Archivio dell'autore: Marleo

In vita di Charles Bukowski

il 9 marzo del 1994 moriva Charles Bukowski. Io avevo dodici anni e mi sbucciavo le ginocchia sul campo di pallone dell’oratorio. Segnavo una media di otto goal a partita, delle ragazze non mi importava niente, tornavo a casa sporco di fango e sudato, mamma mi sbatteva in doccia e io me ne uscivo coi capelli bagnati, facevo finta di cenare e raggiungevo i miei amichetti in giardino per giocare a nascondino prima del buio.

Bukowski l’ho scoperto solo a trent’anni circa, prima lo snobbavo perché piaceva a tutti e le sue pagine mi sembravano soltanto un pretesto per tirarsi seghe in mancanza di un settimanale illustrato. Avevo sentito parlare di lui perché in molti, negli anni novanta, specie tra i miei compagni del Liceo Classico Stefano Maria Legnani di Saronno, si firmavano Chinaski, che dei romanzi di Bukowski era l’eroe. Mi sembrava un vezzo cretino, io prendevo a prestito Benjamin, da Walter Benjamin, personalità poliedrica, mica semplice scrittore. Poi sono cresciuto, sono tornato a farmi chiamare Marco e Benjamin ci ho chiamato il mio cane.

Charlie Buk Bukowski, patrimonio infinito di citazioni, sporcaccione per eccellenza, bevitore, amante delle corse dei cavalli e tanto altro. Per capirne lo spirito, se proprio non lo conoscete e non avete letto i suoi libri o le poesie o un cartello dentro a un’enoteca che recita le sue parole, vi consiglio un bell’articolo di Fabrizio Sabatini pubblicato su Artnoise (http://www.artnoise.it/caro-hank-lesattezza-di-charles-bukowski/), è un testo mica male che sa cogliere lo spirito profondo di Charles e sa andare oltre a una certa mitologia infarcita di luoghi comuni.

Charlie, concedetemi il diminutivo perché ci sono scrittori che a furia di leggerli diventano amici, Charlie per me è tenerezza in una accezione poco nota, forse. È un uomo che rifiuta il mondo e il suo pensiero dominante, ma nel mondo ci deve vivere, per cui non disprezza il lavoro come qualsiasi bohemio della sua epoca, non disprezza nemmeno il denaro, quindi scrive anche su commissione e non se ne vergogna. È dotato di una sensibilità straordinaria, è vero, dannatamente e sempre vero e sincero.

Per scrivere e seguire la sua necessità più grande si fa assumere in posta, lavora di notte e dorme poco, vive fino a cinquant’anni in appartamenti di periferia in compagnia dei topi e di una macchina da scrivere, rifiuta ogni amicizia letteraria (anche se una volta famoso in tanti lo cercheranno), preferisce le donne, la sua “cipolla rossa” fa esperienza di parecchie femmine americane, sposa però donne dal fascino decadente, intelligenti e capaci di tenergli testa.

Bukowski non è un uomo solo, ama incontrare gente, tirare tardi e bere fino a non poterne più, poi cerca la solitudine, l’a tu per tu con la parola. In molti l’hanno considerato beat, ma un beat proprio non è, rifiuta quella parola che dopo la morte di Kerouac era diventata etichetta e moda. Bukowski era contro le mode, talmente contro da finire per diventare lui stesso moda.

È famoso un video di una sua lettura pubblica (su youtube.com lo trovate facilmente) in un teatro zuppo di persone che acclamano il suo nome, il nome di un uomo sbronzo che si siede a un tavolo sistemato sul palco e chiede una birra e usa un tono basso e lento, e ride e incespica sulle sue parole, e beve e il pubblico applaude come se sì, quell’uomo stesse indicando una via per tutti coloro che si vergognavano degli istinti, delle zone buie, che chiamavano libertà la luce e condannavano le tenebre. Bukowski mostrava le sue di tenebre e permetteva ai lettori, al pubblico, di vedere le loro e attraversarle. La sua parola era un’offerta di verità.

Con questo non voglio dire che Charles fu un santo, no, era un attaccabrighe dal brontolio facile, era manesco e quando sbronzo anche prepotente ma… tutto questo lo rendeva in fondo amabile, credibile, uomo.

I suoi romanzi ancora oggi mi appaiono zoppi, imperfetti, ma così ricchi d’umanità che suscitano un’empatia straordinaria in chi si mette in ricerca del suo vero io e sa che la perfezione non è del mondo.

Diceva Bukowski che chi tiene un diario per annotarci i suoi pensieri è un testa di cazzo, che lui lo faceva soltanto perché qualcuno glielo aveva proposto, dunque era anche lui una testa di cazzo, nemmeno originale, per giunta. Tutta la sua opera, però, si rivela come un grande diario che racconta la sensibilità rara di un uomo libero. Diario sono i suoi romanzi, le sue poesie, diario sono i suoi diari, addirittura la sceneggiatura di quel film hollywoodiano (Barfly) che gli rese tanto in denaro e fama.

Tutti, me compreso, credono di conoscere il caro vecchio Buk e ne parlano. Così, di voce in voce, di decennio in decennio, la sua fama si fa sempre più grande, le edizioni dei suoi scritti trionfano in libreria e sulle bancarelle. Il rischio che corriamo oggi è ridurre Bukowski a un Chinaski qualsiasi, a farlo personaggio e non più uomo, ma chissenefotte.

Il poeta si è fatto dono e la sua parola lo trascende. Ti incontrerò un giorno Charlie, penserò di conoscerti anch’io e mi smentirai, quel che farò sarà soltanto riconoscerti in mezzo a mille altri e abbracciarti perché sì, già ora, ti voglio bene. Perché grazie a te, qui, in questo mondo sghembo, mi sento meno solo.

Ora incazzati pure, e dimmelo che non dovevo scrivere quest’elegia del cazzo, ma quando si ricorda qualcuno… va sempre a finire che si esagera qui e là.

Vi lascio questa poesia, famosa e straordinaria. Questo è Charles Bukowski, oggi, per me.

Un uccello azzurro
nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani dentro, non voglio
che nessuno ti
veda.

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io gli verso addosso whisky e aspiro
il fumo delle sigarette
e le puttane e i baristi
e i commessi del droghiere
non sanno che
lì dentro
c’è lui

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io con lui sono inflessibile,
gli dico:
rimani giù, mi vuoi fare andar fuori
di testa?
vuoi mandare all’aria tutto il mio
lavoro?
vuoi far saltare le vendite dei miei libri in
Europa?

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io sono troppo furbo, lo lascio uscire
solo di notte qualche volta
quando dormono tutti.
gli dico: lo so che ci sei,
non essere
triste

poi lo rimetto a posto,
ma lui lì dentro un pochino
canta, mica l’ho fatto davvero
morire,
dormiamo insieme
così col nostro
patto segreto
ed è così grazioso da
far piangere
un uomo, ma io non
piango, e
voi?

Foto: dalla rete.

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Il vino mi fa male

Il vino mi fa male: le guance si gonfiano, il respiro si fa pesante. Calorie su calorie. Gli occhi socchiusi si muovono lenti, la tovaglia diventa un quadro da fissare e le parole scorrono velocissime fino a farsi confuse. La mano non lascia mai il bicchiere, armonia di polso e labbra, gengive rosse, denti rossi, lingua rossa. E desideri invadenti e infantili tra le pareti bianche e dita che scorrono sul telefono cellulare. L’assedio alla tua città fortificata mentre suonano alla porta pettorine fosforescenti infarcite di sorrisi e del bisogno di stare meglio donando il cibo, la casa, le cure, adottando gli sconosciuti. Ti ho stretto la spalla, amico, ti ho detto non mi interessa, io sono solo così solo così solo che tu non lo capisci, perché non te ne accorgi? Perché non lo fai, mi fa una domanda poi un’altra ancora, perché ci giri intorno? Perché continui a chiedere? Stai zitto, torna a casa, cucinati una pasta all’olio e sposati e fai dei bambini e ama tua moglie e cerca di essere gentile e non vergognarti di essere tenero e ammetti le tue debolezze, segui il tuo dio, credi nel bricolage, insegna a tuo nipote a pedalare e impara ad aprire le finestre, a sollevare lo sguardo qualche volta, l’hai comprato oggi il quotidiano? Non ti interessa, le mimose nella mano destra sei triste anche tu o non ci hai mai pensato? Ma dimmelo!

Notti sveglio a luce di smartphone sotto alle coperte, notti a pensare dove sei, alle tue lenzuola bianche e a resuscitare sua maestà Pier Vittorio Tondelli e dire che nei suoi racconti, prima dei libertini, era ancora immaturo e però ce l’aveva il coraggio e ci credeva così tanto che avevi voglia a giudicarlo, ma cosa giudichi tu?

Datemi altro vino e vino ancora, non appiccicatemi addosso le vostre parole di compatimento, che ognuno fa quel che può per tappare i suoi buchi. E se mi guardi in viso non mi credi così vecchio, a me che dei tuoi “invece io”, dei tuoi “dovresti”, non me ne frega niente. Sai, tu, lontana da me, nelle tue case bianche di neve bianca, nelle tue case azzurre di mare azzurro, tu, occhi enormi, tu caviglie fine, tu io ho voglia di parlare di stare ad ascoltare, di farti addormentare.

Ora lo so che sei circondata da gonne corte e occhialini da intellettuali, da scarpe prive di gusto, da maglioni larghi e da tanta di quella spocchia, dio mio, che vorrei salire su una sedia e leggerti ancora le mie parole imperfette come quella volta che sotto quel lampione c’eri tu e c’ero anch’io ed eravamo più giovani e magari liberi, prima di New York, prima di Parigi, quando ci rassicuravano i taxisti guardandoci nello specchietto retrovisore.

Il vino mi fa bene, ti dico, altera i tempi e i cambia il mio modo di guardare, se ne infischia del giudizio e dei ritardi, è capace di stare, di farsi ospite, il vino è mio compagno ti dico e se ti intristisce così tanto vedermi morire con lui, vieni e salvami. Ora c’è il mio cane che mi guarda e non capisce, mi viene vicino e mi lecca le gambe, e non dice niente al sole di oggi. Socchiudo gli occhi e mi viene in mente l’atterraggio dell’aereo di ritorno da Dublino, è notte e le auto sono piccolissime, e luci tutto intorno e gli uomini invisibili, invisibile anche tu.

Foto: © Alec Soth.

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È l’amore l’ostacolo più grande alla felicità

Rimbalza la mia voce allo specchio, guardo e riguardo il cellulare, poi il pensiero al compleanno di una barba bianca al di là della collina. Dove le viti si piegano al vento, dove il basilico cresce sempre verde e i pomodori raccolgono l’ultima neve. Là dove la notte è stelle e silenzio e le rondini tornano per fare il nido, il legno profuma di bosco. D’improvviso, invadenti, le tue imperfezioni: il tuo naso storto, le tue gambe che diventano sempre più magre, le tue dita, oh, le tue dita che sanno impugnare il calice e portarlo alle labbra. Vorrei essere vino per entrare dalla tua bocca e scaldare le tue notti insonni, togliere il freno della tua lingua e farti compagnia durante i tuoi riposini del pomeriggio. Prenderai un altro aereo un altro treno un altro albergo, che ne è della tua timidezza ora che frequenti i palcoscenici e le poltrone rosse dei premi? Faceva freddo era soltanto ieri e la via verso casa infinita e i pensieri troppi, ho registrato una traccia audio col cellulare parlando di soldi, dei ricchi che sono infelici e dei poveri che sono infelici, dei ricchi felici e dei poveri felici, dicevo che è una questione di sensibilità e poco altro, possibile che riconduca sempre tutto al sentire? E siamo a rischio suicidio, ci ho pensato milioni di volte e poi me ne sono dimenticato, com’è giusto che sia. Mi chiedo ancora se l’amore salva. Perché è l’amore l’ostacolo più grande alla felicità. L’amore perfetto, sì, quello è felice ma tutto il resto? Il resto è una dimostrazione d’inettitudine. E allora solo Dio è felice ed è per questo che vogliamo assomigliarci, ma non possiamo e dunque? Quale frustrazione mi inonda il cuoricino adolescente! Non potrei anch’io accontentarmi, di cosa poi? Dov’è finito il mio fumo, la pipetta e l’erba, dove se ne sono andate, perché non le tengo più nella scatolina di latta, dov’è finita la mia mano che faceva toc toc sul metallo e le narici si facevano calde di fumo e la mente nebbia? Io che più amo e più sbaglio, di nero mi vesto per passare inosservato, e sono uno dei tanti, credimi, avvicinami, capelli lunghi a nascondermi gli occhi invadenti, che se ti guardo ti spaventi e poi mi dici addio e io capisco arrivederci. E poi torni, vero che torni, vero che ci vediamo ancora? Anche se tutto è imperfetto, io aspetto.

Foto: dalla rete.

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Delle tue guance hai perso il conto dei baci

Dietro la tenda lilla, oltre lo sporco dei vetri, la merda dei gabbiani sul davanzale. Nel vento che muove le cime degli alberi rari, che scuote le scritte americane sulle magliette appese, i raggi di questo sole enorme e pallido, che illumina e non scalda. Non manchi tu è la mia bugia di oggi. Fradici i miei giorni delle tue lacrime maledette, di quel giorno a rincorrerti per tutta via Dante e poi fermarti, scandire il tuo nome, poi i nostri corpi col freno a mano tirato e la promessa di un arrivederci. Non è tempo questo di colazioni lunghissime al riparo delle stufe a fungo dei bar di Brera.

Cosa ti manca? Continui a chiedertelo perché non lo sai. L’amore? Un lavoro? Un figlio? Tu, lo stesso maglione da giorni, le scarpe consumate, trecento e più chilometri in venti giorni. Tu, diviso, viziato, solitario e solo. Tu, col culo pesante e scuro di guardo. Ricorda, ti ha detto lei un tempo, se sei scuro sei luce. Così hai iniziato a incidere la tua carne, a usare il coltello per far forza sullo sterno, liberare il pensiero, essere finalmente quel tu: il sofferente, il ribelle, il divelto? Che senso ha tutto quel sacrificio di sangue se poi il nero scompare nell’urlo e rimane l’abbaglio, wow, urli, wow, finalmente io, io davvero, io! Ma lei ha paura, ma lei si nasconde. Che farai ora? Ora che hai perso tutto, dove se n’è andato il pudore? Gli occhi fanno male, faranno male per sempre. E quel sempre è un mai. Parole inutili.

Tornate qui, maestri miei, sedetevi a corona intorno al mio letto, sputatemi addosso l’imperfezione che vi ha resi eterni, la malattia che vi ha resi grandi. Insegnatemi la sopravvivenza di colui che si è diviso e ora tutto gli passa attraverso, nulla gli resta addosso. Pronunciatelo il vostro ti amo simpatico, lo ripeteremo insieme fino a farne un suono, la litania potente di questo nostro stare insieme. Fuori non capiranno, ma che ce ne importa. Che fine ha fatto il cuore, il nostro cuore? Volevamo estirparlo, dovevamo estirparlo e non siamo stati capaci, perdenti ancora, ci chiamano nullità, lo siamo davvero?

Lo senti il battere del mio cuoricino? Il maledetto suo battere, portalo via, tienilo tu! Dammi la mano, sfiora il mio corpo di carne, le ossa, i muscoli, il pelo. Puoi dirlo, se vuoi, puoi dire: “Sei vivo amico mio bellissimo, amico mio perduto.”

Verrà quel giorno, amorino, che ci ritroveremo ancora in quel caffè del centro, tu prenderai il tuo orzetto, io il mio caffè lungo, mi chiederai se voglio lo zucchero e ti risponderò di no e continuerò a farlo finché te ne ricorderai. Saremo amici allora, l’unica parola che possiamo concederci, mi griderai addosso tutta la frustrazione di questi anni, perché quando parlo non si capisce un cazzo, perché costringerti a fare lo sforzo del vedere oltre, perché dovevi capire oltre il già detto? Perché tutto ho abbandonato, per te, per te soltanto, per me, per me soltanto. Te lo ricordi il giorno che hai perso la pazienza? Mi chiedi. Incrocio indice e medio, te lo prometto, comincio oggi la mia ricerca, aiutami tu, amorino, prendimi per un braccio, prendiamo il primo treno, sentiamoci invincibili, andiamo a Venezia, cadiamo nella laguna, spendiamo tutto e chiediamo l’elemosina di uno sguardo nell’enorme piazza San Marco tra quelle mille colonne che rendono impossibili gli incontri. Poi portami nella tua casa al mare, prendiamo il sole nell’ultima spiaggia, portiamoci gli occhiali neri, salviamo gli occhi perché voglio vederti invecchiare. Poi portami nel giardino delle fate, di giorno tutto un colore, tutto uno specchio, la notte scuro di trucco abusato. E poi dimmi che delle tue guance hai perso il conto dei baci, delle tue labbra invece tutto ricordi.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com.

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Così sei tu, finalmente tu

Così sei tu, finalmente tu. Ora che non sei qui, tu immersa in notti senza lampioni, desta in risvegli nel rosa di albe tra stazioni senza insegne e treni arrugginiti, tu senza un nome, senza pantofole dietro le bandiere azzurre dell’esercito della salvezza e i panni stesi fuori da tende costruite troppo in fretta. Dicevano tutti resteranno una notte, una soltanto, passano gli anni e sono ancora là, telo dopo telo, impermeabili ormai, dimenticate dai più. Dici il mio andare costruisce memorie, rivela gli orizzonti nascosti dai grattacieli, dai caloriferi accesi e da orologi che appesantiscono i polsi. Ora che dormi, i tuoi piedi nudi su materassi gonfiabili, quel tuo essere di scelte forti e cuore fragile, sei vetro infrangibile, così trasparente che ti si vede attraverso, così dura che è impossibile trovar spazio in quelle tue interiorità labirintiche. Sai mille lingue tu e apri le porte coi denti, non domandi mai, sai ascoltare. L’hai portato un profumo con te? Tra le tue dita ricordo di sigari accesi e confidenze, dove ci porterà tutto questo nostro perderci, questa vocazione al varcare le soglie e rinunciare al biancore dei volti dei figli. Cosa resta di me? Uomo qualsiasi, imperfetto, uomo di tasca vuota e trench lisi, scarpe consumate e labbra morbide, impulsivo e invadente. Resta questo dire che non conosce trincee, così scoperto da mostrare il fianco al giudice, così personale da finire sul fondo e non galleggiare in ricordi e non finire tatuato sulle scapole delle adolescenti, sulla Smemoranda delle scuole medie. Torneremo dove siamo nati e proveremo a non farlo da morti, avremo storie da raccontare, cappelli da sollevare al sole per prestare la fronte al perdono, al saluto. Amici miei di provincia e città, amici miei sconosciuti e offesi, benedite il mio passo, soffocate il mio grido e stringetemi forte sul petto, che non sia mai medaglia, ma fazzoletto, per asciugare guance, per ripulire volti. Così son io, finalmente io, in virtuale lontananza, perché tu esisti soltanto in fotografia, sei messaggi sui social network, un tempo eri volto, ora sei ricordo, un montone grigio, lana bianca. Sei, sarai, continuerai a esistere finché imparerò la dimenticanza.

Foto: © Giulia Bersani

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Bellissima davvero

La macchina fotografica a tracolla, con l’eskimo verde e i capelli biondi rasati sui lati trascorri il pomeriggio tra cieli bianchi e fabbriche, su questi campi feriti a verga, a far domande agli operai in pausa, pance gonfie di birra e mani sporche di grasso. Non c’è traccia di contadini là dove i bambini avevano le labbra umide d’uva, tutte quelle madri in camice che trovano in un gesto meccanico e ripetitivo il senso di una vita una volta immaginata e ora vissuta così, nel quotidiano svegliarsi all’alba, nel caffè sul fuoco e nei ritorni a casa col figlio che corre loro incontro, mani intorno al collo, col cane che appoggia la testa sulle loro gambe e si addormenta.

Non scatti tu, non ancora, chiedi loro come si fa a decidere di scendere dalla giostra dei divertimenti e dei viaggi, delle emozioni di notti trascorse a muovere il bacino tra le luci al neon, come si fa, signore mie, madri del mondo? C’è Giulia che è albanese, Giulia che ha i capelli neri lunghissimi, che dice in un italiano povero di accenti che quando fai un bambino e sei famiglia ti decentri, dice proprio così, che ti decentri e non vivi più per te. Le chiedi se è felice, risponde di sì, ti domandi se lei conosce davvero il senso di quella parola, non glielo chiedi. Poi decidi di fotografarla, lei non sorride, tiene le mani lungo i fianchi, ti chiede se hai finito che è ora di tornare al lavoro. Tu dici sì, grazie e lo ripeti quel grazie. Lei se ne va. Ti guardi intorno, gli occhi di tutte le altre, decidi di fotografare anche loro per non fare torto a nessuno, tutte dalla stessa distanza, per non fare preferenze, non ce n’è una che accenna una posa, qualcuna sorride, altre guardano in terra. Fai in fretta, che è ora, il lavoro le chiama e loro rispondono in fila indiana.

Te ne torni a casa quando il cielo si colora di rosa prima del buio, alla doccia il compito di far nuovo il corpo; ti abbassi le mutandine, ti guardi il culo allo specchio e accendi l’acqua, vai di vapore, il vetro tradisce la sua trasparenza. In radio una canzone che ti si ferma sulle labbra, così muovi la schiena che tanto nessuno ti guarda, muovi le mani e ti stringi le spalle, poi il seno, muovi le mani e ne desideri altre, magari sincere questa volta. Sgocciolano i tuoi capelli sul pavimento, il profumo dolce del bagnoschiuma e la lingua amara a domandarsi il perché di quel tuo disperato tentativo di capire gli altri. Non sei come loro tu, non finirai mai in fabbrica tu, i tuoi genitori ti hanno fatta studiare, non vogliono nemmeno che ti stanchi troppo, non ti domandano nemmeno che fai perché sanno che tu al momento opportuno glielo dirai e li convincerai della bontà dei tuoi giorni.

Un asciugamano sui capelli, crema sulle cosce, crema sulla pancia, crema sul seno, sulle spalle, sulla schiena, qualche pagina di un libro, un’occhiata ai tumblr preferiti, poi riguardarsi le foto del pomeriggio sullo schermo grande del Mac, cosa ti distingue da quelle donne in camice? Certo che sono bellissime, davvero bellissime, chissà se lo sanno, chissà se c’è qualcuno che glielo dice. A te lo dicono spesso, a te che poserai per le fotografie di un amico, a te che non hai timore a svelare il tuo corpo, a te che scegli la musica da far ballare ai tuoi coetanei nelle notti milanesi.

Mica te lo senti di dirti migliore, mica te la sente di dirti perfetta, eppure lo pensi, così domandi ancora un perché, il perché di tutto quel vuoto che ti sorprende nel mezzo delle notti, della tua incapacità di stare seduta a una tavola senza fare nulla, di dormire senza tranquillanti. Un messaggio, il cellulare vibra, poi suona, tu non rispondi. Ti vesti, una canotta larga, nessun reggiseno, i soliti pantaloni skinny neri come le tue unghie. Prendi un trolley e ci infili qualche mutandina, dei tacchi e un body. Fuori è buio e freddo, una giacca di pelle e una felpa col cappuccio, scarpe da ginnastica. L’amico fotografo ti accoglie nella sua casa tutta bianca, un caffè, la birra no che ti fa venir sonno. Lui prende la macchina fotografica, tu ti spoglia, ti cambia, tacchi e mutande, il trucco pesante, lui ti guarda, inquadra, ti dice di non sorridere, ti chiede di muoversi lenta, così pieghi la schiena, alzi le mani sopra la testa, gli occhi risplendono tra i flash. E si fa tardi, quasi mattina. Le sveglie suonano, qualcuno si sveglia, un bambino bacia le guance a mamma, mamma si lava la faccia. Tu appari su Instagram, bellissima, così, proprio bellissima, bellissima davvero.

Foto: © Giulia Bersani

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Infinitamente da me

Ormai magra da sentirsi pronta, Giulia si guarda un’altra volta allo specchio, sposta il peso sulle spalle perché la pelle si ritiri mostrando le costole; riesce a contarle, arriva fino a tre, poi il body verde fosforescente che le fascia due mammelle appena accennate, i capezzoli si sporgono un poco puntellando il tessuto. Ora lo specchio riflette il profilo, non ha mai avuto il culo così piccolo e sodo, i leggings in ecopelle non fanno altro che sottolinearlo. Il trucco è pesante, righe nere sopra e sotto gli occhi, raccoglie i lunghi capelli in un’unica coda. Le scarpe hanno la suola alta, completa il tutto una specie di kway col cappuccio giallo fosforescente.

Il telefono squilla, ciao ciao allo specchio, Giulia raggiunge l’amica Luna, due baci sulle guance, come stai? sei una favola, amo, anche tu. Poi un righino bianco, magari due, un po’ di Ghb: addio freni, addio inibizioni e stronzate da scolarette. Addio madre e addio padre, addio ansia e psicofarmaci, addio pensieri di domani stanchi, addio cielo bianco milanese e benvenuta notte e benvenuta dimenticanza.

Col freno di un taxi bianco, i profumi dolci, le gambe magre, labbra che risplendono e collane lunghe fino all’ombelico. Il rosso dei semafori negli occhi di Giulia proiettati fuori dal finestrino. La consoleranno due spalle nude, un petto depilato? Adrenalina sotto la sua lingua. Dai amo, siamo arrivate, ti apro la portiera, stai attenta alle pozzanghere. Luna ha una borsa piccola e fucsia, tira la cerniera, le cinquanta euro di papà possono bastare, il taxista non parla, decine d’euro di resto.

Là fuori tutti vestiti di nero, il giallo fosforescente del cappuccio illumina gli occhi dei ventenni, saltano la coda Giulia e Luna, conoscono tutti loro, il culo di Giulia poi ha un discreto successo, Luna la trascina avanti tenendola per mano, inciampa su tacchi troppo alti, sulle gambe grasse; le sue tette gonfie che si affacciano da un vestitino troppo stretto salutano i buttafuori, quelli rispondono un buonasera con accento straniero. E ancora baci sulle guance per le nuove arrivate, rituale lunghissimo. Ma quanto tempo, sei così dimagrita, amo, sei bellissima. Frasi sussurrate alle orecchie, la techno corrompe i timpani. Non ti sento, amo, parla più forte amo, bevi qualcosa amo.

Gli occhi di Giulia semichiusi per ripararsi dai neon, le braccia alzate a cercare un ritmo, il cappuccio sulla testa, sempre più fosforescente, si muove Giulia, si muove e non guarda da nessuna parte, svela le costole, tutte e tre, svela i capezzoli, tutti e due, Luna la guarda, goffa, appoggiata al bancone, col suo profumo dolce, con le sue labbra che grondano rossetto. Non più amo, né come stai, erano due e ora sono sole, la serata comincia, la musica spacca le tempie. Luna succhia dalla cannuccia un Gin Tonic, un ragazzo le si avvicina chiedendole se è italiana. Luna alza le spalle, succhia ancora dalla cannuccia cercando qualche parola per rispondere a un’ovvietà.

Giulia si muove a tempo nel mezzo del locale, le luci la cercano, lei ha gli occhi chiusi, i ragazzi la circondano, lei ha gli occhi ancora chiusi, le costole, i capezzoli sempre in mostra. Qualcuno la avvicina, le appoggia il bacino tra le cosce, lei apre gli occhi, avara d’espressioni, fa un passo indietro e ricomincia a ballare come se niente fosse successo.

Le labbra di Luna hanno perso il rossetto, contro il bancone lingue nascoste dentro a due bocche così vicine. Portami in bagno, dice, anzi portami a casa. Ci sono i miei amici, siamo appena arrivati. Portami in macchina, dice lei, ce l’hai la macchina? Lui la macchina ce l’ha e ce la accompagna.

Giulia, oh, Giulia, tenera Giulia, piccola Giulia. Le tue altalene e il parco, il cane Roostie che ti leccava le mani. Eri riserva nella squadra di pallavolo, arrivavi sempre per prima agli allenamenti, ti inventavi soprannomi per tutti, che ti è preso Giulia, che ti sei messa a leggere, Giulia? Perché non giochi più? Tua madre è preoccupata, Giulia, dice che non le parli più. E mangia, Giulia, non chiuderti in camera, non è vero che basta la musica. 

Ha i capelli rasati Ivan, avvicina Giulia, mantiene una distanza di trenta centimetri, è così magro Ivan, è così nero, due gambe come trespoli, le spalle strette, si muove così bene Ivan, dieci centimetri, Giulia ne avverte la presenza, apre gli occhi, lo fissa, regala un mezzo sorriso, Ivan fa finta di niente. Ballano vicini, giallo fosforescente e nero, cinque centimetri, due, ora si sfiorano Ivan e Giulia.

Una fotografia incornicia i loro vent’anni, tutto in un flash, li pubblicheranno domani su Facebook, questi anni bellissimi.

Luna ha terminato il su e già sopra un sedile poco profumato, si fa portare a casa, chi se ne importa di Giulia, il suo l’ha avuto, anche troppo in fretta, ma a che serve aspettare, a che serve annoiarsi, un’altra puntata di Fargo la aspetta, a casa c’è tutto. Fuori fa freddo.

Giulia e Ivan raggiungono il bagno, sempre ballando, naso contro naso, polvere bianca sul lavandino. Leccami le dita, ti voglio. Non ora, non mi va, non c’è problema. I neon li aspettano, torna a brillare il cappuccio. Non riesco più a chiudere gli occhi, nemmeno io, guardami ora, domani non ti ricorderai di me. Baciami adesso, domani non ti ricorderai di me.

Giulia, perché ora vuoi tutto dimenticare? Che te ne fai di tutto quel malessere? Sii felice, Giulia, cosa ti frena? Ho solo vent’anni, continui a rispondere.

Ivan la stringe, tornano a sfiorarsi. Tutti intorno li guardano, qualcuno li invidia.

E tu Ivan, dove l’hai lasciata la tua ragazza? Al paese, Ivan, se ti vergogni di lei non la ami. Cosa cerchi, amico? Ti sei scoperto bellissimo e ora non la sai gestire questa tua bellezza? Cosa ci trovi in Giulia, cosa manca a Caterina? 

Escono insieme dal locale Ivan e Giulia, non salutano nessuno, si abbracciano, si accarezzano, si baciano. Vieni a casa mia, non posso, voglio che ti ricordi di me, non posso. Perché? Mi farai male. Non puoi saperlo, lo so, siamo nati per farci del male, poi arriva la morte. Ci assomigliamo troppo, appunto, non ti farei mai del male, me lo farai invece, vieni a casa mia.

Giulia ci pensa. Ivan la stringe da dietro, camminano e inciampano spesso. Ci facciamo così sintetici che poi se vuoi dimentichi tutto, e se decidi di non dimenticare puoi stare da me finché vuoi, infinitamente da me. Ne hai? Ne ho. Tanta? Tantissima. Voglio suonare per te. Se tu suoni per me io ballo per te. Lo fai davvero? Tanto poi me lo dimentico. Perché vuoi suonare per me? Non suono mai per nessuno. Tutti suonano per qualcuno. Io perché sto male. Sto male anch’io. Possiamo stare male insieme. Non è la morte questa? Io dico vita. Che scemo. Chi? Tu. Io? Che discorso del cazzo. Io? Tu. Perché parli ancora? Suona. Ok. Tu balli? Sì. Per me? Per te.

Foto: © Vanessa Winship

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Per scongelare il Polo sud

Si divertiva a staccare le stalattiti di ghiaccio che si formavano sulle grondaie.

Abitavano al quinto piano ed era semplice allungare il braccio e ruotare il polso, sentire il freddo sul palmo della mano, stringere il pugno, riportare il braccio dentro alla finestra e cominciare a leccare il bastoncino trasparente come si fa coi ghiaccioli perché in fondo un ghiacciolo è solo che non sa di niente e non ha il bastoncino per cui bisogna consumarlo in fretta per evitare che sgoccioli dappertutto. A Valentina piaceva tenere in bocca quella specie di carota ghiacciata e stringerla coi denti per liberare le mani e potersi sfilare il maglione, poi la t shirt bianca di American Apparel e infine le mutandine. Era eccitata nell’accorgersi delle prime gocce d’acqua che le scendevano sul collo, sul seno, fino all’areola, per tracciare il contorno del capezzolo e poi striarle la pancia bianca, tra quei suoi tre nei sporgenti, per scomparire nell’ombelico.

“Se migliaia di uomini si dessero un appuntamento al Polo sud e si spogliassero contemporaneamente con il loro calore farebbero sciogliere l’intero continente. È figo, non credi? Il problema sarebbe che poi questi uomini nudi, prima di avere il tempo di rivestirsi e scongiurare così il congelamento finirebbero morti affogati perché il ghiaccio sul quale camminavano non esisterebbe più.”

Marco ci pensò ancora un po’, poi aggiunse: “Sarebbe un bel sacrificio, è vero, ma un modo originale di cambiare il mondo. Darebbero lavoro a un sacco di cartografi per ridisegnare la mappa del pianeta e poi, poi insomma, tutto si modificherebbe di conseguenza? Se un continente intero scomparisse all’improvviso.” Fece silenzio e guardò il corpo di Valentina bagnato da decine di gocce che facevano a gara per raggiungerle l’incavo delle cosce.

“Non migliaia, forse milioni, sì, milioni di uomini ci vorrebbero. Forse tutti gli uomini della terra, là, nudi, uno sopra l’altro, a correre, ad accoppiarsi, ad alitarsi addosso, non lo so, così, col sacrificio di milioni di uomini cambiare il mondo è possibile. Perché nessuno ci ha mai pensato, eh?” Faceva girare il mappamondo e continuava a ripetere la parola “milioni”.

Valentina mise in bocca quel che rimaneva della stalattite, la frantumò coi denti, poi succhiò il ghiaccio e infine ingoiò. “Non mi diverto più come quando mi guardavi.” Marco twittò “milioni e milioni di uomini nudi al Polo Sud”, poi la guardò e le disse: “Non siamo più dei ragazzini.” “Ti eccitava moltissimo.” Riprese lei. “Pensi sempre al sesso.” La rimproverò lui. “Forse bisognerebbe fare una gara per scegliere gli esseri più meritevoli a rimanere sulla terra e lasciarne due per continente. Dovranno essere giovani, fertili e preparati ad ogni evenienza. Dovranno…”

“Stai dicendo soltanto cazzate fasciste, elitarie, stupide stupide stupide. Queste sono gocce che si sciolgono col calore del corpo, là si parla di Iceberg. È impossibile, Marco.” Fece una pausa. “Trovi ancora belle le mie tette?” Lo disse toccandosele, lo disse sperandoci.

“Anzi, no! Una coppia giovane e una coppia vecchia, perché i giovani siano educati dai vecchi, perché possano osservare una morte per cause naturali, perché possano prendersi del tempo per loro e lasciare i figli ai nonni.” Marco sorrise compiaciuto, prese un foglio bianco e si mise seduto alla scrivania a disegnare qualcosa che assomigliava al contorno dell’Europa.

Lei gli saltò in braccio e lo baciò sulle labbra, lui la scostò, lei cadde per terra, nuda allargò le braccia e fece finta di nuotare sul pavimento. “In questi giorni partono aerei e aerei che portano tutti al caldo, perché non ci facciamo un viaggio anche noi?”

Marco twittò: “La mia ragazza è sul pavimento e muove le braccia come un gabbiano. La mia ragazza è un gabbiano.” “Sei un gabbiano tu.” Le disse.

Lei annuì e continuò il suo volo. “Dovremmo drogarci di meno, io sono stufa dell’odore del tuo sangue. Dei tuoi discorsi mistici del cazzo. Non mi piace più! Mi piace volare, sì, così, volare.” Continuava a muovere quelle braccia su e giù e a ogni movimento piccoli ammassi di polvere si sollevavano nell’aria. “Come Bastian, il fortunadrago. Lo sai perché penso al sesso? Perché sono Bastian e se mi cavalchi ti porto nel mondo che non c’è!” Scoppiò a ridere, rise forte, così forte che lui smise di guardare i messaggi dei suoi amici sul gruppo di Whatsupp e disse: “Che cazzo ridi?”

Lei continuava, lui batté sui tasti del cellulare: “Sto pensando all’estinzione del genere umano, non credo di uscire. La mia ragazza ride.”

Lei smise all’improvviso di volare, portò le ginocchia al petto e le strinse forte, si fece seria, poi iniziò ad ansimare, a singhiozzare. Le lacrime le bagnavano le guance, la bocca, le ginocchia, correvano fino alle dita dei piedi, erano calde.

Marco si alzò dalla sedia: “Piangere dovrebbero! Piangere! Brava cazzo, brava! Piangere, piangere, piangere! Immaginateli là al Polo, tutti nudi, e tristi. Prendiamo gli ultimi, i depressi, le persone sole, i carcerati, tutti quelli che non hanno motivi di felicità e portiamoli là, tutti insieme! Brava, cazzo, brava!” Si avvicinò a Valentina, la strinse forte, lei si ribellò, poi lasciò che lui la stingesse, pianse ancora più forte, poi smise, si aggrappò ai capelli di lui.

“No! Ho detto una cazzata!” Sussurrò sulla spalla di lei, lasciò l’abbraccio. Si sedette per terra. “Se mettiamo insieme tutti i tristi del mondo va a finire che si consoleranno, che si abbracceranno, che si sentiranno meno soli e quindi più felici! No, prendiamo i più felici, separiamo le madri dai neonati, gli innamorati dal loro amore, gli uomini in carriera dal loro lavoro, i cinofili dai loro cani… così, piangeranno per tutti, per quelli già disgraziati, per noi che ce ne stiamo qui al riparo delle nostre mura a inventare il mondo nuovo, che nascerà dalla felicità, dal sacrificio della fe-li-ci-tà! Vieni qui.”

Valentina lo guardò, lui aveva gli occhi rossi e gonfi. Non riuscì a dire nulla, non riuscì ad avvicinarsi, lui si piegò sul lato e si addormentò. Fu allora che lei fece forza sui polpacci e si mise in piedi, raccolse la maglietta, il maglione, li indossò, si infilò anche le mutandine. Salì sul letto, guardò fuori dalla finestra. Grandi gocce cadevano dalle stalattiti e sbattevano contro l’asfalto. Faceva freddo fuori.

Valentina fissò lui, il suo naso rosso, i capelli sporchi. Sul pavimento i cartoni di sei pizze sei, erano in quella camera da due giorni, la Coca-Cola era rimasta aperta, lui l’avrebbe trovata sgasata al risveglio, si sarebbe arrabbiato. Valentina cercò il tappo, la chiuse con forza. “Dovrei andarmene da qui, dovrei lasciarlo solo.” Ma aveva la passione per i ghiacciai, provò a piangergli addosso, provò a scaldarlo. Al risveglio lui trovò soltanto una Coca-Cola sgasata e il profumo di lei sul petto. Del Polo Sud sembrò non importargli più nulla.

Foto: dalla rete.

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I pressapoco della mia lontananza

E poi il vino e pensieri deformi, i tuoi vent’anni e i pressapoco della mia lontananza. Tra studi classici e maledizioni col dito medio in fotografia, poi bluse a fiori, caratteri sparsi sul tavolo del nostro ieri. Tensione verso l’alto e bacino orizzontale sempre in movimento, al riparo dei cuori candidi, delle tende nomadi dei raccoglitori di gioventù. Con gli ideali per cappello, i pantaloni che si arrendono alla presunzione del passo. Andremo avanti fin quando ci fermeranno, faremo fatica a distinguere tra il noi e il loro, concentrati come siamo al presente. Tutto intorno movimenti visibili e invisibili, tettonica zolle e la velocità supersonica delle navicelle spaziali, cantieri interminabili intorno a piazza ventiquattro maggio. Ci addestriamo alla guerra e diventiamo capaci di lanciare soltanto lo sguardo, le nostre visioni mistiche sui canali di stato, quei trecentossessanta gradi di speranze che fanno i tuoi piedi il sabato sera. Faranno fatica a comprenderci, noi fuori dai televisiori, fuori dai bar e lontano dalle piazze, a cercare gli angoli, gli sguardi nascosti e privilegiati sull’oggi. Lingue su lingue penderanno sui nostri soffitti, avremo spalle forti, guance trasparenti. Saremo belli, finalmente belli e sconfitti, diventeremo invincibili soltanto quando sarà tardi, troppo tardi. Impareremo ad amare, terremo in tasca il desiderio irrinunciabile del ricevere attenzioni. E carezze e abbracci, quelli che arrivano troppo tardi, quelli che arrivano il giorno che non te l’aspetti. Tu, creatrice di rane di carta, di barchette da far galleggiare nella vasca da bagno, tu, donna nuda con la sciarpa lunghissima, orchidea blu, tu passo incerto, neo nero, tu, mia simile, amica.

Foto: © Anthony Goicolea

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Ti ho scritto ti bacio, mi hai risposto ti bacio

Lui le aveva comprato un biglietto per quel concerto, gliel’aveva infilato in una busta chiusa nella cassetta delle lettere. Lei aveva ventitré anni, viveva in affitto e la cassetta della lettere non l’apriva mai. Passarono tre mesi, venne il padrone di casa a ritirare la posta, prese la busta, lesse il suo nome e gliela mise sotto la porta. Lei strappò la carta, vide il biglietto, si chiede il perché di un invito a un evento ormai passato da tempo. Lesse la dedica col nome di lui, si ricordò di una sera, fuori da un bar in Ticinese, quel ragazzo bello e ubriaco, quello vestito male, col trench blu e le scarpe rosse. Si ricordò perché non gli aveva più risposto: un esame a breve in università, il pensiero a un uomo che la scopava per bene ma non l’amava e poi il futuro così incerto. Decise di contattarlo su Whatsupp, gli scrisse: “Ehi, la prossima volta se mi avvisi prima magari ci penso.” Lui ricevette il messaggio mentre era sul cesso e ascoltava I Cani che urlavano dei pariolini di diciott’anni che comprano e vendono cocaina, lo lesse e si ricordò di quella busta, si chiese perché proprio ora che stava uscendo con una ragazza carina che non lo faceva impazzire, ma sì, gli piaceva e non gliene importava nulla se l’aveva trovata su Tinder. Lesse il messaggio ancora, e ancora, poi appoggiò il telefono sul pavimento, l’applicazione si chiuse e anche la musica cessò. Si pulì il culo per bene e non dimenticò di lavarsi le mani. Poi riprese il telefono e le rispose: “Dopo tre mesi ti fai sentire così? Al concerto sono andato da solo.” Sotto al messaggio si accesero due virgole blu, lei aveva letto. Non rispose subito, lui chiamò, così impulsivo. Lei rispose, lui non sapeva che dirle, lei rideva, lui azzardò un “Perché non ci vediamo stasera?” Lei rispose “Perché no?” Lui disse ancora: “Vengo a prenderti alle nove” Lei rispose ancora: “Ci vediamo alle colonne di san Lorenzo.”  Lui: “Meglio sul Naviglio allora.” “Colonne o niente.” disse lei. “Ok.” Terminò lui. “A dopo.” terminò lei. Si fecero una doccia, si vestirono, si profumarono, uscirono ciascuno dalla propria casa, lei in ritardo, lui in anticipo, dopo pochi passi si chiese se avesse chiuso per bene la porta, tornò indietro a controllare, quella era chiusa, lui era agitato. Quando si incontrarono si strinsero la mano, lei rise, lui trovò il coraggio per baciarle le guance, qualche secondo per decidere dove andare, le mani in tasca. Finirono al bar Cuore, c’era un concerto, lei conosceva tutti, lui no, presero da bere, pagò lui, lei si intrattenne con la barista, glielo presentò, incespicò sul suo nome, poi se lo ricordò. Si sistemarono a un tavolo, lei sorseggiava, lui tracannava. Il bicchiere di lui ormai vuoto, un po’ di domande sul frattempo, svelato l’arcano della busta. “Dovevo pensarci prima.” Lei gli chiese a cosa, lui disse: “Al fatto che chi è in affitto non sempre controlla la posta.” Lei disse soltanto: “Era un bel concerto, sarei venuta, forse.” Poi gli raccontò del passato, fece ipotesi sul futuro, gli propose di fumare fuori. Lei uscì, lui le guardò il culo, poi i capelli lunghi, avrebbe voluto si scoprisse le spalle, lei indossò il cappotto. Lei fumava, lui no, molto silenzio. “Ma non ti piacevo proprio?” “Be’ sì. Certo che un po’ mi piacevi, non ti avrei dato il mio numero altrimenti.” “Ma perché poi non mi hai più risposto?” “Non lo so.” “Posso baciarti?” “C’è anche da chiederlo?” Lei lo baciò, lui ne fu sorpreso. Le labbra si cercarono, le lingue si affacciarono timide, poi presero coraggio, labbra su labbra, lingua su lingua, via a mulinello, una mano scendeva sulla schiena, l’altra cercava il muro, lei si staccò, gli disse: “Mi sembra sufficiente.” Il respiro di lui ci mise un poco a ritornare normale. Un gruppo di ragazzi si avvicinava, uno di loro indossava un cappello, uno di loro alzava una mano, uno di loro, sempre lo stesso, le andava incontro, la abbracciava forte, la prendeva in braccio la faceva girare tutto intorno, lei era felice. Quando sei tornato? Oggi, proprio oggi, rispose quel ragazzo. Lei si avvicinò alle labbra di lui che erano più rosse del solito, gli disse soltanto: “È un mio amico, non lo vedo da tanto, vuoi scusarci un secondo?” Lui annuì e si appoggiò al muro, sulle prime li guardò, poi fissò la strada, controllò nervosamente il telefono, poi ritornò a guardarli, lei si divertiva, non smettevano di abbracciarsi, di toccarsi, lei lo prese per mano, entrarono nel bar, ordinarono da bere, si abbracciarono ancora, li osservava dal vetro. Appoggiò una sigaretta alle labbra, la accese, due tiri e la gettò per terra, fece per entrare, il ragazzo col cappello la stringeva, lui decide di andarsene, poi se ne andò. Tornò alle colonne, si guardava intorno e si grattava le dita, e i discorsi superficiali, e bottiglie di birra vuote che rotolavano per terra e rossetti rossi tutt’intorno. Vide una coda, capelli biondi, abito nero, le disse: “Ehi.” Lo ripeté due volte, poi pronunciò il suo nome. Lei gli chiese se si conoscevano, lui fu capace di spiegarle che si scrivevano su Facebook, si ricordò anche di tutto quello che si erano scritti, anche lei ricordò, lui la aveva abbordata con una scusa, lei lo trovava carino, si strinsero la mano. “Sto andando a casa.” Disse lei. “Se vuoi ti accompagno.” Propose lui. Lei fece sì con la testa, camminavano vicini. “Sembri triste.” Ruppe il silenzio. “Ho avuto una serata di merda, scusa.” “Ma hai incontrato me.” “Anche questo è vero.” “Ricordi che ci siamo baciati su Facebook?” Domandò lui. “Non ricordo, l’abbiamo fatto davvero?” “Sì.” “E come è stato?” “Bello credo. E per te?” “Se è stato bello per te lo sarà stato anche per me.” “Ma come abbiamo fatto?” Lui spiegò: “Io ti ho scritto ‘ti bacio’ e tu mi hai risposto ‘ti bacio’, e così ci siamo baciati.” Lei era dubbiosa. “E come lo sai che era un bacio vero?” “Lo so, lo sentivo,” disse lui convinto, “e lo sentivi anche tu.” “Dovremmo riprovarci.” “Magari riproveremo.” “Perché non adesso?” “Perché non siamo in chat.” “Se lo facessimo davvero?” “Non credo funzionerebbe.” Lui domandò il perché. “Quel che succede in rete resta sulla rete.” “Ne sei convinta?” “Certo.” “A me sembra tutto vero, anche tra i pixel.” “Non ti ammalare.” “No.” Disse lui.

Lo ripeté più volte quel no, non sembrava convinto. Erano arrivati sotto casa di lei. “Sono arrivata.” “Lo so. Ci siamo fermati.” “Domani mi sveglio presto, scusa.” “Non c’è problema.” Lui provò ad avvicinarsi per baciarla, lei offrì la guancia. “Devi avere pazienza.” Disse. “Chiamami domani, se vuoi, ci beviamo una birra. Sai dove abito.” “Va bene, buonanotte.” “Buonanotte.” Rispose lei, corse sulle scale, sparì dalla sua vista. Lui accese un’altra sigarette e rimase là, immobile, a mischiare il passato e il futuro.

Il telefono squillò, era la ragazza del Cuore. “Dove sei finito? Ti ho cercato ovunque.” “Me ne sono andato.” “E perché?” “Così.” Disse lui, lo ripeté e gli venne da ridere. “E ti sembra il modo?” Lui rispose di sì, che gli sembrava il modo e che era stato un errore rivedersi, che erano passati tre mesi, che erano diversi, che lui l’aveva immaginata diversa. Lei gli continuava a ripetere: “Ti sei ingelosito?” Lui disse: “Avrei dovuto?” Lo disse ironico. Lei gli urlò VAFFANCULO e lui rispose grazie, poi terminò la conversazione e si avviò verso casa.

Si domandò più volte cosa significasse essere gelosi, si rispose soltanto che lui era di troppo e niente lo faceva felice. I baci, quelli sì, con quelli si dimenticava delle insicurezze, delle domande sul senso di tutto il mondo e di quella vita che non gli dava né soddisfazione né stimoli né voglia di alcun domani. Si specchiò a una vetrina e si trovò bello, poi pensò a quel no detto alla ragazza di Facebook, decise che non l’avrebbe mai più richiamata. Poi tornò a casa e si addormentò molto tardi. Il giorno dopo le scrisse che sì, era geloso, lei non rispose. Due spunte blu, aveva letto, ma non rispose.

Foto: dalla rete, Chez Jeannette, Paris.

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