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Per quando non sei che contorni

Per quando non sei e le trapunte in fiori che nascondiamo in soffitta. Non parlerò più d’amore, non scriverò delle foglie nerastre dei boschi delle tue cosce. Rimarrò sul davanzale dei tuoi occhi, petalo io per il succhiare stanco delle ultime api.

Il giallo e il nero di notti e giorni, il passo lento alle sei del mattino e la ricerca vana delle aquile in stormi.

Per quando non sei che contorni.

Per quando sei erba e radura.

Per le le grigliate a cavallo del tuo petto. Le dita roventi per l’eruzione dei tuoi sussurri.

Di quando c’eri sono rimasti ricordi.

Erba schiacciata e mozziconi spenti. E il verde di bottiglie vuote.

Con le vibrazioni della Dub ballavano anche le cavallette e davanti ai tuoi seni arrossivano i tramonti.

Il sussidiario della scuola media, con la terra che gira su se stessa e i nostri pensieri che si perdono nel tempo. Ci pensi mai che stiamo girando in tondo? E non siamo mai dove crediamo di essere.

Sulle vocali francesi batte il vento di luglio per i ricordi delle masturbazioni dell’adolescenza.

Di quando mi domandavo dello sguardo degli animali, conoscerà mai vergogna un cane?

Ti avevo svegliata puntandoti la mia pistola sulla schiena, ti sei presa paura che era ancora buio,mi hai domandato che fai e poi hai capito che non era metallo.

Bello sarebbe ora addentare brioches e caffè caldo. Hai risposto scemo, alle rondini basta il pane. Ci pensi mai che gli uccelli giovani prendono il cibo dalla bocca dei genitori? Hai mai visto due carpe baciarsi?

La banalità del mai.

Per quando non sei che ricordo.

Lo sguardo sul petto e il desiderio del fumo denso degli stupefacenti.

Di quando mi sdraio sul tavolo e provo ad afferrare il soffitto. Le dita in cerca disegnano rotte per l’invisibilità della polvere.

Per quando non sei che guance.

Per quando non sei che assenza.

Per il profumo nelle mie narici.

Per l’odore tra le mie dita.

I miei capelli sporchi.

Il rosso degli occhi.

Questo fastidio del cazzo mi fa pensare a te.

Taglieranno l’erba prima o poi, troverò le tue forcine infilzate a terra. Il tuo anello rotola nella bocca della rana verde.

Il canto asmatico dei nostri intestini, verrà la pioggia e fango per l’annullamento dei segni del nostro peso.

E tu sopra di me, io sopra di te e tutti questi esperimenti, i Frenz, gli Staind e i gruppi finto rock degli anni novanta.

Sul tuo ginocchio la pelle morbida e bolle bianche colpa d’ortica.

Per quando non sei che gambe e posso portarti sul petto come una collana.

Foto: © Mapplethorpe

Photo editing: Neige

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Vorrei perdere la testa per te soltanto per decapitazione

Tra i fili interrotti dei nostri telefoni contemporanei, te ne sei andata in cucina ad apparecchiarti la bocca con le galletta di mais. Le labbra gonfie e vino in calici sul mio tavolo di legno scuro. I tuoi piedi sul davanzale della finestra, coi venti che disfano la primavera in fiori e quel ciondolo che porti in mezzo al petto. Mi sono arrampicato su un albero per guardare alla tua finestra, farti ciao aprendo le dita e poi chiuderle sull’erotico mio gioco. Non c’eri, un disegno di bimba: un dinosauro e un sole stilizzato coi raggi che finiscono in bocca all’animale, le tue mutandine piegate sul letto e il profumo pastello della biancheria lavata. Mi è squillato il telefono e non eri tu. Sono caduto dall’albero, a niente serve un palo tra le gambe se non ti ci puoi sostenere. Mi sono messo a correre sul posto, col sudore che lava via la memoria dalla mia schiena senza i segni delle tue dita. Nello spazio delle tue vocali lunghe le tue gioie da poco, vorrei perdere la testa per te soltanto per decapitazione. Ci siamo detti dell’amicizia, ci siamo strappati le guance sulle distanze dei nostri cordless della banalità del nero. C’è una finestra sopra i miei piedi quando mi sdraio sul letto e disegno forme strane e fumo con lo stick dell’incenso, la brezza delle cinque del mattino per i miei pensieri che non lasciano stare le zanzare stanche. Le nuvole rare. La luce fredda. Al fuoco i palazzi, le antenne paraboliche, i balconi vuoti e le persiane abbassate. La vita dentro e tutti questi pixel in cascata. Me lo vuoi dire adesso che fare? Dovremmo sederci a un pub e bere una media come tutti gli altri? Hai voglia di un Mojito? Io non lo so cos’è che mi fa passare le notti con lo sguardo all’insù, cerchiamo il volo e costruiamo ali per staccare le scarpe dallo sporco d’asfalto, null’altro. Tutti questi vetri vuoti, la raccolta differenziata dei nostri pensieri di oggi. Dimmelo adesso che fare, sognare il mare o scendere in strada e far la guerra coi tram aspettando il mattino? Quel discorso sugli animali da compagnia che ci ha tenuto allacciate le scarpe, che te ne volevi tornare al silenzio ed io ti ho detto potremmo dividerlo a metà ed abitarlo un poco. Così ti sei messa a prendermi a schiaffi coi tuoi denti bianchissimi e ci ha sorpreso il sole che ancora tenevamo gli occhi chiusi. Non così, non così ho detto prima della nostra battaglia navale coi ventri dammi la mano e su in piedi, fatti guardare, fatti baciare, e poi voltati che mi piace anche quando non mi guardi e sono costretto a perdere gli occhi sul tuo mondo diviso in due dall’unico meridiano che posso toccare. E infilo le dita nelle tue ombre, ti alzo la testa e mentre ansimi sussurro: lo vedi quello che resta di noi? Le linee lunghe dei nostri capelli trafiggono il cielo, sfuggono le nostre parole ai tralicci della corrente, lo vedi tutto quell’azzurro, se ti pieghi un poco saremo sotto la linea dei grattacieli, e bianco e parchi, alberi in fioritura ed esplosioni di polline per le congiuntiviti di luglio che se ti si annebbia la vista è perché sei altrove.

Foto: Inez van Lamsweerde & Vinoodh Matadin

Foto editing: Neige

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Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Dei giorni spesi in rincorse, dei bagni freddi di marzo e tutte quelle risate che c’erano rimaste sul fondo delle t-shirt lunghissime; i volti delle star piangono lacrime all’unione dei nostri bacini per gli abbracci lunghi e la spiaggia.

I passi di danza inconsapevoli sulla sabbia rovente del mezzogiorno.

Gli orizzonti abbandonano boe nei mesi caldi, ci spingiamo al largo e beviamo e sputiamo e pisciamo nel mare, i frutti levigati delle bottiglie dei nostri avi colorano i tavoli bianchi. Le nostre colazioni, i colori vivaci del tuo vestito a fiori e lo sbocciare delle tue gambe senza petali. Poi nell’incavo tra le dita, i tuoi piedi belli, incastro pietre bianche per i miei ritorni.

Ricordi poi i combattimenti col cielo? Gli occhiali grandi e per i nostri passi lenti del pomeriggio, labbra bagnate e i colori dell’apocalisse, il rosso vivace, le nuvole ocra e il passo sgraziato dei gabbiani, le pennellate in bianco dei cirri e le caviglie bagnate circondate d’oro in granelli.

Raccoglierei questa spiaggia come si fa col riso, per portarla in bagaglio nei giorni tristi d’ottobre, il grattacielo senza finestre della responsabilità e i semafori lunghi.

Nel taglio delle tue palpebre il colore delle farfalle.

Ci siamo fatti occhi per tramutare le immagini in gioia e quella ferita si è fatta solco e poi baita per ospitare il mio seme, poi il tuo: le orchidee bianche che crescono nelle nostre notti.

Foto: Tim Walker, Butterflies

Photo editing: Neige

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Nella valigia i vestiti più belli

Nella valigia i vestiti più belli. Dar aria alla pelle e cucirsi addosso giorni nuovi. Il disordine delle nostre camere separate e quei crocifissi che non osiamo più appendere. Volgere lo sguardo agli aerei e darsi il tempo per il linguaggio morse dei cieli contemporanei. Nei voli dei passeri le briciole della memoria dei terrazzi, le cene fresche di mozzarella e il profumo dei pomodori dell’orto. Non sono fatto per star seduto e poi farmi critico col giudizio dalle righe contate, il binocolo delle cronache dei quotidiani e poi l’avviso degli specchietti: quello che vedi nel vetro è più vicino di quanto tu pensi. E’ calma piatta nel mare affannato delle mie debolezze, il nulla cinge in montagne la baia chiara della mia interiorità. Salgono in arrampicata, desiderano riprendermi col dito indice dei rimproveri. Sostituirò le ore buie della notte con le prime ore del mattino, sorprenderò l’alba nel silenzio di una chiesa e ricostruirò la retina per poi tornare a guardare in orizzontale. Non ci sono palcoscenici che danno ebbrezze superiori alla solitudine a tempo. E apprendere dall’ordine i difetti del movimento, la bestialità del mio ingurgitare il cibo. Dei cinque sensi quel che mi rimane è la fretta. E allora lascio le comodità dei pixel, le ore liete dei giochi coi cerchi e le chiacchiere  sane dei coetanei. Userò due coperte di lana, ricomincerò a mettermi il cappello. E stretto nei maglioni invernali capirò dai tramonti le previsioni dei giorni a venire. E chissà tu, chissà. Un’isola, un letto, un negozio chiuso ed uno aperto. Trasformerò le mie invadenze in frastuono, donerò lunghi ululati alla notte, nelle mie righe lo scandaglio delle rive del passato recente e le bottiglie chiuse coi messaggi per le precarietà dei domani. E poi stammi bene.

Foto: Fulvio Roiter, Umbria, 1954.

Photo editing: Alessandra Tecla Gerevini

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Ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai.

E’ una questione di alfabeti. Il linguaggio della provincia, le ginocchia sbucciate e gli amici delle elementari. Non ora, non qui si consumano le gomme delle nostre biciclette riverniciate. La cascata rossa del mio sopracciglio sinistro la causa dei nuovi rallentamenti sulla pista ciclabile del sottopasso che divide la città vecchia da quella nuova, i campi dal cemento e i balconi dai barbecue improvvisati. Nel mio ombelico i pali della cuccagna e il tuo dito indice bagnato di te. Mi hai messo al muro con la scusa di una sigaretta avanzata, col frastuono dei tuoi capelli lunghissimi e quelle labbra morbide da saltarci sopra. La pelle densa dei nostri racconti notturni per salutare il giorno nuovo e firmarlo con i miei schizzi bianchissimi. E con l’età preferire alle avventure incise sui culi sodi delle adolescenti i mappamondi, fiumi e sentieri della maturità. Quando afferro il tuo seno da dietro è perché non so più a che cosa aggrapparmi. Dovremmo tirarci i capelli come i samurai e muoverci lenti come l’acqua dei fiumi per gli haiku che vorrei scriverti sulla schiena: ho comprato tre canne da pesca, non ho pescato mai. I cinque euro dimenticati nella tasca dei jeans le mie nuove ricchezze e la passione per la musica dub. E dopo mesi mi sono tagliato la barba per accarezzare il liscio di una pelle altrui, mi sono messo un profumo di donna per immaginare la piega del tuo collo, lasciarmi andare al battito del tuo cuore e pensare che non ha senso tutto questo filosofare. Dobbiamo farci esperienza, sederci intorno a un tavolo e affondare le forchette nel rancio. I nostri piedi si cercano durante la notte, che tu lo sai che non ti risvegli mai nella posizione dell’addormentamento. Dormo con te, tu non lo sai. Scrivo di te, tu non lo sai. Apri il tuo palmo e conta gli anelli che sotto agli alberi sembriamo più belli.
Foto: © Chiara Amèlie

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Il baratto

Tutto questo deserto mi fa venire voglia di tornare a casa. Voglio una donna, la solitudine mi ammazza. Parlava così Ricky Belfante al riparo di un’amaca in corda colorata, la sigaretta accesa, i capelli ossigenati e gli occhiali da sole bordati di rosso a decorargli il volto.

Ci sono io, rispondeva il Gliss, non ti basto? Forse ti sei sognato la francesina di ieri.

Suonava un violino il cercatore d’oro che aveva scambiato i suoi attrezzi, e intendo pala, setaccio ed un secchio con lo strumento solo poche ore prima. L’aveva deciso in pochi istanti, si era fermato davanti alla bancarella di cianfrusaglie usate davanti alla chiesa bianca, parlava con Jorge, il venditore tondo, che gli aveva offerto un sorso della sua birra e lo aveva informato del nuovo arrivo in legno. Le dita grosse e forti desideravano leggerezza per gli anni a venire e i sessant’anni sulla schiena non permettevano più giornate intere genuflessi davanti al dio ricompensa. Così Manuèl “testa grossa” aveva deciso di cambiare vita, che tanto a lui il denaro non era mai interessato, si diceva in paese, quello era un burbero che non parlava con nessuno e giocava a fare il cercatore d’oro soltanto come scusa per lasciare sua moglie sola a casa tutto il giorno e vederla di notte quando il buio confonde i contorni e ci si potevano dare anche due colpi tra le natiche per ubriachezza.

Un suono acuto bussò alle orecchie di Paolo Glissoli, detto il Gliss, trentenne di madre milanese e padre brianzolo, studente in filosofia, la barba poco curata a decorargli il mento e quelle bluse in cotone che non capisci dove finiscono le maniche. 

La senti Pacha Mama?

Ricky Belfante si tolse gli occhiali, raddrizzò il busto cercando di mantenere l’equilibrio, rispose: Mi stai dicendo che hai voglia di fumare?

Ti sto dicendo che la terra ci sta parlando, lo senti questo suono?

A me sembra un violino suonato male. Sembra impossibile, ma è così, o magari sono le francesi di ieri notte che si sono messe a suonare i bicchieri. 

Impossibile. Mentre baciavo Julie lei mi ha detto che non poteva restare per la notte, che avrebbero preso un bus, le francesi se ne sono andate, lo so bene perché non ho scopato.

Era brutta forte.

Siamo nel deserto. Non me ne importa più nulla della bellezza.

Contento tu. Senti, vado a cercare il colpevole di questo strazio.

Lo sai che mi ha detto che piacevi a Chloè? Ti piaceva, vero, Chloè? Perché non ci hai provato?

Troppi pensieri.

Segaiolo. Lo so che ti piaceva, dovevamo farle rimanere, quegli americani figli di puttana se le sono trascinate via con la scusa di un passaggio. Come se non esistessero i bus, mi stai ascoltando?

Ricky smontò dall’amaca, questa si arrotolò su se stessa e poi riprese la sua forma originaria. Un gatto accoglieva il sole con gli occhi chiusi mentre due cani infilzavano in naso tra i sacchi dell’immondizia.

I piedi nudi del nostro si coloravano di terra, aprì con un gesto sicuro il cancello in lamiera che circondava l’ostello e si ritrovò sulla strada. Il sole cavalcava il cielo e puntava forte gli speroni.

Nel paese c’erano due vie, una chiesa e case colorate e cortili. Dentro i cortili, tra lamiere metalliche sfrigolavano le griglie e un fumo denso s’alzava verso le nuvole bianco panna.

Il silenzio accecava la piazza principale, davanti alla chiesa. Soltanto il suono delle stoviglie poteva far pensare che il paese fosse abitato.

Ricky seguiva la scia del suono di violino, questo ogni tanto cessava, poi riprendeva forte e si modulava in pochi secondi. Era passato dal fastidio al fascino. Non era un suono decodificabile, ma di certo non lo disturbava come quando stava supino tra i ricordi di casa e il desiderio della pasta di mamma.

Arrivato sulla piazza della chiesa percepì che il suono era lì, chissà dove però, i riflessi del sole contro le lamiere intorno gli bombardavano gli occhi e a nulla servivano gli occhiali rossi comprati al mare di Rimini due settimane prima. 

Girò su se stesso due volte, il suono era nascosto bene. Decise di girare più forte, poi più forte ancora, rideva tra sé quando perse l’equilibrio e cadde sulla terra. Perse gli occhiali, le mani sanguinavano un poco sul palmo. Rimase seduto, si tirò qualche pacca sui pantaloni per spazzare via la terra. 

Si rese conto di aver cominciato a girare perché il suono gliel’aveva consigliato. E mentre girava s’era fatto più veloce e più veloce ancora ed era come se fosse quello a decidere quando doveva lasciarsi andare e cadere sulla sabbia.

Nessuno venne ad aiutarlo ad alzarsi, fece forza sugli avambracci e si rimise in piedi. Poi si leccò i palmi della mani mentre coi piedi strofinava ancora i pantaloni come fanno i cani per il fastidio delle zecche.

Un uomo lo osservava dall’alto del tetto della chiesa. Era in piedi, il violino nella mano destra e l’altra aperta in saluto che si agitava in direzione del nostro. Riuscì ad attirare l’attenzione di Ricky e quando fu certo di avere il suo sguardo fece forza sui polpacci e si lanciò giù dal tetto della chiesa, atterrò su entrambi i piedi e poi fece una capriola per ammortizzare. Si presentò davanti al Belfante, gli mostrò il violino, disse: Che ne dici?

Ricky non rispose nulla, prese in mano lo strumento. Si accorse che non aveva corde mentre pensava che era insolito vedere un uomo di sessant’anni gettarsi dal tetto di una chiesa e atterrare in capriola.

Manuèl gli fece segno di seguirlo e si ripararono all’ombra del portico davanti al portone della chiesa.

Allora ti piace o non ti piace?

Ma tu sai l’italiano?

Certo.

Parlava lentamente, con accento sudamericano, ma non sbagliava una parola.

L’ho imparato sul fiume, cercando l’oro.

Cerchi l’oro tu?

Fammi finire.

Hai mai sentito parlare di Giulio Marrino? Ora puoi rispondere. Rispondi.

No.

Giulio Marrino è famoso in Italia. Tutti conoscono Giulio Marrino, tu non conosci Giulio Marrino?

No.

Allora non sei italiano. 

Certo che sono italiano.

Giulio Marrino ha fatto il calciatore, poi l’attore, poi ha presentato un programma in televisione, poi ha cantato una canzone in India ed è diventato famoso.

Mi spiace, non lo conosco.

Beh, alla fine ha mollato tutto ed è venuto con me a cercare l’oro. E’ per questo che so l’italiano. Me l’ha insegnato lui. Mi ha insegnato molte cose Giulio.

Vi siete conosciuti qui?

In un bar di Istanbul. Prima di fare il cercatore d’oro non lavoravo.

Come ti mantenevi?

Parlando con la gente. Come adesso con te. 

E cosa ci si guadagna a parlare con la gente?

Io ora dò qualcosa a te e tu dai qualcosa a me. Si può guadagnare molto parlando con la gente. Più che cercando l’oro.

Cosa credi possa darti io?

Non lo so. Non è importante.

Mi sembra una roba tipo di chiesa, non è che fai il prete?

Manuèl scoppiò a ridere. Disse:

Puoi ridarmi il violino ora, visto che non lo suoni. Avrei preferito che tu lo suonassi.

Complimenti per i congiuntivi.

Lo so.

Non si può suonare un violino senza corde.

E il suono che ti ha spinto qui?

Credo fosse il vento tra le lamiere.

E perché ora non lo senti più?

Non lo so.

L’uomo gli strappò di mano lo strumento e lo portò davanti alla fronte, poi con due mani lo presentò al cielo e cominciò una strana danza sul posto non spostando mai le gambe da terra.

Ricky fu costretto a coprirsi le orecchie, il suono era acuto. Dalla piccola cassa armonica si sprigionava una forza straordinaria, l’uomo orchestrava il vento, lo cercava, si faceva accompagnare dal suo soffio, ospitava lo sbuffo e lo trasformava in suono.

Urlò per farsi sentire: posso insegnarti se vuoi.

Ricky teneva le orecchie riparate, fece di no con la testa.

Manuèl abbassò il violino, il suono cessò di colpo.

Afferrò il Belfante per la maglietta e lo strattonò forte portandolo verso di lui. Testa contro testa, alitò sulle sue belle labbra: Ora hai un debito con me?

Quale debito? Tu sei pazzo.

Quando dite pazzo è perché non riuscite a capire. Anche Giulio mi chiamò pazzo la prima volta. Non aveva capito niente di me.

Sei pazzo.

L’uomo gli mollò uno schiaffo in pieno volto.

Hai finito di dire che sono pazzo? Mi ferisci così.

Ricky ebbe voglia di reagire, poi pensò alle mani dell’uomo, così grandi e forti. Quello schiaffo non gli aveva fatto male, doveva aver dosato la forza, era servito perché lo prendesse sul serio e con qualche timore.

Avevi voglia di tornare a casa. Portati a casa questo suono, è stato capace di farti alzare dal tuo sonnecchiare. Te lo regalo, eccolo.

Porse il violino senza corde a Ricky e allungò l’altra mano col palmo all’insù. La lasciò a mezz’aria in attesa di ricevere qualcosa.

Non è un regalo se ti devo dare qualcosa in cambio.

Ti ho anche fatto ballare, ricordatelo.

Mi hai fatto cadere, guarda le mie mani.

Sono vuote.

Sono ferite.

Allora qualcosa da darmi ce l’hai. Mani ferite sono mani piene si dice tra noi cercatori d’oro. La mano bianca è una mano da temere.

Posso darti i miei occhiali, li vuoi?

Li voglio.

Non usarli troppo, ti faranno male agli occhi.

Li scambierò domani con i miei attrezzi da lavoro. C’è la bancarella di Jorge qui al mattino, puoi barattare quello che vuoi.

Vorrei barattare questa mia malinconia.

Oh, mio caro, con quella non c’è storia.

In che senso?

Quella te la devi tenere. Cazzi tuoi, si dice così?

Cazzi miei, sì.

Io vorrei salutarti ora, devo tornare da mia moglie. E’ brutta mia moglie. Non sposare mai una donna brutta non farà altro che aumentare la tua malinconia.

Tu sei malinconico?

Può darsi, non sono triste però.

Triste è peggio di malinconico.

Triste è essersi arresi alla malinconia. La gioia è un istante, la malinconia una sensazione costante che dà accesso alla gioia come alla tristezza, è quel vento che puoi modulare con un violino buco.

Che stronzata. Io se potessi scegliere sarei felice.

Sceglilo. Me ne vado.

Me lo dici se sei un prete?

Hai un buon intuito tu, dovresti lavorarci.

Bastardo.

L’uomo fece l’occhiolino. Poi strinse la mano sanguinante di Ricky, inforcò gli occhiali dalla montatura rossa, infine disse: salutami Giulio Marrino quando torni in Italia.

Aprì la porta della chiesa e la chiuse dietro di sè.

Il Belfante rimase col violino in mano, sul portico. A passi lenti tornò dal Gliss, lo trovò seduto su un gradino davanti alla porta di casa. Fumava roba. Disse: Julie e Chloè tornano qui, sono sul bus. Gli americani hanno cercato di farsele, si sono spaventate. Dormono da noi stanotte e proseguiamo insieme fino alla capitale. Bella storia, no? L’ho fatto per te, ragazzo, così prendi il coraggio e ci provi con Chloè. Rick, mi stai ascoltando? Che cazzo ci fai con un violino in mano?

Suono, suono la mia malinconia, che non me la posso tenere tutta per me, da qualche parte dovrà pur finire, no?

Che cazzo dici? Andiamo a cercare dei goldoni, piuttosto.

Ricky Belfante aprì le gambe distanziandole all’altezza del bacino, appoggiò forte i piedi a terra, prese il violino tra le mani e lo issò sopra la fronte, poi cominciò a muoversi in danza cercando di cogliere il vento.

Silenzio.

Poi un urlo squarciò il cielo bianco: Bastardo ci sarai tu, balla, ragazzo, coraggio!

E suono di campane.

E muri bianchi, fumo di griglia, stoviglie lavate.

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Chiamami sempre, chiamami ancora.

La bonaccia della domenica e nelle orecchie i segni rossi degli auricolari, le onde della tua voce per quando mi addormento. Ho scoperchiato le palpebre e ci ho trovato i resti della serata di ieri. Ruminiamo al mattino gli scarti dei nostri desideri della notte. Con l’alcool che neutralizza tutte le nostre idee di dignità ci mostriamo nudi alla pioggia di luglio che viene a farci sentire di nuovo il sussulto del corpo. A disperdere parole sul Naviglio, rincorrere le gonne in svendita delle ventenni e i saldi promozionali dell’età di mezzo. E così ritrovarsi a parlare di poesia alla logica cinica del barista cinquantenne, tante ne ha viste e poche ne racconta. La posa plastica della mia mano che appoggia il bicchiere sul cuore. Le emozioni riservate al dopo-sbronza, quelle telefonate che non dovresti mai fare, che dopo le due di notte tutto è invadenza. Bello sarebbe trovarti tra le strisce pedonali, le ballerine garbate e il vestito leggero, la forma allungata dei tuoi occhi per far guerra ai miei nascondigli. La debolezza esibita nel tono della mia voce e a perdere gli occhi sul tuo numero coi dubbio sul che fare, le parole a ripeterle perdono il loro significato mentre i numeri avvicinano al sonno. Non ci sono sveglie per le mie mattine, cerco i tuoi denti sul comodino per masticare di nuovo la tua lingua, scoprirti nascosta sotto al cuscino e aspettare il tuo cucù. Chiamami sempre, chiamami ancora. E in sogno il rumore sordo dei nostri corpi che sbattono contro doghe in legno, le grandinate sparse tra il monte bianco e il Po e la mia finestra dimenticata aperta. Mi son svegliato lago e al mio orecchio il tuo sussurro: facciamoci un bagno, facciamolo ora, fammi nuotare, fammi affogare.

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Per far invidia alle lucciole

La tiritera dei mesi più lunghi incastrata tra le gengive, col filo interdentale delle mattine di luglio che ci tira le gambe in ritardo, il caffè aperitivo per il palato assetato dopo le nostre lunghe telefonate notturne. Ti ho chiesto un sussurro e mi hai regalato un mormorio. Hai presente il vento di settembre, i treni in corsa, i barattoli di marmellata appena aperti? Ci scivolano sul petto i segni artificiali del calendario, le rime scarse delle pubblicità e le nostre lenzuola a macchie di noi. Con le gambe dei leopardi affrontiamo le tavole apparecchiate, le tue guance che sembri porcellana e la fragilità delle tue unghie. La mia schiena chiusa e questi ventilatori che ricreano le long roads e quelle automobili che vediamo nei film. Mi sono aggrappato al materasso pensando fosse un muro, l’ho sfondato con la testa e mentre il bacino affonda nei punti di domanda mi sono appeso al gancio dell’immaginazione. I campi lisergici di Radiofreccia, quando bastava soltanto una dose e respiravamo forte, che se ci prendi gusto poi bruci le auto per far invidia alle lucciole. Il fascino eterno degli amici di sempre e la vergogna dei pensieri abusati. Ti ho detto vorrei avere un portafogli carico di pesce crudo e bistecche invernali. Di camini e neve. Mentre recitavi le tue parti stretta in quei vestiti a fiori, gli occhiali neri dei nostri sguardi consumati sulle vetrine e la tua casa pastello. Hai voglia a sgranare l’aglio e appenderlo alle porte, mi farò alito e borsa della spesa per sorprenderti nel fruscio del mattino e attraversare il pavimento con la leggerezza dell’onda. Verrai a rincorrermi e ti sembrerà di toccare l’aria, troverai le dita ricoperte di nylon e mi appallottolerai senza il pensiero nel buio di un comodino. Finché un giorno avrai bisogno di una veste per tutta la spazzatura che produci e mi tirerai fuori e avrò una forma. Ingrasserò fino a scoppiare, nei tuoi avanzi la mia esistenza di oggi. Verrà quel tuo gatto dal nome d’Egitto, verrà con le unghie, lo sgriderai, si farà pasto della mia schiena e bucherà le mie viscere. E sulle ginocchia sporcherai le tue dita, verrai a raccogliermi e poi ti stringerai forte. Tu, il vestito bianco, il pavimento. Le capriole ansiose delle tue ossa magre. E tutte le pennellate del mio passaggio. La forma ovale del mio cuscino e i tuoi capelli dimenticati sul pavimento.

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Il Lupo Mangiafrutta

Darling, darling, darling ti ripetevo, l’avevo scritto sulla tua schiena, sui muri della tua stanza senza finestre. Ci siamo messi a fare la conta delle tue cicatrici, che ti tagliavi le braccia per soffrire di meno. Mi hai detto che le mie parole adesso sono sale. Che non puoi far altro che scappare. E io ancora disegno schiene, lo faccio a suon di lettere perché prima o poi una sedia mi chiederà il perché di tutto questo girovagare e faremo a gara a chi ne sa di più. Che non è poi così importante fare gli Ulisse e spingersi agli orizzonti del mai. Facciamo esperienza dalle terrazze, noi, come le sedie, noi, che offriamo ristoro e poi lasciamo la libertà dell’andare e rimaniamo fermi, soli, in attesa di un altro peso, le nostre conoscenze a saltello e i primi scricchiolii, che ci facciamo sentire solo quando proviamo dolore.

Te ne eri andata chissà perché, mi ripetevo, e non trovavo nessuna spiegazione. Avevo aperto gli armadi, cercato tra le bollette scadute un segno della tua presenza, le mie camicie non portano ferite al rossetto e il nero dei tuoi occhi si scioglie sempre troppo in fretta che mi piaceva suonare le tue vertebre quando ansimavi forte e poi piangevi e poi tornavo a guardarti e ti eri trasformata in Pierrot. Come in quella favola fucsia te ne andavi in giro tra le mie guance a cantare dei nostri futuri migliori, quando smetteremo di interrogarci e ci faremo trasportare dalla corrente. Siamo salmoni, dicevo io e così ci è venuta fame, ma in casa non c’era nulla. Solo un sacchetto di cozze. Ci puzzeranno le mani dicevi tu, siamo in decomposizione ti rispondevo. E poi mi sistemavi i capelli e mi dicevi che quei discorsi poteva farli giusto Morgan quello dei Bluvertigo. Allora mi sono messo la giacca col doppiopetto e ti citavo la Commedia a memoria e mi dicevi che si capisce sempre troppo poco delle cose belle che la passione ha bisogno di stile e altre sciocchezze così ho tirato fuori la lingua e tu ti sei messa a corrergli intorno. Eravamo indiani nella nostra riserva, al riparo dagli occhi invadenti del mondo c’eravamo costruiti una capanna e credevamo di bastarci e non avevamo paura del vento. Mi si incollavano i capelli quando mi sono detto che forse non avevo i soldi per pagare l’affitto e mi sono rivoltato i jeans ti ho detto basta, dormiamo di più e tiriamo la corda che per stare nei cieli ci vuole equilibrio. Così sono sceso in strada e Milano col sole e le edicole aperte coi cartelli per dirci che non si regalano informazioni e non c’è più tempo per le domande. Le chiese sono sempre chiuse mi dicevo, non c’è silenzio qui, poi piazza Vetra sdraiato sul prato a leggermi Wallace ed annoiarmi così tanto che mi sono messo la maglietta in testa come certi calciatori e ho corso fino alle colonne ho bussato alla porta, la chiesa chiusa, mi hanno detto che fai, ho risposto bussate e vi sarà aperto e mi sono sorpreso a ridere solo. Ho un cappello e due orecchie in testa, l’asino o il matto, io, Ninetto e il corvo in Uccellacci e Uccellini e i tarocchi di Brera.

Tutta quella storia di te ed i salmoni l’avevo solo immaginata, lo sai? Neanche sognata che quando viene la notte mi si rivoltano i pensieri e trasformo le ore in marmo duro che non c’è spazio per le buone immagini. E tu chissà dove sei. Le macchine fotografiche tra tuoi occhi piccoli e le tue gambe a compasso. Hai le labbra sporche di caffè, ti siederai a un buon ristorante all’ora di pranzo e ordinerai un primo, magari con le melanzane che ti piacciono tanto. Rifiuterai il dolce e poi ti pentirai. E tornerai a parlare dei grandi del mondo e poi degli ultimi, gli opposti e le contraddizioni tra i colori scarichi di questa Europa. E sogni di Indie e Sudamerica tra i tuoi capelli. Tu come Pasolini, gli occhiali inseparabili e il male inguaribile dell’esistenza sensibile. Tutte queste parole a grandine tra i peli del mio petto, mi intestardisco sulle necessità e dimentico il resto. I panni sporchi e la polvere, e quel curriculum così vecchio che non mi serve a nulla. Manca la carta igienica in bagno. La solitudine è una scatolina che si dimentica quel che contiene. E guarda il buio aspettando il momento della libertà, l’aria nuova del gesto lento dell’aprire. Bussate e vi sarà aperto. Poi quel Toc Toc, il tuo chi è e il Lupo Mangiafrutta. Che frutta vuoi? Non c’è.

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Albatros

Noi copertoni di auto abbandonati in mezzo alle autostrade del Fuorisalone, ci vedono all’ultimo e poi ci maledicono, pericolosi come il cielo di Milano e le piogge che ci rovinano i capelli, e poi sul letto ritrovare il contatto fisico con le periferie contadine della poesia russa. Per le stanche lacrime di aprile, per ridipingere le nostre schiene al contatto coi muri per l’ultima sigaretta, la notte e tutti quanti a sprecare lo sguardo nell’attesa di un’accoglienza, io, te e le canzoni demenziali degli anni ’80 che dovremmo tenere sul cruscotto. La musica elettronica e i beatnik che mi sono perso sulla strada. La piscia calda degli studenti e San Lorenzo in fumo, i rivoli densi dei nostri intestini per le emozioni che non ho ancora il coraggio di digerire. Teniamo gli occhi aperti a mattino inoltrato, il cellulare accanto come una pistola per difenderci dalle solitudini, gli attacchi sterili dei rotocalchi alle nostre gioventù. Come Baudelaire e l’albatros, superbi noi nell’orizzonte delle sensibilità, sconfitti in terra, coi nostri modi goffi, le debolezze nell’uno a uno e la psoriasi sulle nostre nocche per tutta la pelle che mi sono perso sul materasso perché ogni giorno tramuto le ansie in parola; nenie le mie per i volantini rossi che non nascondiamo più e le rivolte sepolte tra le tivù. Non guardarmi negli occhi perché non ha più senso. Ci hanno costretto a urlare il nostro nome agli appelli, le mattine scariche dei settemila caffè. Nessun rispetto padri miei per il rilascio degli intestini, sapete anche voi che al risveglio è pisciare quel che più ci sta a cuore. Ai nostri bisogni primari, ai conti aperti con le intolleranze. Ci costruiscono intorno palazzi d’argento, le nostre Babele a forma di Dna per quella cortina antiuomo che separa la vita del sogno dei nostri muri bianchi dallo stordimento caotico del reale. E adesso dovremmo toglierci le bretelle e i grembiuli per la nostra isola di Wight, le grotte aperte dei nostri cuori e i segni nuovi della libertà disegnati nel nostro sottopelle, che sono cuori e stelle o scritte indecifrabili per ricordarci che non ci stiamo capendo un cazzo. Guardami negli occhi ora, e poi voltati, ancora, e poi ancora, e farci folgori tra la mollezza di queste scarpe col tacco che improvvisano danze tra i vetri rotti e gli aliti all’acetone delle camicie intrise di assenze dolciastre. Ci disegneremo un letto sulla schiena io e te e mi sorprenderai da dietro e potremo accoppiarci ovunque senza condividere un affitto, non aspetteremo il silenzio, non attenderemo la notte per i nostri corpi ribelli che ci chiedono il conto dei giorni e ci interrogheremo sulle nostre indigestioni, sui libri, i film senza spari e l’alcool economico dei supermercati e poi le droghe del nostro stare insieme. Torneremo alle nuvole dei nostri vorrei e senza rimpianti apriremo le porte al belgiorno. E per dimenticare le nostre preoccupazioni lo Spleen di Parigi nelle tasche avare delle nostre camicie a quadri consumate sotto le ascelle per la vecchia familiarità con il Manifesto. Noi che tra le braccia non portiamo più nulla perché abbiamo la lingua e questa prosa viva e poi nulla da nascondere sotto le palpebre e se ti viene voglia di controllare avvicinati che mi spoglio piano e poi non ti mangio lo sai.

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