L’arcobaleno di chissà dove, i tuoi nei per chissà chi

Se non lo fai non lo impari. Se non lo hai vissuto non ne puoi parlare. Tutta quella cosa che chiamiamo esperienza ci riempie le guance e ci fa gonfiare il petto. Tutta quell’aria dentro ai polmoni non può rimanere soltanto per noi, mi dici, così via a respirare più forte fino ad ansimare. Chiamerai ancora godere tutto questo nostro dirci, questo nostro cercare d’interpretarci? Scriviamoci ancora di notte, telefoniamoci per sempre. Sai bene che sempre e mai sono due parole senza significato e noi, noi che siamo cacciatori, perché non smettiamo di pensarci prede? Noi che ci crediamo navigatori, perché non la smettiamo di disegnare rotte e avere in mente porti? Ci perderemmo, mi dici, ci distruggeremmo, mi dici, moriremmo di fame, di sete, di lontananza. Quante altre strade si aprirebbero davanti ai nostri passi se soltanto dimenticassimo da dove veniamo e chi siamo? Mi dici prova a farlo almeno dopo le otto di sera, lascia a perdere i farò, lascia perdere i dovrei, sii ora e sii qui, come diceva Baudelaire. Come se il qui e l’ora fossero una garanzia, come se essere unificati e presenti fosse sempre la cosa migliore da vivere. Perché bevo, mi chiedi? Per non pensare, rispondo io. Ci riesci, mi chiedi. Solo per un po’, rispondo io, e il giorno dopo è sempre un disastro, tutto raggiunge lo stomaco, chiamiamola ansia, mi dici, diamolo finalmente un nome alle cose. Poi la tua foto, l’arcobaleno di chissà dove, i tuoi nei per chissà chi. Dove sono io? Dove sei tu? Risposte semplici. Risposte complicatissime. Vorrei parlarti ora di mare, di paguri e conchiglie, di ricci crudi e lenzuola appese, nel tuo costume da bimba degli anni Sessanta, voglio dimenticare l’oggi e credere al sogno, l’immaginazione che crea futuri possibili e improbabili. “Futuro” è soltanto una declinazione dell’essere, ancora non esiste perché non si vede. Io lo vedo, ti dico, limpido e chiaro, lo vedi anche tu, sta davanti a noi dicono i più, io dico ci sta dietro, come la pensano in sudamerica: il passato sta davanti perché già visto e noto, il nostro divenire invece ci sta dietro e ci sorprende. Dove saremo tra un mese, tra un anno? Avrai tagliato i capelli o copriranno ancora il tuo seno tondo? Ti immagino seduta ora, qui, davanti a me, mi guardi e basta, mi guardi e poi ti giri e io, dietro, come il futuro. Prendimi le mani, fammi raggiungere il tuo petto, guarda la tua pelle che si dilata tra le mie prese forti, io posso solo immaginare il tuo volto, oggi, e domani ancora.

Foto: © Julien Magre

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