Ci cresceranno ninfee tra le costole

Nelle tue maglie larghe nuotano ancora i pesci che sputo il mattino che il mare è vuoto ormai, ne abbiamo fatto capanna e ce lo siamo riversati addosso. Ora siamo puliti. Abbiamo lavato via le ferite del giorno e ci siamo ritrovati nudi. La strada è vuota. I cestini zuppi. Quando la notte si fa rifugio, il vino ristoro, che non ci sono vie per raggiungerti. Poi sulla via, le mie Clarks consumate, sulle autostrade le luci delle discoteche. Il ballo delle auto in festa. Il ponte lungo per i vostri sospiri. Oltre i pachidermi del cemento, le finestre accese come alberi di Natale, gli uffici vuoti, oltre la città è foresta. E il fiume scorre. Tirano il fiato gli gnomi, l’ultima vespa è tornata nel nido. Non è tempo di fate stanotte. E’ sonno, è silenzio. Brucano fiori chiari gli unicorni. Muore l’allodola per l’ultimo canto. Il picchio sfila le vene all’abete, oltre la parola inutile, lo Spriz, il Campari, l’acero lancia le sue foglie rosse tra i pixel delle lucciole, fine delle trasmissioni. Quiete. Quando Maurizio Crozza ride in tv, ci sei anche tu? Tra i rami nodosi gli ululati del vento per le parole che ti ho sussurrato. Una bottiglia ho lanciato ed un messaggio, l’inchiostro fosforescente, e sulla spiaggia l’immondizia di solitudini sparse. Che ho bisogno di non vedere palazzi nel raggio di cento metri. Il senso del limite, la fine del giorno. Una vita soltanto e la mia schiena d’asino, il pelo sul petto. Puzzo di stalle, di case, d’incontri. Che porto l’infanzia nella cicatrice dell’occhio. L’adolescenza tra le smagliature dei fianchi. Giovinezza ho gridato, rimbalzano d’eco le lamiere dei garage. Il gas acceso per soffocare, le nostre corse prima della mezzanotte. Aspettiamo la neve ed è soltanto ottobre. Le castagne nel forno. Le mani appoggiate sul tavolo, pronti all’allarme, il gomito piegato aspettando un rintocco. Suonano i citofoni, la posta s’inzuppa di mail. Al caldo dei caloriferi odore di canfora. Vorrei partire dal c’era una volta. Raccontarti delle api gialle sopra il mio letto quando sapevo soltanto piangere per attirare l’attenzione. Le mani sporche di tempera e i disegni sul soffitto. Quando gli scarabocchi diventano abbracci. Sono semi i tuoi occhi e non ho lacrime per annaffiarti. Sono solo un ragazzo. E ti diranno che sono folle. Ti diranno che sono pazzo. Tu non fidarti. Hai soltanto due orecchie, non dar retta alla città con le sue mille voci. Puoi guardarmi se vuoi e mi troverai tra le sbarre. Mi tengono in cattività: le catene della morale, il rituale della cortesia. Saltellano canguri nel mio stomaco aperto, l’altro emisfero del mondo, il fegato intriso di rosso. Le ossa piccole per pensieri pesanti, le leggerezze dei voli notturni. Quando verranno a chiederti del nostro amore risponderai non lo so con le tue labbra strette per i pittori fiamminghi. Quando sarò vecchio verranno a farmi domande sulla felicità, avrò lasciato le parole nelle tasche dei jeans. Racconterò dei miei viaggi. E denti bianchi e capelli neri lunghissimi e maglioni larghi. Nevicherà. Verrà l’inverno a coprirci e non avremo freddo più. E capelli lunghissimi e maglioni larghi. E imparerò a memoria l’odore dei libri. Ci cresceranno ninfee tra le costole. E non avremo paura quando anche i muri si stringeranno. Quando sarai lontana mi sentirò più solo. Quando sarai lontana lancerò razzi nel cielo. Guarderai in alto che non esistono più lune. Sentirai l’odore della ninfea, la osserverai galleggiare. Ero solo un fanciullo e frecce nel mio tallone. Non corsi più, stetti a guardare e ancora l’alba, un’altro giorno, viene la barca, viene dal mare. Su corri, presto, il buon vino. Avremo pesce stasera.

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One thought on “Ci cresceranno ninfee tra le costole

  1. Valeria Dalle Bande Nere ha detto:

    Mi è molto piaciuto leggere questa tua poesia, proprio perchè tanto diversa dalle mie! sarò lieta di leggere i tuoi commenti e le tue opinioni su di me, se ne hai voglia!

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