Archivi tag: scrittori

Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te.

Abbiamo uno spazio tra i denti davanti io e te. Il titolo di un film drammatico tramutato in commedia. Gli abiti lunghi e i sorrisi di circostanza per lo sfoggio consapevole delle apparenze. L’euro al semaforo e il no alle rose congelate dai cingalesi. E poi la notte acqua e spazzole sull’asfalto per purificarci dagli orrori quotidiani. Ci prenderanno di petto i nostri conti in banca e ci costringeranno a marchette impensate. Stringere le mani ai padroni e con la scusa della nostra ignoranza farci incastrare dagli slogan americani. Le primarie alla porta peseranno due euro sulla nostra economia settimanale. Tutto questo pensare che finisce in niente. Le correnti di pensiero che ci costringono a prendere freddo. La tua storia piccola e i miei calzoni corti. Quando riflettevo meno e mi godevo i momenti. La crema della brioches a sporcarmi il viso, le scarpe zuppe di quando saltavo nelle pozzanghere e i cartelloni pubblicitari erano soltanto un pretesto per farmi chiedere da mamma il nome dei colori. Che poi alle medie sapevo pure dirli in francese. E vuoi dirmi ora che senso hanno queste vicinanze virtuali? Che senso ha il mio scrivere quando si gioca Juventus-Chelsea? Nelle imitazioni demenziali della domenica pomeriggio la mia spocchia repressa e le figurazioni nei film di serie A, le comparsate nel campionato Amatori e i progetti lasciati a metà. Vuoi dirmi perché non scivolare lungo i tuoi capelli, giungere tra le tue cosce e sdraiarsi tra le dune chiare delle tue gambe. Vuoi dirmi il perché dei tuoi piedi lunghi, il secondo dito che supera l’alluce e le divagazioni sulla natura dei nostri sentimenti. Quando mi dirai la tua età non ti crederò perché ho perso per sempre il senso di questo presente. E divago d’immaginario. E prendo il largo sulla zattera incerta del mio dire, le onde insolite dei tuoi sguardi mai uguali e quelle ciglia che hai perso sulle mie mani, ma ancora non lo sai. Quando mi dicevano di battere un pugno sul palmo della mano rivolto verso il basso e dopo il pum far sparire quel ciglio, che se vola un desiderio si avvera e se rimane sul palmo incastrato tra i peli invisibili della giovinezza non c’è speranza di realizzazione alcuna. Ma in fondo a noi la speranza non interessa. Ci racconteremo presto una storia cominciando dal verrà una volta che per i c’era (una volta) non c’è più spazio.

Foto: Luigi Ghirri

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Come i narvali

Noi come i narvali.

E l’unica mia radice un dente lunghissimo, la vite in fronte per l’accumularsi dei pensieri dei giorni. La mitologia che mi carico sulla testa.

E tu simile al beluga, al delfino o alle grandezze straordinarie dei cetacei.

Ti parlavo degli unicorni quando dal brufolo tra le sopracciglia mi è cresciuto un corno lunghissimo. E sono stato costretto a gettarmi nel lavandino. Quando avevi aperto l’acqua soltanto per lavarti le mani e sono caduto nel buco. E come Alice e le sue meraviglie mi sono fatto spazio nel blu, io senza squame, la psoriasi a mollo smette di infastidirmi.

E mi circondavano abbracci di pesci minuscoli e sciarpe d’ossigeno. E si prendevano la mia carne morta e sbocconcellavano piano lasciando i morsi ai pesci più grandi.

Per distanziare la banalità degli squali americani raggiungevo le acque fredde del nord, lo sfogo alle malinconie nel buco ai ghiacci del mio corno lungo. Poi il sole di mezzanotte e avere voglia di gettarsi in mare pur essendo già in acqua. Non sappiamo godere di quello che abbiamo ti ripetevo. E mi dicevi che bellezza e sensibilità e intelligenza e coscienza non sono fatte per il guadagno. Io ti ho risposto che un contadino furbo può far fortuna coi prodotti dell’orto.

E non possiamo far l’amore io e te, come i narvali, che se ti infilzo col mio corno ti perforo gli organi vitali. E poi smetti di respirare. Possiamo nuotare vicini, e farci prossimi alla riva o solcare il largo. Conoscere l’infinito dell’orizzonte, abbeverarci al sole e prendere sonno sul finire del giorno. Disegnare nell’acqua il contorno delle colonne d’Ercole e non aver paura delle gomme da cancellare dei futuri degli altri.

Tra le vetrine il fascino del denaro, venivo a farti visita in sogno con le mie ossessioni per il numero 8, e non è Marchisio e non è Nocerino.

Stasera si gioca la Champion’s League e farò finta di niente, la nostalgia di Del Piero non è per i pesci grossi.

E in Groelandia ci sono leggende che parlano di noi, della coda del figlio tra la coscia levigata di mamma narvalo, le nostre navigazioni del non ricordo settimane prima della nascita per poi prendere il largo da soli. E non sarò Tu, Mio, allontaneremo la retorica dai nostri futuri e quello che chiamavamo morale sarà soltanto coscienza.

Liberi noi in questo mare, in branco o soli, ma noi, con corni da unicorno e zoccoli santi. Verso l’azzurro, ancora una volta. Per respirare ci solleviamo in altezza e sembreremo più alti, ma sarà soltanto un miraggio, che con gli occhi belli tutto è possibile.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Soltanto uno sguardo tra il bianco.

Dopo il risveglio l’azzurro tra i vetri e il primo caffè.

I pruriti degli arti, la nostra pelle secca e le presidenziali americane, le tazze coi nostri volti nei negozi sul lungomare e i tuoi like su Facebook come indicatori di distanze.

Pollice su ai potenziali elettori dei nostri domani, quando continuano ad essere gli altri a scegliere per noi. C’è chi può dire no ai lavori mal pagati per le coperte in cashmere che hanno cominciato a rimboccargli da piccolo.

E intanto non c’è pietà negli intervistatori della domenica e i sudditi del pre serale. Tra le tirate lunghe dello scrittore e i lanci di pomodori del lunedì. Quando la tivù non ci concede altri tempi,

il folle istrione

e

la mancanza di vuoti.

Quando muore qualcuno si libera uno spazio.

Quando si lascia la terra e si prende il mare si lascia un messaggio.

Con le nostre relazioni a tempo determinato consumiamo l’ansia di piccole morti e ci prepariamo all’ultimo giorno. Al ciao definitivo che per qualcuno è un arrivederci.

 

Ma non c’è ancora spazio per tutti. I nuovi rampanti e queste scale a chiocciola che ci fanno girare la testa. E rimaniamo in basso a guardare.

Troverò qui il perché dei tuoi silenzi?

 

Quando lo spazio bianco apre nuovi scenari e cambia il tempo della percezione, 2001 Odissea nello spazio è un film troppo lento.

E dove sono adesso le tue guance. Dove le tue lentiggini. Questo cielo ha bisogno dei tuoi denti bianchi e capelli neri e camicie a quadri per tornare ad essere il latte che tanto piace a Milano. Le nostre colazioni dimenticate tra i vicoli di Brera.

Le notti insonni a rincorrere un’immagine, le proiezioni dei miei contorni contro i muri illuminati soltanto per tracciarmi il contorno e capire cosa sta cambiando intorno a me. A provarmi tuoi reggiseni mai visti e poi la nuova moda vintage. Le cannibale è soltanto il motto di una discoteca.

Fioccano i mercatini, le luci del Natale, a ricordarmi che se non ci vediamo non esisti, la balena bianca delle mie pesche infruttuose. Ritornare a quell’uomo e al coraggio degli oceani: le mie reti tutte bucherellate, pescatori di uomini che rifiutano il contatto.

Ed ora torna alle tue pagine tutte bianche, tra i miei oggi ci son sorprese e grappoli d’uva, cachi arancioni e il prezzo incredibile delle castagne.

Vorrei cucinare per te, dirti non ho mai ucciso nessuno con gli occhi, e andrebbe a finire che tu non ci crederesti, perché hai paura o soltanto non puoi vedermi perché hai lo sguardo proiettato lontano.

Quando non ci sei. E io sì. E così affermo soltanto me stesso, come i candidati di destra. Come i testimonial famosi. Come i vestiti firmati. Come quella candela che ci siamo dimenticati accesa più di un anno fa, ed ora è un fuoco, come l’Ohio, e non c’è verso di spegnerla.

A nulla servono gli uragani, abbiamo interiorità così vaste che manco le bombe a idrogeno.

Soltanto un incontro.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Come gli ombrelli dimenticati

Non correremo la maratona di New York.

Tra le macerie delle nostre feste della domenica le nostre strategie per non pensare. A casa presto, domani il lavoro.

Coi vicini che si esprimono ad urli e rancore per le sigarette spente nei vasi delle piante grasse.

I contenitori dell’immondizia zuppi dei nostri avanzi e tutti i tuoi rifiuti sistemati in lavastoviglie tra una forchetta e una tazza. Apparecchieremo un’altra tavola un giorno e la tovaglia sarà così bianca che proveremo il gusto di sporcarla. E vino nei nostri calici in affitto, tutto intorno a noi le indicazioni delle scadenze. Una casa a tempo e quegli amori che rifiutiamo perché ci siamo abituati a consumare in fretta per farci saltelli sulla parola fine. Così abbiamo deciso di non partire che i soldi sono sempre troppo pochi e le mete infinite, il rituale del cavatappi per queste serate solitarie, la pioggia di novembre e il giorno dei morti.

Gli amici e una pizza, tra le parole diventiamo due e poi tre e ci facciamo a tranci, poi a brani tra i colloqui di lavoro dei film e la sincerità del reale. Non ci prendono mai.

Le nostre strategie rinchiuse in un App e questi smartphone che ci indicano la strada. Con Google Maps ci siamo incontrati e quando ti ho accompagnato a casa non volevo salire e nemmeno salutarti per sempre. Sarei stato sotto al portone fino al mattino soltanto per sapere che se ne fanno delle attese gli ombrelli dimenticati. Poi ti ho scritto due righe e mi hai risposto che eri morta. E Capossela veniva a prenderci sotto il paltò per riscaldare le notti, noi accolita di rancorosi lo sai che una volta ci siamo incontrati e non eri in te? Non mi ricordo. E poi dicevi che scrivo come Vasco Brondi e io non sapevo cosa rispondere e ti domandavo di Tondelli, Ginsberg, Keruac e il gruppo ’63, ti urlavo non è così, sono un diverso.

E nelle nostre dimenticanze ci gettiamo i litigi dietro le spalle, quando mi scrivi che guardavamo Ciprì e Maresco su YouTube, Rocco Cane e i quattro ladroni, Signò Belluscone voglio una birra, quando ci porti la birra, ti sei dimenticato che ci avevi promesso una birra? Le carezze dell’ubriachezza e poi il divano, i nostri contratti che non si rinnovano, i diritti negati alle donne incinta e il nostro professionismo da 66cl. E ora vieni a dirmi ti aspetto per un brindisi e a me viene soltanto in mente una domanda: a cosa brindiamo? Poi mi prendi la mano e sostituisci un chi a quel cosa. E ci battiamo un cinque alto. E Pam andiamo al supermercato, che quella birra ce la compriamo, che Chi vive aspettando, chi aspetta sperando, muore cagando, che lo diceva Nicola Lo Russo in Mediterrano, 1991.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Perché siamo italiani e passiamo col rosso

Gli appartamenti sfitti che ovunque aspettano i nostri traslochi a metà. Non sappiamo ancora dove stare e scegliamo la strada mentre trascorriamo pomeriggi a cavallo del letto frustando i nostri pensieri nascosti per far prendere velocità a futuri improbabili. Naufraghiamo nell’immobilità e nella mancanza di spazio dei portafogli. Ci dicevano vedrai che prima o poi arriverà e noi ci chiedevamo che cosa. Che la pazienza ci taglia le guance e ci riduce le labbra come ai vecchi, la condizione passiva dei nostri giorni e realizzare che poi non dipende tutto da noi. Il cielo rosso di Milano e queste nuvole molto bianche. Sto attento ai semafori e ai segnali di stop, mi fermo soltanto per guardare avanti e non voltarmi. La parabola eterna di me nelle parole degli altri. Euridice che non mi chiede sguardi. E i cinesi che riparano il mio mac bianco, le attenzioni rivolte alle macchine. Quella volta che c’eravamo seduti su sgabelli troppo alti e lasciavamo andare le parole e così perdevamo i fili del discorso troppo impegnati a tenerci in equilibrio. Mentre parlano dell’ubriachezza nei teatri e trattano Bukowski come un tram stretto nei binari nella presunzione delle proiezioni della classe media. Noi Achab ossessionati dalla Moby Dick della realizzazione dei sé. Nei cassonetti zuppi si trovano ancora animali appena nati mentre la notte lasciamo le porte aperte soltanto per dimenticanza. E ora vorrei che piovesse forte, come quella notte a Parigi in bicicletta che ci fermano i vigili in Place Republique e ci fanno la multa perché siamo italiani e passiamo col rosso. Perché siamo italiani e passiamo col rosso. Le malattie di un paese intero in un semaforo e le nostre spalle cariche della forfora del comando dei vecchi. La visita del militare che non ho fatto. I letti sfatti dei campeggi invernali e quei baci che mi inventavo la notte. Per uscire dai freeze tocca puntare la sveglia, un lavoro normale o soltanto la sensibilità folle di un qualcuno che decide di lasciar perdere la normalità dei più e fidarsi. Per la fiducia non servono ragionamenti mi dicevo, ma non sapevo tradurlo in immagini.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Animal liberation, anima liberation.

C’eravamo stretti tutti intorno a noi come si fa coi morti. Ci guardavamo da fuori con le parole esaurite tra le otturazioni. La ricotta di Pasolini per le nostre guance insensibili alle carezze che per combattere il qualunquismo ci siamo chiusi in casa a farci cene scaldando i nostri giudizi preconfezionati. La clandestinità delle idee antidemocratiche e i preparativi per quel nuovo show del lunedì sera. Sarà denuncia o informazione e ci sentiremo migliori col cuscino svuotato di sonno ad attendere sogni di gloria. Durerà soltanto una notte, domani è Champion’s League. Penseremo all’amore come a una salvezza mentre disimpariamo l’arte della dilazione e affrettiamo le conoscenze: hai voglia di scopare? e i mantra che non ripetiamo mai. Per i miei viaggi ho le tasche vuote e vele di libri e juke box all’idrogeno per gli orizzonti dischiusi alla luce dei semafori che lampeggiano in giallo, la vita al di là della città e tutte le partenze chiuse in confezioni da sei. L’offerta dei bed and breakfast per i nostri voli rasoterra e l’odore del camino come un ricordo. Tutte le guerre combattute soltanto sulla carta. Animal liberation, anima liberation. Nei dischi rap la nostra rabbia repressa e poi nel jazz i quel che vorrei e poi non saprei. Quando non arrivavo alla tavola e cuscini sotto la sedia, due pulcini un regalo d’estate e le sparizioni d’autunno. A chiedersi che senso ha il calore dei miei palmi se poi le stagione passa e le piume volano via come in Forrest Gump tra le notizie del mondo grande e l’indifferenza. I lungometraggi a episodi degli anni ’70, il nudo uno scandalo e la possibilità della creazione, che poi diciamolo “Amore e Rabbia” non è poi strepitoso. E mentre le ore si fanno più lente e i giorni più corti mi aggrappo alle speranze dell’adolescenza: baci lunghissimi, la maglia numero dieci e le serate con gli amici, quando la bocca era piena, l’orologio distante, quando mancavano gli argomenti e non prendevamo posizione su nulla. Quando eravamo morti, ma pensavamo di essere vivi. Non come adesso.

Foto: Alex Webb

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Dove sarai. Quando verrai.

Gli osservatori privilegiati delle nostre giovani età e i matrimoni degli amici di sempre. I vestiti bianchi e gli strascichi dei nostri ricordi. La goliardia del prosecco; esplodono le bolle di sapone delle pedalate nelle strade lunghissime della periferia milanese. Siamo scesi dall’auto perché c’è sempre qualcuno che deve vomitare, poi l’ultima sigaretta e nel fumo il tentativo di mettere ordine, i dubbi adolescenziali per quegli affetti che durano sempre troppo poco. E quando tornavamo dal mare ci dicevamo magari un giorno in più, la melanconia per quei silenzi davanti alla spiaggia perché sono giorni che non sentiamo il suono del nostro respiro. A niente servono le notti insonni a cavallo della tua schiena, le ore spese in mancanza per chiamare vita il ricordo di uno sguardo e l’antologia dei tuoi gesti. Le vendemmie dei poeti per la consolazioni della mezzanotte, l’ultimo messaggio è un what’s up ed il segnale di ogni tua risposta. Vorrei ancora tra le mani quei fogli A4 con le righe imperfette, le penne Bic senz’anima e le palline di carta con la tua saliva. Saprò ancora disegnare due quadrati per quella domanda che non so pronunciare: Vuoi stare con me? I sì e no in punta di matita e il fascino dei tuoi capelli sconvolti. Due caschi sul ripostiglio, le teste crescono le mani invecchiano, verrò a prenderti per lavarti via il nero degli occhi e poi regalarti un libro, una rosa o uno scivolo blu. E nella tasca un foglio. Lo troverai presto o tardi, donna e bambina. E quando ammetterai che parole non hai ci sarà sempre una matita Ikea per segnare una carta con una x come in quelle mappe di Paperinik quando una mappa nascondeva sempre un tesoro, e un sì o un no non faranno più differenza, perché mi segnerai una strada e allora saprò dove sarai, quando verrai.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Centinaia di eventi dai nomi impronunciabili

E ci tiravamo in mezzo in una storia che non mi ricordo, io cominciavo dal c’era una volta e tu passavi all’azione. Ci sorprendevamo a toglierci le scarpe ed eravamo così goffi che anche il letto piangeva dal ridere e così lo punivamo saltandoci sopra e disfandogli il rozzo del bianco. Quando ti giravi dall’altra parte e mi dicevi immaginati i miei occhi, coi i miei vaffanculo, la voce da bimbo. Quando mi siedo sulle panchine appoggio entrambe le mani e ci trovo gomme già masticate e allora mi convinco siano imperfezioni della vernice o soltanto stemmi di non so quale casata nobile, così mi inganno e non provo ribrezzo. La borghesia mi sfila davanti col passo veloce, Milano chiama e il popolo risponde. Le altezze dei grattacieli e nessun pozzo per affogare in profondità. Centinaia di eventi e tutti con nomi impronunciabili. L’esigenza del party e le confraternite del sabato sera. Hai preparato il vestito? Linate non chiude lo sai, partono ancora gli aerei e possiamo cambiare vita, come in Revolutionary Road te lo ricordi quel film e poi Di Caprio quant’era bello una volta e adesso com’è? Si invecchia lo sai, la cicatrice sopra il mio occhio sinistro e le corse al parco che per tenerci in forma puntiamo l’occhio ai busti dei greci, al bronzo etrusco e confondiamo la storia con la moda. E poi lamentati ancora se ti parlo del mio razzismo estetico, di quella fisiognomica che basta uno sguardo e mi allontano e mi avvicino dai tuoi capelli, il movimento delle tue dita e il pozzi di petrolio che porti negli occhi. Volevo scriverti soltanto una storia vera, ma finisco per dilungarmi in attimi: le immagini che si accumulano nel mio cervello, come i quei sogni che non ti ricordi e che ti viene voglia di raccontarmi. Quando mi guardi, mi dici: sai che c’è? E immagino che tu voglia tagliare a metà il tuo cuore per annaffiarmi di rosso e regalarmi il marchio indelebile delle tue interiorità. E finalmente le cateratte, il volo delle astronavi e Plutone con le mutande abbassate, e allora nessuna arca e nessun Noè, chiuderanno gli uffici anagrafici perché comincerò a inventare il tuo nome e tu sarai così contenta che ti si illumineranno le guance come certe sfere sugli alberi del Natale. E ora non chiedermi niente, prendi la coperta e avvolgiti e poi rimani ferma, così, come una greca, come una dea. L’immagine invisibile di certe mie ispirazioni.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Non capisco le persone che non si toccano mai

E li vedi che si avvicinano col sorriso appena stirato, lavato, ingessato dagli inchini sul posto di lavoro e tutto il superfluo della vita delle città, il petto in fuori e le orecchie chiuse, le radioline per la partita della domenica pomeriggio e quei suoni ovattati di neve che riesco soltanto a immaginare. E così ti stringono e ti chiedono come va senza aspettare la risposta, lo sguardo sulla riva, quando l’acqua non è mai la stessa e scivolano via le etichette dei tempi dell’adolescenza. E poi tastano forte i tuoi bicipiti per sentirne il tonico, e nella morbidezza trovano la tua inadeguatezza alla vita. E poi una carezza alla pancia per accorgersi che sei un po’ ingrassato oppure no, certo non sai se quella è amicizia o soltanto desiderio di affermazione di sé, il primeggiare nel confronto e dirsi non sono ancora nulla, ma un poco meglio di te, per quei traguardi che cancellavamo sulle lavagne dopo la lista dei buoni e cattivi. Le assenze dei nuovi maestri e la presenza molesta di quelli antichi. Se fai caso al tatto le parole ne risentono e ricamiamo frasi di circostanza trovando scuse buone per farci distanze. Non capisco le persone che non si toccano mai. Che per la conoscenza non bastano i libri, le lunghe ore passate a prendere il senno sulle poltrone scomode delle conferenze e poi le tavole rotonde del già detto. Quando vorrei prendere penna e foglio, distruggere il televisore e poi un aereo per sorvolare tutte le funi che mi trattengono, lo sguardo preoccupato degli altri è solo acqua per quei fuochi che mi tolgono il dono raro della serenità e mi spingono al limite, alla noncuranza degli affetti di ieri. La sovrastima sensibile degli averi, che siano cose, ricordi o amori. Lasciare tutto e andare, per quei reportage sulle cose dimenticate dai più, i vulcani in attività della Siria e le morti scontate della Somalia. La negazione della libertà del corno d’Africa e poi quel che non so. Non bastano due occhi, non una penna, un foglio. Che la mia voce risuoni tra le vostre montagne e si faccia eco, che io non parli di me, ma dell’uomo che questo è: vulcano, fuoco, e poi cenere. E silenzio. E poi voce. Parola.

Foto: © Bruce Gilden

Photo editing: Neige

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Di questo nero che porti tra gli occhi

Che siamo ancora qua con le nostre metafore inutili e tutto quello che chiamiamo esperienza incastrato nell’incavo degli occhi per colpa delle congiuntiviti d’inizio settembre. La sveglia presto e la tua doccia lunghissima per controllarti il cuore, il cellulare per dare sfogo all’ipercinesi delle mie dita e il desiderio di tatto. Nelle orecchie il solco dei tuoi respiri profondi, gli orecchini regalati e quelli che solcano i tuoi profili. Il Pequod delle nostre traversate provinciali e il vulcano del collo per gli scivoli delle papille gustative. Quando c’eravamo fatti giostra e non c’erano code a premi sul soffitto, soltanto i tuoi capelli da tirare all’insù, quando sostavi tra le mie gambe e con la scusa dei semafori rossi ci siamo fermati. L’attesa del verde e la natura selvaggia delle emozioni. Che per parlarci usiamo la presenza degli altri come intermediario, il Plasil distensivo dei nostri intestini in burrasca. Vani in tentavi per guardare la nazionale italiana e mimetizzarci nella quotidianità dei più come i camaleonti con gli occhi ricoperti interamente di palpebre e l’autonomia dello sguardo, ragionar meno sulle parole e diminuirne il valore sostituendole al gesto. E tra i tuoi adoro, i carina e lo shopping del centro i capelli morti supini sul letto testimonianza di una vita che c’era, dei tuoi spasmi, dei terremoti della mia cassa toracica. Verranno ora a prenderti per portarti nel mondo inventato, con gli sceneggiatori in ginocchio davanti ai tiramenti pseudocattolici della tv di stato, la mia sconfitta contro le Waterloo che volevo combattere. Nessuno verrà mai a chiederci dei mulini a vento di questa notte, della tua sigaretta poetica all’ombra del davanzale. Nel sudore annegavano le mie tempie, che avevo le mani disposte a farfalla dietro la nuca e il volo oltre il soffitto dei però che vorrei cancellare. E adesso parlami di questo nero che porti negli occhi, dell’odore fragile dei tuoi bagnoschiuma ecologici. Della tua lingua lunghissima e di quell’unico bacio, di quando ti neghi facendomi contorno e dei tuoi ti voglio bene alle tavole dei più. E adesso spogliati non ti si addice, che l’ho già fatto io e poi non è importante. E ancora sento la tua voce, tra poco sarai qui oppure no non è importante, non saprò ancora come guardarti e poi dove sistemarmi, io come quei soprammobili dai quali non riesco a separarmi. Non sarò più invadente, ma presenza e sguardo. Per le parole che scavo nel bianco e per quella purezza che non ti riconosci sul fondo della tua schiena. Nei tuoi pigiami invernali respirerà ancora l’alito delle mie labbra che per le tue bastano due bacchette vicine e si fanno sushi, crude e distanti, così se mi avvicino, credi soltanto che io voglia mangiarti.
 
Foto: Francesca Woodman
Photo editing: Neige
 
 
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,