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Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella

Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella. Quando ci sdraiavamo sul Naviglio e svegliavamo le albe. Coi miei discorsi sui movimenti della terra per favorire gli incontri. Sui nostri nasi tatuiamo spilli e ci salutiamo come gli esquimesi. Non bevo più non mangio più non ci sto più e voglio e voglio e voglio questa erba voglio che ci cresce sul petto. I pantaloni mi cadono addosso come le tende che non ti ricordi di chiudere, che sognavamo il buio e apriamo gli occhi alla luce. Quando via Dante era troppo stretta per tutti e due. Le immagini dei poveri che ci lacrimavano addosso come tante madonne. La vuoi una rosa? La vuoi una rosa? Che sei così famosa che ti chiedono autografi per le balene. Le mie tasche lunghe che per raccogliere le chiavi di casa devo inchinarmi alle stelle. Che poi sei salita e io non c’ero. Appeso alle pareti come un cristo. Ti ho detto non sono io, non sono più e quelle nuvole lassù. Ti sei seduta. Hai chiuso gli occhi. E sulle tue ginocchia ho rimboccato le mie cosce di lana. E proprio quando ti ho leccato le palpebre e proprio quando hai aperto le gambe ti ho offerto una birra che con la bocca bagnata si aprono universi.

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Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione

Con le cartoline appese alle guance tracciamo mete per i nostri sguardi. Che volevamo emigrare nelle periferie del sud per riscoprirci le vene e rimboccarci le maniche. Tra i fondi del caffè proprio quando hai finito di mangiare col vino che si appiccica alle gengive scoppia una corsa in piazza del Duomo e non è il giro e non è rosa e non ci sono secondi né terzi, né coppe, né sponsor. Milano arancione con le luci del castello e le auto che non si fermano ai semafori. L’amaro zucca del centro ci addolcisce le bocche. Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione. Con gli abbracci che ci piovono addosso e questa pioggia di flash per illuminarci gli sguardi. Le biciclette ancorate ai pali della luce e queste nuvole bianche. Bianche come le tue mutande contro la guerra. E
tra le foto intrecciamo ricordi per nipoti che non avremo. M’hai detto che siamo diventati grandi grandi come gli oceani così grandi che si toccano e si dimenticano che si stanno toccando. Che per i tuoi occhi ero del colore dell’acqua. Quanti discorsi per scoprire che il vino non ha una forma. Che si adatta ad ogni contenitore. E poi abbiamo brindato e c’è qualcosa di erotico nelle tue parole quando le pronunci dall’alto. E sotto i sedili nascondi le canzonette degli 883, i sessant’enni di ieri e le loro utopie salgono i gradini della felicità e ci soffiano addosso il vento di Maggio. Le nostre danze fosforescenti. E per non vergognarti mi hai parlato del 25 aprile con le bandiere rosse e la vernice fresca sulle pareti della statale. E per farti ridere i miei progetti per la rigenerazione dei nerd. Degli intonaci delle case popolari e dell’inutilità dei colori. Ci pensi mai ai templi dei greci? Ci pensi mai che erano tutti colorati? Che siamo così eleganti quando passa l’inverno.

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Sui piedistalli accenni passi di danza

Camminiamo a ritmo di dub tra le righe bianche, le cicche di sigaretta e ci manca il respiro quando ci guardiamo negli occhi. Le soglie delle nostre case a prendere polvere, i peli di barba nel lavandino e le tue gambe bianche tra le fotografie. E sui piedistalli accenni passi di danza. Sfogliamo i computer per leggere sempre la stessa pagina. Quando facevamo la guerra coi cuscini, ci rubavamo le figurine. Roberto Baggio nascosto nel portafoglio e la formazione ad alta voce tra le ringhiere, le radioline e l’odore della benzina nei parchi delle periferie dei nostri sguardi. I nostri cani sempre più piccoli i bilocali e gli affitti irraggiungibili. Abbiamo piantato il basilico e tu mi hai detto che è già secco che dovrei comprarmi un bagnoschiuma idratante per ammorbidirmi un po’. Mentre attraversiamo le strade dei cinema d’elite, ci riposiamo coi Pirati, le mondine dei nostri cuori sporchi che non c’è il mare al nord, non c’è la nebbia. I manifesti elettorali per le gare d’alzata di mano delle scuole medie. Quando tornavo a casa, la tavola apparecchiata e l’odore della tovaglia che tutto era disposto per la vita.

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Che sei partita per il sud

In casa mia non c’è nulla di tuo. Che sei partita per il sud. E ti hanno vista planare sul mare tra le bottiglie di plastica e le macchie dei nostri intestini. E non è ancora estate. La primavera avanza e lo smog ci dipinge la faccia. Che siamo indiani in scooter e per vederci brillare aspettiamo la notte le tue luci al fosforo per dimenticarci. Quelle parole a scatti nei vinili delle nostre voci scadute che non ci sono i giradischi e non ti sento e dove sei e cosa fai quanto mi dai. Che sei guarita e forse non lo sai. E sui mappamondi abbiamo tracciato le vie dei nostri desideri con la matita rossa. E Berlino è sempre più lontana. Che forse dovremmo soltanto affogarci la lingua in bocca e sederci sulle panchine di piazza Vetra e dietro agli alberi a scopare. Per gonfiare le ruote delle nostre bici rubate e parlare del cielo bianco di Milano e i papaveri tra le rotaie per deragliare in ritardi. E per rincorrerti comprerò le scarpe nuove e uscirò in pigiama per avvertire la notte.

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Così vicini come i c’era e gli una volta

E come i disperati la notte alle fermate degli autobus ci siamo scambiati parole come abbracci. E ci dimentichiamo i saluti tra i tuoi sandali aperti. Muoviamo le mani nel buio del cinema per dirci e tu chi sei che non ti vedo. Con queste storie finite male partite bene chissà da dove chissà perché che a noi ci annoiano i felici e contenti. E i fiocchi azzurri fuori dai palazzi la nebbia di Milano è finita nei polmoni invisibile come la Bat caverna che tossiamo la notte quando qualcuno ci guarda da fuori. In venti metri l’odore lisergico delle lontananze. Così vicini come i c’era e gli una volta. Quando non ci sei i tuoi treni a ventimila leghe sotto il centro dell’Italia nostra. Le conversazioni venute male. Le mie parole con la falsa partenza e tutti quegli errori nella preparazione fisica. Le maratone perse a rincorrere i pensieri del come sarebbe stato e mi hanno messo il coperchio al fiato che sono la candela che si consuma all’uscita delle tue vasche. E te ne vai con un altro elenco che ancora non è il mio turno che io prenderò il prossimo treno.

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La bomba inesplosa di corso Sempione

La bomba inesplosa di corso Sempione e le mie parole spente come le luminarie. Le nostre aspettative interrotte se non ora quando. Se non ora quando. E siamo tornati sui balconi a fumarci le sigarette per la buonanotte. Lo smog sopra i livelli di guardia e le volanti che viaggiano sempre in coppia. Quest’autunno di Bengasi e le palme che cadono apiùnonposso. Le nostre gemme mangiate dalle falene. Di quando arriverà prima o poi la primavera e andremo a far la guerra a Tripoli e tutto questo attendere non fa che allontanarci e tutto questo attendere non fa che avvicinarci. Ancora i tram non si stancano di passare quando tu sei salita e tu sei partita e mi hai detto è solo per poco è tutto un gioco. Ed eri alta, alta come il Pirellone che avrei preso un aereo per entrarti dentro. Mi hanno trovato appoggiato al muro come gli ombrelli che dimentichi quando non piove più. E ho guardato lassù che per arrivare ai tuoi occhi ho affittato le gru. Queste rotaie chissà dove ci porteranno. Quando mi hai detto che volevi chiamarmi e poi avevi un altro impegno.

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Era solo una notte d’un inverno passato

Come quella volta che diceva Bud e quella volta io dicevo Cla e lui diceva Rik coi giornali della provincia per rimboccarci le gambe. Coi discorsi sugli amici storici emigrati all’estero senza avvisare. Ed io me ne stavo zitto a ciucciarmi il terzo rosso della serata in una latteria di provincia che consegna il latte a casa alle vecchie e munge i cani prima di investirli.

E ottobre che corre a più non posso col freddo che lo insegue per rubargli le foglie.

E i pezzi di pane col salame , il lardo andato a male e i colonnati bianco sporco e i bagni senza chiave e noi a parlare di Berlino, Dublino e del cibo di Honk Hong che chissàpoicomesiscrive e pagare dieci euro in resti mancia, un caffè nero Balotelli e un amaro dolce chissapoiperché.

E non avere sonno mai.

Non diventare grandi mai.

E io devo lavorare addio non crescerete più.

E io c’ho da fare e intanto vai a scopare e noi soli e senza tetto e noi soli e senza un letto.

Facciamo i matti usciti dai manicomi, ci accompagniamo a negri, prostitute e preti e padri e figli cheerleaders con madri ponpon.

E la macchina la prendi tu che tanto non bevi più.

E tu non ce l’hai mai che tuo padre lavora per Sky.

E Milano da bene e Milano da bere e i nostri autostop vestiti male.

E in discoteca non ci fanno ballare e all’Hollywood non ci vogliamo entrare meglio sarebbe un centro sociale.

Se è chiuso o aperto non lo so. Caricati la macchina addosso e accendi, andremo e vedremo. E dammi da fumare come non ho fatto mai e fammi tossire o sputare.

Parcheggia là tra un barbone e una sigaretta per intossicarci le dita.

Che la pioggia si è fermata un poco a riposare tra le braccia delle gru.

E un cinque euro arrotolato per entrare, cascina Torchiera senz’acqua, che i comuni tagliano mentre le madri invecchiano. E gli slogan di sinistra e i murales visti in troppi posti e Milano dabbene andata a farsi benedire tra le rotaie dei treni.

E i poster del teatro, gli Artaud e il festival condominiale coi clown in divisa.

Vivisezioniamo i volantini che gli animali non nasceranno più.

Cosa resterà di questi anni zero.

C’è un palchetto poco lontano. Ci appollaiamo sotto come tante galline siamesi.

Cominciano a suonare gli scarichi delle auto blu, esce una tipa in tutu e i nostri cellulari si illuminano al posto delle stelle.

Birra Menabrea, lattine e testi scarsi.

I fili tesi tra gli impianti da rottamare. Le casse a palla che ti vien voglia di ballare.

Questa notte è ancora nostra diciamo noi e non andiamocene via che chi si astiene è ladro o spia.

E il batterista col capello lungo e il pettine a scandagliargli le vene e il fumo del nero, nero come i roghi degli zingari della stazione. Le stelle primitive e il Primitivo a sorsi.

E benedetta la notte che ci fa sudare e il camino che ci fa ghiacciare.

Shine on your crazy die… e il batterista nudo e i suoi compagni a urlarci negli occhi a farci ballare il fegato e a tenerci ancora in piedi.

E poi il falò per riprendersi dal sonno e le casse continuano a bruciare, le casse continuano a suonare.

E io e tu e questo cielo che non è più blu.

E sei vestita di righe che sembri in pigiama e una spalla fuori ed una sottobraccio per proteggerti.

Le tue amiche grasse. E i movimenti di bacino e la birra che ti bagna le labbra e poi ti sporca un po’.

E io al falò, a scaldarmi i guanti e a mordermi le mani, a farmi i sogni erotici con le pagine dei giornali da bruciare.

E il senegalese più magro che abbia mai visto che mi offre il nero.

E il fighetto milanese che chiede la carità.

E intanto tu muovi quel cazzo di culo e fai arrapare i pavimenti che non riescono a toccarti anche se si sforzano.

Che fine abbiamo fatto noi?

Italia-Spagna al calcetto 1 a 9, che il 10 è della fantasia, dei Diego, i Maradona e così sia.

Io e le parole che non ti ho detto mai, io, te e i miei guai.

Non fatto per farti ballare, non fatto per farti fumare.

Fatto per farti guardare. E guardami, non ti girare, non t’ arrapare.

E ancora i falò a bruciarsi i miei testi di ieri e i miei discorsi di domani.

Con l’oggi a rincorrermi e a chiederti: “Posso guardarti?” ed un tuo sì tra i denti scadenti come le birre Lidl.

E poi ancora musica, con i ministri del rock e i baroni del beat, e io che bevo birra e campo cent’anni e tu che esci sfatta dalla tua spalla nuda: “Usciamo insieme, oggi, domani o dopodomani” che giorni così non torneranno più.

E il tuo numero disegnato come un’etichetta e i tasti del mio cellulare troppo lenti e le tue parole poco chiare dammi da bere e fammi ballare.

Volti la sciarpa e te ne vai che forse non tornerai mai.

E ora caghino pure i barboni là fuori e si perdano i tram che ho la forza per correre la millemiglia.

Un tesoro in forma di numeri da chiamare mentre le coppie rovinano le sospensioni.

I capelli li porti male e il tuo naso mi fa tremare.

E buonanotte ai suonatori.

E buonanotte agli avventori.

E fuori a pisciare tra i copertoni, a prenderci i fulmini e spingerceli in gola.

Con le pizzette nei forni troppo mattinieri.

Le risate a forma di sigaretta che questa notte è ancora nostra.

Io a casa mia e tu a casa tua.

Non ho la forza per pensarti, non ho la forza per toccarmi.

E vomitare rosso come il vino. E asciugarsi le lacrime bianche e lavarsi i denti neri.

E poi la notte, il sonno e l’erezione mattutina come sveglia.

Svegliarsi nella ciotola del latte scaduto.

Gallette di riso e marmellata per iniziare la giornata.

Che fine abbiamo fatto noi?

Che Bud dorme di là.

Cla da mamma e papà.

Rick lontano dove non si sa.

E tu dove sarai.

Copriti la spalla che prendi freddo.

Bevi che prendi sonno.

Spegnersi in un Guccini andato a male.

Vedi cara è così facile.

E ti ho dimenticato. Era solo una notte d’un inverno passato.

Ora inseguo una casa di ringhiera. Due labbra belle. Un’incomprensibile silenzio.

E ti ho dimenticato. Era solo una notte d’un inverno passato.

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chisseneimporta

quando l’ultimo tram è partito e io sono rimasto là a guardarlo e tu avevi gli occhiali neri e ancora non era notte. Dovrei pensare alla radio. Le tue guance rosse. Mi rimbocco le gambe e corro un po’ che nessuno si è ricordato di spegnere il sole e le bollette saranno salate chisseneimporta tanto i dollari si accumulano nelle banche e a toccarli ci cadono addosso cascate di microbi.

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Orari

E scrivi Make school not war sugli edifici dell’università statale per gli studenti nei chiostri delle aspirazioni, le esalazioni lisergiche dell’italiano della Crusca. In tasca portiamo i biglietti per l’Europa che se ti faccio paura è perché non parliamo lo stesso linguaggio. Dovremmo regalarci degli orologi fermi io e te, darci il tempo per evitarci il tempo per accarezzarci con le lancette fragili e i nostri orari rigidi. Quando mi hai detto l’hai letto l’Ecclesiaste e ho pensato a un fumetto dark. Con questi vestiti di nebbia, prima della sera, confondiamo gli orari e tu tu tu tu tu questi telefoni non suonano mai.

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DEMOLIRE. SPEGNERE. DEPURARE. COSTRUIRE.

Non serve rimboccarsi le gambe e correre è tutto qui, che questa è la stanza più bella tra quelle che non so costruire. E io sono così bello che non mi so demolire. Depurarmi come le fabbriche inquinate bruciate dai balordi la notte del Natale. Spegnere i miei incendi quotidiani e le risacche settimanali. Ovunque proteggi questa pioggia di fumo di macchine. Che i pompieri non dormono mai.

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