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E allora togliti questi vestiti da stronza

E allora togliti questi vestiti da stronza e trattami da persona, vita. Mi hai tolto gli occhiali e ci vedo doppio come le figurine della serie A, i pacchetti che mi portava papà quando tornava dal lavoro. Tutto è distorto ora come le chitarre degli adolescenti con queste casse appese al soffitto che non hanno imparato i sussurri. Non sono fatto per i silenzi, lo sai? Ti voglio nuda, vita. Coi fianchi sporgenti, le mammelle piene. Fammi succhiare il midollo il profilo lungo della tua schiena. E rimani in piedi quando ti guardo, no, non girarti, non vergognarti. Andavamo ad un compleanno ieri sera e due ragazzi tornavano da Roma coi manifesti delle nostre insoddisfazioni, le candeline per le processioni e le litanie di sinistra. Ti sei mai chiesta perché i partiti hanno le bandiere? E perché mai un nome così buffo; dove sono andati e prima o poi torneranno? Ti scrivo questo mentre stringo amicizie superficiali, che sei partita per il nord con la transiberiana nel cassetto, e parlo con tutti e cerco un maglione blu portato largo, la sciarpa in tinta ed il coraggio di andare oltre. Si sciolgono le montagne e ghiaccio nei nostri polmoni, dovremmo stare al caldo coi piumoni grandi per scioglierci. Le nostre mani che sanno ancora intrecciarsi. Che non ho scelte, ma soltanto gesti, contorni: il modo in cui ti siedi, la tua prima parola, i tuoi occhi umidi. Anche la pioggia si è messa a disegnare cornici ai miei umori. Verrà un tempo in cui studieremo il futuro mentre i fiumi esplodono e ci diamo le colpe quando dovremmo stringerci e farci argini. Le tempeste ormonali delle nostre rinunce. L’inverno è così severo con i lillà.

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Mancano solo i lillà

Forse dovrei colorare ancora qualcosa, lo spazio bianco tra i segni della matita, i contorni indefiniti dei miei pensieri di oggi. Mancano solo i lillà -ti dico- che non si trovano agli angoli delle strade e al parco Sempione piovono salici, le rose surgelate dei ragazzi del Bangladesh non hanno profumo. Che potrei usare un altro colore, un altro fiore, ma non sarebbe lo stesso, bello come adesso. Adesso che ti nascondi nelle lenzuola che sembri un fantasma. Mi arrampicherei sulle tue occhiaie, le insegne pubblicitarie per i tuoi occhi, per tirare in basso la tua pelle compatta e guardarti dentro. Lo yoga per il massaggio degli organi interni, i nostri respiri pesanti quando vorrei allungare le braccia come  l’ispettore Gadget per coglierti in fallo, per prenderti in braccio. Quando ti ho detto che odio il rock ‘n roll, che mi sono accorto soltanto ieri che dovremmo tutti prenderci delle pause per guardare quello che abbiamo intorno. Come Eddie Vedder e i suoi dischi da solista. Sopporto ancora il grunge, il male di morte ce lo trasciniamo dietro come un mantello e come tanti zorro ci fermiamo solo ai semafori con le nostre maschere antisommossa e ci hanno tatuato numeri sulle carte d’identità. Alzano il livello dell’insoddisfazione dei nostri desideri, che noi un lavoro non lo cerchiamo, non lo vogliamo. Contro i padroni, contro i potenti. E andremo in pensione a mille anni quando mi hai detto che lo siamo già adesso che ci inventiamo i lavori quando dovremmo inventare favole per i figli che non riusciamo a crescere. Poi volevo dirti ancora qualcosa, ma me lo sono scordato in fretta che i tuoi vestiti scendevano lenti e mi davi le spalle fingendo vergogna. Ma era soltanto un pensiero, un momento. E’ stato allora che ho iniziato a pensare al passato e mi sono stufato in fretta. E ho scritto una lettera a Paolo che erano sei mesi che dovevo scrivergli e non trovavo il momento, ma ho disegnato degli stop sul pavimento per imparare a fermarmi, il divieto di sosta sul letto per evitare il sonno, che è già sabato e penso di essere in ferie che mi ero dimenticato di non avere un contratto.

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Ci cresceranno ninfee tra le costole

Nelle tue maglie larghe nuotano ancora i pesci che sputo il mattino che il mare è vuoto ormai, ne abbiamo fatto capanna e ce lo siamo riversati addosso. Ora siamo puliti. Abbiamo lavato via le ferite del giorno e ci siamo ritrovati nudi. La strada è vuota. I cestini zuppi. Quando la notte si fa rifugio, il vino ristoro, che non ci sono vie per raggiungerti. Poi sulla via, le mie Clarks consumate, sulle autostrade le luci delle discoteche. Il ballo delle auto in festa. Il ponte lungo per i vostri sospiri. Oltre i pachidermi del cemento, le finestre accese come alberi di Natale, gli uffici vuoti, oltre la città è foresta. E il fiume scorre. Tirano il fiato gli gnomi, l’ultima vespa è tornata nel nido. Non è tempo di fate stanotte. E’ sonno, è silenzio. Brucano fiori chiari gli unicorni. Muore l’allodola per l’ultimo canto. Il picchio sfila le vene all’abete, oltre la parola inutile, lo Spriz, il Campari, l’acero lancia le sue foglie rosse tra i pixel delle lucciole, fine delle trasmissioni. Quiete. Quando Maurizio Crozza ride in tv, ci sei anche tu? Tra i rami nodosi gli ululati del vento per le parole che ti ho sussurrato. Una bottiglia ho lanciato ed un messaggio, l’inchiostro fosforescente, e sulla spiaggia l’immondizia di solitudini sparse. Che ho bisogno di non vedere palazzi nel raggio di cento metri. Il senso del limite, la fine del giorno. Una vita soltanto e la mia schiena d’asino, il pelo sul petto. Puzzo di stalle, di case, d’incontri. Che porto l’infanzia nella cicatrice dell’occhio. L’adolescenza tra le smagliature dei fianchi. Giovinezza ho gridato, rimbalzano d’eco le lamiere dei garage. Il gas acceso per soffocare, le nostre corse prima della mezzanotte. Aspettiamo la neve ed è soltanto ottobre. Le castagne nel forno. Le mani appoggiate sul tavolo, pronti all’allarme, il gomito piegato aspettando un rintocco. Suonano i citofoni, la posta s’inzuppa di mail. Al caldo dei caloriferi odore di canfora. Vorrei partire dal c’era una volta. Raccontarti delle api gialle sopra il mio letto quando sapevo soltanto piangere per attirare l’attenzione. Le mani sporche di tempera e i disegni sul soffitto. Quando gli scarabocchi diventano abbracci. Sono semi i tuoi occhi e non ho lacrime per annaffiarti. Sono solo un ragazzo. E ti diranno che sono folle. Ti diranno che sono pazzo. Tu non fidarti. Hai soltanto due orecchie, non dar retta alla città con le sue mille voci. Puoi guardarmi se vuoi e mi troverai tra le sbarre. Mi tengono in cattività: le catene della morale, il rituale della cortesia. Saltellano canguri nel mio stomaco aperto, l’altro emisfero del mondo, il fegato intriso di rosso. Le ossa piccole per pensieri pesanti, le leggerezze dei voli notturni. Quando verranno a chiederti del nostro amore risponderai non lo so con le tue labbra strette per i pittori fiamminghi. Quando sarò vecchio verranno a farmi domande sulla felicità, avrò lasciato le parole nelle tasche dei jeans. Racconterò dei miei viaggi. E denti bianchi e capelli neri lunghissimi e maglioni larghi. Nevicherà. Verrà l’inverno a coprirci e non avremo freddo più. E capelli lunghissimi e maglioni larghi. E imparerò a memoria l’odore dei libri. Ci cresceranno ninfee tra le costole. E non avremo paura quando anche i muri si stringeranno. Quando sarai lontana mi sentirò più solo. Quando sarai lontana lancerò razzi nel cielo. Guarderai in alto che non esistono più lune. Sentirai l’odore della ninfea, la osserverai galleggiare. Ero solo un fanciullo e frecce nel mio tallone. Non corsi più, stetti a guardare e ancora l’alba, un’altro giorno, viene la barca, viene dal mare. Su corri, presto, il buon vino. Avremo pesce stasera.

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Diventeremo orizzonti

Mi sono scoperto a farti dei disegni. Non sono mai stato capace di dare contorni alle cose. Mi venivano bene il cielo e il mare perché non li puoi circondare e per i contorni basta tracciare una linea dritta come quando si muore mi hai detto. Che diventeremo orizzonti io e te. Mi scrivi frasi lunghe una riga e questo è tutto e io che mi lancio in ipotesi mistiche sul linguaggio dei segni. E non lo so perché proprio te. Era notte e correvo con la lingua infilzata tra i denti, il bosco buio delle mie voglie, le spalle lussate a furia di prendere dentro la corteccia degli alberi. Appeso ai rami di un acero c’è il mio cappello. Erano scese anche le nuvole per confondermi, respiravo la nebbia dei miei desideri il fascino poetico dell’irraggiungibile. Quando ho detto no alla banalità degli incontri rapaci e mi sono ritrovato solo: la vista incrinata dai parvenu della Milano dabbene, quei cocktail annacquati, la superficie del non pensato con le cannucce per andare in profondità, per non sporcarsi le mani. Con la coscienza appesa alla M della metropolitana di via Moscova facevo luce sul mio passato. Le macchie indelebili degli schizzi sulle lenzuola. Verranno le fate a salvarmi. Una chioma bionda, lo sguardo perso tra i sampietrini di corso Garibaldi. “Prendile la mano, prendile la mano.” Il sussurro dei lampioni a tingermi il viso di rosso. Salvami, fata d’oro, salvami. E ridono i tuoi amici elfi, si fanno beffe delle mie invadenze, rimbalzano sulla schiena per intimorirmi. Non ti è servito indicare e ho voltato lo sguardo. Se il giallo illumina il nero risplende. La chioma lunga a ripararle il viso, lo zigomo schietto, le labbra strette. Quali parole scegliere ora? Come ti chiami è togliere il velo. Che basta un nome ed io lo so e per questo ne invento sempre di nuovi, che il vero viene poi, nell’intimità degli occhi, nello spazio fatato del caso. La mezzanotte col rintocco dei clacson. Poi la tua fuga, le mie rincorse. Che non disegnavo allora, che siamo mare, che siamo cielo, che basta una riga e possiamo toccarci.

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Adulescens

Per non dar tregua alle labbra tra le coperte e il caffè incidevo ricordi sulle pareti appendendo col patafix le foto d’annata, gli amici di sempre e le montagne lombarde. Per le passeggiate nei boschi, i funghi mai trovati. Quando affilavo il coltello e facevo la punta ai bastoni per infilzare farfalle, i retini sterili e la prima bestemmia mi scappò allora la farfalla bianca. Addio purezza addio. Abbandonavo l’infanzia, le pareti intasate dai poster della Juve dei Vialli, Ravanelli e Zidane, gli apostrofi rosa del Giro d’Italia per quella volta del 1999 che avevano squalificato Pantani dopo la tappa di Madonna di Campiglio e anche noi vergini c’eravamo messi a piangere il volto tra la mani per la vergogna e quella birra in tre l’avevamo comprata per festeggiare ce la siamo scordata nel frigo, Fabio mi ha detto che se l’è bevuta suo padre che eravamo ancora piccoli per l’euforia. Erano gli anni della scuola superiore e allargavo le ossa del bacino per sostenere il peso dei chili in eccesso. Novantatre erano troppi per le mie ossa deboli, per il mio viso pulito e la barba che tardava a crescere. Che passavo i pomeriggi sdraiato sul divano provando combinazioni impossibili sui tasti colorati del telecomando a guardarmi le televendite quando i culi sodi non erano ancora in offerta. Con la masturbazione gratuita per i miei disequilibri temporali quando mi alzavo il mattino alle quattro per imparare la lezione. Per le interrogazioni stupide, la mia memoria che fa acqua da tutte le parti e i ragionamenti contorti. L’adolescenza un brulicare di spinte e quante botte dio quante botte che volevo amare, volevo scopare, volevo partire, volevo fumare, volevo arrivare, volevo morire. Col tappo infilzato la bocca tappata tenevo tutto dentro è per questo che sono ingrassato è per questo che poi sono esploso i miei brandelli tra le chat di C6. Quando mamma voleva mettere il lucchetto sul frigo che rubavo le caramelle e mi riempivo le tasche di patatine. E poi che fare? Scoppiare. Alzare i tacchi e andare. Hai mai provato a vestirti da donna? Mai.

 

 

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Rette parallele

Il concerto autunnale per l’accensione delle caldaie e tutti quegli scoppi sulle carte geografiche che ci arrivano alle orecchie come cotton fioc. Per le nostre docce quotidiane e questa pioggia che si rifiuta di scendere per sorprenderci sempre uguali che se giri il mappamondo ci trovi là tra i sorrisi ironici per la neu epoque di Francia e Germania. Tutte queste morti in prima pagina con la sassaiola delle domande, le indagini inutili sui nostri passati pubblici che cancelliamo gli oggi sul calendario e ci troviamo numeri soltanto numeri. Aspetteremo ancora le finestrelle del Natale, le nostre sveglie di dicembre, i cioccolatini dei desideri per festeggiare una nascita per quello che qui ci ostiniamo a chiamare futuro. E ancora questa notte ho immaginato gli orgasmi di tutta la terra per i sussulti in Turchia per la mia immaginazione cinica quando mi sono scottato e ho sofferto di più. Che non c’è un’ora per l’amore: sui letti per consolarci, sotto ai tavoli per ripararci, i visi sfatti e i tratti rilassati quell’ansimare forte da prima volta quando bruciare non è poi tanto male; hai presente quanti forni spenti? Quante cucine pulite? Per ogni ragù gli schizzi del pomodoro sul pavimento, segni di vita sul fronte occidentale il nostro sangue caldo e il freddo fuori quando tutti mi dite che dovrei comprare una coperta per ripararmi quando sfido la notte con la manopola dell’acceleratore. Galeotto fu il libro e il di lui fotografo che anche così si cambia il mondo quale bellezza che basta un’immagine per alleggerirti lo sguardo una pagina per soffiar via la polvere dal tuo sentire e quando guardi la luna punti l’indice tu sciocco guardi il dito e suona Pierrot e suona quello che desideri sempre quello che desideri suona sui bassi delle discoteche le luci al neon del Bar Bianco e il nero in sconto al parco Sempione. Nebbia su questi nostri modi di comunicare le parole che scambiamo di posto per farle apparire più belle che abbiamo eliminato le regole dell’altezza, della grandezza, che le proporzioni tolgono verità al quadro. Non si è presentato nessuno al rituale dello scambio del numero di telefono e lo sai che di notte coi tram in letargo le rotaie si stringono? E non è poi così vero che le rette parallele non si incontrano mai.

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Prima o poi

Di quella volta che somigliavo a Garrel che non ho i suoi fianchi stretti il naso lungo per farti salire sui miei balconcini alla francese, fumarci l’ultima sigaretta nell’inquadratura della mia finestra. Come in quella foto di Ray Man saremmo albero e sole e non sarà un supereroe a prenderci in braccio per i voli rasoterra dei nostri mozziconi stanchi. E consumiamo la vita con la rotella dell’accendino che traccia solchi sui nostri pollici opponibili. Le nostre impronte digitali perché qualcosa sta cambiando mi hai detto con le stagioni che si confondono le piazze in fiamme le camionette come tanti trenini elettrici e piff puff paff coi sassi dei nostri incidenti le vernici rosse pop e per le nostre provincie i tubi colorati del Boburg. Che giocavamo alle carte, i segni silenziosi per non comprenderci e non si è mai visto che un due di picche batta un cavallo. Il potente vince il potente diceva mio nonno il resto è contorno, il resto è di mazzo, per i processi sfiorati le morti scontate i mancati imbarazzi santi imbarazzi! Quando ci si insultava sei un pirla, due sberle, un rosso e questo era tutto. Poi sulle piazze con le panchine accoglienti, il vento freddo e quelle sciarpe di feltro a raccontarsi dei c’era una volta la laurea dei nipoti e quella volta. Come è raro il presente in vecchiaia, è ricordo e futuro per gli skateboard senza ruote di mr. McFly e il ballo liscio delle orchestrine come son bravi come son belli che se guardi da lontano ti sembra un film, le carrellate infinite di Tarkovskij per i nostri sogni ad occhi aperti. Ti hanno messo delle gocce tra le pupille che non ci vedi più. Per quello sguardo che mi è rimasto aggrappato alla sciarpa. Per la caccia al tesoro le librerie di Milano le commesse incompetenti leggerò a bocca aperta come si fa coi poeti. Guarderò a lungo come con i quadri 3D mille e mille contorni e poi più guardi più vedi più leggi più sai. Per gli orizzonti vicini, le linee oblique le colonne vertebrali dei palazzi e la tua schiena mentre ti allontani. Per la nostalgia dei lillà, le favole che dovremmo raccontarci più spesso che prima o poi si avverano i tuoi prima o poi, prima o poi.

Foto: Ray Man

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Che avrei voluto salvarmi

Con le bandiere a nasconderci il viso ci affacciamo dalle finestre e occupiamo le piazze. Quando l’affitto non ci pendeva sulla testa le tagliole rotanti di super Mario e a carnevale arrivavano le giostre l’autoscontro senza grazia per i nostri incontri da adolescenti. Che ci crescevano baffi molli sulle labbra e sapevamo dire parole come lieve senza afferrarne il significato. Che lieve era la neve, che lieve era la sera, che lieve era la gioia e così il dolore. Poi abbiamo cominciato a tagliarci e quella volta sui gradini della stazione centrale mi mostravi il tuo braccio destro l’amico di tutte le tue rivoluzioni. Ci potevamo giocare a Tetris mi hai detto e poi hai sorriso. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui miei fianchi che avrei voluto salvarti. Ho avuto paura e poi sono scappato e mi sono nascosto tra gli skateboard consumati e le rotaie del tram. Il mio viso era pulito che mi facevo la barba una volta ogni due settimane. Ruvida e forte oggi punge la barba. Punge le guance morbide dai palati sensibili, punge la barba punge e le ore chiuso in casa, la trincea di un tavolino zoppo, le sigarette che non fumo, l’odore di caffè tra i tasti del Mac. Con le idee che si depositano sul pavimento abbassi la mano chiudi le dita: la pesca miracolosa per le mie righe contorte. Che basta un passaggio uno sguardo le idee si confondono e si mischiano all’aria, al soffitto, al superfluo con la televisione accesa i tuoi incensi per respirare bene ovunque che dove mi metti sto. Per le mutandine blu e la pubblicità di Intimissimi che mi citavi Vian: le idee diluite si gustano meglio come l’olio di ricino, il collutorio, per la pulizia rapida delle coscienze, i panni gettati a terra per le perdite di senso della mia lavatrice. Ci farà bene sporcarci mi hai detto, piaceremo di più, soprattutto alle donne, Boris, soprattutto le donne, alle quali ciò che è puro non piace, e poi mi hai fatto fumare ho tossito ho sputato. E’ tutto così difficile qui che sembra di essere in una navicella spaziale che non sai mai che tasto toccare. Torneremo prima o poi ai caffè, alle città piccole, quando incontrarsi era solo questione di giorni e ci conoscevamo tutti e non c’era motivo per sospettare e non c’era motivo per non aprirci li hai visti poi i girasoli? Che tu hai paura solo dei serpenti e dei verbi. Che i primi ti mangiano tutta intera e le parole ti fanno a morsi. Le parole, e questo ancora non lo sai, sono i tagli sul mio braccio destro l’amico di tutte le mie rivoluzioni, ci potremmo giocare a Tetris ti ho detto, non prendermi troppo sul serio. E avrei voluto baciarti per ore, tenerti le mani impegnate sui fianchi, che avrei voluto salvarmi, che avrei voluto indignarmi.

Foto: Robert Frank.

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L’orchidea che non so disegnare

Un’orchidea nel petto il biossido di azoto che respiriamo affacciati alle finestre, quando vorrei allungare le braccia fino a terra raccogliere le tue gambe quando sei troppo stanca per salutarmi. Con gli aerei di carta ho organizzato attacchi ai tuoi polmoni per farti cambiare arie per farti ascoltare Tchaikovsky l’autunno e tutto il resto. Per le braccia nude delle piante i buchi dei picchi le malattie invernali le foglie sono cadute tutte lo stesso giorno quest’anno chiedilo al vento mi hai detto chiedilo al vento. L’orchidea nel petto ha fatto qui e là con la testa lo spostamento d’aria di quando socchiudi le palpebre. La luna in piena e le pietre sui davanzali a far la scorta di luce i laghi piatti per i saltelli per le influenze che ci fanno crescere come i bambini. Dovremmo appoggiarci al muro e disegnare boa sopra le nostre teste chiudere la porta, lasciarli al sole e vedere poi che viene fuori hai presente Snake? Le nuove generazioni, BlackBerry and company non giocano più. Angry Birds e i nostri voli rasoterra lontani dai radar. Gli scritti della notte che ci aggrappiamo alle citazioni per non cadere nella banalità. E poi ci spaventiamo. E si ferma il singhiozzo. Avremmo meno paura se fossimo allo stesso banco la prof che interroga e le mani nel buio dello zaino, la testa china per ritrovarci. Che siamo salvi solo per oggi. E dopo la chiamata alziamo lo sguardo come due brachiosauri collo e e collo per imitare i cigni di pezza degli hotel di lusso e poi imbarazzi come al tempo del primo brindisi. Che esistono tante rose lo sai, e una sola è sul mio pianeta. E addomesticare è una parola troppo lunga per i miei scritti. E lenta germoglia in fior di labbra quell’orchidea che non so disegnare.

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Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista?

Te lo ricordi quando Travaglio faceva il giornalista? E i maestri stanno sulle mensole ridacchiano dall’alto. Tra le colonne il partenone i discorsi dei pederasta i sermoni interminabili di Socrate e un po’ di su e giù le gare di corsa quando anche il fisico vuole la sua parte. E tutte le sere nell’agorà e poi il teatro che importanza ha se ci vestiamo da donna? I nostri vecchi abitano ancora le piazze coi dialetti che si mischiano è lì che si fa l’ Italia Unita. A citare la televisione siam bravi tutti dicevi e novantesimo minuto le radioline cucite intorno ai polsi. La piazza e il teatro. I discorsi pubblici dei potenti, e la boulè per le parole anziane e decidere sul domani la legge dei taglioni per i più furbi. E io non guardo la televisione, salvo RaiNews24 per quel suo direttore appassionato. La retorica dicevo e le bandiere in piazza la parlantina sciolta dei politicanti che fanno del teatro un’arena e vai coi discorsi e ci sentiamo meglio che siamo i buoni e tutti gli altri? Che ci faranno a casa? I giovani poi, dove sono i giovani? La politica dei cinquantenni che il sessantotto non verrà più e i libertari con gli slogan sulle magliette fanno sorridere. Che la politica si fa coi filosofi non con i retori e un’ingiustizia non va commessa mai manco quando la si riceve il bacino del mediterraneo ha scolpito parole nell’acqua e se le sono mangiate i pesci. Quante lettere disperse nelle cene i crostacei. Dovremmo passare più tempo a pescare, in silenzio, per non far scappare i pesci e acqua su acqua e gambero e cernia rifarci un linguaggio. Allora sì, allora sì potremo farci ascoltare. Senza linguaggio lo sai, è inutile parlare.

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