Archivi categoria: Poesia

Il volo delle farfalle

Ti sei mai chiesta il perché delle mie insistenze? C’era cresciuto il muschio sulla pelle e le nostre radure s’erano perse tra il lavori della nuova metropolitana con tutti questi clacson che ostacolano le tue parole rare. Che prendi treni e aerei e scambi i biglietti come se fossero jolly per la nuova partita che andremo a giocare, per questo grigio che ci ricama sulla testa piccole piogge per spegnere gli incendi che ci infiammano sempre meno. Quand’ero fuoco mi si è avvicinato soltanto un nano, l’invadenza dei suoi modi così simili ai miei, seduto sul bordo delle mie labbra a cantarmi gli amori della piccola città e tutti i difetti nella fabbricazione del tempo libero. Mi sono ritrovato supino, le catene del pensiero dominante che mi trascinavano al centro della terra, lo sguardo al cielo ad aspettare che qualcosa venga giù, c’eravamo detti che non importa se sole, pioggia, nuvole o grandine, c’eravamo detti che l’importante è un segno, come le pieghe tra le tue labbra, per riprenderci in mano lo spazio dei nostri sguardi e quei pensieri piccoli che ci vergogniamo di confidarci. Sono arrivate le farfalle mi hai detto, ci pensi mai a quanto tempo passiamo senza sentirne la mancanza? E ti ho disegnato un’ala sulla schiena per ricordarti le tue adolescenze di quando sei stanca e socchiudi gli occhi, di quando ricordi e non ti fai quelle menate da adulta che prendi tutti i tuoi difetti allo specchio e non ti concedi il volo dell’imprevisto. Che tanto lo sai, non ci conosceremo mai fino in fondo che ci hanno dato torce per guardarci dentro, ma sono deboli e illuminano a scatti. E non c’è bisogno che te lo spieghi perché ormai lo sai, siamo Guernica per gli occhi stolti degli adolescenti, ghirigori e contorni e facce da toro e bombe inesplose, e dentro i tagli e le fontane dei desideri. Berremo acqua dalle nostre guance per dirci che sono i contatti che sanno dissetarci.

Foto: © Alessandra Tecla Gerevini

www.alessandragerevini.com

 

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Poi chiedere il nome ai tuoi capelli

Chiedere il nome ai tuoi capelli per interrompere i silenzi del tempo che fa. Gli elastici delle nostre dita lunghe una riga che per le questioni irrisolte rimandiamo al domani come le pensioni irraggiungibili dei nostri genitori. Lo sguardo perso a immaginare futuri tra le lentiggini e i tuoi occhi celesti in disaccordo col cielo. Che fare ora e che dire? Troppe le parole spese sui marciapiedi, la macchia d’olio della tua presenza sullo stivale e i numeri delle nostre dipendenze per ricordare i giorni indecifrabili del mese di marzo con lo scolapasta dei soprannomi ad annullare distanze. L’acqua scotta dei nostri ieri, gli spaghetti al dente dell’oggi e la domanda del condimento. E tra le linee sconnesse delle mie giacche antimoderne tutti i tuoi sondaggi, di quando mi sono ricordato di quel capello addormentato sulle mie spalle e avrei voluto riportartelo con un fiocco rosso, ma poi s’era fatto tardi, che mi sono messo a correre per farlo volare nella direzione opposta ai miei passi. Per lo smarrimento dei tuoi viaggi intorno al mondo, per le fotografie appiccicate ai pixel ingannevoli di questi rettangoli con la mela e i commenti allo zucchero, i lecca lecca tascabili come antidoto alle malinconie. E i nostri conti li facciamo con le tasche dei jeans strappati sul fondo, per tutte quelle volte che non ci facevamo problemi a sederci per terra, a raccontarci delle sbronze nei porti interrotti degli amori pensati. Poi quelle favole sul volontariato, gli anni migliori delle nostre esistenze a interrogarci sulla povertà degli altri per poi scoprire di non bastarci, le ansie planetarie per il salvataggio delle banche stitiche e quella storia immortale che dare il superfluo non è un guadagno, ma è il necessario che porta i segni dell’ascensione, non al denaro, all’amore e al cielo lanciavamo i nostri M&M’s dai tetti per disegnare ancora arcobaleni invisibili, e crederci e farci lenti mentre tutto il mondo ci suda intorno.

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Quella barca sul lungosenna, ricordi?

E come rimanere indifferenti ai vagiti di un animo immaturo? Nel giorno i tombini risuonano dell’eco dei miei lamenti coi frutti oleosi dell’età di mezzo che si confondono sulla riva delle mie labbra. E non c’è quiete di onde. La contaminazione del mio vestire, il collo chiuso dello spirito e lo scollo ampio, il pelo, il petto. Trasudo eretico, erotico sguardo sui poster del centro. E trovarti ricamata sui quotidiani che ti chiamano donna per quella parola che ti balla intorno come le camicie dei nostri fratelli più grandi. Poi chiedermi il perché degli slanci insensati delle mie mongolfiere, il caldo torrido delle terrazze d’agosto e il carico greve dei sentimenti che mi manca il fiato corto degli sguardi panoramici e la parola due l’ho trovata solo in fondo alle scarpe. Che per tutto quello che fai non c’è una macchina fotografica che mi restituisca vita. Quelle sere avanzate dall’alcool e le tisane sul fuoco per l’equilibrio delle mie funzioni vitali e poi pisciare curiosità nel disequilibrio dei bagni sporchi del sabato notte che chiedere pulizia è la nostra elemosina quotidiana altro che posto fisso che non c’è stabilità né respiro costante quando eserciti la necessità. Ti stringi forte a quel che rimane e ti lasci andare alla spogliazione delle tue viscere. Quella barca sul lungosenna, ricordi? Le interiora che pulsano ancora quando il corpo perde colore. Per quella meta, il lungo fluire delle tue essenze e il respiro grande che scavalca il soffitto. Lo sguardo nuovo sulle nostre intermittenze e la pazienza dei campi; che vien la semina e attesa di piogge e sole e concime, e poi le gemme, chissà, che non c’è gelo nel mondo animale. E quando tutti quei no si faranno sì sarà allora, solo allora, che diverrò responsabile di un sentimento.

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Chewingum

Continuiamo a chiamarlo riposo, ma non c’è tregua per noi che dilapidiamo il sonno in risvegli. Le falene sui vetri rotti per gli sguardi deviati del nostro respiro notturno. Col fegato in supplica tra le labbra. I tiri alla fune tra le nostre tende, la luce forte delle dieci del mattino e le ipotesi sulla tua scomparsa. Il frigorifero è così vuoto che ospita l’eco dei pasti passati, gli amici intorno al tavolo quando hai sempre la sensazione che siamo trottole che giriamo forte su noi stessi e quando veniamo a contatto perdiamo il giro, ci allontaniamo e poi ci spegniamo. Le direzioni perse, le nostre adolescenze così simili e dentro il brulicare di mille spinte, le cariche esplosive dei nostri ormoni e le emozioni pure delle infanzie imperfette. Noi fuochi d’artificio, le micce tutte uguali per suoni e colori e fontane. E una scintilla l’origine delle nostre partenze. Con l’affetto che ci rimane tra i peli superflui, che a distanza di giorni riusciamo a scriverci un come stai, un dove sei, non ci si vede mai. Che fine abbiamo fatto noi, ripetevo e pensavo che noi è una parola forte, che spaventa sulle prime e poi allontana. Noi noi noi noi a ripeterla è un lungo richiamo, quell’ “Ohi” dei sette nani e le fatiche della miniera per tornare a casa la sera e intonare i canti delle viscere della terra che non abbiamo parole per descriverci. Una goccia di sudore sul percorso insidioso del mio ventre, nata così, le mie parole al sole per brillare e poi decolorare come le polaroid del nostro tempo, come quando ci siamo visti ed era bellissimo, che poi le ore confondono i contorni e torniamo ad essere sagome e silhouette per gli sguardi disinteressati della strada che si difende coi gradini e sbuffa di notte tra i mozziconi spenti, le merde dei cani e i chewingum masticati dagli studenti per quei baci lunghissimi che non mi ricordo più.

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La solitudine del vaso

Quegli orecchini a perla perfavore no, per non parlare della posa larga di quelle dita, la sigaretta accesa a combattere il vento per i capelli spenti che guardano il pavimento e tra le unghie la noia dei colori secondari. La sala d’attesa per aspiranti soprammobili, noi che sfiliamo sulle tivù per essere riconosciuti dai più e ci vergogniamo per le imperfezioni del nostro viso, e il sedere, e il sorriso. Quelle parole che sbattono contro i muri e non lasciano il segno, i profumi dolci delle modelle del nord per quelle gambe troppo lunghe che non saprei dove metterle. Meglio sarebbe un’estate e l’immobilità dei gechi, i puntini rossi delle zanzare kamikaze per unire le nostre necessità, i primordi dello sviluppo, mangiare, dormire, scopare che amare era un’arte rara come la caccia la notte, l’orecchio all’erba per il palpitare di un passo. Non così i nostri giorni, tra l’indecisione costante delle nostre lenti il contatto pericoloso dei polpastrelli che tra le sviste lasciamo impronte per categorie “quel non so che” non esiste più che dalle tasche scivola il tempo per le conoscenze profonde. Lo sai cos’è un viaggio? Fame d’incontro e niente fretta, la curiosità nell’umano e la noia delle costruzioni tutte uguali del Perù, i templi Indù e le otto anime gemelle, i nostri satelliti indefinibili che ruotano intorno al mondo e niente ansia d’aerei e biglietti d’autobus notturni per dirti sono qui e rimandare il ritorno per le gambe sotto al tavolo e quegli sgabelli troppo alti che trascinavano i nostri timori alle stelle. Quando due astri s’incontrano è polvere e fuoco lo sai, che a spegnerlo non bastano gli estintori eleganti di cui ti circondi. Nel centro dei nostri pantaloni l’origine delle nostre dipendenze. Hai mai pensato alla solitudine del vaso? Gli sguardi degli sconosciuti, l’immensità del tavolo piatto e stare nei limiti per non disfarsi, sparpagliarsi e il dolore che porti già nella forma che sei fatto per accogliere e non per maledire, che sei fatto per custodire e non per aggredire.

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I passatempi degli altri

Ho dovuto grattare il fondo dei miei interessi, togliere la ruggine alle lezuola per immaginarmi una vita coerente. Col “Gioco del mondo” di Cortazar che ci invitava al come vuoi, gli inizi nel mezzo e la fine per cominciamento. Siamo sensibili come lucciole, quando arriva la notte sfogliamo le nostre dita sulle tastiere, cellulare o computer che importanza ha che succederà? Che nascondiamo il giorno tra i capelli lunghi per custodire quei farei, i dovrei, i condizionali per i nostri jeans troppo stretti. Che Levis non produce più il modello engeneer mi hanno detto, che sapevano regalarci libertà rispettando la forma irregolare dei nostri corpi imperfetti. Quando tracciavamo silhouette sullo specchio e tra le molle del letto incastravamo i nostri nomi nuovi che avremmo dovuto vederlo insieme quell’Ultimo Tango a Parigi e dire fa male, e ancora, e più, Marlon Brando, you you e per l’amore uccidimi e poi fottimi, il respiro nuovo nell’ansimare dopo una corsa. Le strade lunghe degli Champs Elysees, come a Torino, le nostre umbre lunghe proiettate sulle foto in bianco e nero dei cinegiornali. E per tornare alla realtà le bandiere e gli slogan, le folle antologiche nei teatri del nostro tempo, il boato lungo dello Juventus Stadium e il goal da 35 metri di Mirko Vucinic per dirci che se dovesse andar male ci restano i passatempi degli altri. Che la passione salva mentre le barbe sagge crescono per poi cadere.

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Foglie nuove capelli corti

Le foglie nuove tra i capelli per i desideri di una vita risolta, la tranquillità dei caffè del dopocena e la domenica fuoriporta quando ho sempre desiderato il viaggio e la precarietà che si trascina nello zaino e dimenticarmi il tuo profumo, poi sulla fronte l’elettrocardiogramma dei tuoi sguardi e spargere lacrime in grappoli per i sorsi di vino mancato, per quei cocktail che non sapevi scegliere che deleghiamo agli altri i consigli per non prenderci troppo sul serio. Ho detto a tutti che se una montagna ti sfida è brama d’ascesa, altro discorso è il fascino eterno dell’abbandono, di quando le bussole segnano tutte il nord per le nostre stelle polari disegnate sul soffitto che Milano ci ricaccia la testa dentro e ci perdiamo gli incontri per il rilascio pigro degli intestini mentre il venerdì pomeriggio si popolano i centri estetici e i corsi di yoga, l’aperitivo e il Ciriboga, che ci serve una mano per separarci da noi. E nel centro della terra nascondiamo i nostri pensieri più bui, l’animalità senza collare dei nostri pensieri notturni, la secrezione delle nostre ghiandole e le polluzioni del cuore. Quei risvegli, i piedi nudi sul pavimento e il vortice ovattato del sentire, lo sciabordio delle scale e gli oblò dei nostri occhiali da sole per difenderci dagli sguardi invadenti delle telecamere dell’area C. E vorremmo che ci mettessero al muro, che ci controllassero le altezze lungo il metro a giraffa degli anni novanta quando bastava un citofono per scendere in strada e ricamarci sulle ginocchia la nostra sete d’affetto che tirare un rigore tra una panchina e una felpa col cappuccio era più d’un come stai, di un dove vai. E poi si faceva sera e succhiavamo il collo della maglietta per dissetare le nostre ore liete, il tramonto delle nostre giovani età quando ci nascondevamo tra i panni stesi, le biciclette con le ginocchia che superavano il manubrio, per poi bussare alla porta ciao mamma, ero qui, che avevo i capelli corti, così puro, così indifeso, così piccolo, così sciocco da credermi furbo.

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Come quel bello che suda

Ha più a che fare col sapore che col sapere. Hai mai pensato allo spazio che ci circonda come a una casa, come se l’aria fosse carezza e non trasparenza. La finestra sopra il mio letto non ha tende per dar ristoro agli occhi, la luce taglia il mio corpo in due il mattino chiaro, i doveri infilzati tra le lenzuola. Mi hanno raccontato di altre americhe dove il senso dello stato l’hanno ricamato sulle bandiere, l’inno nazionale il mattino alle otto e poi il caffè annacquato per rispettare gli stomaci deboli della middle class. Pensavo alla blusa gialla di Majakovskij quando sono salito su quel palco rosso, i microfoni molli per la durezza delle nostre membra, quella pizza fredda ingoiata in tre bocconi, lo sguardo aperto sul pubblico, le facce amiche e le forze del male, il desiderio del giudizio, la spada di Damocle del che ne pensi. Son diventato invadente, lo sai? Mi sono detto che lo faccio per due motivi che la bellezza va cercata e il bisogno del dire rispettato. E allora capita che io ti fermi per strada, che ti chieda chi sei prima che tu sappia che ci sto a fare al mondo, capita che ti cada negli occhi per ferirmi, l’accesso privilegiato alle mie interiorità nascoste, a mescolare i liquidi degli aperitivi domenicali. E su quel palco il petto scoperto, il sudore in docce tra le mie occhiaia nere, un pugile in camicia a sputar parole con la forza dei cannoni dell’ottocento perché chi guardasse dal basso non potesse ripararsi e poi sulle ginocchia sollevare gli occhi e chiedere pietà. Le mie parole alate come pterodattili, quell’esistenza che credevi di aver dimenticato te la riporto davanti alle guance, per sputarmi sulle dita e strofinarti addosso il mio bisogno di pulizia. E ora esci pure, parla di me e dì quel che ti pare, come quel bello che suda, come quel bello che ancora crede, come quel folle che grida. Che indispensabile è la mia parola quando si fa silenzio e lascia che il pensiero torni all’origine del mondo.

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Cerchiamo il mare nel delta

Parlavamo d’alfabeti io e te. Che sapevamo scrivere sui muri i nostri desideri d’essenza. Le mancanze prolungate dei riconoscimenti alla nostra giovinezza, verrà un giorno verrà se esiste un tempo per maturità. Abbiamo gli stessi occhi quando osserviamo dal basso i palcoscenici atipici di questa città che ansima sulle rotaie e dimentica i suoi natali al puzzo di palude, le chiuse del Naviglio e i balconi fioriti di via Fiori Chiari. Il movimento a salire del nostro sentire, quando col dito tenevamo il tempo del cuore, tum tum tum tum bussano i nostri reni che imbarchiamo acqua per tirar tardi la sera, affogare l’assenza del sentire armonico quando non bastano i discorsi e la solitudine è così presente che ti accarezza le guance; cercare un senso al se fosse e guardarsi intorno per accorgerci delle derive dell’estetica moderna. Ti ho già detto che sogno Firenze che Ivan Graziani è morto troppo giovane e abbiamo scritto MAI sui resti di un foglio di carta, poi l’abbiamo leccato e ce lo siamo appiccicati in fronte come a dire che il mai possono dirlo gli altri e noi portarlo addosso perché la paura dell’imprevisto crea soltanto scompensi. E su quel palco c’era Battiato che non suonava, che non cantava, che mostrava il suo disegno di uno struzzo, la foto sull’I-phone per le signore imbelli e usava parole forti, che la volgarità è una cosa stanca e chiama l’applauso, così umano e poco aereo che era una meraviglia ci siamo detti e poi ci si chiudevano le palpebre pensavo ai lamenti lunghi di Carmelo Bene che la sofferenza vanga la pelle e rivolta gli sguardi, l’accesso privilegiato allo sguardo interiore viene da un taglio altro che armonie, altro che teorie. E una canzone triste triste triste e sezionarci le vene di quella volta che mi sono sbucciato il ginocchio a 16 anni per tornare a casa in orario, salutare la fidanzatina del mano nella mano e leccarmi le ferite per la scarsa invadenza delle mie labbra. Che si nascondono due fiumi dentro al mio petto e invadenza d’occidente e orizzonti d’oriente, la ricerca dell’unità nel delta che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti e il chiuso aperto e il caldo e il freddo, che cerchiamo il mare, ma ci perdiamo nei rubinetti.

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Con l’arte della distrazione

Quella sera m’ero detto che le fughe sono fatte apposta dai pittori per dare profondità agli sguardi. E allora ho deciso di inseguire. Di prendere il tempo del passo e farne esercizio quotidiano dell’andare. Con la paura del non essere accettati, il rifiuto senza compromessi storici delle boutique del centro e il tuo colore cammello a sfamare i deserti tra le carovane dell’Atm e il verso lungo dei tram. Abbiamo trovato le scale chiuse, il palazzo reale è per pochi mi sono detto, quando volevo salire i gradini per respirare altezze, disegnare le mappe degli spostamenti degli altri e fissare i punti di snodo del dopolavoro milanese. Per le ricerche di stile dei colori pastello e i profumi dolci delle turiste dell’est, poi il divieto dei cancelli per il cambio giovane delle prospettive: c’era una nave bianca nel cielo di piazza Duomo con le cravatte dei professionisti appese ai cartelli di stop, lo Spritz, il rock, quando la chitarra di David Knopfler ricamava i tramonti e non avevamo il tempo per trasformarli in ascolto. Mi sono detto che scrivere suona così strano ormai e che write sembra un nome di un attore di un cantante di un esploratore. Che vorrei portarti al mare, prendere il treno e guardare dal finestrino tutte quelle immagini che mi fanno pensare e poi dimenticare, come le citazioni di Benjamin e l’arte della distrazione. C’è un arazzo inconoscibile in Santa Maria Novella, che ci puoi passare ore a guardarlo e finisci per non capirci nulla, ma poi ci ritorni e lo trovi là, così abbagliante che non puoi andare oltre, che vorresti seguire il suo filo, uscire dal labirinto e riabbracciare Arianna, che i minotauri hanno la testa di toro, ma il corpo di uomo.