Archivi tag: macelleria marleo

Eravamo bellissimi

E nella stanza galleggiano ancora le nuvole dei miei pensieri che partono dal basso ventre e risalgono fino al soffitto e non evaporano che è troppo freddo per le note calde della mia voce, le labbra umide dell’estate e i nostri pomeriggi passati a cercarci invano nei parchi, coi limoni al sole e i commenti dei vecchi, i suoni lunghissimi dei treni che ci rimangono dentro. Tutte le partenze che abbiamo desiderato e poi trovarci in mezzo agli italiani di Londra e mangiare sempre turco che non abbiamo i soldi per i ristoranti, che dopo le tre di notte si chiude che avremmo tutto il tempo del mondo ma poi ci viene sonno e torniamo a casa per non dormire e attaccarci alle reti, ci metteranno nel ghiaccio, ci venderanno al mercato. Quando parlavamo dei massimi sistemi e sapevamo guardarci negli occhi, con la sangria che è rimasta sul tavolo perché si era fatto troppo tardi. Avrai poi modificato il tuo piano? Da quando sei partita il martello pneumatico allieta i risvegli. Apriranno un pub sotto casa e avrò più tempo per dimenticarti, ci stordiranno ancora le birre chiare e scriverò finalmente le mie poesie sui marciapiedi per sorprenderti o per consolare le vite bellissime delle domeniche pomeriggio e gli acquisti dei saldi. Mi riempirò la casa di clessidre e aspetterò lo sciogliersi del tempo quando non basta ribaltare il soffitto per ricominciare da capo che tutto è cambiato, che tutto è saltato. E sulle saracinesche dei negozi i giovani firmano e inventano nomi strani, scrivono “cucciola sei una troia” come per dire che ti ho voluto bene e domani non sarà cambiato niente e puoi saltare su tutti i materassi del mondo se questo ti fa contenta. Mentre continuano a intrecciarsi sguardi nelle metropolitane e quante volte hai pensato vorrei e quante volte hai pensato farei e poi non hai avuto il coraggio che il cuore ti rimbalzava forte, che non ti sentivi all’altezza che non dovremmo aver paura a dirci dove stiamo di casa, quando abbiamo fatto una colazione lunghissima e poi ci siamo salutati come due signori: stammi bene cara e non prendere freddo mentre un cane pisciava e una vecchia ci ha detto che eravamo bellissimi.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Undici passi io e te

E poi tatuarci addosso il tempo del respiro per sapere che dopo le corse è necessario ansimare. La normalità dei battiti, il rosso al tempo dei semafori e quelle docce lunghissime per lavarci via i rapporti superficiali delle nostre giornate open space. Quando ti ho detto che le nostre case potrebbero essere bellissime se solo avessero finestre sul mare, le montagne e il cielo azzurrissimo dei giorni più freddi. Mi hai detto che sei dei piani alti, che vedi l’oro della Madonnina, le luci tricolore del palazzo della ragione. Ti ho risposto che mischi troppo le cose, che l’acqua e l’aria non si assomigliano neanche un po’ che in una si nuota, nell’altra si vola, che nuotare è possibile e volare no e ti sei offesa, hai detto che non è colpa tua se io sono così infelice. Che poi lo sai che non è mai questione di felicità, che è una parola fragile che appena la pronunci scompare come il silenzio, come i tuoi sguardi dell’altro ieri. Che siamo sensibili come gli antifurti, al primo soffio accendiamo le luci e cominciamo a urlare forte senza rispetto per i vicini. Per i sonni lunghissimi dell’età di mezzo. Presenze e coccole che non ci vergogniamo più delle parole buone. E se il mio viso t’inganna, se la mia voce ti stanca puoi fare come tutte le altre e prenderti le tue distanze. Non sappiamo misurare le lontananze io e te. Troppo vicini da strapparci le labbra, troppo lontani per confondere i cuori. Dovremmo chiamare un arbitro che ci conti i passi, undici metri e il rigore delle giornate invernali quando il doppiopetto non mi fa più strano di quello che sono. E poi le parole amare che dico le parolacce io, soprattutto cazzo, che sono dolce come il marzapane quando mi assaggi in punta il sapore della cannella. Quei sapori che non dimentichi, il ripieno al radicchio delle capesante il giorno del Natale mentre tu non ci sei ed io continuo a volerti bene anche se ti sei costruita intorno una gabbia. E allungo la schiena e ti porgo il mio cibo, l’erba che fa volare tra i fili verdi delle mie parole, che mamma non guarda e non ho intenzione di chiedere permesso. Tu chiudi gli occhi. E fidati. E mangia. Ti farà male. Ti farà bene.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri

Dietro le spalle a gettarmi i sassi dei valori scommessi. Per il fiorire delle mie parole profetiche e gli annunci di sventura degli oroscopi. I nostri telegiornali a colori e le foto in bianco e nero. Per ricordarci delle vite passate, dei tuoi occhiali grandi e delle camicie a quadri. Quando i teatri ci proponevano sempre la stessa zuppa e non c’erano coperte per scaldarci i cuori. E i nostri aliti caldi, le cioccolate amare che ci siamo rovesciati addosso per dar sapore ai pomeriggi d’inverno. E non venirmi a raccontare dei tuoi impegni, i parenti, i fratelli. Conserviamo le nostre interiorità in teche trasparenti per preservarci al futuro con la paura delle malattie, quell’intimità a forma di virus, le medicine dei nostri recinti e poi tutti i nostri egoismi che chiediamo scusa solo per sentirci più saggi. Mi spiegherai perché i giovani a Milano vestono sempre di nero. Sono andato e tornato dalle tue americhe troppe volte e mi sono ritrovato in mano un libro che non ho finito di leggere, quelle foto dai colori inverosimili e le parole belle che abbiamo sputato per terra, come i cinesi, come i cinesi, parliamo linguaggi incomprensibili e ci assomigliamo molto.  E in piazza del Carmine ci hanno dato degli invincibili perché non avevamo avversari ma soltanto debolezze. E sguardi leggeri che a furia di piume ci siamo fatti materassi per il lungo sonno delle nostre parole e i silenzi morti. Quando sogno soltanto la nudità dell’esistenza, un letto sfatto e fiori freschi sul tavolo, l’odore del caffè, un bignè.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Provincia

Alla fine la provincia c’ha ‘sto pregio che conosci le persone da quando son nate o giù di lì e non ti interessa che lavoro fanno e come si vestono e cose così. Sono loro per come le hai sempre conosciute e nulla più, che poi è anche un limite okay perché ci sono tutte le malelingue dei posti piccoli e gli orizzonti stretti però c’è ancora la brina e i camini hanno un senso, forse è ora di smetterla con l’avvicinare città e libertà solo perché fanno rima.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

A Troia

Per esempio vivere a Cortona. Con le colline per la digestione, il su e giù dei miei umori di ieri. Lo sguardo pulito, un’orto, un cane, tre galline e il computer spento. Per sporcarmi le mani, profumare di terra. Ho mandato l’ultimo sms della nostra piccola storia, l’ho inzuppato nel vino pronto a scoppiarti sul fegato. E così è stato. Come le mongolfiere ci liberiamo dai pesi dell’oggi per guardare tutto dall’alto, sarà il panorama a rendere grande un viaggio? O la fatica del lasciare. Mi ci vuole sempre qualche giorno per abbandonare le nostalgie, tra ieri e domani scelgo il presente. Poi sono rimasto qualche minuto a guardare l’armadio chiuso, non di più perché non lo meritava, non lo meritavi. Per i vestiti che avrei potuto indossare, i capodanni nei monasteri a osservare i fuochi bruciare. Per girare la testa indietro e fare il conto dei giorni. Quando basta un incontro a rivoluzionare il tempo, per donare significato alle distanze, alle attese. Quel principe e la volpe, addomestichiamo i cani nei parchi e facciamo il giro del mondo in quattro mesi, “semester” dicono in America, come all’università torneremo più grandi. Per i tuoi occhi e gli occhiali immensi. Per le colazioni davanti alle chiese e i picnic sui materassi. Non sono pronto per la nostalgia e quando tutto sembra accogliermi faccio l’Ulisse, lascio la patria, gli amici, il padre e il mio cane e faccio vela verso le colonne tra i cocktail del sabato sera, le camicie azzurre e le creste dei punk. Quando hai dei desideri bruci la tua Troia e torni a casa. Le braccia son come le castagne o le vongole, coi primi caldi si aprono, non aver fretta, troverai sempre qualcuno ad accoglierti. E poi ti solleverò sulle spalle, senza paure lasciamo le fiamme per prendere il mare.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

A strapparci parole

Sui silenzi privi di coraggio, sul tempo che passa e noi che non sappiamo strapparci le parole di dosso. Che dovremmo allenarci tutti alla sincerità, altro che politica, altro che quotidiani con le rassicurazioni del meteo e i giornalisti d’oltreoceano con le loro riflessioni dall’alto tra le suore dal culo caldo e i protagonisti dei telefilm per teenager. E hai voglia a parlare della superficialità delle mie ubriachezze e di questa Milano che dopo le due di notte ci chiede il conto. C’era una volta nei documentari di Quark l’uomo che conosceva il mondo fino all’orizzonte, gli orti del vicino per lo scambio d’opinioni sulle tempeste d’agosto. Poi ci siamo fatti popolo e paese e quindi globo che nelle lontananze rimbombano i silenzi lo sai. Gli universi artificiali dei nostri desideri di benessere e il consueto disinteresse per le assemblee condominiali, con le opinioni al caldo degli editoriali e tutta questa spocchia dovuta all’acne che abbiamo appena perso per strada. E vuoi dirmelo come stai dove vai e cosa ti fa stare male. Come quel giorno che l’omelia si consumava fuori dalla chiesa: un pensionato in giacca e cravatta e una donna bianca col bastone le urla a chiedere vuoi dirmelo o no come posso fare per farti felice? Vuoi dirmelo o no come posso fare per farti sorridere? Questa tua espressione insopportabile per tutti i secondi che abbiamo condiviso. Ho detto alla vita di spostarsi un poco e farci spazio, i nostri posti imprenotabili sulle panchine verdi che coccolano gli sguardi. Milano è fretta, gambe in spalla e passo veloce. La mia invadenza da liceale sugli incontri che ci siamo persi. E intanto nevica sui ponti del Central Park e arriverà prima o poi quella raccomandata. Ma aspetterò anch’io la pazienza, sarò migliore, e come con le marmotte arriveranno primavere per i risvegli.
Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Imparerò a chiamarti per nome

Poi coprimi con l’adagio di Barber, il Tucano per il mio motorino dell’anteguerra. Per le strade ghiacciate e lo smog che ci alitiamo addosso. Le nostra dita congelate non sono adatte ai primi incontri. Dovremmo scioglierci nelle nostre sciarpe, prendere le strade secondarie e guardare più volte lo stradario per non perderci, per sapere dove siamo senza il controllo dei satelliti, la libertà delle foglie cadute nelle strade congelate per le sbandate notturne. L’autostrada del sole di quando tiravamo dritto per evitare d’incontrarci. Per trattenere il fiato, per la prima volta che ti ho vista nuda e ho rifatto la convergenza agli occhi. E i grattacieli di Garibaldi pronti per il decollo, il settimo piano e i nostri pensieri interrotti da quei baci lunghissimi, il sangue caldo e i nostri movimenti da tartarughe. Quei mal di testa che ti ricordano di avere un corpo tra i fili della corrente dei nostri sguardi di oggi, che non so ancora distinguere il rosso dal blu. E imparerò a chiamarti per nome, indovinerò il campanello di casa di tua e salirò le scale, salmone al fiume, soltanto per raggiungerti, per prendere il largo e morire nel sale che le tue lacrime non fanno male.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Storpierò ancora il tuo nome

La città di notte sognando i playboy e tutti gli altri Iran. Prendevamo in mano i nostri fucili per punirci o solo per fraintenderci. E allungavamo la dita per cercare la spiaggia, affondavamo nei nostri corpi imperfetti e poi ancora la notte e poi ancora il mattino, questi giorni tutti uguali i nostri primi capelli bianchi. Stiamo invecchiando, stiamo marcendo, ma mi hai detto che è vita e io ti ho creduto. E non è vero che fidarsi non costa niente. Per le  campagne toscane, i barconi della Senna che non ho mai abitato. Il cappotto rassicurante dell’inverno. Verrà primavera. E quando tornerai dall’estero storpierò ancora il tuo nome.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Achille, da Oggi, domani o dopodomani

(…)

Achille desiderava andarsene il più presto possibile.

Non la capiva quella ragazza. Era bella, come piaceva a lui.

Era spontanea e diretta, come piaceva a lui.

Era propositiva e sexy, proprio come piaceva a lui.

Ma aveva spostato troppo gli equilibri, non l’aveva fatto giocare e con quel suo mostrarsi completamente nuda aveva rotto l’equilibrio. Qualcuno doveva pur farlo, certo.

Bisogna anche ammettere che Achille non aveva avuto un’idea brillante con la storia del vino e del girotondo e, insomma, avrebbe fatto bene ad evitare di pulire il tappeto e a concentrarsi su Valentina evitando quell’ossessione nei confronti dell’autorità che lo spingeva a rimediare ad ogni errore commesso. Così il nostro eroe pensò che la situazione era diventata ormai ingestibile e lui s’era fregato con le sue stesse mani come sempre gli capitava e che prima di andarsene avrebbe potuto fare l’ultimo tentativo per sembrare simpatico o almeno educato.

Valentina era uscita dalla stanza, sembrava non tornare più e Achille non aveva il coraggio di andarla a cercare.

Si lasciò cadere sul letto e guardò il soffitto per un bel po’ di tempo, alzò le braccia e con le dita disegnò strani segni nell’aria, chissàpoiperché.

Si è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato o nel posto giusto nel tempo sbagliato o nel tempo giusto ma nel posto sbagliato, ma quando le due variabili coincidono? Le dita si intrecciavano nell’aria. Quando? E dov’era Valentina?

Si accorse che sul comodino c’era un involucro di plastica. Di fianco al sacchetto una serie di biglietti della metropolitana, un accendino Bic verde e un pacchetto di sigarette aperto.

Prese l’involucro di plastica e lo aprì. Ci trovò dentro un moccolo scuro: il Nero. Lo tenne tra le mani, lo soppesò e lo rigirò tra le dita. Prese l’accendino e cominciò a scaldarlo. Più lo scaldava più il moccolo diventava duttile sotto le unghie. Sembrava una pasta tipo pongo o das di quando lui era piccolo.

Scaldava e poi lavorava tra i polpastrelli. Scaldava e modellava con l’unghia dell’indice.

L’odore lisergico invadeva le narici e Achille sorrideva tra i baffi accennati.

Modellò una rosa senza spine, col gambo lungo e decise di portarla a Valentina.

Aprì piano la porta per non fare rumore e si incamminò lungo il corridoio.

Guardò in cucina, poi nel bagno. Valentina non c’era.

Spezzò la rosa tra le dita, tornò in camera e la fece in mille pezzi, poi li mischiò al tabacco, arrotolò a fatica il tutto in una cartina bianca, la accese e fumò.

Era la prima volta che fumava una canna da solo. Era la prima volta che fumava una rosa.

Con la canna accesa, la rosa in bocca, e lo sguardo da duro uscì sul balcone.

Valentina stava seduta a gambe aperte su una sedia col seno appoggiato allo schienale. Imbracciava una macchina fotografica e appena lo vide gli scattò in faccia un flash incendiario.

Era buio. Le automobili suonavano i clacson e le radio davano notizie sul traffico.

La luna non si vedeva e il cielo non era capace di diventare nero, troppe le luci al neon che provavano a illuminarlo.

Il flash scheggiò la vista di Achille.

Splendida. Vieni a vedere, drogato. Sei fumo e paura. Magnifica. Ottima per il mio lavoro sul disagio.”

Gli stampò un baciò sulla bocca.

Il gingillo ricominciò a funzionare e pulsava nei pantaloni, il nostro chiese un altro bacio e si allungò su di lei. La ragazza si divincolò e gli rubò la canna. Fece un tiro lungo e profondo mentre lui riuscì solo a stare fermo e guardarla.

Quando finì di sbuffare fumo e rilassò la bocca morbida disse soltanto: “Sei un disadattato.”

Achille avrebbe voluto prenderla per i capelli, sbatterla al muro e strapparle i vestiti. Non lo fece.

Te ne stai lì, zitto, impalato. Hai voglia di baciarmi e di chissàchealtro, ma hai paura. Paura di cosa non lo so. Peso trenta chili in meno di te e posso farti solo del bene. Ma tu sei un disadattato. E se prima non lo sapevi te lo dico ora con affetto.” Gli accarezzò i capelli come si fa con la testa dei cuccioli di cane.

Lui si lasciò accarezzare. Poi le prese il viso e la baciò con forza.

Lei fece resistenza, poi si sciolse tra le labbra di lui.

Questa volta contro al muro ci finirono davvero. Le mani di Achille la stringevano ovunque e i bacini si muovevano cercandosi. Entrambi ansimavano e non davano tregua alle labbra.

Due ambulanze e un’auto dei carabinieri passarono giù sotto, nella strada, a sirene spiegate. Cosìvalavita.

Achille e Valentina si deconcentrarono, incuriositi e messi in allarme dai suoni di sotto. Ansimavano ancora per riprendere fiato, si guardavano. Lui le accarezzava il viso e lei cercava un contatto più forte strofinando le guance tra le mani di lui.

Disadattato?” Rise lui.

Sì. Certo. Lo sono anche io. Metterò la tua foto nella mia galleria.”

La tua…?”

Galleria fotografica! L’hai visto l’uomo che c’è nella mia stanza, no?”

Achille si guardò intorno. “Vuoi dire che io sono il tuo amante?”.

Non fare lo scemo, la foto dietro alla porta. Quello sguardo è lo sguardo più intenso che io abbia mai visto: la cicatrice, lo sporco, le rughe profonde e i denti così perfetti, quegli orecchini femminili -che varranno pure un sacco di soldi- portati con una grazia unica… per esprimere il disagio è ottimo e poi anche la foto è venuta abbastanza bene, il tempo d’esposizione è da aggiustare, ma va bene anche così, era difficile eh, se sbagli i tempi sbagli tutto. Il tuo sguardo invece è uno sguardo da pesce, ma la foto è troppo bella e tu sei così disadattato che vai stimolato. Troppo per i miei gusti.”

…dove eravamo rimasti?” Achille provò a ribaciarla, ma ormai l’istante era passato e se sbagli i tempi sbagli tutto.

La canna le si era consumata tra le mani, la gettò giù dal balcone e rientrò in casa.

Achille rimase a guardare giù dal parapetto: c’era un signore che leggeva un giornale su una panchina. I giornali andrebbero letti al mattino, la sera le notizie son già passate, voglio dire, ci sono nuove notizie alla sera e quelle del mattino son già vecchie. Tra l’altro i quotidiani danno le stesse notizie che danno i Tg, forse dovrebbero fare solo quotidiani di opinione, o forse… forse non dovrebbero uscire nemmeno i quotidiani e dovrebbero esistere solo i tg, si risparmierebbe più carta e l’Amazzonia sarebbe contenta… o forse dovrebbero esistere solo i quotidiani e non le televisioni, si risparmierebbe elettricità… nel futuro conterà più la carta o l’elettricità?

Ho fame.” Lo chiamò lei. “Ci mangiamo qualcosa?”

Così prese un coltello e un pezzo di formaggio a pasta dura dal frigo.

Tu cosa pensi dei quotidiani?”

E’ buono. Ti piace il formaggio? A me troppo solo che non lo mangio tutti i giorni, sai, per l’intolleranza, le intolleranze sono la porta d’ingresso alle allergie, se non le tieni sotto controllo poi diventi allergica, io non potrei mai diventare allergica ai latticini, intollerante va bene li mangi un giorno sì e due no, ma allergica… come fai a rinunciare al latte? Voglio dire, ci pensi che la prima cosa che abbiamo inghiottito è il latte?”

Lei si spostò in camera e si mise a mangiare sul letto tagliando la pietanza in listelli.

Achille la seguiva da vicino e proprio quando sembrava prevedere cosa lei avrebbe fatto la ragazzina lo spiazzava. “Credo ci servirà l’elettricità nel futuro, più della carta.” Lei gli ficcò in bocca un pezzo di grana, quello che fa puzzare l’alito e si nasconde tra i denti mentre lui apriva la bocca come un bambino in attesa di ricevere il ciuccio. Lui che il grana l’aveva sempre odiato.

Finirono il formaggio.

Il nostro fece per andarsene e lei lo trattenne prendendolo per il collo.

Pensava si sarebbero ribaciati, si sarebbero amati. Pensava male.

Guardarono un film con gli spari e si addormentarono.

Clint Eastwood continuava a fumare.

Valentina nella notte si svegliò, accese una piccola luce al neon e cominciò a scattare foto a quel bel ragazzo dormiente.

È strano!

CLICK.

Però è bello.

Non ci prova o ci sta provando?

CLICK.

Non mi vuole portare a letto. Forse non gli piace il mio corpo? Bah, impossibile.

E poi mi mette in imbarazzo, sa parlare, è intelligente, colto, un po’ disadattato certo, qualche problema sul fronte sessuale probabilmente. Quante paranoie si deve fare… come me. Ma forse è colpa mia.

CLICK.

Tutto così strano. Perché io gli ho scritto il numero sulla mano? Per fare la diva. Sembrava bello, no? Una volta ho ricevuto un biglietto da un ragazzo, sul treno, non era firmato, ma io ancora mi ricordo di lui e a dirla tutta mi piaceva pure. Come potevo dirglielo? Bisogna lasciare una firma dovunque si va. Stiamo passando ragazzi, giratevi, siamo noi. Quale firma migliore del numero di telefono?

CLICK.

Non ti svegliare, una ancora. Bellissima. Bello anche tu, ragazzino…

CLICK.

Cazzo fai?”

Dormi bello, dormi…”

(…)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Sutura de labios

Quello che chiamate silenzio silenzio non è. Nei buchi dei piercing il punto a croce tra le labbra gonfie, il filo teso che ci accorcia il respiro: i nostri riti vodoo per le lontananze, che siamo sangue e respiro. Le bambole di pezza non hanno le labbra, lo sai? Non pensano troppo e non cambiano idea: lo spazio ideale delle carezze. Noi non sporchiamo parole e ruminiamo di notte, vacche incastrate tra le pieghe dei materassi sfatti coi cuscini indispensabili per gli abbracci, per sentirci due, la nostra solitudine intrecciata ai pixel. Se spegnessimo gli interruttori dormiremmo da un po’, chissà poi da dove viene tutta questa elettricità che ci fa rivoltare come i cani contenti, tutta questa polvere che ci si accumula addosso che dovremmo sbagliare, farci prendere a schiaffi per ripulirci e starnutiremo, certo, lanceremo al mondo le nostre tossine per il repulisti delle coscienze e tutti i viaggi a vuoto, le nostre californie e il rock and roll, la birra a fiumi per i nostri scivoloni. Per le notti sull’attenti del nostro passero solitario e poi la mattina a cercarsi tra le mutande e i calzini e dire addio a non si sa chi, la conoscenza di una notte molesta, il martello penumatico dei nostri pensieri a spaccare la notte venendo di fuori per non contagiarti. E dietro al letto, sul muro, gli schizzi dei miei fallimenti. Le camminate verso casa guardando per terra e le cicche di sigaretta per quella volta che ne ho raccolta una, mi sono guardato intorno per essere visto e poi nel cestino ed il mio inchino per questo mondo che è più pulito. Alle piccole attenzioni è la dedica dell’ultimo libro di Fabio Volo. Alle Indie delle grandi librerie che sono parchi giochi per i vecchi in salute ed ai racconti ardimentosi sull’adolescenza che non tirano più. Metto fine ai silenzi quando ho qualcosa da dire, la scrittura è un buon riparo, una vela salda, ma c’è da fare esperienza, conoscere il vento, soffocare in tempesta, e finalmente scrivere del Central Park, la prima pagina del Baricco. Ho gli orizzonti stretti e non ho tatuaggi, verrà un momento che mi scriveranno sulla pelle, mi marchieranno a fuoco e là nel pascolo, come vacca al macello, come erba per i palati stanchi. E intanto corro, e scappo e non c’è recinto, non c’è galera. No al recinto e questo è tutto, con la Ryan Air e i sogni di libertà a basso costo. Ai voli mancati, alla prima pagina che non ho ancora scritto.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,