettano un treno per raggiungere un paio di occhi e ritrovare il sé dopo essersi perduti alla ricerca della perfezione di gambe, di culi stretti e scarpe che slanciano la figura. Studiate, o rimanete nell’ignoranza, che non s’impara pazienza dai libri, s’apprende dai campi: la terra, il maggese, il seme che il primo anno non porta frutto, troppo impegnato com’è a sopravvivere. Cos’è tutta quest’ansia di risultati, questa tensione alla perfezione, non puoi avere tutto, non puoi averlo adesso. Ora ti guardo, ti dico lo stile, questo solo m’importa. E se rovino in parole quel che più caro ho di dentro è perché ho lasciato sapienza nel ventre, perché le mie mani sono bianche, il mio viso bianco, vergine io d’aratro, vergine ancora d’amore, ignorante sì. Incapace di invidia perché troppo impegnato alla vita, incapace di odio perché debole e irrisolto, incapace di strategia, perché vero. Chiamami ancora personaggio, chiamami uomo, amico, chiamami nessuno. Non chiedermi mai chi sono, perché non sono ancora. Ti domando pazienza, ti elemosino cura e ancora comprensione. Prendi il tempo e stringilo nel palmo, non puoi e allora che sia oggi o domani che importanza ha? Perché non facciamo quel gioco dove ti dico tutto quel che non mi piace di te, tu quel che non ti piace di me, poi facciamo l’amore, questa volta davvero, non come quando mi hai chiesto: lo faresti l’amore con me? Ti ho risposto di sì. E da quel giorno non ci siamo più visti.

Foto: © Bruce Haley.

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Io mi chiamo Marco e faccio il viaggiatore

A Roma, al Pigneto, al bar Necci, si gioca alle carte dalle otto del mattino. Ci giocano signori in pensione, sono seduti su sedie bianche e lanciano le carte sulle piastrelle lucide del tavolo. Qualcuno vince, qualcuno perde, nessuno esulta. La Roma è stata sconfitta all’Olimpico, la Lazio ha battuto il Torino e ora ha un solo punto di svantaggio in classifica. Qualcuno tossisce, qualcun altro invece bestemmia e ride, chiede un caffè e il barista annuisce, torna col caffè dopo un quarto d’ora, il caffè è freddo. “Di chi è il caffè?” Chiede con l’accento africano. Nessuno risponde, sono le dieci e i pensionati se ne sono andati chi a fare la spesa, chi a comprare le sigarette, chi a tener compagnia alla moglie davanti alla televisione. Io leggo l’ultimo romanzo di Carrère, solo due pagine, mi annoia. Mi guardo intorno, ci sono molti specchi alle pareti, posso guardare senza essere guardato. Una ragazza coi capelli neri parla di un ex mattatoio, dice che bisogna avere il coraggio di investire nel futuro senza essere investiti dal futuro, poi domanda il nome al barista, due volte, lui risponde due volte, io non riesco a sentirlo, si presenta anche lei dice: “Chiamiamoci per nome da adesso e per sempre.” Lui annuisce, lei lo chiama per nome e gli chiede un orzetto. Lui annuisce ancora, poi dice “Te lo preparo, non facciamo servizio ai tavoli però devi venire a prendertelo.” Lei risponde “Grazie.” e il nome di lui. Lui se n’è già andato dietro al bancone.

Anche io fino a pochi anni fa chiedevo il nome ai camerieri, poi ho cominciato a pensare che è una domanda che rivela un’idea buona di mondo, un luogo dove il nome viene prima del ruolo, ma c’è in tutto questo qualcosa di presuntuoso, di insolente. Quando facevo il cameriere infatti non mi piaceva che mi chiamassero per nome, forse perché mi sentivo essere più del mio lavoro, forse perché mi sentivo più del mio nome. Così ne avevo inventato uno, per non essere scortese: Benjamin il cameriere; rivelavo quello vero soltanto a chi mi ispirava fiducia o affetto o simpatia.

Mi chiamo Marco e sono un viaggiatore.

A Firenze, vicino alla stazione, c’è l’Osteria Nuvoli. All’Osteria Nuvoli puoi chiedere il gotto di vino, il calicetto e il bicchiere. Il gotto sono due sorsi, il calicetto cinque, il bicchiere non so, ho perso il conto. Da Nuvoli puoi bere del Brunello di Montalcino per pochi euro, puoi mangiarti i fegatini e pure la trippa o il panino con la porchetta. Da Nuvoli puoi aspettare il treno e far chiacchiere con l’oste o con gli avventori. È frequentato dai turisti ma quelli si siedono a tavola, invece intorno al bancone, sugli sgabelli, siedono i fiorentini. Così c’è Giulia dai capelli biondi che non ha passato l’esame di teoria della patente per un errore di troppo, la sua amica ricciola che la consola, la fotografa di arredamenti che beve un bianco prima di tornare a casa e cenare da sola, l’avvocato che ce l’ha con il traffico e l’oste che quando s’annoia parla della Viola, la Fiorentina che ha battuto il Milan due a uno e ora se la gioca con la Roma per il passaggio ai quarti di Europa League. Da Nuvoli non ci sono specchi e le persone le guardo negli occhi, complice è il vino che fa cadere ogni riservatezza. Così faccio sempre amicizia con qualcuno, parlo di come si vive a Firenze, del fatto che io non sia toscano ma sogni una casa in collina. Dice: “Tu vo’ fa’ l’americano! Non se la compra più nessuno la casa là fuori, ‘i son care, noi le si vende, si va via!” “E dove andate?” Chiedo io. “Via!” Risponde lui, “Si va via.” La ragazza della patente mi guarda e ripete “Via!” L’oste mi guarda sorridente, dice: “Eh, si va via!” E io mi chiedo dove sia questo via, dove stiamo andando tutti. Saluto e mi incammino verso la stazione, il treno è in ritardo, ho sonno, sempre colpa del vino.

Le poltrone dei Frecciarossa sono spaziose e comode. Le prese di corrente funzionano e riesco a ricaricare il cellulare. Mi arriva un messaggio “Ci siamo allontanati molto, cosa posso fare per te?” Rispondo: “Non lo so, io vo’ via!”, risponde “E dove vai?” Poi mi addormento.

Il treno frena, arrivo a Milano. A Milano c’è il sole, a Roma pioveva, a Firenze pure. A Milano Necci non c’è, nemmeno Nuvoli. Dove vado? Via. Via, sempre via.

“Tu sei pazzo.” Risplende il display del cellulare.

I pazzi stanno nei manicomi, io no, io vo’ via. Io che sono Marco e faccio il viaggiatore.

Foto: © Giulia Bersani

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Per la nostra beatitudine, buon compleanno Jack Kerouac!

“Ah ma «non so, chi se ne frega, non importa» sarà l’estrema preghiera umana.”

Sono parole di Jack Kerouac, nato il 12 marzo di novantatré anni fa. Le ha scritte in uno dei tanti momenti di smarrimento, di quell’infinita, desolata tristezza che vieta di immaginare futuri sorridenti. Io, che sono ancora sulla terra dei vivi, dei “chi se ne frega” e dei “non importa” non so che farmene. Sono uno che scrive alle sue ex ragazze per sapere come stanno, sono uno che non accetta di voler male a una persona solo perché quella mi ha fatto del male. Sono capace dell’odio e dello scherno, ma basta una bottiglia, del vino e un polso magro, una camicia bianca e capelli lunghissimi a cui scrivere parole e rabbia, invidia e ideali di morte si trasformano in umano compatire e paroline d’amore.

Oggi è il tuo compleanno Jack e come ogni anno ti scrivo, vorrei dire che dovunque tu sia mi leggerai, ma è una stronzata perché nessuno li legge i testi degli aspiranti scrittori. Dovevo sedermi di fianco a te in un bar, coglierti alla sprovvista e leggerti le mie cose, ma di solito dopo un wow iniziale questo mi porta verso dolorosi insuccessi, quindi meglio così, che per evidenti questioni d’età l’occasione non si sia mai presentata. Ora non desidero parlarti di me, ma dirti qualcosa che forse non sai. Quando sei diventato famoso non hai più smesso di bere e ti è scoppiato il fegato, non sei nemmeno riuscito a contarle le ventisei trasfusioni che ti hanno fatto, non ti sei svegliato più e avevi solo quarantasette anni. Quello che non sai è che dopo che sei morto tutti quei cravattini che ti compativano quando arrivavi ubriaco alle interviste nei loro mosci talk show sono venuti al tuo funerale e hanno raccontato di quanto eri gentile, dolce, poetico, fantastico, sorvolando su tutte quelle risse da bar in cui sei finito invischiato e sui tuoi giudizi poco lusinghieri nei confronti dei loro salotti. Sai, quando non ascoltiamo gli altri possono dire tutto e la realtà è fatta per sentito dire. Lascia perdere, perché in molti hanno riconosciuto il tuo valore, pure gli hippy che tanto criticavi hanno cominciato a sformare le tasche dei loro jeans attillatissimi per infilarci i tuoi libri. Beh, On the road è diventato un mito, lo era già quando tu eri in vita, eh, ma ora mi è capitato di prenderlo in biblioteca e trovarci scritto con inchiostro colorato e cuoricini: “Il beat è la vita, leggete On the road” o “Jack Kerouac uno di noi”.

Siamo nell’anno 2015 e la maggior parte degli scrittori odia stare in gruppo e condividere una certa idea di letteratura. Mi viene in mente quando te ne sei andato in Marocco da Ginsberg e ti sei messo a battere a macchina il suo manoscritto, eri famoso allora, vivevi ancora con tua madre anche se avevi da parte dei bei dollaroni, continuavi a dire che avevi un sacco di soldi ma i soldi erano soltanto soldi e allora andavi a trovare i tuoi amici perché con loro ti sentivi proprio tu e l’alcol non era una fuga ma una condivisione che esaltava i caratteri e i discorsi. Sei stato fortunato, sai? Sono ancora convinto che Ginsberg ti volesse bene ma che tu abbia giovato non poco alla sua carriera, che Burroughs fosse un bel tipino da frequentare ma l’incontro decisivo della tua vita è stato Neal. Perché Cassady era un bel fusto, amava lo sport, rubava le auto, era contro tutte le convenzioni e amava la letteratura, ma che vuoi di più da un amico? Se quelli si drogavano da fare schifo e l’energia lisergica animava le vostre discussioni con Neal tu avevi trovato quell’umanità che ti mancava, l’amico vero, ci parlavi di poesia, gli facevi leggere i tuoi scritti come facevi con gli altri, ma quello che più conta è che andavate insieme per le strade, in cerca di una beatitudine che pensavate di poter sfiorare, in cerca delle guance di donne incontrate sulla via, di storie raccontate dai vecchi in coda dai benzinai o nelle baite in montagna. Quello che ti voglio dire è che mi sarebbe piaciuto incontrarvi e andarcene tutti a vivere sui monti, a seguire la dottrina di Thoreau, forse avrei scritto degli haiku più belli dei tuoi, ci saremmo sfidati davanti al fuoco per annullare la noia. Perché non c’erano gli smartphone ai tempi tuoi e non ci si continuava a distrarre inutilmente alle luci dei pixel. Mi sarei stancato in fretta come ti sei stancato tu, perché gli amici prima o poi prendono le loro strade e tu ti ritrovi da solo e non sai che fare, perché amico mio, tu sei finito quando ti sei sentito solo. Quando Burroughs e Ginsberg si davano alla gioia dei salotti, quando Neal si era accoppiato e lo sai che le donne cambiano tutti gli equilibri. Tu non eri fatto per la vita da marito, perché hai continuato a sposarti? Credevi forse che prima o poi qualcuna potesse raccogliere tutto il tuo amore? Ne avevi troppo e una donna non era abbastanza.

Ti hanno chiamato folle e all’inizio ti faceva piacere, poi ti sei ribellato, dicevi che se i folli fossero felici i manicomi sarebbero oasi di gioia. Il tuo alfabeto per anni è stato incomprensibile. Tutti pensavano che le tue parole fossero dono dell’alcol, del narcisismo, della presunzione, perché tu parlavi come scrivevi, tu parlavi come vivevi. Non ti vergognavi di chiamare in causa Dio e di chiedergli il perché dell’infelicità dell’esistenza. Ricordi quando hai detto che Dio era il contrario di cane (nella tua lingua certo, ti riferivi a God e a Dog), te lo ricordi quando scrivevi che Dio era Winnie Pooh? Provocatorio sempre. Eppure ci credevi davvero nel Cristo e ti dava noia Tolstoj perché troppo ingessato mentre in Dostoevskij trovavi un Gesù vivo.

Io ti capisco, sai, perché non hai mai imparato la pazienza ed eri sincero e istintivo, e spaventavi, oh come spaventavi, perché eri anche bello e profondo e sensibile. Tutto questo non può essere del mondo, non lo era quando eri in vita e non lo è nemmeno ora. Siamo gente che finisce male perché seminiamo la fiducia e cambiamo rotta di continuo per un amico, per una caviglia stretta, per una nevicata o per vedere il mare. Ci dovessimo chiedere dove siamo che risponderemmo? Hai risposto tu per tutti noi, con mille case, senza una casa, con mille amori, senza un amore, con una musa che non vuole attenzioni. Cosa ci resta? Gli amici e i loro rifugi e poi la strada, noi siamo là, come tanti autostoppisti, pronti a cogliere il presente e godere dei tragitti, incapaci della sosta, amanti del rischio di essere uomini tra i robot.

Lo sai bene che ho letto tutto quello che hai scritto e trovo i tuoi diari inarrivabili. Perché oltre alla scrittura riveli tutta la tua imperfezione, la tua umanità. Ho smesso di conoscere gli artisti che ammiro perché sono sempre rimasto deluso da quello che c’è dietro al personaggio, si rivelano spesso costruiti, non falsi, no, è un altro il discorso che faccio. Tu eri tu sempre, magari avremmo fatto a botte, sono certo ci saremmo abbracciati e avresti provato a baciarmi in bocca come si fa tra amici ubriachi. Aver letto tutti i tuoi libri ha fatto sì che io uscissi dalle categorie del bello o del brutto, del mi piace o non mi piace, ma cominciassi a compatirti, a sentire con te. Così nelle tue pagine ci sono tutte le contraddizioni, i dubbi, i desideri, le gioie e le sconfinate tristezze della vita di un uomo bello e sensibile, l’ho detto e lo ripeto, amante delle lettere, dello sport, ma sopra tutto dell’esistenza, delle persone, del vino.

Sei morto di vino e di solitudine. Sei morto perché ti sei donato completamente. Come il tuo Cristo.

Sai, ora a Lowell arrivano i bus che trasportano i turisti a vedere la tua casa, c’è una biblioteca che ospita le bozze originali dei tuoi scritti, a San Francisco una via porta il tuo nome. Organizzano letture pubbliche e provano il ritmo bebop della tua parola libera. Io col tuo nome ci chiamo la strada, io col tuo nome ci chiamo tutte le mie velleità di scrittore. Gli uomini come te rimangono, mentre le stelle cadono e provano a confonderci, siete bagliori che guidano lo sguardo sulla strada vera, quella che porta a una non precisata, indefinibile, beatitudine.

Foto: dalla rete.

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In vita di Charles Bukowski

il 9 marzo del 1994 moriva Charles Bukowski. Io avevo dodici anni e mi sbucciavo le ginocchia sul campo di pallone dell’oratorio. Segnavo una media di otto goal a partita, delle ragazze non mi importava niente, tornavo a casa sporco di fango e sudato, mamma mi sbatteva in doccia e io me ne uscivo coi capelli bagnati, facevo finta di cenare e raggiungevo i miei amichetti in giardino per giocare a nascondino prima del buio.

Bukowski l’ho scoperto solo a trent’anni circa, prima lo snobbavo perché piaceva a tutti e le sue pagine mi sembravano soltanto un pretesto per tirarsi seghe in mancanza di un settimanale illustrato. Avevo sentito parlare di lui perché in molti, negli anni novanta, specie tra i miei compagni del Liceo Classico Stefano Maria Legnani di Saronno, si firmavano Chinaski, che dei romanzi di Bukowski era l’eroe. Mi sembrava un vezzo cretino, io prendevo a prestito Benjamin, da Walter Benjamin, personalità poliedrica, mica semplice scrittore. Poi sono cresciuto, sono tornato a farmi chiamare Marco e Benjamin ci ho chiamato il mio cane.

Charlie Buk Bukowski, patrimonio infinito di citazioni, sporcaccione per eccellenza, bevitore, amante delle corse dei cavalli e tanto altro. Per capirne lo spirito, se proprio non lo conoscete e non avete letto i suoi libri o le poesie o un cartello dentro a un’enoteca che recita le sue parole, vi consiglio un bell’articolo di Fabrizio Sabatini pubblicato su Artnoise (http://www.artnoise.it/caro-hank-lesattezza-di-charles-bukowski/), è un testo mica male che sa cogliere lo spirito profondo di Charles e sa andare oltre a una certa mitologia infarcita di luoghi comuni.

Charlie, concedetemi il diminutivo perché ci sono scrittori che a furia di leggerli diventano amici, Charlie per me è tenerezza in una accezione poco nota, forse. È un uomo che rifiuta il mondo e il suo pensiero dominante, ma nel mondo ci deve vivere, per cui non disprezza il lavoro come qualsiasi bohemio della sua epoca, non disprezza nemmeno il denaro, quindi scrive anche su commissione e non se ne vergogna. È dotato di una sensibilità straordinaria, è vero, dannatamente e sempre vero e sincero.

Per scrivere e seguire la sua necessità più grande si fa assumere in posta, lavora di notte e dorme poco, vive fino a cinquant’anni in appartamenti di periferia in compagnia dei topi e di una macchina da scrivere, rifiuta ogni amicizia letteraria (anche se una volta famoso in tanti lo cercheranno), preferisce le donne, la sua “cipolla rossa” fa esperienza di parecchie femmine americane, sposa però donne dal fascino decadente, intelligenti e capaci di tenergli testa.

Bukowski non è un uomo solo, ama incontrare gente, tirare tardi e bere fino a non poterne più, poi cerca la solitudine, l’a tu per tu con la parola. In molti l’hanno considerato beat, ma un beat proprio non è, rifiuta quella parola che dopo la morte di Kerouac era diventata etichetta e moda. Bukowski era contro le mode, talmente contro da finire per diventare lui stesso moda.

È famoso un video di una sua lettura pubblica (su youtube.com lo trovate facilmente) in un teatro zuppo di persone che acclamano il suo nome, il nome di un uomo sbronzo che si siede a un tavolo sistemato sul palco e chiede una birra e usa un tono basso e lento, e ride e incespica sulle sue parole, e beve e il pubblico applaude come se sì, quell’uomo stesse indicando una via per tutti coloro che si vergognavano degli istinti, delle zone buie, che chiamavano libertà la luce e condannavano le tenebre. Bukowski mostrava le sue di tenebre e permetteva ai lettori, al pubblico, di vedere le loro e attraversarle. La sua parola era un’offerta di verità.

Con questo non voglio dire che Charles fu un santo, no, era un attaccabrighe dal brontolio facile, era manesco e quando sbronzo anche prepotente ma… tutto questo lo rendeva in fondo amabile, credibile, uomo.

I suoi romanzi ancora oggi mi appaiono zoppi, imperfetti, ma così ricchi d’umanità che suscitano un’empatia straordinaria in chi si mette in ricerca del suo vero io e sa che la perfezione non è del mondo.

Diceva Bukowski che chi tiene un diario per annotarci i suoi pensieri è un testa di cazzo, che lui lo faceva soltanto perché qualcuno glielo aveva proposto, dunque era anche lui una testa di cazzo, nemmeno originale, per giunta. Tutta la sua opera, però, si rivela come un grande diario che racconta la sensibilità rara di un uomo libero. Diario sono i suoi romanzi, le sue poesie, diario sono i suoi diari, addirittura la sceneggiatura di quel film hollywoodiano (Barfly) che gli rese tanto in denaro e fama.

Tutti, me compreso, credono di conoscere il caro vecchio Buk e ne parlano. Così, di voce in voce, di decennio in decennio, la sua fama si fa sempre più grande, le edizioni dei suoi scritti trionfano in libreria e sulle bancarelle. Il rischio che corriamo oggi è ridurre Bukowski a un Chinaski qualsiasi, a farlo personaggio e non più uomo, ma chissenefotte.

Il poeta si è fatto dono e la sua parola lo trascende. Ti incontrerò un giorno Charlie, penserò di conoscerti anch’io e mi smentirai, quel che farò sarà soltanto riconoscerti in mezzo a mille altri e abbracciarti perché sì, già ora, ti voglio bene. Perché grazie a te, qui, in questo mondo sghembo, mi sento meno solo.

Ora incazzati pure, e dimmelo che non dovevo scrivere quest’elegia del cazzo, ma quando si ricorda qualcuno… va sempre a finire che si esagera qui e là.

Vi lascio questa poesia, famosa e straordinaria. Questo è Charles Bukowski, oggi, per me.

Un uccello azzurro
nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani dentro, non voglio
che nessuno ti
veda.

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io gli verso addosso whisky e aspiro
il fumo delle sigarette
e le puttane e i baristi
e i commessi del droghiere
non sanno che
lì dentro
c’è lui

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io con lui sono inflessibile,
gli dico:
rimani giù, mi vuoi fare andar fuori
di testa?
vuoi mandare all’aria tutto il mio
lavoro?
vuoi far saltare le vendite dei miei libri in
Europa?

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io sono troppo furbo, lo lascio uscire
solo di notte qualche volta
quando dormono tutti.
gli dico: lo so che ci sei,
non essere
triste

poi lo rimetto a posto,
ma lui lì dentro un pochino
canta, mica l’ho fatto davvero
morire,
dormiamo insieme
così col nostro
patto segreto
ed è così grazioso da
far piangere
un uomo, ma io non
piango, e
voi?

Foto: dalla rete.

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Il vino mi fa male

Il vino mi fa male: le guance si gonfiano, il respiro si fa pesante. Calorie su calorie. Gli occhi socchiusi si muovono lenti, la tovaglia diventa un quadro da fissare e le parole scorrono velocissime fino a farsi confuse. La mano non lascia mai il bicchiere, armonia di polso e labbra, gengive rosse, denti rossi, lingua rossa. E desideri invadenti e infantili tra le pareti bianche e dita che scorrono sul telefono cellulare. L’assedio alla tua città fortificata mentre suonano alla porta pettorine fosforescenti infarcite di sorrisi e del bisogno di stare meglio donando il cibo, la casa, le cure, adottando gli sconosciuti. Ti ho stretto la spalla, amico, ti ho detto non mi interessa, io sono solo così solo così solo che tu non lo capisci, perché non te ne accorgi? Perché non lo fai, mi fa una domanda poi un’altra ancora, perché ci giri intorno? Perché continui a chiedere? Stai zitto, torna a casa, cucinati una pasta all’olio e sposati e fai dei bambini e ama tua moglie e cerca di essere gentile e non vergognarti di essere tenero e ammetti le tue debolezze, segui il tuo dio, credi nel bricolage, insegna a tuo nipote a pedalare e impara ad aprire le finestre, a sollevare lo sguardo qualche volta, l’hai comprato oggi il quotidiano? Non ti interessa, le mimose nella mano destra sei triste anche tu o non ci hai mai pensato? Ma dimmelo!

Notti sveglio a luce di smartphone sotto alle coperte, notti a pensare dove sei, alle tue lenzuola bianche e a resuscitare sua maestà Pier Vittorio Tondelli e dire che nei suoi racconti, prima dei libertini, era ancora immaturo e però ce l’aveva il coraggio e ci credeva così tanto che avevi voglia a giudicarlo, ma cosa giudichi tu?

Datemi altro vino e vino ancora, non appiccicatemi addosso le vostre parole di compatimento, che ognuno fa quel che può per tappare i suoi buchi. E se mi guardi in viso non mi credi così vecchio, a me che dei tuoi “invece io”, dei tuoi “dovresti”, non me ne frega niente. Sai, tu, lontana da me, nelle tue case bianche di neve bianca, nelle tue case azzurre di mare azzurro, tu, occhi enormi, tu caviglie fine, tu io ho voglia di parlare di stare ad ascoltare, di farti addormentare.

Ora lo so che sei circondata da gonne corte e occhialini da intellettuali, da scarpe prive di gusto, da maglioni larghi e da tanta di quella spocchia, dio mio, che vorrei salire su una sedia e leggerti ancora le mie parole imperfette come quella volta che sotto quel lampione c’eri tu e c’ero anch’io ed eravamo più giovani e magari liberi, prima di New York, prima di Parigi, quando ci rassicuravano i taxisti guardandoci nello specchietto retrovisore.

Il vino mi fa bene, ti dico, altera i tempi e i cambia il mio modo di guardare, se ne infischia del giudizio e dei ritardi, è capace di stare, di farsi ospite, il vino è mio compagno ti dico e se ti intristisce così tanto vedermi morire con lui, vieni e salvami. Ora c’è il mio cane che mi guarda e non capisce, mi viene vicino e mi lecca le gambe, e non dice niente al sole di oggi. Socchiudo gli occhi e mi viene in mente l’atterraggio dell’aereo di ritorno da Dublino, è notte e le auto sono piccolissime, e luci tutto intorno e gli uomini invisibili, invisibile anche tu.

Foto: © Alec Soth.

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È l’amore l’ostacolo più grande alla felicità

Rimbalza la mia voce allo specchio, guardo e riguardo il cellulare, poi il pensiero al compleanno di una barba bianca al di là della collina. Dove le viti si piegano al vento, dove il basilico cresce sempre verde e i pomodori raccolgono l’ultima neve. Là dove la notte è stelle e silenzio e le rondini tornano per fare il nido, il legno profuma di bosco. D’improvviso, invadenti, le tue imperfezioni: il tuo naso storto, le tue gambe che diventano sempre più magre, le tue dita, oh, le tue dita che sanno impugnare il calice e portarlo alle labbra. Vorrei essere vino per entrare dalla tua bocca e scaldare le tue notti insonni, togliere il freno della tua lingua e farti compagnia durante i tuoi riposini del pomeriggio. Prenderai un altro aereo un altro treno un altro albergo, che ne è della tua timidezza ora che frequenti i palcoscenici e le poltrone rosse dei premi? Faceva freddo era soltanto ieri e la via verso casa infinita e i pensieri troppi, ho registrato una traccia audio col cellulare parlando di soldi, dei ricchi che sono infelici e dei poveri che sono infelici, dei ricchi felici e dei poveri felici, dicevo che è una questione di sensibilità e poco altro, possibile che riconduca sempre tutto al sentire? E siamo a rischio suicidio, ci ho pensato milioni di volte e poi me ne sono dimenticato, com’è giusto che sia. Mi chiedo ancora se l’amore salva. Perché è l’amore l’ostacolo più grande alla felicità. L’amore perfetto, sì, quello è felice ma tutto il resto? Il resto è una dimostrazione d’inettitudine. E allora solo Dio è felice ed è per questo che vogliamo assomigliarci, ma non possiamo e dunque? Quale frustrazione mi inonda il cuoricino adolescente! Non potrei anch’io accontentarmi, di cosa poi? Dov’è finito il mio fumo, la pipetta e l’erba, dove se ne sono andate, perché non le tengo più nella scatolina di latta, dov’è finita la mia mano che faceva toc toc sul metallo e le narici si facevano calde di fumo e la mente nebbia? Io che più amo e più sbaglio, di nero mi vesto per passare inosservato, e sono uno dei tanti, credimi, avvicinami, capelli lunghi a nascondermi gli occhi invadenti, che se ti guardo ti spaventi e poi mi dici addio e io capisco arrivederci. E poi torni, vero che torni, vero che ci vediamo ancora? Anche se tutto è imperfetto, io aspetto.

Foto: dalla rete.

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Delle tue guance hai perso il conto dei baci

Dietro la tenda lilla, oltre lo sporco dei vetri, la merda dei gabbiani sul davanzale. Nel vento che muove le cime degli alberi rari, che scuote le scritte americane sulle magliette appese, i raggi di questo sole enorme e pallido, che illumina e non scalda. Non manchi tu è la mia bugia di oggi. Fradici i miei giorni delle tue lacrime maledette, di quel giorno a rincorrerti per tutta via Dante e poi fermarti, scandire il tuo nome, poi i nostri corpi col freno a mano tirato e la promessa di un arrivederci. Non è tempo questo di colazioni lunghissime al riparo delle stufe a fungo dei bar di Brera.

Cosa ti manca? Continui a chiedertelo perché non lo sai. L’amore? Un lavoro? Un figlio? Tu, lo stesso maglione da giorni, le scarpe consumate, trecento e più chilometri in venti giorni. Tu, diviso, viziato, solitario e solo. Tu, col culo pesante e scuro di guardo. Ricorda, ti ha detto lei un tempo, se sei scuro sei luce. Così hai iniziato a incidere la tua carne, a usare il coltello per far forza sullo sterno, liberare il pensiero, essere finalmente quel tu: il sofferente, il ribelle, il divelto? Che senso ha tutto quel sacrificio di sangue se poi il nero scompare nell’urlo e rimane l’abbaglio, wow, urli, wow, finalmente io, io davvero, io! Ma lei ha paura, ma lei si nasconde. Che farai ora? Ora che hai perso tutto, dove se n’è andato il pudore? Gli occhi fanno male, faranno male per sempre. E quel sempre è un mai. Parole inutili.

Tornate qui, maestri miei, sedetevi a corona intorno al mio letto, sputatemi addosso l’imperfezione che vi ha resi eterni, la malattia che vi ha resi grandi. Insegnatemi la sopravvivenza di colui che si è diviso e ora tutto gli passa attraverso, nulla gli resta addosso. Pronunciatelo il vostro ti amo simpatico, lo ripeteremo insieme fino a farne un suono, la litania potente di questo nostro stare insieme. Fuori non capiranno, ma che ce ne importa. Che fine ha fatto il cuore, il nostro cuore? Volevamo estirparlo, dovevamo estirparlo e non siamo stati capaci, perdenti ancora, ci chiamano nullità, lo siamo davvero?

Lo senti il battere del mio cuoricino? Il maledetto suo battere, portalo via, tienilo tu! Dammi la mano, sfiora il mio corpo di carne, le ossa, i muscoli, il pelo. Puoi dirlo, se vuoi, puoi dire: “Sei vivo amico mio bellissimo, amico mio perduto.”

Verrà quel giorno, amorino, che ci ritroveremo ancora in quel caffè del centro, tu prenderai il tuo orzetto, io il mio caffè lungo, mi chiederai se voglio lo zucchero e ti risponderò di no e continuerò a farlo finché te ne ricorderai. Saremo amici allora, l’unica parola che possiamo concederci, mi griderai addosso tutta la frustrazione di questi anni, perché quando parlo non si capisce un cazzo, perché costringerti a fare lo sforzo del vedere oltre, perché dovevi capire oltre il già detto? Perché tutto ho abbandonato, per te, per te soltanto, per me, per me soltanto. Te lo ricordi il giorno che hai perso la pazienza? Mi chiedi. Incrocio indice e medio, te lo prometto, comincio oggi la mia ricerca, aiutami tu, amorino, prendimi per un braccio, prendiamo il primo treno, sentiamoci invincibili, andiamo a Venezia, cadiamo nella laguna, spendiamo tutto e chiediamo l’elemosina di uno sguardo nell’enorme piazza San Marco tra quelle mille colonne che rendono impossibili gli incontri. Poi portami nella tua casa al mare, prendiamo il sole nell’ultima spiaggia, portiamoci gli occhiali neri, salviamo gli occhi perché voglio vederti invecchiare. Poi portami nel giardino delle fate, di giorno tutto un colore, tutto uno specchio, la notte scuro di trucco abusato. E poi dimmi che delle tue guance hai perso il conto dei baci, delle tue labbra invece tutto ricordi.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com.

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Così sei tu, finalmente tu

Così sei tu, finalmente tu. Ora che non sei qui, tu immersa in notti senza lampioni, desta in risvegli nel rosa di albe tra stazioni senza insegne e treni arrugginiti, tu senza un nome, senza pantofole dietro le bandiere azzurre dell’esercito della salvezza e i panni stesi fuori da tende costruite troppo in fretta. Dicevano tutti resteranno una notte, una soltanto, passano gli anni e sono ancora là, telo dopo telo, impermeabili ormai, dimenticate dai più. Dici il mio andare costruisce memorie, rivela gli orizzonti nascosti dai grattacieli, dai caloriferi accesi e da orologi che appesantiscono i polsi. Ora che dormi, i tuoi piedi nudi su materassi gonfiabili, quel tuo essere di scelte forti e cuore fragile, sei vetro infrangibile, così trasparente che ti si vede attraverso, così dura che è impossibile trovar spazio in quelle tue interiorità labirintiche. Sai mille lingue tu e apri le porte coi denti, non domandi mai, sai ascoltare. L’hai portato un profumo con te? Tra le tue dita ricordo di sigari accesi e confidenze, dove ci porterà tutto questo nostro perderci, questa vocazione al varcare le soglie e rinunciare al biancore dei volti dei figli. Cosa resta di me? Uomo qualsiasi, imperfetto, uomo di tasca vuota e trench lisi, scarpe consumate e labbra morbide, impulsivo e invadente. Resta questo dire che non conosce trincee, così scoperto da mostrare il fianco al giudice, così personale da finire sul fondo e non galleggiare in ricordi e non finire tatuato sulle scapole delle adolescenti, sulla Smemoranda delle scuole medie. Torneremo dove siamo nati e proveremo a non farlo da morti, avremo storie da raccontare, cappelli da sollevare al sole per prestare la fronte al perdono, al saluto. Amici miei di provincia e città, amici miei sconosciuti e offesi, benedite il mio passo, soffocate il mio grido e stringetemi forte sul petto, che non sia mai medaglia, ma fazzoletto, per asciugare guance, per ripulire volti. Così son io, finalmente io, in virtuale lontananza, perché tu esisti soltanto in fotografia, sei messaggi sui social network, un tempo eri volto, ora sei ricordo, un montone grigio, lana bianca. Sei, sarai, continuerai a esistere finché imparerò la dimenticanza.

Foto: © Giulia Bersani

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Bellissima davvero

La macchina fotografica a tracolla, con l’eskimo verde e i capelli biondi rasati sui lati trascorri il pomeriggio tra cieli bianchi e fabbriche, su questi campi feriti a verga, a far domande agli operai in pausa, pance gonfie di birra e mani sporche di grasso. Non c’è traccia di contadini là dove i bambini avevano le labbra umide d’uva, tutte quelle madri in camice che trovano in un gesto meccanico e ripetitivo il senso di una vita una volta immaginata e ora vissuta così, nel quotidiano svegliarsi all’alba, nel caffè sul fuoco e nei ritorni a casa col figlio che corre loro incontro, mani intorno al collo, col cane che appoggia la testa sulle loro gambe e si addormenta.

Non scatti tu, non ancora, chiedi loro come si fa a decidere di scendere dalla giostra dei divertimenti e dei viaggi, delle emozioni di notti trascorse a muovere il bacino tra le luci al neon, come si fa, signore mie, madri del mondo? C’è Giulia che è albanese, Giulia che ha i capelli neri lunghissimi, che dice in un italiano povero di accenti che quando fai un bambino e sei famiglia ti decentri, dice proprio così, che ti decentri e non vivi più per te. Le chiedi se è felice, risponde di sì, ti domandi se lei conosce davvero il senso di quella parola, non glielo chiedi. Poi decidi di fotografarla, lei non sorride, tiene le mani lungo i fianchi, ti chiede se hai finito che è ora di tornare al lavoro. Tu dici sì, grazie e lo ripeti quel grazie. Lei se ne va. Ti guardi intorno, gli occhi di tutte le altre, decidi di fotografare anche loro per non fare torto a nessuno, tutte dalla stessa distanza, per non fare preferenze, non ce n’è una che accenna una posa, qualcuna sorride, altre guardano in terra. Fai in fretta, che è ora, il lavoro le chiama e loro rispondono in fila indiana.

Te ne torni a casa quando il cielo si colora di rosa prima del buio, alla doccia il compito di far nuovo il corpo; ti abbassi le mutandine, ti guardi il culo allo specchio e accendi l’acqua, vai di vapore, il vetro tradisce la sua trasparenza. In radio una canzone che ti si ferma sulle labbra, così muovi la schiena che tanto nessuno ti guarda, muovi le mani e ti stringi le spalle, poi il seno, muovi le mani e ne desideri altre, magari sincere questa volta. Sgocciolano i tuoi capelli sul pavimento, il profumo dolce del bagnoschiuma e la lingua amara a domandarsi il perché di quel tuo disperato tentativo di capire gli altri. Non sei come loro tu, non finirai mai in fabbrica tu, i tuoi genitori ti hanno fatta studiare, non vogliono nemmeno che ti stanchi troppo, non ti domandano nemmeno che fai perché sanno che tu al momento opportuno glielo dirai e li convincerai della bontà dei tuoi giorni.

Un asciugamano sui capelli, crema sulle cosce, crema sulla pancia, crema sul seno, sulle spalle, sulla schiena, qualche pagina di un libro, un’occhiata ai tumblr preferiti, poi riguardarsi le foto del pomeriggio sullo schermo grande del Mac, cosa ti distingue da quelle donne in camice? Certo che sono bellissime, davvero bellissime, chissà se lo sanno, chissà se c’è qualcuno che glielo dice. A te lo dicono spesso, a te che poserai per le fotografie di un amico, a te che non hai timore a svelare il tuo corpo, a te che scegli la musica da far ballare ai tuoi coetanei nelle notti milanesi.

Mica te lo senti di dirti migliore, mica te la sente di dirti perfetta, eppure lo pensi, così domandi ancora un perché, il perché di tutto quel vuoto che ti sorprende nel mezzo delle notti, della tua incapacità di stare seduta a una tavola senza fare nulla, di dormire senza tranquillanti. Un messaggio, il cellulare vibra, poi suona, tu non rispondi. Ti vesti, una canotta larga, nessun reggiseno, i soliti pantaloni skinny neri come le tue unghie. Prendi un trolley e ci infili qualche mutandina, dei tacchi e un body. Fuori è buio e freddo, una giacca di pelle e una felpa col cappuccio, scarpe da ginnastica. L’amico fotografo ti accoglie nella sua casa tutta bianca, un caffè, la birra no che ti fa venir sonno. Lui prende la macchina fotografica, tu ti spoglia, ti cambia, tacchi e mutande, il trucco pesante, lui ti guarda, inquadra, ti dice di non sorridere, ti chiede di muoversi lenta, così pieghi la schiena, alzi le mani sopra la testa, gli occhi risplendono tra i flash. E si fa tardi, quasi mattina. Le sveglie suonano, qualcuno si sveglia, un bambino bacia le guance a mamma, mamma si lava la faccia. Tu appari su Instagram, bellissima, così, proprio bellissima, bellissima davvero.

Foto: © Giulia Bersani

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Infinitamente da me

Ormai magra da sentirsi pronta, Giulia si guarda un’altra volta allo specchio, sposta il peso sulle spalle perché la pelle si ritiri mostrando le costole; riesce a contarle, arriva fino a tre, poi il body verde fosforescente che le fascia due mammelle appena accennate, i capezzoli si sporgono un poco puntellando il tessuto. Ora lo specchio riflette il profilo, non ha mai avuto il culo così piccolo e sodo, i leggings in ecopelle non fanno altro che sottolinearlo. Il trucco è pesante, righe nere sopra e sotto gli occhi, raccoglie i lunghi capelli in un’unica coda. Le scarpe hanno la suola alta, completa il tutto una specie di kway col cappuccio giallo fosforescente.

Il telefono squilla, ciao ciao allo specchio, Giulia raggiunge l’amica Luna, due baci sulle guance, come stai? sei una favola, amo, anche tu. Poi un righino bianco, magari due, un po’ di Ghb: addio freni, addio inibizioni e stronzate da scolarette. Addio madre e addio padre, addio ansia e psicofarmaci, addio pensieri di domani stanchi, addio cielo bianco milanese e benvenuta notte e benvenuta dimenticanza.

Col freno di un taxi bianco, i profumi dolci, le gambe magre, labbra che risplendono e collane lunghe fino all’ombelico. Il rosso dei semafori negli occhi di Giulia proiettati fuori dal finestrino. La consoleranno due spalle nude, un petto depilato? Adrenalina sotto la sua lingua. Dai amo, siamo arrivate, ti apro la portiera, stai attenta alle pozzanghere. Luna ha una borsa piccola e fucsia, tira la cerniera, le cinquanta euro di papà possono bastare, il taxista non parla, decine d’euro di resto.

Là fuori tutti vestiti di nero, il giallo fosforescente del cappuccio illumina gli occhi dei ventenni, saltano la coda Giulia e Luna, conoscono tutti loro, il culo di Giulia poi ha un discreto successo, Luna la trascina avanti tenendola per mano, inciampa su tacchi troppo alti, sulle gambe grasse; le sue tette gonfie che si affacciano da un vestitino troppo stretto salutano i buttafuori, quelli rispondono un buonasera con accento straniero. E ancora baci sulle guance per le nuove arrivate, rituale lunghissimo. Ma quanto tempo, sei così dimagrita, amo, sei bellissima. Frasi sussurrate alle orecchie, la techno corrompe i timpani. Non ti sento, amo, parla più forte amo, bevi qualcosa amo.

Gli occhi di Giulia semichiusi per ripararsi dai neon, le braccia alzate a cercare un ritmo, il cappuccio sulla testa, sempre più fosforescente, si muove Giulia, si muove e non guarda da nessuna parte, svela le costole, tutte e tre, svela i capezzoli, tutti e due, Luna la guarda, goffa, appoggiata al bancone, col suo profumo dolce, con le sue labbra che grondano rossetto. Non più amo, né come stai, erano due e ora sono sole, la serata comincia, la musica spacca le tempie. Luna succhia dalla cannuccia un Gin Tonic, un ragazzo le si avvicina chiedendole se è italiana. Luna alza le spalle, succhia ancora dalla cannuccia cercando qualche parola per rispondere a un’ovvietà.

Giulia si muove a tempo nel mezzo del locale, le luci la cercano, lei ha gli occhi chiusi, i ragazzi la circondano, lei ha gli occhi ancora chiusi, le costole, i capezzoli sempre in mostra. Qualcuno la avvicina, le appoggia il bacino tra le cosce, lei apre gli occhi, avara d’espressioni, fa un passo indietro e ricomincia a ballare come se niente fosse successo.

Le labbra di Luna hanno perso il rossetto, contro il bancone lingue nascoste dentro a due bocche così vicine. Portami in bagno, dice, anzi portami a casa. Ci sono i miei amici, siamo appena arrivati. Portami in macchina, dice lei, ce l’hai la macchina? Lui la macchina ce l’ha e ce la accompagna.

Giulia, oh, Giulia, tenera Giulia, piccola Giulia. Le tue altalene e il parco, il cane Roostie che ti leccava le mani. Eri riserva nella squadra di pallavolo, arrivavi sempre per prima agli allenamenti, ti inventavi soprannomi per tutti, che ti è preso Giulia, che ti sei messa a leggere, Giulia? Perché non giochi più? Tua madre è preoccupata, Giulia, dice che non le parli più. E mangia, Giulia, non chiuderti in camera, non è vero che basta la musica. 

Ha i capelli rasati Ivan, avvicina Giulia, mantiene una distanza di trenta centimetri, è così magro Ivan, è così nero, due gambe come trespoli, le spalle strette, si muove così bene Ivan, dieci centimetri, Giulia ne avverte la presenza, apre gli occhi, lo fissa, regala un mezzo sorriso, Ivan fa finta di niente. Ballano vicini, giallo fosforescente e nero, cinque centimetri, due, ora si sfiorano Ivan e Giulia.

Una fotografia incornicia i loro vent’anni, tutto in un flash, li pubblicheranno domani su Facebook, questi anni bellissimi.

Luna ha terminato il su e già sopra un sedile poco profumato, si fa portare a casa, chi se ne importa di Giulia, il suo l’ha avuto, anche troppo in fretta, ma a che serve aspettare, a che serve annoiarsi, un’altra puntata di Fargo la aspetta, a casa c’è tutto. Fuori fa freddo.

Giulia e Ivan raggiungono il bagno, sempre ballando, naso contro naso, polvere bianca sul lavandino. Leccami le dita, ti voglio. Non ora, non mi va, non c’è problema. I neon li aspettano, torna a brillare il cappuccio. Non riesco più a chiudere gli occhi, nemmeno io, guardami ora, domani non ti ricorderai di me. Baciami adesso, domani non ti ricorderai di me.

Giulia, perché ora vuoi tutto dimenticare? Che te ne fai di tutto quel malessere? Sii felice, Giulia, cosa ti frena? Ho solo vent’anni, continui a rispondere.

Ivan la stringe, tornano a sfiorarsi. Tutti intorno li guardano, qualcuno li invidia.

E tu Ivan, dove l’hai lasciata la tua ragazza? Al paese, Ivan, se ti vergogni di lei non la ami. Cosa cerchi, amico? Ti sei scoperto bellissimo e ora non la sai gestire questa tua bellezza? Cosa ci trovi in Giulia, cosa manca a Caterina? 

Escono insieme dal locale Ivan e Giulia, non salutano nessuno, si abbracciano, si accarezzano, si baciano. Vieni a casa mia, non posso, voglio che ti ricordi di me, non posso. Perché? Mi farai male. Non puoi saperlo, lo so, siamo nati per farci del male, poi arriva la morte. Ci assomigliamo troppo, appunto, non ti farei mai del male, me lo farai invece, vieni a casa mia.

Giulia ci pensa. Ivan la stringe da dietro, camminano e inciampano spesso. Ci facciamo così sintetici che poi se vuoi dimentichi tutto, e se decidi di non dimenticare puoi stare da me finché vuoi, infinitamente da me. Ne hai? Ne ho. Tanta? Tantissima. Voglio suonare per te. Se tu suoni per me io ballo per te. Lo fai davvero? Tanto poi me lo dimentico. Perché vuoi suonare per me? Non suono mai per nessuno. Tutti suonano per qualcuno. Io perché sto male. Sto male anch’io. Possiamo stare male insieme. Non è la morte questa? Io dico vita. Che scemo. Chi? Tu. Io? Che discorso del cazzo. Io? Tu. Perché parli ancora? Suona. Ok. Tu balli? Sì. Per me? Per te.

Foto: © Vanessa Winship

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