Archivi categoria: musica italiana

A culo

Trovare gioia dai giorni e allontanare la paranoia: son stati abbastanza i miei ieri? Che ne sarà del domani?

Ci trovavamo la sera a mettere in comune i nostri quotidiani, sottolineavo i tuoi sbagli con le mie labbra rosse e mi donavi vita allungandomi la tua schiena perché avessi spalle a cui aggrapparmi e sostegno per il mio bacino freddo. E ti chinavi sul tavolo per mostrarmi il tuo mondo, si spegnevano le luci degli altri, cavalcavamo noi nei pascoli immensi delle nostre intimità. E respiravi finalmente, lasciavi perdere tutti i tuoi però e ansimavi come dopo una corsa.

Coi pendolari immersi nelle trilogie, le teste chine sugli smartphone e la ricerca di parole sempre nuove per i nostri giochi di società. E mi chiedevi i tuoi voti in un like, mi domandavi come stai e quando ti rispondevo bene ne avevi già a sufficienza.

Del mio romanzo nessuna traccia. Alla Siae domandano ancora delle mie canotte estive. Quando Michael Jordan giocava nei Bulls, le mie preoccupazioni erano tornare a casa in orario e poi andare a scuola, nascondere i voti a mamma e non farmi interrogare l’indomani.

E così ora vorrei guardare un film, uno qualsiasi, uno in bianco e nero. Ma sono zuppo di derive, il torrente dei desideri e le ipotesi sui futuri prossimi; mi contraddico come i nostri premier. Mi contraddico come gli agenti del calciomercato. Dovrei alzare la cresta e impugnare il tridente come Massimo Allegri. Il dettato dei padroni e gli errori che continuo a fare: da voi non imparerò mai. E farò del pugno bandiera, scivoleranno via le retoriche novecentesche e rimarrà il primitivo, e camminerò per le strade elevando l’unico membro degno degli interni.

E per la cronaca degli oggi lascio spazio ai giornalisti, le capriole di Brera ci facevano divertire, a culo l’erudizione esibita, a culo la prosa scarsa dei rotocalchi. E poi lo sai che se non ti facessi ridere finirei per stancarti.

E la cultura è diventare difesa: degli animali, delle verdure, degli interessi e dei confini delle nostre voglie. Quando pensavo che bisognasse attaccare, progredire in ascolto e coscienza e mettere mano alla spada; le pistole di Tarantino e i surrogati delle nostre velleità.

Nella casa che non ho, nelle tasche vuote, nella mia vespa lontana e nella potenza delle mie cosce c’è il mio cammino. Se non avessi un Mac sarei un nullatenente, il giro del mondo in migliaia di sguardi e la gratuità dell’immaginazione. Che è sulla strada che impari a chiedere, che poi desideri il mare, una casa grande, le mura bianche, un tavolo in legno e la tua mano poi sulla mia che dice scusami, se ero lontana era perché mi stavo preparando, che non avevo ancora le forze, che non avevo ancora il coraggio.

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Il tuo maglione di cashmere

E sei quel che guardi. E sei quel che cerchi.

Un campanello e sbattono piano le porte di un’auto. Le strade vuote di clacson. E finestre illuminate. Lampioni deboli. La neve nera nascosta sotto ai marciapiedi. Panchine verdi e fogli grandi di giornali come materassi, poi borse gialle della spesa. Il nero al semaforo e la mano tesa. La tv accesa e la tradizione dei film del Natale.

Svuotare l’immaginario dalle bruttezze per rincorrere di nuovo il senso. E via i rotocalchi, le immagini ritoccate dei desideri indotti. E via questi pixel che mi riducono le diottrie. Sporcarsi le mani per impacchettare gli amori, la cura nella piega e nastri scelti. Ripulire gli occhi per liberare il cuore. E sui banchi di chiese mezze vuote mettiamo a fuoco il nostro quotidiano. Non ora, non qui. La pulizia richiede tempo, e sforzo, e disciplina. Possiamo togliere la polvere, sistemare le sedie, preparare la tavola. Nessuno si accorgerà del ripostiglio, della cenere che riposa lontano dal camino. Di quando abbiamo consumato le nostre interiorità sfregandoci forte uno contro l’altro e come i fiammiferi farsi lampo e poi fumo. Una birra e una sigaretta, guardare dalla finestra con la paura dello specchio che ci bussa alle spalle. Osservarsi da fuori per capire la limitatezza dei nostri contorni e l’esasperazione della nostra sensibilità come una valvola di sfogo. Ti ritrovi ancora a grattarti le nocche, e lividi sotto ai tuoi occhi: tutti quei pugni che ci siamo tirati senza saperlo. Che camminiamo piegati in avanti.

Un orizzonte e suoni lieti, il silenzio delle ventitre e immaginarsi le tavole apparecchiate, odor d’abete e vino buono. Vorrei accarezzare il tuo maglione di cashmere e non smettere più. Le tue montagne. La farina che colora di bianco il marmo della cucina. E le tue dita sporche che pigiano un tasto e si fanno immagini. I tuoi disegni a penna nera e le tue scritte in corsivo. Narri senza le parole tu, e io sono ormai esperto nel linguaggio dei segni. E’ salito un dio sulla terra, è sceso un Uomo dalla luna. E’ nella debolezza che riconosco il divino. Che un neonato non sa far nulla. Un bambino non basta a sé stesso. Una donna, un ventre e poi mammelle gonfie e poi baci e il suono del risucchio di quando mangi il brodo troppo caldo. La necessità del calore di mani, quando diventerai madre stringerai forte i fianchi del figlio tuo, lo presenterai al cielo per guardarlo in volto, voi faccia a faccia per le parole che ancora non sapete dirvi. Il dio che nasce è un dio debole. Un Dio impotente, come l’Uomo.

E chiudo gli occhi, saluto la notte e faccio i bagagli. La strada aspetta. E dopo le cene e le risa, gettarsi nelle arterie della terra per trovarsi negli incontri. Le solitudini e le famiglie dimenticate. Le vecchiaie e le depressioni dei muri bianchi, delle argenterie. La malattia che isola. L’egoismo e la presunzione delle esperienze ciniche, i computer ancora accesi e le corse incontro a chi non vedi da tempo. Accedi una lampada o un cero e poi guardalo bruciare. E sei quel che guardi, e sei quel che cerchi. E ora fatti trovare, mia strada, mia primavera, mio moggio e mia radura. Fatti guardare che volto a volto possiamo parlarci, che così lontani non siamo uomini, non siamo dei. Fatti baciare, che volto a volto, possiamo salvarci.

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I nostri Iphone per farci il check up

E tra i tombini di via Tortona le nostre maschere in lattice per non andare in profondità. A cercarci il cuore nei nostri letti sfatti coi cellulari sempre accesi. E tra le cosce stringiamo i cuscini per sentirci amati. I nostri Iphone per farci il check up. Il check in per viaggi in terra straniera. I parchi chiudono troppo presto. Le fontane per lavarci le ascelle quando arriva la notte, il silenzio dei senzatetto e l’invidia per le loro mattinate assolate e gli ululati nelle notti di luna piena. Ci pettiniamo le schiene ai semafori e passiamo col rosso per sfidare i taxisti. E per stare soli la notte diventiamo folla. A San Lorenzo una volta arrivavano i cavalli. E ci sistemiamo i capelli negli specchietti retrovisori per non guardarci dietro mai. Piazza del Duomo di notte è deserto quando ci scambiavamo le doppie sotto le lacrime della Madonnina. Per i navigli che hanno ancora sete.

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Per tirarci le para

Per tirarci le para e avvistare i futuri migliori nei fondi del vino. Quando rubavi il pane al tavolo di fianco. Che noi avevamo fame, ingoiavamo la vita che gli altri brindavano a piccoli sorsi.

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In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo valzer per evitarci

Lasciamo i letti sfatti per tornare più tardi. Quando i tribunali si riempiranno. Colonne d’auto lungo le autostrade. In metropolitana con gli sconosciuti improvvisiamo di valzer per evitarci. I nostri intestini sono ancora sotto controllo. Aspettiamo il venerdì per abbatterci, per i buoni propositi del lunedì. Le diete e il salmì. Con questi silenzi che vengono a prenderci a botte e ci svegliamo al mattino con la faccia gonfia. I nostri denti deboli e la cortesia con le bacchette giapponesi. Per morderci attendiamo la notte come i lupi mannari. E non mi dire che farai e non mi dire che penserai. Hanno impacchettato i nostri futuri nel cellophane così che possiamo vederli da fuori e non toccarli mai. Con la paura delle infezioni. I tarli che ci divorano le narici. E respiriamo l’estate, aspettiamo il filmfestival, il fuorisalone. Le nostre centrali nucleari in ebollizione. Quando avevi paura di sfiorarmi le dita e mi sono messo in un angolo che da lontano ti vedo meglio, che da lontano tutto è più chiaro. Coi semafori verdi, le vespe nuove, e questo cielo blu di lavatrice. Ci sono speranze per i giorni a venire.

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Il tuo tavolo apparecchiato per la felicità

L’allegria nei risvolti dei miei jeans indistruttibili. Le scarpe colorate e le leggende alle casse dei supermercati. I nostri palati fini e la birra a un euro. Gli spettacoli brutti di quando non ci capiamo, quei particolari che non dimentichi, come quella sera che siamo usciti senza ombrello e poi non è piovuto e abbiamo affondato le dita nella cioccolata. Gli arcobaleni nelle pozzanghere. La benzina verde e i gasdotti Ceceni. I giornali stesi sul pavimento e le cartine Riza gettate là, Iran Costa d’Avorio Libia e Sudan, è primavera e sulle pareti schizziamo i nostri desideri informi. Mi hai portato sulla luna una notte, i cavalli alati per riprendermi il senno. La terra piccola laggiù in preda alle pazzie dei neon. Il tuo tavolo era apparecchiato per la felicità, ma io non ero pronto e mi sono ubriacato. Questi tempi che non si incontrano mai, il quattro quarti e i bonsai. Come quella notte che giocavamo a guardarci e ti sei dimenticata gli occhi sul mio letto. E la mattina la polvere mi ha ricoperto e tu sei tornata e hai soffiato forte. Tra le nuvole poi siamo tornati a ballare. E ci siamo finiti il sacchetto giallo degli M&M’s poi io ci ho soffiato dentro e tu ci sei saltata sopra e siamo scoppiati a ridere per la prima volta e anche i miei jeans si sono rilassati.

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Poi siamo diventati grandi

Quando finivi per essere come ti desideravano. Le stesse smorfie, le labbra in fuori, il rock and roll, la birra bionda, il jack e cola, il Montenegro e le corse in bici il sabato pomeriggio. L’aperitivo per salutarsi e i compleanni mai scaduti. E tu che volevi scappare ma non sapevi da cosa non sapevi da chi. La gabbia della provincia, gli amici d’infanzia. I messaggi d’arrivederci e le cartoline dei porti, i tuoi problemi con l’acqua per non prendere il largo. L’odore del mare, riverniciare le pareti della tua stanza e far volare gli aquiloni in fiat uno. La solitudine insopportabile delle rinunce. Quando mi hai detto mi sposo e io ti ho detto lo sapevo. Che quelli come me si accorgono e rimangono soli a guardare da fuori come i reporter di guerra. Immobili e tormentati. Sulle spiagge degli anni ’90 i nostri ragionamenti sono missili Tomahwk, quando mi chiedevi di raccogliere stelle per le tue collane. Poi siamo diventati grandi e abbiamo cominciato a sparare.

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Con le giostre che se ne vanno (a primavera)

Le giostre che se ne vanno. Pablo del Sudamerica che smonta l’ultimo bullone e il ferro cede con le bestemmie in tutte le lingue del mondo. Queste vite che non si fermano mai Europa Africa o Hawaii. I piedi nudi delle turiste del nord Europa e i mozziconi di sigaretta a prendere il sole Paolina Bonaparte con la felpa degli Yankees. Gli orgasmi alti della fontana di piazza Castello e questi schizzi per la sveglia dei passanti. Le nostre madri e le bici coi seggiolini vuoti. I cellulari che si illuminano quando viene la sera e tu che non lanci i tuoi missili per illuminare le mie notti. La coca light e le diete per i tagliandi d’agosto coi tapis roulant occupati ci rincorriamo nei parchi. Le nostre pause studio e i computer bollenti con le solitudini dei tasti XY. Sei tornata e ho ricominciato a scrivere. Ho tagliato i capelli per non proteggermi più. La barba per non pensare. E per non sentirci soli gli amici in America e i fratelli di Spagna, gli analfabeti e i preti. Questi soffitti alti, i missionari del Nord Africa e gli aerei di carta. Quando legavo la bici ad un albero coi carabinieri a cavallo schierati per la foto di gruppo. I figli dei loro figli, il sangue sotto lo stivale, balla la Puglia balla con la caviglia che scrolla il piede sugli sbarchi dei mille. Tu e le tue sciarpe lunghe. Ci scopriremo la notte e porteremo le coperte sui tetti. Per sdraiarci e guardare il nero e i cieli fosforescenti, i temporali senza luna che se ti alzi in piedi e non ci arrivi, se allunghi le dita e non senti nulla sali su questa giostra che non si cade che non si paga che lo tocchi il cielo che tanto da sola non serve a niente.

Gli sguardi in metropolitana

Gli sguardi in metropolitana per gli orizzonti che ci siamo persi. Partono ancora gli aerei e nelle sale d’aspetto la gente abbronzata. I fanghi di Guam e queste creme per la nostra pelle scaduta. Che siamo come i serpenti inghiottiamo i giorni senza masticare e digeriamo le notti.

Questo cielo che scivola sull’asfalto. Le mie corse per non pensarti. I marosi rancorosi e le parole che si fermano in gola.

Nei cinema il film dei puffi e l’aumento dei biglietti. Le nostre corse per non perderci. Che se non vedi l’inizio non capisci la fine. 2001 odissea nello spazio e i viaggi verso il sole con gli occhiali neri. Le campagne antifumo e le cartine di sigarette per respirare in pace. Le mie parole a doccia e le tue bracciate per non affogare.

Suonerà prima o poi la campana, si illuminerà il display, e non sarà un’altra stupida promozione.

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Come i tramonti e le notti

Col che mare si alza per nasconderci. Pesci sulla luna e nel parcheggio una fiat cinquecento. Il gallo canta il mattino. Le nostre emozioni interrotte e gli ultimi freddi. Le mani screpolate con le bollette scadute. I nasi congelati per annusarci. Il profumo di colla delle tue unghie. Il lattice dei miei guanti per toccarti e non farti male. Che siamo come i tramonti e le notti. Ci confondiamo quando cala la luce.

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