Archivi categoria: musica italiana

Avevamo paura dell’autostop, ora temiamo il come stai

La curva della tua schiena, la piega sotto al tuo seno. Ti fai bella in particolari mentre appoggi le ginocchia sul divano, il palmo delle mani al muro chiaro, sono le scarpe da ginnastica a dar colore alla stanza. I tuoi capelli neri, i tuoi occhi neri e nero fuori dalle finestre, sopra la terra coltivata e dietro ai lampioni. Mentre Chet Baker si esercita alla tromba tu chiudi gli occhi, ti volti, le scie delle tue dita lunghe nell’aria sporca delle luci al neon. Migliaia di particelle in danza e noi che non ci accorgiamo di nulla. Le dita stringono il bicchiere impreparato al risveglio. Le tue palpebre ancora chiuse, le tue cosce nude e quel pendaglio che scivola tra le torri in costruzione dei tuoi capezzoli. Il muro ansima e tremano i quadri sui bassi dello stereo, se ho cambiato la musica è soltanto per risvegliare il tuo senso della realtà, persa tra le notti insonni e i pensieri lividi sul futuro ti sei fatta riparo e accogli in immaginazione quello che io vivo nei passi. Non sarà questa distanza a fermare la mia domanda di senso, di vita, di legna che arde in camini poveri e materassi sfondati e viaggi dell’ultimo istante, sempre fuggiaschi. Una volta avevamo paura dell’autostop ora temiamo il come stai. Per ritrovarti interrogo i ricordi e quelli mentono, triste il me di ieri che margherite cercava in ossessioni con gli occhi pitturati di cielo. Ti sei mai sentita immortale ti chiedo mentre immagino il tuo orgasmo, la gola che si chiude e gli occhi aperti, le dita dei tuoi piedi e gli spasmi del tuo ombelico. Estetica e denaro lasciamoli ai morti ti dico, mentre con la maglietta ti ripari il petto, perché ti vergogni, non parli e lasci scoperta la spalla destra. Nell’universo altri scontri, esplosioni luminose e l’assenza del suono. Tu ancora ansimi, sei flauto d’ossa, suoni la sveglia e il marinaio lascia la cabina e sale sul ponte liscio delle tue cosce, in punta di lingua sul tuo ombelico, ti lasci condurre e non danzi più, la testa china, le mani a stringere le lenzuola. Porti il bianco sul viso, sei salva ora, trionfante dimentichi le tue mancanze, non hai nulla e nulla ti serve. Nemmeno la luna ti sveglia, stringi il cuscino e dormi. Domani, arriverà domani.

Foto: © Giulia Bersani

8093414012_f820b37d4a_k

Contrassegnato da tag ,

Nell’ombelico trovano casa i paguri

Giocavamo a tirarci la sabbia negli occhi. Io ridevo, tu ridevi. Tenevo le palpebre chiuse e inginocchiato riempivo le mani di granelli, facevo forza sull’avambraccio e lanciavo. Correvi lontano con quel costumino blu e le spalle strette. E quando la tua gioia è scomparsa sei scomparsa anche tu. Ho aperto gli occhi e d’improvviso il vuoto, scavavo a fondo ora, fino alla sabbia bagnata, la appallottolavo con forza e la lanciavo lontano, nel mare, poi dietro le spalle, speravo nascessero uomini e donne, come un nuovo Deucalione credevo che dai miei desideri fiorissero uomini, fiorissi tu e ritornassi a risplendere e a farti guardare sotto questo sole che non serve più a niente da quando non scalda le tue guance sottili. Lontano da quelle strade che non portano in nessun luogo se tu non ci sei. Vicino a questo camino che non scalda, a queste nevi che si sciolgono, a queste bestie che non figliano se tu non ci sei. La sabbia bagnata fa male, lo sa quell’uomo che l’ha presa sul petto, si è avvicinato e mi ha colpito il viso col pugno serrato, ora sanguino e il mio occhio destro è socchiuso, ho voglia di piangere, ma mi mordo le labbra e seduto sullo scoglio aspetto la sera. Quello mi dice che vuoi, sei pazzo, fatti gli affari tuoi. Su quella lingua di terra che si lascia prendere a schiaffi dal mare mi chiedo che senso ha se siamo così gelosi dei nostri affetti, perché precludersi vie di conoscenza e nuovi sguardi? Perché far coincidere il mondo con te? Passerà questa mia passione per l’incontro, mi dedicherò prima o poi a svelare le bruttezze del globo, a farmi buono, uscirà un mio reportage? Non ho mai ascoltato mamma quando diceva sotto ai tappeti si nasconde la sabbia. La sabbia è ovunque, dicevo io, portiamolo in giardino il tappeto e sbattiamolo insieme, poi regaliamolo e non usiamolo più, lasciamolo respirare il pavimento e camminiamo a piedi nudi, li laveremo prima di dormire oppure chissà, mamma, non ho tempo, c’è una bicicletta che aspetta e gli amici, ricordati il maglione, dice lei, fa freddo, non preoccuparti, rispondo io, ci facciamo i pali delle porte con quello. Viene la sera e scendono le stelle, nero è il mare e nessuna luna dietro alle nuvole. Tu su quale treno, su quale aereo, in quale albergo, tu in anticipo, tu in ritardo, tu e i tuoi capelli lunghissimi, tu e le camicette bianche e i bottoni slacciati, gli occhiali su quale comodino e quale candela accenderai oggi? Il passo stanco, forza sui quadricipiti, nessuna casa è lontana, dove passare la notte è una domanda senza importanza, mi concederò alla sabbia che prenderà la mia forma, ne sono certo, saprà capirmi, sarò sabbia e terra e poi magma e poi centro del mondo, là dove tutto brucia. Verranno a trovarmi gli insetti, nei corridoi del mio naso, delle mie orecchie, nell’ombelico troveranno casa i paguri. E verranno le albe, i tramonti, le onde, verranno gli sguardi degli sconosciuti, avrò il tuo sorriso sul volto e tra le dita parole e un disegno, quelli di qualche anno fa, quando appoggiato ai vetri ricalcavo copertine di libri bellissimi e ci scrivevo sopra il tuo nome.

Foto: © Benedetta Falugi

benedetta_falugi04

Contrassegnato da tag , , ,

L’epica dello Knock-out di Katie Kitamura

knock-out

Knock-out è un romanzo di sport che lo sport trascende. Lo scrive una donna, Katie Kitamura, trentacinquenne californiana di origini giapponesi, un fratello tatuatore grazie al quale si è appassionata alle arti marziali miste. Dopo Joyce Carol Oates col suo On the boxing (1987) il ring trova una voce femminile credibile e raffinata oltre che competente, capace di andare oltre alla vicenda sportiva per trattare argomenti universali.

Il libro è pubblicato da Isbn Edizioni, casa editrice milanese da sempre attenta alla sport fiction di qualità – voglio citare a questo proposito L’alieno Mourinho di Sandro Amodeo e Baghdad Football Club di Simon Freeman –, e questa uscita in Italia (la pubblicazione americana è del 2009, Simon & Schuster) rappresenta certo un passo importante nello sviluppo e nella considerazione del genere.

Sport e letteratura sono da sempre legati, mi ha rallegrato vedere che nel film Il giovane favoloso di Mario Martone si faccia riferimento esplicito alla passione di Leopardi per il calcio e alle poesie a esso dedicate. Spesso il mondo delle lettere ha guardato con spocchia alla trattazione dei gesti atletici e per questo in pochi hanno raccontato lo sport in un romanzo, ma le cose stanno cambiando e anche rapidamente. È del 26 ottobre l’omaggio di Gianni Mura ai settantacinque anni dalla nascita di Beppe Viola, gli aedi del campo si ricordano sempre, a maggior ragione oggi che la trattazione sportiva sui quotidiani si è impoverita. In Italia è il web che muove passi consistenti nello sviluppo della letteratura sportiva, negli ultimi anni fioriscono siti che si occupano di sport con approccio personale e autorale, ricordo l’Ultimo uomo (ultimouomo.com) o Rivista studio (rivistastudio.com), e in edicola la rivista Undici traccia ritratti di uomini di sport con piglio nuovo e lessico che progressivamente si allontana da quello giornalistico contaminandosi con quelli poetici e giovanili e tenendosi sempre lontano dalla retorica. Al di là delle biografie sportive pubblicate dai grandi editori, è necessario citare la casa editrice 66thand2nd con la sua collana Attese, tutta dedicata alle storie di sport. Ci sono a mio parere i prodromi per lo sviluppo di un modo di trattare lo sport originale e serio e l’uscita di Knock-out è la valida testimonianza di una narrazione sportiva non cronachistica e fine a sé stessa, ma punta di un iceberg rivelatore di umanità.

katiekitamura

Il romanzo della Kitamura narra i tre giorni che precedono il rematch tra Cal, lottatore della formazione di Riley e Rivera, l’atleta più forte nel mondo delle arti marziali, sempre vincitore per k.o. ad eccezione dell’incontro di quattro anni prima proprio con Cal dove ha trionfato soltanto per verdetto dei giudici. Rivera desidera chiudere la sua carriera realizzando quel che non gli è riuscito nel match precedente, mentre Cal vede la sfida come il coronamento di una carriera da vincente, ma non da primo della classe.

Kitamura concentra la sua attenzione sui personaggi di Cal e Riley, e se in un primo momento la fiducia in una possibile vittoria è alta, col passare delle ore questa viene meno fino a rivelarci l’umana debolezza dei due, il tramonto di una carriera e il sopraggiungere, con l’età che avanza, di una nuova fase della vita. Timori, ripensamenti, sconforto e coraggio si fondono in una relazione che va oltre quella di allenatore-atleta, ma svela un’amicizia fatta di attenzioni e confidenze, pur rimanendo maschile, infatti poco fanno le parole, parlano i gesti. È l’ombra di Rivera, quella che precede la sua apparizione, che scardina le certezze prima di Riley e poi di Cal. Il lottatore vincente non è presentato come un uomo, ha i tratti della bestia, e come Moby Dick impone la sua legge, diventa ossessione. Prima non si fa trovare, poi si rivela in tutta la sua grandezza al momento della pesa che precede il combattimento quando guarda Cal con un occhio solo, il suo viso è piallato dai pugni presi in carriera, non ha espressione, bestia selvaggia senza volto, fascio di muscoli e nervi sempre in tensione, desiderosa di picchiare forte per affermare la sua legge. Quel che sappiamo della sua umanità lo apprendiamo dai lottatori giovani della sua scuderia, preparatissimi e umili, immersi nella venerazione di un maestro dalle qualità irraggiungibili, in attività eppure già storia.

La prosa è secca, agile, avara di aggettivi. Il romanzo procede per frasi brevi e sono le singole azioni a portare avanti la narrazione. È lo sguardo, l’immagine, che suggerisce l’emozione e il ritmo della prosa è sapiente, sa quando farsi incalzante e quando lasciare un respiro, pur raro, al lettore. Le pagine finali dedicate all’incontro sono magistrali per precisione e ritmo, nessuna concessione all’emotività, una cronaca secca, serrata, che costringe il lettore all’a tu per tu con la pagina, a farsi anch’esso parte di un combattimento dove non si può tifare, ma soltanto guardare, trattenere fiato e giudizio fino alla conclusione che da una parte si aspetta e dall’altra si teme.

Nel ring della letteratura il genere sport fiction si mostra più vivo che mai e trova in questo straordinario romanzo d’esordio un lottatore instancabile, capace di colpire nel segno e durare nel tempo.

11NIXON-superJumbo

Knock-out, Katie Kitamura, Isbn Edizioni, euro 19,00, pagine 158.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

L’urlo del folle

Ho sperato che tu capissi, non hai capito. La tua sensibilità è impegnata in altro, lo sguardo dei duecento e ottanta e più gradi non arriva a me, nascosto da sempre dietro la tua spalla mai nuda. L’occhio al riparo dei filtri dona immagini consolanti nei loro toni opachi accesi qua e là da fiammelle. Riparo di pareti bianche, il legno e cera fusa. Soltanto colori primari e quadri dipinti, nessuna ristampa. Frasi incorniciate sull’intonaco, consolazioni ancora. Ho sperato che tu capissi e non hai capito. La speranza è degli sprovveduti, sussurro su viale Tibaldi, la disperazione invece raffinata critica. Tra i corridoi del Simply formaggi e salsiccia, ho smesso da tempo di cercare di comprendere tutto e dare spiegazione del comportamento degli uomini, lo confesserò più tardi al frigorifero, al tavolo, al letto, al comodino e a tutti questi libri sparsi, alle tavole apparecchiate male abbandonerò la mia incostanza e la vanità del proiettare i domani sul soffitto e non tracciarne mai i contorni. Passano i secondi, i minuti, gli anni, si rinchiudono gli orologi nei cassetti e i cellulari smettono di funzionare, alla fiera della tecnologia l’occasione per essere sempre altrove, mai con sé. Invece tu, nei tuoi labirinti privati, nei tuoi vestiti eleganti e nei tuoi capelli lunghissimi, trovi per gli occhi trampolino e per l’anima quiete bianca di cieli da attraversare, mani nodose o immature da stringere, animali da salvare e mille e più motivi per naufragare nell’emozione del vorrei. Io, qui, ancora in mutande, tende che rivelano quadrati in trasparenza, io dopo tutto questo tempo che consuma le ossa, ti confondo col mondo. Nessun viaggio e nessuno zaino è paragonabile alla ricerca della tua voce, dei tuoi sguardi obliqui, dell’odio, sì certo, dell’odio verso i nostri passati e i recinti che portiamo intorno. Con questo schizzo irrisolto che proviene dal mio sesso, nei pixel scarichi di questi computer bianchi. Come bianca è la tua pelle, divinità senza sole, atrio gonfio di pretendenti. Anime salve loro e me perduto. Nell’incavo delle tue cosce credi il mio pensiero nascosto eppure no, non è così, non soltanto e lo sai, i tuoi zigomi forti sono come le mani scolpite dei Rodin, non basta ammirare, bisogna stringere e l’emozione poi tutta ti coglie. Non ci sono tele da disfare, mia Penelope, nessun ritorno da attendere. Morti gli eroi è il tempo degli uomini. Riempi ancora parole in morbidezza di labbra e inviti alle feste del bene, eppure rimani in silenzio. Perché tu sei silenzio. Io invece voce di uno che si abbevera del suo deserto, poi, nell’ultima metropolitana, nelle stazioni vicino al capolinea, solo tra sedili inutili, tra gli ultimi resti del puzzo dell’umana genie, urla e non è udito, urla e sfoga frustrazioni e vorrei. Urla ed è così sano che visto attraverso le telecamere di sorveglianza appare folle.

Foto: © Jan Saudek

img754700123660397

Contrassegnato da tag ,

Pornografici incomprensibili eroi

C’è ora chi guarda gli aerei dietro a finestre di cemento e sbarre, chi indossa la divisa militare a dodici anni, chi si ferma ai posti di blocco e da tasche rattoppate estrae fogli consumati per farsi riconoscere e proseguire un andare senza la precisione di una meta. Ogni dieci chilometri, ogni venti chilometri, ogni cinquanta chilometri un controllo. Lasciare la città è impossibile. Intorno è polvere, spine lunghe d’acacia e versi lamentosi d’animali nell’inospitale savana. Ragliano gli asini che si accoppiano nella notte nera, sotto questi milioni di stelle che continuano a cadere senza che noi ce ne accorgiamo. L’erba è molle, le nostre braccia un ostacolo alla comodità. La stanchezza però conduce rapida al sonno, necessario è ora rifugiarsi nel sogno, immaginare altrove di passeggiate senza meta, domeniche intorno alla tavola, rituali di caffè ed erba medica. Consumiamo feroci le nostre anche nello sfregamento, annega il mio sesso nel tuo, nel suo, che importa. Noi come i muli, lasciamo che tutto succeda, nascono i nostri figli e quando la testa sorge dalle cosce giriamo il volto dall’altra parte. Non l’ho fatto apposta, diciamo, perdona la debolezza, mio piccolo uomo, ormai prigioniero, schiavo, già vecchio. La stanchezza ci piega la schiena, il risveglio è nero anche se il cielo è chiaro, il sole alto è dannazione.

E mentre tutto questo è nell’altrove del mondo, a meridiani e luci di lontananze, la piega della tua schiena e la tua prosa decisa sono per me turbamento. Trasciniamo anche noi i nostri scheletri sull’abisso dei giorni, tu reciti il tuo gloria in patinata fotografia dove straordinarie le labbra tue pronunciano parole sonore per me incomprensibili. Contieni desideri nell’irrequieto tuo andare, il tuo sguardo pungente riempie i sampietrini nel rosa dell’alba romana. Tutti quei vestiti nel tuo armadio e la naturalezza straordinaria del tuo corpo nudo. Mentre mi domandi il perché del mio buio mi si accende un’espressione strana: io cerco il volto, ti dico, il volto del Cristo. Lo vedrò nell’ultimo mio giorno? Tu ridi, ti schernisci, chiedi sei serio? Non ti spaventare, non indietreggiare. Sei un film di Pasolini, oh tu, inquieto moto di nervi, sensibilità profondissima e disperata. Non lasciarmi qui, con questa pietà così mortale e lo sguardo sui quotidiani, con questo bene figlio soltanto di puttana lei la morale. Abbandonati a labbra e lingua lunga, fatti animale, gesto, sudore. Replichiamo anche noi sua meraviglia, natura, facciamoci pornografici consapevoli eroi.

Foto: © Franco Fontana

06

Contrassegnato da tag ,

Hai mai letto Wislawa Szymborska?

È tornato il bianco sui comignoli, i nostri nomi risuonano sempre più stanchi nelle bocche dei parenti mentre in banca siamo numeri, numeri in posta, numeri per le agenzie statistiche. Ieri sera a Marassi, zero a zero di reti bianche, quattro insulti alla rete invece al Castellani, in toscana torna Zemanlandia. Parma s’arricchisce con le multe ai turisti nella sua viabilità incomprensibile, i musei sempre aperti, il Correggio non fa ombra a Fantantonio che ondeggia sul pallone, un’onda anomala in un mare troppo calmo, tre tuffi interrompono la quiete di Donadoni. Tu mi ricordi che ognuno porta la sua storia sotto la maglietta, non c’è più Brera a raccontarle, ti dico, tocca affidarsi ai telecronisti sudamericani di Rojadirecta che sanno i nomi dei finanzieri e dei loro figli, la storia economica del novecento italiano con la c aspirata. Mentre un’amico suona la techno in un salotto tavolini e sigarette, lui e il sintetizzatore, le mani veloci su manopoline e tasti bianchi e neri, le calze colorate della sua ragazza, e come al centro del Pantheon, sotto quel buco che onora il cielo, mi sembra per un istante di cogliere la vita e non aver bisogno di farmi altre domande e perdere speranze e rifugiarmi in attese. Fuori, invece, tiriamo in ballo la chimica come una scusa per l’attrazione dei nostri sguardi, la fisica invece è tutta un’altra storia, te la racconto domani, dico, mentre prendo a pugni la maglietta che hai dimenticato in fotografia, poi arriva il sonno. Torni a esistere in tutti i miei risvegli, l’affresco maledetto è sul soffitto, ci incollo gli occhi chiusi dei giorni bui e quelli spalancati che attendono non si sa quale primavera. Parlami ancora dei fiordi della Norvegia, dei pesci colorati che risalgono la corrente, dà a loro dei nomi fantastici e non contarli, ti prego non contarli, non contare il tempo e non guardare con quegli occhi le tute fosforescenti degli spazzini che tengono pulito il mondo dei maglioni di cashmere e dei balconi grandi della borghesia. “L’utile cos’è?”, scrivi sull’ennesimo post it, me lo lasci incollato alla copertina di Pagina 99, l’ho comprato ieri e ancora non l’ho aperto, non so darti risposte, è tutto così urgente. Non mi spaventa l’ora legale e mi consola sapere che arriveranno le quindici e lo Stadium sarà bianconero. Mi piacerebbe ammettessi che gli addominali di Pogba sono pura poesia, ma tu ascolti i Verdena, mi guardi negli occhi e pensi sarebbe il caso di andare alla mostra di Yves Klein, ti hanno colpito i neon blu elettrici, eri appena uscita da Gap, hai girato l’angolo e come hai fatto, hai già postato la foto su Instagram. I giovani favolosi sono tutti al cinema, qualcuno invece si dimentica di uscire da una settimana, con tutto quello Xanax sul comodino, trovamela tu una parola con più x. Sulla testa ci pendono lampadari, ti dico cadranno prima o poi, saremo già morti, mi dici tu, non è detto, ti dico io. Perché tutta questa ansia? Mi chiedi ancora, mentre su Repubblica.it qualcuno dice è tutto necessario, poi punti a capo, ancora a capo. Hai mai letto Wislawa Szymborska? Ti rispondo di no, spero che basti.

Foto: © Bernard Faucon

MEP-Faucon-02G

Contrassegnato da tag , ,

I pensieri irraggiungibili dell’essere due

Nebbiolo e gengive rosse, labbra viola. Un’abbraccio agli ospiti, braccia dentro alle maniche del cappotto scuro, lungo fin sotto alle ginocchia, abbottonato fino al petto. Le scale a due a due, il rischio di cadere e sul finale un passo doppio per riacquistare l’equilibrio. Un pulsante piccolo e bianco e conduttori in rame per l’elettricità separano me dalla strada, il portone si apre, poi senza rumore ritorna al suo posto. Lo sguardo si appassiona all’asfalto, non ci sono stelle il cielo, in alto non guardo da giorni. La batteria del telefono segna il dieci per cento, l’amico coi riccioli torna dal concerto di Morrissey, là in quel teatro senza proteine della carne, senza animali macellati, senza sofferenza dei piccoli roditori, senza pellicce e tappeti a manto di tigre, ma speculazione e oscenità d’appalti, pensioni d’oro e lobby, che importa, mi dice, la musica è buona, chiudi gli occhi e lasciati andare, nel buio le luci al neon portano il cervello a pensieri altrimenti irraggiungibili. Raggiungimi al Cape Town, mi troverai seduto sul gradino più alto a guardare la gente dal basso e tacchi altissimi neri, le ultime pance scoperte e magliette del basket Nba indossate senza eleganza. Uno sciame nero e un ronzio di labbra rosse escono da un portone, sono così figa tesoro, ci guardano tutti. Il riccio non arriva, avrà trovato traffico di gambe lunghe, che faccio? Ce l’hai una sigaretta? Chiedo alla ragazza più vicina, ci facciamo soltanto dei gran bomboloni, risponde, sono le ultime due, lo capisci, ci servono. Certo, rispondo io, capisco bene, anch’io come voi cerco un modo per non pensare, ma non ho i soldi per un Moskow Mule, ci pensi tu? Sorride e mi fa posto sul gradino. Il rito del dove sei e che fai. Le mie risposte vaghe, tanto nessuno impegna l’orecchio dopo la mezzanotte. Così parlo per versi, tutti endecasillabi i miei, mi registro e comincio a contare le sillabe. Di fianco ai miei jeans blu capelli neri in coda, biondi a penne di pavone, più lontano un tatuaggio sul braccio e pantaloni strappati sulle ginocchia. Fumo di nero in bocca e lo sguardo a penetrare la vacuità dell’umanità notturna. Le luci dei motorini e il vociare delle compagnie adolescenti. Scusa amica, il riccio tarda, c’è più spazio lontano da te, vicino a lei e alle sue braccia colorate. Non servono le parole, ora è il corpo che crea intimità, un centimetro avanti con la testa, entrare nel campo del non ritorno, ora sai chi sono, troppo vicino per non accorgerti. Parole sussurrate, che ci fai qui? Quanto è lontana la Calabria dei nostri padri? Sai che facciamo, ora parliamo di quello che desideriamo, della scala irraggiungibile che porta alla luna quando lei si fa maga e spunta in mezzo alla distesa dell’acqua, ai cieli di ottobre e al vento che spinge le cartacce e invita al calcio. Mi annoio, tu invece che dici? La noia è soltanto un malessere, metto la disperazione sotto il braccio e le do un nome sempre diverso come si fa coi cani degli amici. Il tuo vestito nero borchiato, il tuo seno piccolo e invadente, i pantaloni stretti e il tuo sedere tondo. Facciamoci giostra questa notte, giriamo nel senso opposto a quello del mondo, scambiamoci tutte le lingue del mondo. Il mio battello naviga lungo i tuoi canali olandesi, tutti i papaveri sulla tua schiena, ora volano le rondini verso altre primavere e le persiane si chiudono sul tuo ventre, la luce del lampione ti rende bella, un bianco e nero da film, mentre ti muovi su e giù e non guardi nessuno, i tuoi occhi chiusi mentre le tue labbra si deformano e godiamo dei pensieri irraggiungibili dell’essere due.

Foto: © Bruce Davidson

0-36_1024x1024

Contrassegnato da tag , , ,

In morte di fratello Jack Kerouac

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.”

Era il 22 ottobre 1969 e moriva Jack Kerouac. Era il 22 ottobre 1969 e tornava alla vita Jack Kerouac.

Fu il successo a ucciderlo, una solitudine invasa dalle telecamere, dai viaggi su aerei di prima classe che non facevano mai un ritardo e cosce sode di hostess ammiccanti, litigi a causa dell’ubriachezza e il peso troppo grande dell’essere diventato un punto di riferimento per una generazione, il padre di un movimento chiamato beat che comprendeva ormai hipster, capelloni e debosciati tutti e aveva perso così la sua identità profonda. Un movimento che considerò fallito, ne uscì come un santo, martire della sua stessa aspirazione all’altissimo.

La morte lo colse al culmine della vita, quarantasette anni per lui che visse molto e scrisse molto, e possedeva verità di storie da raccontare e strade da attraversare. Gli chiesero che ne pensi della guerra in Vietnam, rispose evidentemente alterato dall’alcol che ai vietnamiti piacevano le Jeep, il desiderio era la causa del conflitto. Se una donna lo intervistava provava a sedurla, ma quale seduzione? Soltanto una spinta alla follia delle intimità, alla complessità della vicinanza. Non solo un su e giù di sessi come alternativa alla solitudine della notte, ma un incontro tra anime nude.

Bisogna essere come Jack per capirlo fino in fondo o almeno cercare nelle tapparelle abbassate uno spiraglio di luce prima della sveglia e delle otto ore del lavoro quotidiano. La beat, non era soltanto droghe, eccessi e sessualità esibita, era incontro, stile non artefatto, prosa musicale, tensione assoluta verso la beatitudine, e tutto il resto solo chiacchiere, modaiolo vociare. Non esiste un’estetica che prescinda dal sentire, la parola beat cerca l’armonia e parte dalla verità dell’uomo, testimonia la sua infinita debolezza nella ricerca di una salvezza beata. Lontani i dandy nei loro pantaloni stretti e stirati, lontane le camicie chiuse all’ultimo bottone, sfilano villosi petti per le strade d’America e le spiagge del Marocco. L’occhio furbo di Burroughs, l’urlo liberatorio di Ginsberg, tutti quegli amici che in vecchiaia portarono barbe lunghe e i cui tratti del viso assunsero dolcezza.

Anche Jack fu un uomo dolce, pauroso, fu Jack un uomo rude, coraggioso, sportivo. Amava sua madre al punto da confidarle tutta l’allergia alle scrivanie degli uffici e la sua difficoltà nei rapporti duraturi, quando bastava una piega del mignolo a farlo innamorare. Poi colazioni a base di uova e bacon e notti insonni a battere sui tasti, poco equilibrio nei giorni, momenti di lucidità per scrivere un diario che assomiglia a un Vangelo da tenere sempre sul comodino. Domande sul senso.

“Qual è la tua strada amico? La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.”

Jack parlava così, in molti pensavano recitasse, spesso capita così quando non c’è distanza tra vita e alfabeto, si rischia di divenire incomprensibili ai più. Kerouac era la sua parola.

283972_2200283417212_3557822_n

Poteva una donna prendersi carico di tutta quell’irrequietezza, di un desiderio per la novità delle esperienza, di un’idea di rifugio che non è casa, ma viaggio, di un’interiorità che non rimane nascosta ma esplode in parole? Poteva una donna non rimanere affascinata dall’eloquio profondo e a tratti surreali, da un corpo da Cristo avvezzo ai piaceri, poteva una donna non temerlo e allontanarlo fino a relegarlo a un’infinita solitudine?

La scrittura era necessità salvifica, consolazione e anche professione, contava le battute scritte ogni notte il fratello Jack, correggeva, rifiniva e pensava: quando pubblicheranno i miei libri e non dovrò più preoccuparmi di guadagnarmi soldi per lo sconosciuto domani, potrò bere birra di qualità e far riposare la testa su un cuscino, quando avrò il denaro necessario per non chiedere l’elemosina a mamma, quando lei mi vedrà felice e sarà consolata in vecchiaia, quando… quando poi tutto arrivò non seppe reggerne l’impatto. Il suo ultimo romanzo fu Vanità di Duluoz, cambiò stile, meno istintivo, più semplice, ricordi di infanzia, la tensione verso la grande gioia ormai depotenziata, non guardava più avanti Jack e tirò fuori una prosa stanca e sofferente, poi non scrisse più.

kerouac6

Diventò una star in vita questo un cantore dei vinti e della sconfitta. Non ebbe mai paura di mostrarsi fragile, beveva e beveva perché non si sentiva a suo agio nei salotti, quando abbandonava la strada per rifugiarsi nella sua stanza fatta di letto e scrivania il mondo si faceva troppo distante fino a divenire irraggiungibile, inabitabile e per questo insopportabile. L’unico rifugio, oltre alla carta, oltre alla strada, era la tavola con gli amici fidati: lo stesso alfabeto, lo stesso sguardo, fare notte a leggere poesia, confrontarsi su qualsiasi cosa, diventare surreali in discorsi e droghe e alcol e prendere sonno senza coscienza. Perché la coscienza fa impazzire.

“Sono hip, ma non esibizionisti, intelligenti, ma senza pedanterie intellettuali fin nelle dita dei piedi e sanno tutto-tutto su Pound eppure non la mettono dura e non si parlano addosso in continuazione e sono tranquilli e silenziosi come tanti cristi.”

AmramGinsburgKerouac

E alla mattina, lucido e provato dalle notti, si interrogava sul perché delle azioni quotidiane, della riflessione buddista, delle pagine del Vangelo e di un Cristo sempre più modello di vita:

“Una tazza di caffè e una sigaretta, perché fare zazen? E da qualche parte c’è chi sta combattendo con spaventose carabine, le mani incrociate sul petto, le cinture appesantite dalle granate, in preda alla sete, alla fame, al terrore, alla pazzia.”

E provava a rispondersi mentre tra gli haiku cercava la semplicità.

“Il cielo è blu perché tu vuoi sapere perché il cielo è blu.”

Poi mille e più propositi per una vita felice: “Inoltre oggi ho deciso di non ubriacarmi più, almeno non nel mio solito modo. E’ strano che non ci abbia mai pensato prima. Ho iniziato a bere a diciottanni, ma adesso, dopo otto anni di sbronze occasionali, non lo tollero più, sia a livello fisico sia mentale. E’ stato quando ero un diciottenne che la malinconia e l’indecisione si sono impadronite per la prima volta di me, di certo esiste un legame tra l’alcool e questi stati d’animo. Le ubriacature bloccavano quella che potrei dire l’andatura del mio carattere. Quando sono sbronzo crollare spiritualmente e mentalmente diventa la cosa più facile del mondo. Allora basta. Ci vorrà del tempo, però, prima di riuscire a tener fede a questa promessa, ma devo farlo. Sembra che io abbia una costituzione che non regge l’alcool e ancor di meno l’idiozia e l’incoerenza.”

NYC25506

Immaginate ora Jack, seduto al vostro tavolo con la camicia a quadrettoni, la sigaretta accesa, il bicchiere sempre vuoto, che parla della luna e del sistema solare, delle serate ancora da vivere e di quelle già vissute, non mostra strade né prospettive, vi guarda e non sorride, ma lo sentite così vicino e presente, incapace di farvi dimenticare quella solitudine malinconica che non vi lascia mai, ma capace di stare al vostro fianco e di offrirvi una spalla e ascolto e racconto. Jack è più di uno scrittore, è compagno, fratello, oltre le pagine, oltre ai romanzi.

269304_10200803875209807_2237959_n

“Devo essere felice o morire, perché la mia condizione terrena è piena di una tristezza insostenibile e io do la colpa a Dio anziché a me stesso.”

Questa felicità, questa felicità di cui tutti parlano che cos’è, fratello Jack Kerouac? Lo immagino scuotere la testa, poi appisolarsi sul divano, un sorso di whiskey, poi a bassa voce:

“Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada.”

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

A Milano il vino non è buono

Tu non ricordi quando ho indossato una camicia e per tutto il giorno ho pensato di incontrarti, avevo lasciato aperto l’ultimo bottone così se ti avvicinavi potevi chiuderlo tu e dirmi ora stai meglio. Non sarai mai mia madre e la tua saliva non servirà a pulirmi le guance quando di pomeriggio mangeremo dei coni gelato grandissimi soltanto per allontanare il tempo della tue partenze. E mentre i faggi perdono le foglie decideremo un giorno della settimana per andare al cinema, guarderemo film tristissimi e troveremo il coraggio di mangiare pop corn senza paura di fare rumore. Quando a dicembre farà freddo e ci stringeremo nelle spalle, su piazza della Moscova tirerà vento forte ci ripareremo sotto i portici di via Lovanio, tra i ristoranti di via San Marco invece penseremo all’ultima volta in cui abbiamo comprato un quotidiano e scenderò le scale di casa tua nell’ora in cui aprono le edicole. Tu mi guarderai negli occhi e mi dirai ci vediamo presto, poi passeranno ancora anni e finirò per allungare le notti in cerca di ricordi. Tutti questi futuri mi spaventano ti dico, il rischio è non vivere mai. Tu invece sei già donna, mentre io indosso magliette a righe e mi scopro timido, altre volte non mi vergogno per niente, ma è tutta colpa del vino, mi dici, dovresti smettere per un po’ e tornare a casa dei tuoi, in quel giardino dove crescono gli alberi. Là dove alla stazione dei treni i binari si assomigliano tutti, slegare una bicicletta e farsi guidare dal rosso dei semafori, non distinguere le vie per colpa della nebbia e leggere nella neve i versi di qualche studente, giovani poeti senza gloria di pagine e per muse le cosce sode delle adolescenti. Invitami a cena a casa tua stasera e dimmi cucina tu, svegliamoci così assonnati da scambiarci gli spazzolini, facciamo il caffè e poi dimentichiamoci di berlo, ti confesserò che se quando usciamo bevo soltanto acqua è perché a Milano il vino non è buono o costa troppo.

Foto: © Franco Fontana

Schermata 11-2455880 alle 22.34.11

Contrassegnato da tag ,

Ad aspettare il sole

Sdraiati sulla spiaggia coi vestiti di ieri e la notte fuori. Tutto intorno le onde, i nomi delle barche e poche stelle. Le luci artificiali sulla collina, qualcuno non dorme ancora, eppure è tardi. Senza dire nulla lui fa forza sui polpacci, si alza, corre verso lo scoglio, la camicia aperta, il petto magro nudo, tira fuori dalla tasca dei jeans un foglio di carta e lo illumina col cellulare, poi versi incomprensibili sul senso del volo. La nostra attenzione dura così poco, io e lei sdraiati uno sopra l’altro a contarci le costole, troppo freddo qui per i suoi seni adulti e i capezzoli tesi al battito del mio cuore. Una bottiglia ormai vuota, lattine di birra e scarpe gettate qua e là tra questo vento che risveglia i sensi. L’odore dell’acqua e del petrolio delle barche in sosta. E mentre lui, tornato a riva, la camicia che cede alla brezza, le accarezza quel che rimane del suo sedere lei mi guarda dice non moriremo mai da schiavi. Comincio a scavare buche, dico affondiamo le dita fino a toccare l’acqua che sta sotto questi milioni di granelli, chissà se sotto la sabbia che sostiene il mare c’è ancora altra acqua e poi ancora sabbia e fino a quando tutto questo continua. Lui mi bacia le labbra dice volare o sprofondare sono la stessa cosa, per ricondurci al centro di noi non ci sono regole né strade segnate, ma quale scopo? Interviene lei, dice al centro abbiamo soltanto il sesso e non mi sembra ci sia nulla da cercare, possediamo tutto e facciamo finta di non saperlo. Che cazzo di discorsi, dice lui, la prende da dietro e la abbraccia forte, le sussurra all’orecchio, sei così bella quando te ne stai zitta. Lei gli morde una guancia, dice vacci piano, potrei avere un attacco di panico. Tiro fuori dalla tasca una pastiglietta bianca, questa ti calma, dico, lei dice abbracciami, io dico no, dovremmo fare come le luci della città, spegnerci ogni tanto e lasciare gli occhi chiusi, le mani che scoprono i contorni e brancolano in un buio che non è notte. Lui scrive qualcosa sul foglio, volete leggerlo? Dice:

Sulle montagne il mare,

qui,

posso cogliere un fiore.

Basta un haiku a mettere fine ai nostri progetti sul mondo? Ritorniamo a noi, dice lei, prendo la macchina, vi porto a casa. Sono d’accordo, dice lui, torniamo. Eppure dovevamo andarcene per saper ritornare. Non dire cazzate, lo rimprovero, poi cerco le chiavi, ma nella tasca non ci sono più. E ora? Ci mettiamo a cercarle, le nuvole coprono la luna, schiene piegate, poi giù a quattro zampe, le stelle così rare e la luce dei nostri cellulari. Ci ritroveremo a mattina ancora sconfitti ad aspettare il sole.

© Jeff Wall

JW_Overpass_2001_transparencyinlightbox_214x273,5x25cm_courtesytheartist_PH6pr

Contrassegnato da tag ,