L’urlo del folle

Ho sperato che tu capissi, non hai capito. La tua sensibilità è impegnata in altro, lo sguardo dei duecento e ottanta e più gradi non arriva a me, nascosto da sempre dietro la tua spalla mai nuda. L’occhio al riparo dei filtri dona immagini consolanti nei loro toni opachi accesi qua e là da fiammelle. Riparo di pareti bianche, il legno e cera fusa. Soltanto colori primari e quadri dipinti, nessuna ristampa. Frasi incorniciate sull’intonaco, consolazioni ancora. Ho sperato che tu capissi e non hai capito. La speranza è degli sprovveduti, sussurro su viale Tibaldi, la disperazione invece raffinata critica. Tra i corridoi del Simply formaggi e salsiccia, ho smesso da tempo di cercare di comprendere tutto e dare spiegazione del comportamento degli uomini, lo confesserò più tardi al frigorifero, al tavolo, al letto, al comodino e a tutti questi libri sparsi, alle tavole apparecchiate male abbandonerò la mia incostanza e la vanità del proiettare i domani sul soffitto e non tracciarne mai i contorni. Passano i secondi, i minuti, gli anni, si rinchiudono gli orologi nei cassetti e i cellulari smettono di funzionare, alla fiera della tecnologia l’occasione per essere sempre altrove, mai con sé. Invece tu, nei tuoi labirinti privati, nei tuoi vestiti eleganti e nei tuoi capelli lunghissimi, trovi per gli occhi trampolino e per l’anima quiete bianca di cieli da attraversare, mani nodose o immature da stringere, animali da salvare e mille e più motivi per naufragare nell’emozione del vorrei. Io, qui, ancora in mutande, tende che rivelano quadrati in trasparenza, io dopo tutto questo tempo che consuma le ossa, ti confondo col mondo. Nessun viaggio e nessuno zaino è paragonabile alla ricerca della tua voce, dei tuoi sguardi obliqui, dell’odio, sì certo, dell’odio verso i nostri passati e i recinti che portiamo intorno. Con questo schizzo irrisolto che proviene dal mio sesso, nei pixel scarichi di questi computer bianchi. Come bianca è la tua pelle, divinità senza sole, atrio gonfio di pretendenti. Anime salve loro e me perduto. Nell’incavo delle tue cosce credi il mio pensiero nascosto eppure no, non è così, non soltanto e lo sai, i tuoi zigomi forti sono come le mani scolpite dei Rodin, non basta ammirare, bisogna stringere e l’emozione poi tutta ti coglie. Non ci sono tele da disfare, mia Penelope, nessun ritorno da attendere. Morti gli eroi è il tempo degli uomini. Riempi ancora parole in morbidezza di labbra e inviti alle feste del bene, eppure rimani in silenzio. Perché tu sei silenzio. Io invece voce di uno che si abbevera del suo deserto, poi, nell’ultima metropolitana, nelle stazioni vicino al capolinea, solo tra sedili inutili, tra gli ultimi resti del puzzo dell’umana genie, urla e non è udito, urla e sfoga frustrazioni e vorrei. Urla ed è così sano che visto attraverso le telecamere di sorveglianza appare folle.

Foto: © Jan Saudek

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