Pornografici incomprensibili eroi

C’è ora chi guarda gli aerei dietro a finestre di cemento e sbarre, chi indossa la divisa militare a dodici anni, chi si ferma ai posti di blocco e da tasche rattoppate estrae fogli consumati per farsi riconoscere e proseguire un andare senza la precisione di una meta. Ogni dieci chilometri, ogni venti chilometri, ogni cinquanta chilometri un controllo. Lasciare la città è impossibile. Intorno è polvere, spine lunghe d’acacia e versi lamentosi d’animali nell’inospitale savana. Ragliano gli asini che si accoppiano nella notte nera, sotto questi milioni di stelle che continuano a cadere senza che noi ce ne accorgiamo. L’erba è molle, le nostre braccia un ostacolo alla comodità. La stanchezza però conduce rapida al sonno, necessario è ora rifugiarsi nel sogno, immaginare altrove di passeggiate senza meta, domeniche intorno alla tavola, rituali di caffè ed erba medica. Consumiamo feroci le nostre anche nello sfregamento, annega il mio sesso nel tuo, nel suo, che importa. Noi come i muli, lasciamo che tutto succeda, nascono i nostri figli e quando la testa sorge dalle cosce giriamo il volto dall’altra parte. Non l’ho fatto apposta, diciamo, perdona la debolezza, mio piccolo uomo, ormai prigioniero, schiavo, già vecchio. La stanchezza ci piega la schiena, il risveglio è nero anche se il cielo è chiaro, il sole alto è dannazione.

E mentre tutto questo è nell’altrove del mondo, a meridiani e luci di lontananze, la piega della tua schiena e la tua prosa decisa sono per me turbamento. Trasciniamo anche noi i nostri scheletri sull’abisso dei giorni, tu reciti il tuo gloria in patinata fotografia dove straordinarie le labbra tue pronunciano parole sonore per me incomprensibili. Contieni desideri nell’irrequieto tuo andare, il tuo sguardo pungente riempie i sampietrini nel rosa dell’alba romana. Tutti quei vestiti nel tuo armadio e la naturalezza straordinaria del tuo corpo nudo. Mentre mi domandi il perché del mio buio mi si accende un’espressione strana: io cerco il volto, ti dico, il volto del Cristo. Lo vedrò nell’ultimo mio giorno? Tu ridi, ti schernisci, chiedi sei serio? Non ti spaventare, non indietreggiare. Sei un film di Pasolini, oh tu, inquieto moto di nervi, sensibilità profondissima e disperata. Non lasciarmi qui, con questa pietà così mortale e lo sguardo sui quotidiani, con questo bene figlio soltanto di puttana lei la morale. Abbandonati a labbra e lingua lunga, fatti animale, gesto, sudore. Replichiamo anche noi sua meraviglia, natura, facciamoci pornografici consapevoli eroi.

Foto: © Franco Fontana

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