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Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella

Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella. Quando ci sdraiavamo sul Naviglio e svegliavamo le albe. Coi miei discorsi sui movimenti della terra per favorire gli incontri. Sui nostri nasi tatuiamo spilli e ci salutiamo come gli esquimesi. Non bevo più non mangio più non ci sto più e voglio e voglio e voglio questa erba voglio che ci cresce sul petto. I pantaloni mi cadono addosso come le tende che non ti ricordi di chiudere, che sognavamo il buio e apriamo gli occhi alla luce. Quando via Dante era troppo stretta per tutti e due. Le immagini dei poveri che ci lacrimavano addosso come tante madonne. La vuoi una rosa? La vuoi una rosa? Che sei così famosa che ti chiedono autografi per le balene. Le mie tasche lunghe che per raccogliere le chiavi di casa devo inchinarmi alle stelle. Che poi sei salita e io non c’ero. Appeso alle pareti come un cristo. Ti ho detto non sono io, non sono più e quelle nuvole lassù. Ti sei seduta. Hai chiuso gli occhi. E sulle tue ginocchia ho rimboccato le mie cosce di lana. E proprio quando ti ho leccato le palpebre e proprio quando hai aperto le gambe ti ho offerto una birra che con la bocca bagnata si aprono universi.

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Nella memoria ci sono dei black out

Il surf in città tra le anatre e i bar. Le nostre giaccavento antipioggia per quando siamo saliti in cima alle torri e contavamo i gradini e respiravamo forte. Quando le nuvole si impigliavano tra i capelli e la città si rivelava dall’alto come i lego la mattina del Natale. Con tutto l’orgoglio che c’è ti parlavo dell’Allianz Arena e Nostra Signora della borghesia ci stringeva tra le poppe d’ottone. E per riprenderci coglievamo le margherite per infilzarci le orecchie e non sentirci stanchi. La birra ci scorreva addosso e pisciavamo tra gli alberi e a chi ci riprendeva mostravamo i denti. Englisher Garten con le pagode cinesi e i templi d’Atene che non serve prendere gli aerei e correre, la birra allarga stomaco e orizzonti ed ora è tutto qui. E tra i nudisti ci scambiavamo i battiti del cuore. Quando abbiamo intrecciato le costole ma c’era troppa gente e tu hai guardato il cellulare e mi hai detto che avevi fame come se avessi ricevuto un messaggio da lassù che gli orologi non si usano più. Ti ho affittato un braccio e ti ho portato a nord e hai voluto i wurstel ma la cucina era chiusa. Le luci al neon e la birra a un euro è più malinconica, il pop, la dub, quell’elettricità dei corpi quando si sfiorano. E ti sei ricordata delle Buffalo e dei tagli sulle tue braccia magre. Di quando aspettavamo le ascensori per nasconderci negli angoli. E la mattina raccoglievamo le occhiaia da terra. E poi sul treno quando mi hai stretto per dirmi che puzzavamo un po’ che era finito il tempo degli interrail. E mi hai messo gli occhi nella tasca dei jeans e ti ho svegliata davanti al cancello. Col lavoro che ci riempie di psoriasi e le malattie psicosomatiche della nostra precarietà. E abbiamo varcato la soglia e le labbra si sono chiuse con le cerniere. I passi lenti in quel cortile grande come un campo di calcio e noi come rette parallele non ci toccavamo mai. Ci siamo stretti nei nostri vestiti e tu hai alzato il cappuccio. Le fosse comuni, e quei forni che avevamo visto alle elementari che ci mettevano l’argilla. Quando i nostri polmoni si sono aperti come conchiglie e sentivamo le urla soffocate, quando una mosca mi si è posata sugli occhi e ho sbattuto le palpebre perché non ci credevo. Poi mi hai dato la mano e siamo usciti ricomposti. E ti ho abbassato il cappuccio, ma non riuscivo a rubarti gli occhi e siamo saliti sul treno per andare all’aereoporto. E siamo rimasti in piedi. E guardavamo fuori dai finestrini, ma non vedevamo nulla. E poi l’aereo è partito. E ci siamo fatti il segno della croce e ci siamo addormentati sul lato.

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