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Così vicini come i c’era e gli una volta

E come i disperati la notte alle fermate degli autobus ci siamo scambiati parole come abbracci. E ci dimentichiamo i saluti tra i tuoi sandali aperti. Muoviamo le mani nel buio del cinema per dirci e tu chi sei che non ti vedo. Con queste storie finite male partite bene chissà da dove chissà perché che a noi ci annoiano i felici e contenti. E i fiocchi azzurri fuori dai palazzi la nebbia di Milano è finita nei polmoni invisibile come la Bat caverna che tossiamo la notte quando qualcuno ci guarda da fuori. In venti metri l’odore lisergico delle lontananze. Così vicini come i c’era e gli una volta. Quando non ci sei i tuoi treni a ventimila leghe sotto il centro dell’Italia nostra. Le conversazioni venute male. Le mie parole con la falsa partenza e tutti quegli errori nella preparazione fisica. Le maratone perse a rincorrere i pensieri del come sarebbe stato e mi hanno messo il coperchio al fiato che sono la candela che si consuma all’uscita delle tue vasche. E te ne vai con un altro elenco che ancora non è il mio turno che io prenderò il prossimo treno.

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C’era una volta

Solo le lavatrici riescono a mettersi nei nostri panni. Gli odori che confondiamo negli armadi. Le mie mattine buie e questi lampioni ancora accesi. Con i trans in Bmw e il tram che ferma sempre più in là. Coi ragazzi che fanno sega a scuola i pugni finti oltre il cortile e quelle limonate lunghe le lingue si seccano come i ghiacciai. Con le mani facciamo tende per ripararci dai gas che la pioggia pulisce l’aria e come i portieri dei condomini passiamo le giornate su scale che non portano a nulla. Sfonderemo le porte prima o poi la nostra rivoluzione d’ottobre sarà incontrarci per strada e non chiederci come va e guardarci coi binocoli per sembrare più grandi e sistemarci i capelli e rinunciare a correre per finire col c’era una volta. Che c’era una volta, tanto per cominciare.

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