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Delle tue guance hai perso il conto dei baci

Dietro la tenda lilla, oltre lo sporco dei vetri, la merda dei gabbiani sul davanzale. Nel vento che muove le cime degli alberi rari, che scuote le scritte americane sulle magliette appese, i raggi di questo sole enorme e pallido, che illumina e non scalda. Non manchi tu è la mia bugia di oggi. Fradici i miei giorni delle tue lacrime maledette, di quel giorno a rincorrerti per tutta via Dante e poi fermarti, scandire il tuo nome, poi i nostri corpi col freno a mano tirato e la promessa di un arrivederci. Non è tempo questo di colazioni lunghissime al riparo delle stufe a fungo dei bar di Brera.

Cosa ti manca? Continui a chiedertelo perché non lo sai. L’amore? Un lavoro? Un figlio? Tu, lo stesso maglione da giorni, le scarpe consumate, trecento e più chilometri in venti giorni. Tu, diviso, viziato, solitario e solo. Tu, col culo pesante e scuro di guardo. Ricorda, ti ha detto lei un tempo, se sei scuro sei luce. Così hai iniziato a incidere la tua carne, a usare il coltello per far forza sullo sterno, liberare il pensiero, essere finalmente quel tu: il sofferente, il ribelle, il divelto? Che senso ha tutto quel sacrificio di sangue se poi il nero scompare nell’urlo e rimane l’abbaglio, wow, urli, wow, finalmente io, io davvero, io! Ma lei ha paura, ma lei si nasconde. Che farai ora? Ora che hai perso tutto, dove se n’è andato il pudore? Gli occhi fanno male, faranno male per sempre. E quel sempre è un mai. Parole inutili.

Tornate qui, maestri miei, sedetevi a corona intorno al mio letto, sputatemi addosso l’imperfezione che vi ha resi eterni, la malattia che vi ha resi grandi. Insegnatemi la sopravvivenza di colui che si è diviso e ora tutto gli passa attraverso, nulla gli resta addosso. Pronunciatelo il vostro ti amo simpatico, lo ripeteremo insieme fino a farne un suono, la litania potente di questo nostro stare insieme. Fuori non capiranno, ma che ce ne importa. Che fine ha fatto il cuore, il nostro cuore? Volevamo estirparlo, dovevamo estirparlo e non siamo stati capaci, perdenti ancora, ci chiamano nullità, lo siamo davvero?

Lo senti il battere del mio cuoricino? Il maledetto suo battere, portalo via, tienilo tu! Dammi la mano, sfiora il mio corpo di carne, le ossa, i muscoli, il pelo. Puoi dirlo, se vuoi, puoi dire: “Sei vivo amico mio bellissimo, amico mio perduto.”

Verrà quel giorno, amorino, che ci ritroveremo ancora in quel caffè del centro, tu prenderai il tuo orzetto, io il mio caffè lungo, mi chiederai se voglio lo zucchero e ti risponderò di no e continuerò a farlo finché te ne ricorderai. Saremo amici allora, l’unica parola che possiamo concederci, mi griderai addosso tutta la frustrazione di questi anni, perché quando parlo non si capisce un cazzo, perché costringerti a fare lo sforzo del vedere oltre, perché dovevi capire oltre il già detto? Perché tutto ho abbandonato, per te, per te soltanto, per me, per me soltanto. Te lo ricordi il giorno che hai perso la pazienza? Mi chiedi. Incrocio indice e medio, te lo prometto, comincio oggi la mia ricerca, aiutami tu, amorino, prendimi per un braccio, prendiamo il primo treno, sentiamoci invincibili, andiamo a Venezia, cadiamo nella laguna, spendiamo tutto e chiediamo l’elemosina di uno sguardo nell’enorme piazza San Marco tra quelle mille colonne che rendono impossibili gli incontri. Poi portami nella tua casa al mare, prendiamo il sole nell’ultima spiaggia, portiamoci gli occhiali neri, salviamo gli occhi perché voglio vederti invecchiare. Poi portami nel giardino delle fate, di giorno tutto un colore, tutto uno specchio, la notte scuro di trucco abusato. E poi dimmi che delle tue guance hai perso il conto dei baci, delle tue labbra invece tutto ricordi.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com.

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Così sei tu, finalmente tu

Così sei tu, finalmente tu. Ora che non sei qui, tu immersa in notti senza lampioni, desta in risvegli nel rosa di albe tra stazioni senza insegne e treni arrugginiti, tu senza un nome, senza pantofole dietro le bandiere azzurre dell’esercito della salvezza e i panni stesi fuori da tende costruite troppo in fretta. Dicevano tutti resteranno una notte, una soltanto, passano gli anni e sono ancora là, telo dopo telo, impermeabili ormai, dimenticate dai più. Dici il mio andare costruisce memorie, rivela gli orizzonti nascosti dai grattacieli, dai caloriferi accesi e da orologi che appesantiscono i polsi. Ora che dormi, i tuoi piedi nudi su materassi gonfiabili, quel tuo essere di scelte forti e cuore fragile, sei vetro infrangibile, così trasparente che ti si vede attraverso, così dura che è impossibile trovar spazio in quelle tue interiorità labirintiche. Sai mille lingue tu e apri le porte coi denti, non domandi mai, sai ascoltare. L’hai portato un profumo con te? Tra le tue dita ricordo di sigari accesi e confidenze, dove ci porterà tutto questo nostro perderci, questa vocazione al varcare le soglie e rinunciare al biancore dei volti dei figli. Cosa resta di me? Uomo qualsiasi, imperfetto, uomo di tasca vuota e trench lisi, scarpe consumate e labbra morbide, impulsivo e invadente. Resta questo dire che non conosce trincee, così scoperto da mostrare il fianco al giudice, così personale da finire sul fondo e non galleggiare in ricordi e non finire tatuato sulle scapole delle adolescenti, sulla Smemoranda delle scuole medie. Torneremo dove siamo nati e proveremo a non farlo da morti, avremo storie da raccontare, cappelli da sollevare al sole per prestare la fronte al perdono, al saluto. Amici miei di provincia e città, amici miei sconosciuti e offesi, benedite il mio passo, soffocate il mio grido e stringetemi forte sul petto, che non sia mai medaglia, ma fazzoletto, per asciugare guance, per ripulire volti. Così son io, finalmente io, in virtuale lontananza, perché tu esisti soltanto in fotografia, sei messaggi sui social network, un tempo eri volto, ora sei ricordo, un montone grigio, lana bianca. Sei, sarai, continuerai a esistere finché imparerò la dimenticanza.

Foto: © Giulia Bersani

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L’habitude tue

La fronte sanguina, la pietra è rossa, ci perderò il senno ma prima o poi il muro cadrà e sarà polvere tutto intorno. I miei occhi nei tuoi occhi, il tuo profumo nelle narici, le tue mani nell’aria e le mie che le rincorrono senza farsi accorgere. La cocciutaggine prima o poi avvera il desiderio, ma il tempo, il tempo è l’avversario che inquina il respiro e invecchia la pelle. Quando ti avvicinerai per baciarmi le guance penserò è tutto assurdo. Tutto questo buio che ci siamo fatti intorno, quei lampioni spenti a calci, tutti gli aerei che ti hanno portata lontano, tutti i quadri che guardi, la natura che ti nasconde, le fotografie che ancora scatti e le cene per il benessere degli altri. E ora che una fiamma l’abbiamo accesa ti resta soltanto dire che le relazioni sono come i batteri, crescono tra le debolezze, che se fossi più forte saresti irraggiungibile. Non è ancora giorno e non mi vedi bene, per l’intero, ti dico, occorre pazienza, tu non l’hai mai avuta, mi dici, ma se sono ancora qui, ti rispondo io. La notte è troppo fredda per sostare davanti alla tua porta, aspettare ancora un tuo ritorno. Gli ospedali e i preti dicono la vita è breve, facciamolo insieme lo sforzo inutile dell’eternità. È nell’immaginazione che si consumano i miei giorni. E quando ti guardo dopo infinite lontananze, sai cosa succede? Fai così, sali sul treno che porta a Venezia S. Lucia, esci dalla stazione, prendi qualcosa di caldo da tenere tra le mani e poi fai attenzione ai turisti allontanarsi dai binari e giungere alla vetrata che dà sulla laguna, guarda i loro occhi che si aprono, le labbra che si tendono, le parole di meraviglia che non sanno pronunciare… quello sono io. Era soltanto un esempio, sai, se ci incontrassimo sarebbe così ogni giorno, alla fine ti abitueresti e faresti un disegno col tratto nero e i cuoricini, scriveresti l’abitudine uccide in un’altra lingua, che l’italiano suona volgare quando si tratta di sentimenti, pensi.

Foto: © Clarissa Bonet

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Tutto qui

Cercare partenze in questa solitudine che domanda ritorni. Un maglione, mutande, libri scelti e un quaderno, una cartina di Parigi anche se la meta è un’altra. L’immaginazione sarà sempre altrove, per il presente basta GoogleMaps. E intanto oggi vesti di nero, un fiocco, magari, a incorniciarti il volto e le tue dita che riflettono tra i fogli, il volante o il corpo macchina, non ha importanza. Ci muoviamo soltanto per ripulire lo sguardo, con le tasche piene cercare bellezza è più semplice, è in povertà invece che si impara ad apprezzare. Tutto qui.

Foto: © Franco Fontana

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Da giovane a dio

Non sono mai andato a puttane, inutile insistere, non mi piacciono le cose consumate. Non sono per il vintage, direte voi, anche se ho la barba. Stronzate. Io le puttane le ho incontrate. Sopra e sotto i letti, per strada, nei bagni dei locali e contro ai muri di casa. Ovunque le ho incontrate. E mi piacciono. Non bisogna trovare mezze parole, basta uno sguardo e si avvicinano lente al tuo braccio, si lasciano cadere già ansimanti. Fingono ubriachezza e ti raccolgono le mani come fanno le madri, cercano violenza o protezione, la noia le ha ridotte così e il potere che inseguono e il potere che sposeranno prima o poi.

Suonano i campanili, suonano anche la mezz’ora. Perché a Milano non più? È tutta una chiesa qui e atri sempre vuoti. Silhouette che si muovono dietro alle tende e donne grasse, infradito e unghie colorate di rosso.

La cosa che più mi annoia, lo sai, è tirare le somme degli eventi pubblici. La cosa che più mi annoia, lo sai, sono quelle frasi per far felici le circostanze. Perché non si legge più? Perché non ci si incontra più? Qui ci starebbe bene qualche dialogo con gli ultimi, gli ultimi veri, quelli che hanno perso per sempre.

Un dialogo da marciapiede, di quelli diretti, esaustivi. Cinquanta bocca e scopare. Me lo dici così? Altrimenti non capisci. E il culo? Il culo no. E il culo? Il culo 100. Schietti, precisi.

Non giriamo troppo intorno ai concetti, e se tanto ci piace adoperiamo la grazia delle farfalle, la lucentezza delle ali dei calabroni, i voli rasoterra dei pipistrelli, quando si parla di volo c’è sempre il rischio della morte, lo sai? Rischiare la vita per far del bello parola. Ecco qui, nulla di più semplice, nulla di più… sono generico anch’io, come un invito a cena.

Di quella ragazzina, gli occhi blu, il coraggio come gli occhiali appoggiato al naso, nessun timore, nemmeno il tremolio di un dito: “Voi adulti tenete lontano quello che non riconoscete, non è vero? Voi adulti parlate bene dei neri, dei pellerossa, mangiate il sushi o all’eritreo con le mani. Voi adulti siete diventati moda. Noi giovani vogliamo essere sempre più diversi da voi perché se ci disprezzate vogliamo lo facciate per un motivo.”

Sempre la stessa storia, sempre lo stesso giro. Ci vorrebbe qualcosa di magnifico, come quel gol di Alessandro Del Piero alla Fiorentina, 4-3, come Pantani sul Galibier, come Mameli che scrive l’inno e muore adolescente, qualcosa che avvicini un giovane a un dio.

Oggi si ricorda Peppino, morto ammazzato, morto giovane, quasi un dio. Peppino che non strisciava per terra, che provava lo slancio e rischiava la caduta. Peppino è morto, ricordiamo Peppino, vivo, il pugno alzato, le braccia magre. La risata ce l’ha restituita un film, ricordiamo i giovani, ricordiamoli uomini.

Per tutti quelli che il gol spettacolare l’hanno fatto dopo, per quelli che hanno dato tutto negli allenamenti, per quelli che incoraggiano il compagno, per quelli, per quelli, per quelli che non ce l’hanno fatta, che il peso era troppo e la sensibilità bastarda. Per quegli uomini sofferenti e magnifici. Per chi ha la scorta, per chi è in esilio. Per il coraggio. Per chi ancora scappa e per chi non vuole tornare. Perché per una passione vale la pena esistere, il resto sono sfondi di circostanza, nuvole senza forma.

Foto: dalla rete.

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Le quattro frecce sempre accese

Era così bello starsene a letto immaginando il sole fuori e i cerchietti fosforescenti. Le vetrine sempre pulite e le commesse nei tailleur neri. Era così bello starsene in viaggio e pensare qualche volta a casa più per dovere che per nostalgia. Era così bello trascorrere le ore tra le pozzanghere a guardare i girini trasformarsi e cercare di formulare una domanda, perché questo è il tempo delle domande e mai delle risposte. Cerchiamo di sensibilizzarci. Cerchiamo di sensibilizzarci. Mi davi le tue mani gelate e mi dicevi sei fatto apposta per scaldarmi. Io ridevo, ridevo tantissimo. Le montagne erano tutte bianche. Chi riesce ad alzare la mano e chi invece non ce la fa, e vive meglio, e vive meglio. Le macchine parcheggiate ai bordi della strada con le quattro frecce accese, le code per la benzina e le gomme da neve. Le città buie e i lampioni che si accendono con i calci. Tutti i miei sigari spenti sul marciapiede e le corse a cento all’ora per venire da te.

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Quando divento alta ti sposo

Si sono rotti gli altoparlanti e la stazione è un gemito lungo che costringe le mani a riparare le orecchie. Come tanti conigli sulla banchina aspettiamo la partenza.

Fanno finta di nulla gli adolescenti con le loro caviglie scoperte e le gambe fasciate dai pantaloni della tuta, mulinano le lingue giovani e le fanno incontrare, la mano che stringe il trolley si rilassa. Poi il rumore sempre uguale delle rotaie, la geometria delle coltivazioni dei pioppi e per tracciare i fili dei nostri giorni i tralicci della corrente ci raggiungono ovunque. E fiori bianchi e fiori rosa e arbusti ai lati della ferrovia.

C’è una ragazza, una maglia bianca morbida senza maniche, sfoglia un quaderno, si stufa, si appoggia sul fianco e poi chiude gli occhi. Il ragazzo di fronte a me non teme il sole, indossa occhiali neri, lascia tranquille le tende blu. Io mi guardo intorno, poi mi perdo in pensieri tra le righe di un libro, uno sguardo al cellulare, uno al finestrino, cercare solidarietà nella lingua incomprensibile dei neri dalle labbra grandi mentre una donna sui trenta, capelli nuovi e shatush, tra un figa e un bella stila l’elenco delle sue nuove amicizie.

Chissà tu come siedi quando viaggi sola, se ti addormenti facile oppure lavori, magari alleni lo sguardo e ringrazi il riparo delle province d’Italia. Dove vado io e tu dove vai? Cosa c’è dopo queste rotaie, dopo la strada fuori dalla stazione, oltre il verde, oltre il mare, oltre l’orizzonte, cosa c’è?

Ieri pensavo a Rahel, alla sua pelle d’oro, agli occhi grandi, al suo fratellino col pugno sempre alzato. Eravamo bellissimi, dicevi, quando divento alta ti sposo. Ma eri già grande e io non lo sapevo, avevi le mani forti e i piedi più duri dell’asfalto e ora che il tempo è passato sei nei racconti e morsi di serpente sulle tue braccia, poi quattro figli e un collo resistente per trasportare sulla testa gli otri dell’acqua. Cara Rahel, era così bello, non ti ho mai amata come volevi tu, hai ragione, ti ho voluto bene e non era abbastanza, ma non è stata colpa mia, non si poteva e basta, ero così giovane, ero così sciocco.

Sul muro della stazione una scritta: “Oggi ho battuto la vita, sono morto.” Così mi son fatto silenzio e per un’ora, forse di più, non lo so, non ho pensato a nulla, nulla che ricordi, non ho pensato… ho pensato che, che non mi va di raccontarlo. Poi le borse, le scarpe, la moda, il colore, le riviste, ho preso aria, aria ancora, ho aperto i finestrini, ho guardato fuori, i ragazzi ridevano, i bambini giocavano a rincorrersi, facevano finta di picchiarsi, le madri parlavano tra loro, la vita era fuori, qui dentro che c’è? Dove li stendo i pensieri?

Poi nel vagone risuona una domanda: “Dite davvero che mi vesto da troia?” E’ ancora silenzio, diverso da prima, gli amici che ridono, e il selfie di rito. La ragazza con gli occhiali neri fa la foto alla terra rivoltata, i riflessi del finestrino e i filtri di Instagram, saremo bellissimi quando guarderanno i nostri album di fotografie. Cosa diranno i tuoi occhi senza il riparo del trucco? Il tuo culo senza i pantaloni sarà ancora lo stesso?

Vai tra, ti dico io, non sei credibile quando porti al polso i braccialetti dei villaggi turistici. Mi controlli più tu degli impiegati, solo a Bologna e a Milano ti fermano, nel mezzo non fare il biglietto, dai non pagare, non serve a niente. E poi quei discorsi: le osterie non son più come un tempo, suoni la chitarra tu? Diventiamo ridicoli, come quell’altro che si domanda se esistono ancora i quartini di vino sfuso o la mezza nelle caraffe di vetro, sarebbe un’indecenza, dice, un insulto al gusto, dice, poi pubblica pagine sulla provincia, ma che ne sai dei miei giorni, delle mie indecisioni? Che c’è di male nell’indecenza? Cosa dovrei dirti ora che frequentiamo lo stesso giardino, gli stessi salotti? Sorriderò come tutti gli altri, complice anch’io di questa falsità che tutto vela, che ci rende ciechi e sordi e muti, coi denti bianchi e le labbra sempre più rosse. Il sangue blu.

Scendo dal treno in fretta, poi ti dimentico. Non ti dimentico.

Foto: dalla rete.

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Due irraggiungibile

Di quel ragazzo che ha preso la vita e l’ha portata nei campi, sui binari e nel cielo, non l’abbiamo vista esplodere perché era troppo in alto per gli occhi di tutti. Sono rimasti tra i nostri ricordi quei segni indelebili che fanno gli occhi.

Cercava ragazze sconosciute per allontanare il pensiero di te, ma non era solo quello, sorrideva ai cani nei parchi e ai clandestini dei parcheggi. Sparava parole a raffica dopo la prima birra e i suoi pensieri si perdevano nel fumo denso, nei suoi miliardi di disegni fatti sui muri, sui davanzali scavalcati e sui tetti per guardare i tramonti e salutare le albe con l’urlo. Scriveva cose che nessuno ha mai letto, magari tu. Magari sua madre. Chissà dove ha lasciato gli occhiali prima di uscire di casa e perché tutto all’improvviso è rimasto confuso.

Della ragazza che ha dimenticato di dirgli ti amo, che gli ha lasciato gli occhi sulla nuca, la sola parte di lui che potesse osservare senza essere vista, il culo troppo in basso e i capelli troppo in alto. Ora guarda in alto e disegna con le mani le direzioni delle stelle che non cadono più. Non arriverà un altro agosto.

Di quel ragazzo che ha preso l’esistenza sul serio e non è passato un giorno uno soltanto senza chiedersi il perché dello scorrere del tempo, che si dimenticava per mesi di tagliarsi i capelli e al ricordo rasava tutto, l’unica preoccupazione il senso degli oggi e gli incontri. Magari due chiacchiere con te e il suo cavallo dei jeans sempre abbassato, che quando ballava dicevi è così diverso da tutti gli altri, c’era la musica che vi univa forte e forse in quei momenti eravate davvero uno e uno soltanto poi tutto era una declinazione di desiderio, un’esercitazione di corteggiamenti.

Le uniche rose che ti aveva donato quelle congelate dei senegalesi, ti diceva vorrei scrivere nel cielo il tuo nome perché suona bene. Durante i temporali giocavate a rincorrervi e non vi riparavate mai, siamo come le piante, diceva dobbiamo crescere e non soltanto in età. Poi si immaginava i tuoi seni sotto la maglietta anche se c’era sempre troppo poco da immaginare, non ci facevi mai caso tu e ti piaceva quella forma che prendono le canottiere leggere quando il capezzolo si indurisce. Avresti voluto tenerlo sul petto, consumavi le notti cavalcando il ragazzo stimato dai più, poi pensavi a lui solo perché era dolce, non gli hai mai dato il tempo di farsi conoscere per intero, l’hai trattato come gli angoli ti dici ora, ma non puoi fartene una colpa.

Perché l’età ha le sue ignoranze, anche se hai letto tutto Proust o sai suonare il pianoforte, anche se hai viaggiato moltissimo e conosci qualche parola di russo, o magari il cinese.

Lui non se n’è andato, hai i suoi diari e tutto il bello dei suoi ricordi che tanto due è impossibile, diceva, due è irraggiungibile. Non riesco ad amare mia madre, figurati una donna.

Chissà perché ora ti preoccupi delle guerre di Ucraina e della mafia coi suoi appalti truccati, del narcotraffico e dei diritti delle donne in Iran e poi dimentichi l’attenzione alle solitudini, nell’ultimo buco della cintura di tutte le notti trascorse a inseguire un ideale per rendere le ore accettabili. E delle tue chisseneimporta?

Non è vero che non esiste più, non è vero che lo ami di più e non è vera tutta la colpa che ti hanno appiccicato addosso che sei nera di fuliggine per gli incendi che appiccano intorno. Fischiano le orecchie e fischieranno ancora altre locomotive, non aver paura di indossare la maglietta del tuo gruppo preferito, colorati ancora le labbra di rosso per sembrare più grande.

Perché erano stucchevoli i suoi carillon e stortavi la bocca per i suoi jeans consumati sul fondo, non potevi raccontarlo alle tue amiche, che invece oddio urlavano nei bagni dei privè del lusso. E quando fumavate tu chiudevi sempre gli occhi, ti immaginavi altrove perché ti vergognavi di renderti accessibile, lui giocava col fumo e ti veniva da ridere come adesso e ti chiedi il perché.

Ma lui è presente con quelle sue pupille quasi trasparenti, i suoi modi gentili e il passo veloce che ti precedeva ovunque. Così che tu potevi solo inseguirlo o cantarlo ed è per questo che hai scritto una musica che arriva lassù e riempie di senso quello che il senso ora sembrava aver tutto perduto. Che tutto gira tutt’intorno e tutto gira. Giri anche tu tra i dischi in vinile e perdi l’equilibrio, l’orientamento e poi sei sempre tu. Tu, come piaci a lui, come gli piacevi, come ancora gli piacerai quando lo canterai.

Foto: dalla rete.

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Ivresse

Il nodo mancato, la corda che scivola e il cerchio in acciaio suona una nenia, poi s’interrompe. Così lo scafo è in balia delle correnti, sfiora la riva, poi prende il largo. La traccia sull’acqua subito scompare e non c’è suono che desti dal sonno, nemmeno uno spettatore sui balconi del borgo. Soltanto un cucciolo di cane, la notte sul fondo dello scafo, gli occhi aperti in risveglio e un latrato sottile, dove sono le case? Poi un ululato, le zampe appoggiate sul legno in movimento. Così si radunano i curiosi, l’orecchio teso, le mani a visiera per lanciare lo sguardo lontano. E i salvataggi per mare, il pelo zuppo, i capelli bagnati e applausi sul bagnasciuga. La barca ritorna alla terra, il nodo è nuovo e chissà quale notte ancora potrà giocar col fato e bagnarsi dei primi soli in mezzo allo specchio infinito che tutto riflette.

Mi dici non riesco, non è colpa mia, torno sempre indietro come i boomerang. Legno leggero che matura tra i panda, specie in via d’estinzione e contraddizioni in bianco e nero.

Io qui, tra le pieghe del viso, porto i segni del cuscino, delle mie sveglie posticipate. Non riesco a emozionarmi proprio, non riesco a sforzare le labbra in un wow davanti ai riconoscimenti degli altri, nemmeno davanti ai miei. Mi dici che non si fa, a volte le feste ci sono dovute. Alzo le spalle, dico, lo sai, sono tutto istinti e così distinguo la verità da quel che mi fa grande all’occhio fotosensibili degli altri. Emozione e desiderio, la razionalità è per i titoli dei giornali.

Nelle fragilità e nelle profondità dei ventricoli, le ansie che ci sorprendono prima di uscire di casa, il tuo sorriso quando è spontaneo, le mie innumerevoli debolezze, le ricerche di svago e le indignazioni che dovrei tenere soltanto nel portafogli e mostrare soltanto in intimità, come la figurina consumata di Alessandro Del Piero.

E ora ce l’abbiamo fatta, quella parola suona sulle bocche di tutti, con la sua doppia z che taglia, tre sillabe e un ritmo perfetto che si leva piano, s’innalza e poi si chiude dolce, è onda e non scompare, ma penetra la sabbia lasciandola bagnata e modellabile. Unisce quel che prima era soltanto un granello. Ora ce l’abbiamo fatta, è di tutti, per tutti, e non è un aggettivo che ha bisogno di sostegno, ma sostantivo che basta a se stesso. Che ci sarà poi? Un punto fermo, un segno esclamativo? Io sono per il punto di domanda, il dubbio e la tensione che suscita la ricerca della risposta.

Quale? Dove? Ognuno ha la sua, personale e raggiungibile, idealizzata o reale. Sai che ti dico, la ricerca vale tutto, tutto davvero e quando si muta in conquista allora è difficile trasformarla in parola.

Apro il mio portafogli: una fototessera da bimbo, l’asilo e il grembiule giallo pallido, i miei capelli a scodella e un sorriso bianco. Mentre si celebra il paese con la parola che ci lascia con la bocca aperta e le energie che si moltiplicano, mentre si celebra il paese io non mi emoziono, ma guardo la barca, là, col nodo teso e le onde che si fanno soltanto culla, barca che smania di prendere il mare, conoscere lo sconosciuto, gettare l’ancora tra le tue efelidi e respirare un poco l’aria che solo l’ebbrezza dell’inatteso sa dare.

Foto: dalla rete.

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Regarde le ciel, regarde ma bite

In metropolitana a inciampare tra i rossetti rossi, le fronti sudate dei taxisti e i tram incastrati nei binari. Gli occhi consumati per attirare l’attenzione e tutte quelle energie disperse. Mi domandavo sempre la stessa cosa: quanti tuoi vestiti ho dimenticato e quanto costa la pazienza è quell’infinito tatuato dietro al collo delle adolescenti.

Sui lati dell’autostrada le cinture di sicurezza come lacci emostatici, la voglia di vivere da iniettarsi in vena e i rosari sgranati degli anni ottanta.

Le tue guerre col microfono in mano e le aule zuppe dell’Università Statale di Milano; gambe incrociate su pavimenti freddi a raccogliere l’alito pesante dei professori che fanno i pendolari. Mentre a Palermo si fa il bagno e fioriscono i cactus, le nostre colazioni ad occhi chiusi e mani tese per raccogliere gli avanzi della notte, quando tutto si immagina e la verità russa piano.

Siamo invecchiati in fretta mi dici e appoggi le dita sui tasti della chitarra. Ti faccio domande assurde sul senso del nostro stare chiusi in casa e fare sempre tardi, tardi, tardi. Rispetto a cosa poi? Non mi rispondi.

Dovremmo impiegare il tempo dedicandoci al piacere, ma quale poi, dedicandoci a piacere, mi verrebbe da dire, delegando agli I LIKE le nostre coscienze.

Vorrei tagliarti i capelli e aspettare con te che ricrescano, la primavera delle nostre teste, consumare le mani a furia di carezze. E invece tra le tue labbra chissà, tra le tue labbra come si sta. E invece tra le tue cosce chissà, tra le tue cosce come si sta.

Così sulle punte dei piedi guardavamo dalle finestre per scoprire i segreti dei grandi, non ci sono torte a raffreddare sui balconi, non ci sono nemmeno balconi e panni stesi ad asciugare.

Qui tutto si fa grigio, quando togli il casco cerchi un rubinetto per lavarti il volto. E’ solo un momento, dicono i più, tutti sono in attesa che qualcosa succeda, perché qualcosa prima o poi succederà, e laveremo via il nero dei nostri lavori con le riforme dei cuori e finalmente potremo infilare le mani in tasca e distribuire caramelle per cariare i denti soltanto ai bambini dell’Africa, per rifarci l’anima coi sorrisi degli altri, perché il nostro, oh, il nostro è ancora sepolto. Sotto le colpe che non ci siamo mai perdonati, tra i calcinacci delle nostre infelicità immotivate.

Non c’è il sole oggi a Milano, ma sopra le nuvole è sempre sereno, sempre. Vuoi dirmelo ora che fare, continueremo a prendere aerei per accorgercene o ci basterà alzare lo sguardo, così regarde le ciel non sarà un’altra stupida frase scritta con lo spray sull’asfalto, non alzeremo le spalle, ma solleveremo le sciarpe, qualcuno il pugno, altri una mano, e cominceremo a salutarci, oggi e pure domani, dopodomani chissà.

Foto: dalla rete.

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