I nostri diari di gioventù

Con Tondelli che ci alita ancora addosso i nostri diari di gioventù. Le vespe colorate di quando non sapevamo pungerci. I fili invisibili che sapevi intrecciare, gli scoobydoo delle relazioni al parchetto. Le nostre biciclette impilate a torre di Babele per la saliva che ci scambiavamo quando con gli spazzolini fosforescenti ci lavavamo la lingue. Ogni adolescenza per forza fa un po’ ridere i pigiama party con le bottiglie di plastica e il nome sul bicchiere. Le nostre erezioni primaverili con le emozioni acerbe come le pere. E c’è naufragata addosso la stanza quando ci siamo bagnati di buio. Le zip sempre difettose e i reggiseni che non t’aspetti. I nostri deodoranti per fare la voce grossa. E come naufraghi sui pedali la transiberiana della provincia. Per gridarti al balcone scendi e i cucù dietro alle colonne i baci sognati i baci mai dati. I cento all’ora per sbucciarci le nostre ginocchia seminuove con menischi incorporati. E partire per le vacanze, il tuo pensiero come l’acqua delle pozzanghere. E arrivano le piogge che confondono i giorni. E quando svuoto lo zaino e stringo il manubrio il tuo piercing d’autore e la tua pancia nuda. E lui e lei e l’altro e le pareti della mia stanza le danze in chat con le sconosciute.

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Dei sogni erotici che non ti ho detto

Dei sogni erotici che non ti ho detto, delle parole che non troviamo sui vocabolari dei nostri display a colori. Ci inventiamo le lingue che vorremmo sputarci addosso. I boomerang dei nostri voli in altalena che prendiamo il cielo a braccetto e ricadiamo sui nostri culi bianchi. Le voglie interrotte e i tuoi cicli come le ciliegie di stagione coi loro noccioli in salamoia. Che ti ho intravisto in tv mentre guardavo le previsioni del tempo e davano sempre pioggia per poi sorprenderci con gli arcobaleni. Entrano ancora le mosche dalle finestre e ci si incastrano nelle orecchie per non sentirci piangere per non sentirci ridere. E andremo a Berlino, a Torino il sapore dolce della tua bocca e le tue guance colorate, le caramelle che mi sono mangiato che non ti ho regalato. Come a San Faustino tu scappi dai tori per farti incornare. E mi hanno detto che le scommesse sono tutte truccate e nei polpacci nascondi le emozioni come acido lattico. E i soldi dei biglietti per questi cinema da rincorrere te li ho messi nel cappuccio di quando volevo portarti la colazione a letto e mi sono svegliato tardi.

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Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella

Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella. Quando ci sdraiavamo sul Naviglio e svegliavamo le albe. Coi miei discorsi sui movimenti della terra per favorire gli incontri. Sui nostri nasi tatuiamo spilli e ci salutiamo come gli esquimesi. Non bevo più non mangio più non ci sto più e voglio e voglio e voglio questa erba voglio che ci cresce sul petto. I pantaloni mi cadono addosso come le tende che non ti ricordi di chiudere, che sognavamo il buio e apriamo gli occhi alla luce. Quando via Dante era troppo stretta per tutti e due. Le immagini dei poveri che ci lacrimavano addosso come tante madonne. La vuoi una rosa? La vuoi una rosa? Che sei così famosa che ti chiedono autografi per le balene. Le mie tasche lunghe che per raccogliere le chiavi di casa devo inchinarmi alle stelle. Che poi sei salita e io non c’ero. Appeso alle pareti come un cristo. Ti ho detto non sono io, non sono più e quelle nuvole lassù. Ti sei seduta. Hai chiuso gli occhi. E sulle tue ginocchia ho rimboccato le mie cosce di lana. E proprio quando ti ho leccato le palpebre e proprio quando hai aperto le gambe ti ho offerto una birra che con la bocca bagnata si aprono universi.

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Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione

Con le cartoline appese alle guance tracciamo mete per i nostri sguardi. Che volevamo emigrare nelle periferie del sud per riscoprirci le vene e rimboccarci le maniche. Tra i fondi del caffè proprio quando hai finito di mangiare col vino che si appiccica alle gengive scoppia una corsa in piazza del Duomo e non è il giro e non è rosa e non ci sono secondi né terzi, né coppe, né sponsor. Milano arancione con le luci del castello e le auto che non si fermano ai semafori. L’amaro zucca del centro ci addolcisce le bocche. Questo tramonto nell’occidente ha il sapore della resurrezione. Con gli abbracci che ci piovono addosso e questa pioggia di flash per illuminarci gli sguardi. Le biciclette ancorate ai pali della luce e queste nuvole bianche. Bianche come le tue mutande contro la guerra. E
tra le foto intrecciamo ricordi per nipoti che non avremo. M’hai detto che siamo diventati grandi grandi come gli oceani così grandi che si toccano e si dimenticano che si stanno toccando. Che per i tuoi occhi ero del colore dell’acqua. Quanti discorsi per scoprire che il vino non ha una forma. Che si adatta ad ogni contenitore. E poi abbiamo brindato e c’è qualcosa di erotico nelle tue parole quando le pronunci dall’alto. E sotto i sedili nascondi le canzonette degli 883, i sessant’enni di ieri e le loro utopie salgono i gradini della felicità e ci soffiano addosso il vento di Maggio. Le nostre danze fosforescenti. E per non vergognarti mi hai parlato del 25 aprile con le bandiere rosse e la vernice fresca sulle pareti della statale. E per farti ridere i miei progetti per la rigenerazione dei nerd. Degli intonaci delle case popolari e dell’inutilità dei colori. Ci pensi mai ai templi dei greci? Ci pensi mai che erano tutti colorati? Che siamo così eleganti quando passa l’inverno.

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Sui piedistalli accenni passi di danza

Camminiamo a ritmo di dub tra le righe bianche, le cicche di sigaretta e ci manca il respiro quando ci guardiamo negli occhi. Le soglie delle nostre case a prendere polvere, i peli di barba nel lavandino e le tue gambe bianche tra le fotografie. E sui piedistalli accenni passi di danza. Sfogliamo i computer per leggere sempre la stessa pagina. Quando facevamo la guerra coi cuscini, ci rubavamo le figurine. Roberto Baggio nascosto nel portafoglio e la formazione ad alta voce tra le ringhiere, le radioline e l’odore della benzina nei parchi delle periferie dei nostri sguardi. I nostri cani sempre più piccoli i bilocali e gli affitti irraggiungibili. Abbiamo piantato il basilico e tu mi hai detto che è già secco che dovrei comprarmi un bagnoschiuma idratante per ammorbidirmi un po’. Mentre attraversiamo le strade dei cinema d’elite, ci riposiamo coi Pirati, le mondine dei nostri cuori sporchi che non c’è il mare al nord, non c’è la nebbia. I manifesti elettorali per le gare d’alzata di mano delle scuole medie. Quando tornavo a casa, la tavola apparecchiata e l’odore della tovaglia che tutto era disposto per la vita.

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Che sei partita per il sud

In casa mia non c’è nulla di tuo. Che sei partita per il sud. E ti hanno vista planare sul mare tra le bottiglie di plastica e le macchie dei nostri intestini. E non è ancora estate. La primavera avanza e lo smog ci dipinge la faccia. Che siamo indiani in scooter e per vederci brillare aspettiamo la notte le tue luci al fosforo per dimenticarci. Quelle parole a scatti nei vinili delle nostre voci scadute che non ci sono i giradischi e non ti sento e dove sei e cosa fai quanto mi dai. Che sei guarita e forse non lo sai. E sui mappamondi abbiamo tracciato le vie dei nostri desideri con la matita rossa. E Berlino è sempre più lontana. Che forse dovremmo soltanto affogarci la lingua in bocca e sederci sulle panchine di piazza Vetra e dietro agli alberi a scopare. Per gonfiare le ruote delle nostre bici rubate e parlare del cielo bianco di Milano e i papaveri tra le rotaie per deragliare in ritardi. E per rincorrerti comprerò le scarpe nuove e uscirò in pigiama per avvertire la notte.

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Io sono un attacchino

Io sono un attacchino.

Attacco manifesti pubblicitari.

I prodotti coop, supercoop, ultracoop. Il reggiseno che ti modella, il culo più bello della televisione per pubblicizzare le mutandine Intimissimi per donne bellissime fatte per uomini bellissimi.

Io sono un attacchino,

io lavoro di notte mentre il popolo dorme.

Così poi il popolo si sveglia, si beve il caffè

e sale in macchina per infilarsi nel traffico o

prende il treno ultraffolato ultraveloce col sudore che appiccica

e intanto che sta in fila,

intanto che aspetta che il treno ultrainritardo arrivi

si guarda i manifesti che io ho appeso la notte

che non si chiede manco da dove vengono da dove son spuntati ‘sti funghi moderni.

Il popolo dà tutto per scontato mica se lo immagina che quelli che vede son solo fogli di carta arrotolati che io attacco con colla e pennello, no.

Pensa alla coop ultracoop supercoop coi suoi prodotti dimagranti sani e biologici.

Pensa al culo della signorina della televisione e alle mutande intimissime

che se le indossa la moglie del popolo gli entrano tutte nel culone

altro che quel filo di seta a ponte tra i glutei scolpiti. E così il popolo si passa il tempo.

Guarda all’insù e non importa se il treno è in ritardo, se si sta facendo tre ore di coda.

Il popolo s’appicica il pensiero ai manifesti e sogna la donna della televisione, l’ipod ultrapod superphone, il vestito che si riempie di muscoli, la crociera ai Caraibi.

Io sono un attacchino.

Io regalo sogni.

Sogni di carta, ma sempre sogni.

Pure io ogni tanto m’incanto a guardare i manifesti che appiccico, pure io sogno.

Vi faccio esempio, se attacco la pubblicità di una crociera, Costa crociera, Mare crociera, Tutto crociera, io sogno che il mare è un mare vero e ci posso fare il bagno, che arriva la signorina Intimissimi della televisione e fa il bagno con me, che la coop ultracoop supercoop mi porta il cibo direttamente sullo yacht, cose così e m’incanto a guardare in alto, mi dimentico della fatica, dei miei lavori in nero, del carovita, delle ferie non pagate, dell’assistenza previdenziale e dei diritti dei lavoratori.

Io sono un attacchino, sogno anche io.

Ma sogno solo per un po’, perché poi si ripete sempre la stessa storia, come una sveglia.

Il capo mi chiama, il turno è finito e i manifesti tutti appiccicati, i funghi cresciuti.

Sono le sette del mattino e me ne vado a dormire mentre il popolo se ne va al lavoro.

Salgo in macchina e mi metto in coda.

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Aggrappati alle pupille ci facciamo buchi per eccitarci

Aggrappati alle pupille ci facciamo dei buchi per eccitarci. Nei cessi improvvisati dei parchi, sotto ai cavalcavia delle autostrade i fiumi da risalire tra le tue cosce bianche. Ci stordiamo con gli ultrasuoni e ululiamo tra lenzuola usate. E tu che urli sparami ora, sparami ancora. I giornali da sfogliare per impacchettare i nostri ieri. I traslochi dei nostri umori e le telefonate inconcludenti. Portami al mare a ballare a scopare. Che ti chiamavano l’elefante. In luglio lo sai arrivano le svedesi coi capezzoli che sfondano i soffitti. E la mia passione per l’italiano. Dovremmo buttarci nel cesso con le nostre parole tirare l’aria a furia di risate. I parchi chiudono tardi in estate. I cinema rilassano e i teatri invecchiano e per sentirmi più grande ho bevuto del whisky che ti ho vomitato addosso i miei sogni. Terra mia.

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Così vicini come i c’era e gli una volta

E come i disperati la notte alle fermate degli autobus ci siamo scambiati parole come abbracci. E ci dimentichiamo i saluti tra i tuoi sandali aperti. Muoviamo le mani nel buio del cinema per dirci e tu chi sei che non ti vedo. Con queste storie finite male partite bene chissà da dove chissà perché che a noi ci annoiano i felici e contenti. E i fiocchi azzurri fuori dai palazzi la nebbia di Milano è finita nei polmoni invisibile come la Bat caverna che tossiamo la notte quando qualcuno ci guarda da fuori. In venti metri l’odore lisergico delle lontananze. Così vicini come i c’era e gli una volta. Quando non ci sei i tuoi treni a ventimila leghe sotto il centro dell’Italia nostra. Le conversazioni venute male. Le mie parole con la falsa partenza e tutti quegli errori nella preparazione fisica. Le maratone perse a rincorrere i pensieri del come sarebbe stato e mi hanno messo il coperchio al fiato che sono la candela che si consuma all’uscita delle tue vasche. E te ne vai con un altro elenco che ancora non è il mio turno che io prenderò il prossimo treno.

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I nostri Iphone per farci il check up

E tra i tombini di via Tortona le nostre maschere in lattice per non andare in profondità. A cercarci il cuore nei nostri letti sfatti coi cellulari sempre accesi. E tra le cosce stringiamo i cuscini per sentirci amati. I nostri Iphone per farci il check up. Il check in per viaggi in terra straniera. I parchi chiudono troppo presto. Le fontane per lavarci le ascelle quando arriva la notte, il silenzio dei senzatetto e l’invidia per le loro mattinate assolate e gli ululati nelle notti di luna piena. Ci pettiniamo le schiene ai semafori e passiamo col rosso per sfidare i taxisti. E per stare soli la notte diventiamo folla. A San Lorenzo una volta arrivavano i cavalli. E ci sistemiamo i capelli negli specchietti retrovisori per non guardarci dietro mai. Piazza del Duomo di notte è deserto quando ci scambiavamo le doppie sotto le lacrime della Madonnina. Per i navigli che hanno ancora sete.

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