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Contro i tuoi credo contro ai tuoi amori

Imbarchiamo solitudini tra le dita e non riusciamo a tenerle sul palmo preghiamo il padre nostro le mani aperte per prendere quello che ci aspetta. I nostri segnali di resa quando ai colloqui arriviamo sconfitti. E ci hanno detto che è estate che è caldo che è presto che tornerà settembre e si apriranno orizzonti come i tramonti su Santorini. Nelle nostre scatoline nelle case a ringhiera le grate alzate per non distrarci i parcheggi a pagamento e le nostre auto sui marciapiedi le multe prese il sabato pomeriggio. Quando mi hai insegnato a usare le faccine la leggerezza dei cartoni animati le tue sit com americane. Siamo come i balconi lo sai prendiamo il polso agli agenti atmosferici sensibili come i barometri i nostri riti per i risvegli. E sulla soglia ti togli le scarpe le tue spalline cadenti le cover di Mina la mia espressione da deficiente. Non sono solo su questa terra il tuo corpo nudo per la mia guerra. Contro i tuoi credo contro i tuoi amori l’Autan a spruzzo e usciamo fuori tra i deserti dei parchi e i nostri cani troppo grassi. Sono ormai giorni che non apro un libro mi consigli De Silva ti rispondo Kristof  per le nostre gare a chi ce l’ha più lungo. Le poesie erotiche che non ti ho detto e i tuoi tatuaggi antisesso. E smetteranno di chiamarti artista. Quando spegnerò top calcio 24 donerò i reni a queste righe di vetro e suderò sulla carta e il letto sarà riservato alle notti che faremo l’amore per strada sui tavoli con le nature morte di Brera schierate a guardarci che non mi importerà nulla degli scudetti della Juventus e non serviranno gocce per prendere sonno.

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Non mi correggere la punteggiatura

I cazzi miei e i tuoi problemi con le nuove tecnologie. Quegli antivirus a noleggio gratuito il countdown i trenta giorni prima della fine del mese con le auto blu parcheggiate sui marciapiedi le merde dei cani e le mie scarpe coi buchi. I sette giorni della settimana le mie fatiche di Ercole. Ti seguo da lontano come quegli attori irraggiungibili degli anni novanta i vostri Leonardo Di Caprio in posa sulle pareti, le mutande fucsia di Robbie Williams i nostri onanismi collettivi sull’adolescenza quando bastavano le televendite della mattina le nausee finte per tagliare la testa alla scuola. Lo sai che gli astronauti non si guardano negli occhi? Tra le tue dune levigate la pioggia d’estate l’acqua di mare per disinfettarci. E non mi mancano sai le barche, la Senna, Parigi, i ponti a Venezia, Genova, i vicoli, il sesso dei prati e i pic nic delle turiste del nord. Le tour eiffel e i grattacieli i giochi adulti del Lego, le celebrazioni per la fine dei millenni. I nostri silenzi hanno bisogno di pause di lai. E tra i piatti da lavare ho lasciato anche gli occhi quando per cancellare una lontananza basta una canzone, per quando tornerai per i tuoi ascoltiamola insieme ascoltiamola ora. Che “Oggi non è un gran giorno il domani arriverà” lui tornerà e i millepiedi lo sai non ascoltano musica e salgono uno sull’altro per coprirsi di passi e annullare ogni distanza. E non mi correggere la punteggiatura.

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Carta carbone e nuvole

Carta carbone e nuvole per questo cielo che ha nostalgia di te. L’ovale del tuo viso in cirri e le scie bianche per perderti di vista. Il vento accelera cambiano i contorni le nuvole le nuvole scendono dalle scale e pizzica e pizzica e pizzica e danza gli schizzi sugli scogli. Con la penisola intera che si inchina al mare e per proteggerci indosseremo scivoli di crema che ci guardiamo dall’abisso allo specchio il segnale rosso della nostra pelle a scadenza. Fermati un attimo e aspetta. Le precedenze e i processi sulle intenzioni i fallimenti per tutte le volte che hai avuto fretta i tamponamenti queste annotazioni inconcludenti. Non ti ho chiamata perché volevo incontrarti, ma facevi colazione, eri lontana, eri una rana dagli occhi grandi la bocca larga pronta a saltare pronta a volare. Aspettare aspettare. Col cuore a razzo, a mille, le autostrade tedesche senza i limiti di velocità. E ti ho leccato la schiena da perderci la testa che hai perso il senno, che hai perso il sonno, ti sei spaventata, non hai saltato, non hai volato. Che potevamo diventare rettili e poi uccelli e poi uomini sapienti e invece siamo tornati sott’acqua, che è più tranquillo.  Le branchie intagliate come i nostri padri, le carcasse in mezzo ai deserti. E invece siamo rimasti anfibi. A respirare di mare, a prendere il sole per poi rituffarci abbronzati nelle nostre riviste alla moda, nelle nostre relazioni, nei romanzi rosa.

 

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Le dimensioni tantriche dei nostri amori

Cappuccino e brioches, i giornali rosa con la lista degli acquisti, gli editoriali di Scalfari e la manovra finanziaria contro ai marciapiedi. Le gomme esplose e queste correzioni non metteranno toppe alle nostre tasche. Con gli occhi a braccetto per i tg della sera per combattere contro la congiuntivite i panorami squallidi dei parchi giochi, i materassi a molle i tuoi salti a piè pari sull’adolescenza. Abbiamo lasciato le sofferenze i ciccimerda i nostri malori pomeridiani tatuati sulla schiena dei treni in transito. Le nostre stazioni le nostre cadute i ladroni magri del sud del mondo e i braccialetti colorati per la resurrezione. Tengo ancora nel cassetto pezzi del muro di Berlino tra il fucsia e il rosso i tramonti delle frasi dei cessi degli autogrill. Noi cani sciolti di lusso i corsi e ricorsi storici le dimensioni tantriche dei nostri amori. Per tutte le volte che ti ho chiesto come stai le tue risposte bene e punto gli appuntamenti immaginati e la verginità del tuo numero di telefono. Che puoi dar corda alla lingua, per le boccacce venute male i tuoi occhi in fuori il districarsi polpico dei miei pensieri con gli occhi strabici per gli scontri dei nostri sguardi futuri. Che sei immorale immortale dei tuoi vent’anni delle tue foto le dive anni quaranta una calza abbassata una scrollata. Quando il sipario s’abbasserà non gireranno più film tra Roma e dintorni i dvd tra gli scogli per dirci ero io per dirci ti ricordi per il mio petto nudo i capelli al vento perché è più coreografico. L’automobile di Jules e Jim e quei triangoli improponibili la corsa in mare dei cento colpi che ti ho seminato addosso e sulla pancia ti ho scritto i love you.

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Signorina lingua lunga coraggio è tardi

Signorina lingua lunga coraggio è tardi. Togliamo la parigina alle scarpe e prendiamo in ostaggio le gelaterie coi piedi nudi per proteggerci dall’afa di luglio. Le mie librerie in legno per tutte le cose che non sai, i miei dischi strafatti di pennarelli e l’originalità di Berlino musica per le tue orecchie. Finnegans Wake e quella lingua ruvida che non sappiamo leggere tra le righe. Le veglie, le due del mattino parcheggiati sui marciapiedi a salutare le turiste con gli abiti tutti neri i tacchi storti. E tra nuvole di moscerini improvvisiamo danze della pioggia per liberarci dall’ansia da prestazione. Quando sotto il balcone di casa tua scrivo le ultime righe di una storia mai cominciata. Ti divertirai anche tu alla veglia. Ci stringeremo le mani per un nuovo piacere, per tornare a guardarci negli occhi come al tempo dei primi brindisi. E aspetteremo che faccia giorno seduti sul letto senza toccarci senza provarci soltanto ascoltarci e poi mi dici che è difficile che siamo fatti di carne come gli hamburgher e diamo il meglio di noi a fuoco lento. Come in quella scena di Radiofreccia con le auto esplose, le gambe incrociate e i prati neri. Quel vuoto che ci fa guardare fuori perché non sappiamo più che fine abbiamo fatto noi che ci iniettiamo la vita con la curiosità degli incontri. Che ci battiamo sul petto il “ce l’hai” delle scuole elementari le nostre nuove vie di fuga: ce l’hai, ce l’hai, ce l’hai anche tu questa malattia. Questa rincorsa agli applausi che sul palcoscenico non ti riconosco.

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E poi mi chiedi che c’è perché proprio te?

I cantieri non cantano più. Questa esposizione di scheletri ci ha tolto la sosta anziana dello sguardo. Tra i tralicci dell’alta tensione e il colore dei tuoi panni stesi c’è ancora qualcuno che sogna Lisbona e propone barbecue ai balconi. Le donne rare sono già impegnate, si sa, ci sono corse con le partenze ritardate che ero contro il servizio di leva e usavo solo pistole giocattolo. Niente spari in partenza. E vederti è effetto domino con le pareti che ci crollano addosso e noi che ci ripariamo sotto ai tavoli come in quella scena di se mi lasci ti cancello quando facciamo da grandi le parti dei bimbi. E tu che hai sedici anni e poi dodici e domi mezzi uomini con lo sperone della tua schiena. Sopra di me c’è soltanto una pala contro il caldo i miei capelli disegnano tende per i nostri sguardi. Saremo grandi amici mi hai detto e poi è saltata la corrente. Come a dirci che non c’è luce sul futuro le gallerie poco illuminate della A1. Anche le notti si svegliano e si stropicciano gli occhi per guardarti che da vicino sei ancora più bella. Laverò il respiro ai semafori, al tuo astigmatismo nascosto. E quando parlano del rogo dei libri tu pensa alle ballerine, giovanne d’arco con le tette rifatte in fila per i saldi di luglio. E poi mi chiedi che c’è? Perché proprio te?

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Beviamo solo birra chiara

Ci stanno marcendo le pozzanghere addosso e tu non te ne sei neanche accorta. Ho rottamato le mie Camper nella pattumiera le cipolle andate a male questi imbarazzi tropicali. Dai sacchi neri spuntano vuoti a rendere. Nascondiamo tutto negli armadi, negli stipetti delle cucine le polveri sottili ci prendono le impronte digitali. La polizia non ci sta più alle costole a noi che abbiamo smesso di fumare che per non fare tardi beviamo solo birra chiara. Il mio romanzo è quasi finito, questo quasi me lo sono tatuato addosso ormai. Erano anni che desideravo un tatuaggio e lo portavo già dietro la schiena. E per i piercing aspetterò che sia tu a bucarmi la lingua. Le lacrime di Milano per ricordare Testori, i centocinquant’anni di storia con la bandiera bianca e i negozi del centro che non vendono più la pantera rosa, i puffi che sono diventati un film e i barbapapà si comprano in edicola. Mi sono anche stufato di dipingere astratti con le parole. Questi grafemi che non raccontano che memorie per quando saremo vecchi e sogneremo di gettarci col parapendio. Quando sulle bmx impennavamo di giorno e contro al sole bastava il cappello. Le nostre felpe facevano i pali alle porte e rubavamo l’uva al vicino. Quella più verde, quella più dolce e ci tappavamo il naso quando arrivavano le coppiette difendevamo la lingua dall’altro sesso che ci faceva anche schifo bere dallo stesso bicchiere. Femminucce direte voi che siete diventate grandi in fretta e sapete cos’è una convivenza. Cresceremo anche noi, lo sai, si vede dalle tibie. Diamo pagelle alle vostre forme aperte. Voi che avete dato un nome ai vostri figli. Voi che sapete dar tregua alle labbra. Noi che giochiamo al calcetto. Noi che abbiamo scelto il quasi quando potevamo tatuarci il tutto.

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Coi palloncini legati alla schiena ricami ali per sollevarti

Coi palloncini legati alla schiena ricami ali per sollevarti. I tombini della mediocrità come arma di distruzione di massa. Scorrono le nostre conversazioni coi punti fissi. Il mio motorino per gli inseguimenti cambierà targa a settembre che l’ha voluto lo stato e non mi ha neanche informato. Bevo anche troppo la sera e cerco svaghi notturni come le canzoni a notte tarda nelle osterie. Ma si suona fino alla mezzanotte perché hanno indetto il coprifuoco. Indosserò ancora il grembiule del bar e salirò sui banconi a palchetto per farmi guardare per vederti sfilare e poi andare. Pesterò lime e zucchero di canna per schizzarti negli occhi. Le tue maschere antigas con la paura di incontrarmi, di respirarmi. Che per comprare un profumo ci ho messo 27 anni e poi me l’hanno regalato già usato. L’anticamera è sempre più stretta ora che è estate i piedi nudi sporchi di strada per portarci in casa parte del percorso. Quanti chilometri fatti e quanti ancora inventeranno i cantastorie per raccontare di noi. Che ti guardo dalla vetrina del mio pc come fossimo ad Amsterdam e appari come sei come non sei non saprei. Mi si gonfia la pancia a furia di mandare tutto all’aria. Scorre l’estate scorre di quando hai detto che un complimento così non te l’aveva mai fatto nessuno ed è per questo che non esisto ed è per questo che sono un sogno. Sulle tv generaliste gli scudetti scuciti del 2006 e gli inverni della giustizia. Prenditi un treno e portami al sole che sul mio petto non c’è spazio per il tricolore.

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Appeso al muro come le libellule.

Le tue frasi di circostanza. Mi hai appeso al muro come le libellule. L’ago infilzato nella schiena per farmi restare dritto. Sono giorni duri questi. Ci hanno versato il cemento tra i piedi e ci sentiamo più pesanti. Tutta questa immobilità tutta questa precarietà. Dal basso guardiamo le scie degli aerei qualcuno mi ama qualcuno mi pensa. I dirigibili per i viaggi dei nostri pensieri nascosti. E alla parola pompino mi si chiudono gli occhi. Siamo diventati cimiteri strafatti di aforismi. Le ricerche del sacro graal, la perla preziosa e i campi per le battaglie. Non me l’avevano detto che eri prigioniera. Ma senza prigione o avversari che gusto c’è? Sposeremo prima o poi le principesse. E diventeremo re di noi stessi. Puoi parcheggiare la vespa lontana da casa così non mi accorgerò delle tue partenze. Non ti preparerò niente per cena e mangeremo quel che rimane di noi. E suderò, suderai, diventeremo acqua e fiume e mare e tempesta. Saremo altro negli altrove dei nostri sguardi. Non penso a te. Non penso a te. Però ti scrivo. Che è come un disegno da bimbo. Quel che vorrei. E’ solo un disegno da bimbo. Che vado oltre i contorni e tutto sembra un sole, un’esplosione intergalattica. Come guardare le stelle nelle notti di luglio. Esprimere desideri. Ma è ancora presto per le stelle cadenti.

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Queste matite affacciate sul cielo

Guardavamo il cielo dal basso su quel balcone aggrappato a queste case di ringhiera degli anni ’70.

C’erano delle scie bianche e tu hai cominciato a coi tuoi discorsi apiùnonposso sulle energie rinnovabili, tu che stai ore sotto la doccia, tu che ti lavi i denti cinque volte al giorno, tu che quando caghi lasci aperto lo sciacquone perché la casa è piccola e non vuoi che nessuno ti senta.

Le mie mani gialle lasciavano le sigarette a consumarsi al vento che la mia bocca era impegnata ad esplorarti le caviglie.

Avranno pensato male i vicini, avranno pensato a quel boa del Piccolo Principe che inghiotte gli elefanti tutti interi. Che vale lo stesso discorso per le anaconde ti dico io, e le anaconde son femmine e i boa maschi mi dici tu mentre ti salgo sulle cosce come le formiche rosse ti mordo e poi ti dico pensa. Pensa che se vivessimo tutta la vita insieme io potrei prendere la tua forma e tu la mia, come i boa e le anaconde io sarei la tua preda e tu la mia.

E hai obiettato sul fatto che quei serpenti sono animali che ingoiano e che uno ingoierà e l’altro sarà ingoiato che non si può ingoiarsi in due o cose così. C’è uno che prende la forma dell’altro. Ed è una metafora di merda questa dei rettili.

E allora mi sei scivolata addosso e m’hai preso il membro con la mano aperta per farmi sentire vivo ancora una volta e siamo scoppiati a ridere di gusto e ti ho fatto il solletico e ci siamo baciati quando mi hai detto basta io non ti amo non ti ho mai amato ma chisseneimporta di quella storia dell’amore e io ho fumato questa volta, un tiro lungo di sigaretta e tu hai tossito forte mi hai detto scherzo amore mio, vieni qui amore mio, io ti amo amore mio che a dirlo così tante volte questo amore sembra che sia meno importante.

E poi siamo rimasti in silenzio. Questa abitudine di portarti la bicicletta sul balcone deve finire e chi te la ruba una bici degli anni ’80 dico io. Ma era quella di tuo padre, e i tuoi ricordi ingialliscono e si staccano come la vernice nera del manubrio, ma i pedali sono sempre gli stessi che tuo papà era un malato, un malato di biciclette e ci hanno messo anni a buttarlo giù dalla sella.

E m’hai detto torno a casa è tardi.

Facciamo finta che sotto c’è il mare.

Anche se ci sono le auto.

Anche se ci sono i semafori.

Anche se domani devi alzarti presto.

Non ci riesco mi dici. Questa è Milano e a Milano il mare non c’è devo andare ciao.

Tu guarda in alto.

Anche se il cielo non è cielo.

Guarda in alto, c’è il mare. Facciamo finta.

Te lo disegno io.

E apro le mani e disegno le onde. E cif e ciaf sul tuo viso e cif e ciaf sulle tue tette gonfie che c’hai il ciclo e continui a piangere.

E allungo il dito e disegno una barca, le matite colorate dei nostri occhi fanno il resto.

Ti allungo il braccio e tu lo prendi. Alza la gonna che ti bagni.

Appenditi al mio collo e non guardare in basso, non aver paura.

E c’abbracciamo forte e confondiamo le acque.

I miei remi scavano strade tra le scie bianche.

Il rumore degli aerei ricorda i motoscafi e tu che mi ansimi addosso.

E i telefoni suonano e non ci sono porti per attraccare.

Per questa notte dormiremo all’aperto.

Qui sotto al mare saremo all’asciutto e guarderemo la luna riflessa sull’acqua e quelle luci rosse saranno le boe che ci indicano la rotta.

Tu non preoccuparti ti copro io.

Così è arrivata la notte che confonde i contorni e abbiamo dormito sul balcone.

Nell’intimità del facciamo finta.

Come un boa e un’anaconda, a soffocarci d’abbracci.

Coi pesci che vengono a galla per prendere aria.

E l’alba che tarda ancora a venire.

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