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E poi sono venuto a svegliarti

Il ring si è fatto stretto e ho preso troppi colpi in viso. Quando il cuscino non serve più e vorresti nascondere le guance al mondo, mandare gli occhi sull’autostrada Milano Roma e non farli tornare indietro. C’è un corpo che scalpita nell’arsura milanese, quando spegnevamo i lampioni con un calcio perché la strada buia è più coreografica. Una notte girando in tondo come i tarantolati sul tamburello morbido delle lenzuola. Non c’è musica qui. Il silenzio sbrana i miei timpani e non ricordo più. Chi sono io, chi sei tu. Il caffè della Peppina che ci sveglia la mattina non col latte né col tè ma per te per te per te. E questo sole maleducato che ci guarda nudi tra le persiane. Le mie docce e quando mi dimentico che non sono solo le case di ringhiera si piegano per guardarmi. E tu che prendi il fresco del lago. I miei calzoni sporchi. Le mie labbra umide. Quando ci siamo detti il momento è difficile e risorgeremo basteranno i tre giorni. Ma il militare non è più obbligatorio. Con le licenze di leva infilate nei jeans fischiamo per la strada quando arrivano le ragazze. Quando arrivano le ragazze. E poi quel treno ha fischiato forte ho detto eccoti e siamo rimasti a guardarci che i semafori erano tutti verdi.

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Quei sì te li sei tenuti tutti per oggi

Le fabbriche della provincia non hanno tegole per farci sedere a prendere il sole prima di tutti. Che ci gettavano addosso dei gas per affogarci nelle nostre responsabilità. E così siamo tornati in città e ci siamo seduti sui gradini che le serrande erano tutte abbassate. Nella mia testa c’erano le esplosioni vulcaniche e la deriva dei continenti e mentre rollavi il tuo tabacco chic mi hai detto che non ti fidi di me perché non fumo e bevo birra troppo scura. Dovremmo sederci sui cuscini grandi, grandi come i piccoli raid aerei che ci stiamo facendo. Che mi spari sui reni e questo mi costringe ad andare avanti. Le tue richieste d’aiuto nelle bottiglie per la raccolta differenziata. La lavatrice sta strizzando il bucato e io strizzo gli occhi come quando taglio le cipolle per le mie paste piccanti per tenermi la bocca impegnata, per vietarmi di sentire il suono della tua voce. Vorrei che fosse notte. Che sarai tornata in città per dire quei sì che te li sei tenuti tutti per oggi. Se questa casa avesse i tubi di scappamento nelle fondamenta volerebbe da te per scoprirti le palpebre. Per accarezzarti la schiena. Con tue labbra sporche di crema di latte. E Berlino che è sempre più lontana. Nei campi nomadi ho lasciato la mia camicia e ora è piena di buchi che sembra che mi hanno sparato addosso. Vorrei che tu fossi qui e non saltassi sul letto.  Io sono uno straniero e tu non assomigli a un centro d’accoglienza che hanno le lenzuola sempre uguali bianche come gli ospedali. E il tuo computer acceso coi video impietosi e i tuoi balletti da prima media. Che mi piacerebbe spegnertelo e poi dirti: vuoi scopare come dicessi mi presti cinque euro che devo fare benzina al motorino.

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In tempo per i girotondi

I vuoti a rendere dei nostri passati stanno sull’attenti a ricordarci quanto abbiamo bevuto. Seduti al tavolo l’esercito delle sedie che ci chiama a raccolta. Noi che sbraniamo paste d’annata e ripieni al ragù di carne. E inneggiamo a questa figa che sta sulla bocca di tutti e abbiamo perso di vista. E i pensieri ci sporcano le magliette, le scritte mitologiche dell’adolescenza e l’acqua frizzante rimane nel frigo che qui si celebrano solo le nozze di Canaan. Che lei non c’è e tu ci pensi ancora. E quando brindiamo ci guardiamo negli occhi. I profitteroles con l’ancòra del ricordo che non sappiamo tirarci addosso. Saremo come le briciole e verranno a raccoglierci. I nostri lavori a tempo determinato, i progetti per la conquista dell’Asia e i tatuaggi per sconfiggere le paure. I legami che non ti ho detto e le camere d’albergo col bidet per ripulirci le labbra e parlare d’altro. Delle nostre vacanze finite al mare. Il muro di Berlino della famiglia e i saldi per le stanze in affitto. L’ultimo moschettiere si è depilato il petto. I passeggini parcheggiati nei corridoi e i Peter Pan in giacca e cravatta. Uno per tutti e tutti per mano che siamo ancora in tempo per i girotondi.

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Queste matite affacciate sul cielo

Guardavamo il cielo dal basso su quel balcone aggrappato a queste case di ringhiera degli anni ’70.

C’erano delle scie bianche e tu hai cominciato a coi tuoi discorsi apiùnonposso sulle energie rinnovabili, tu che stai ore sotto la doccia, tu che ti lavi i denti cinque volte al giorno, tu che quando caghi lasci aperto lo sciacquone perché la casa è piccola e non vuoi che nessuno ti senta.

Le mie mani gialle lasciavano le sigarette a consumarsi al vento che la mia bocca era impegnata ad esplorarti le caviglie.

Avranno pensato male i vicini, avranno pensato a quel boa del Piccolo Principe che inghiotte gli elefanti tutti interi. Che vale lo stesso discorso per le anaconde ti dico io, e le anaconde son femmine e i boa maschi mi dici tu mentre ti salgo sulle cosce come le formiche rosse ti mordo e poi ti dico pensa. Pensa che se vivessimo tutta la vita insieme io potrei prendere la tua forma e tu la mia, come i boa e le anaconde io sarei la tua preda e tu la mia.

E hai obiettato sul fatto che quei serpenti sono animali che ingoiano e che uno ingoierà e l’altro sarà ingoiato che non si può ingoiarsi in due o cose così. C’è uno che prende la forma dell’altro. Ed è una metafora di merda questa dei rettili.

E allora mi sei scivolata addosso e m’hai preso il membro con la mano aperta per farmi sentire vivo ancora una volta e siamo scoppiati a ridere di gusto e ti ho fatto il solletico e ci siamo baciati quando mi hai detto basta io non ti amo non ti ho mai amato ma chisseneimporta di quella storia dell’amore e io ho fumato questa volta, un tiro lungo di sigaretta e tu hai tossito forte mi hai detto scherzo amore mio, vieni qui amore mio, io ti amo amore mio che a dirlo così tante volte questo amore sembra che sia meno importante.

E poi siamo rimasti in silenzio. Questa abitudine di portarti la bicicletta sul balcone deve finire e chi te la ruba una bici degli anni ’80 dico io. Ma era quella di tuo padre, e i tuoi ricordi ingialliscono e si staccano come la vernice nera del manubrio, ma i pedali sono sempre gli stessi che tuo papà era un malato, un malato di biciclette e ci hanno messo anni a buttarlo giù dalla sella.

E m’hai detto torno a casa è tardi.

Facciamo finta che sotto c’è il mare.

Anche se ci sono le auto.

Anche se ci sono i semafori.

Anche se domani devi alzarti presto.

Non ci riesco mi dici. Questa è Milano e a Milano il mare non c’è devo andare ciao.

Tu guarda in alto.

Anche se il cielo non è cielo.

Guarda in alto, c’è il mare. Facciamo finta.

Te lo disegno io.

E apro le mani e disegno le onde. E cif e ciaf sul tuo viso e cif e ciaf sulle tue tette gonfie che c’hai il ciclo e continui a piangere.

E allungo il dito e disegno una barca, le matite colorate dei nostri occhi fanno il resto.

Ti allungo il braccio e tu lo prendi. Alza la gonna che ti bagni.

Appenditi al mio collo e non guardare in basso, non aver paura.

E c’abbracciamo forte e confondiamo le acque.

I miei remi scavano strade tra le scie bianche.

Il rumore degli aerei ricorda i motoscafi e tu che mi ansimi addosso.

E i telefoni suonano e non ci sono porti per attraccare.

Per questa notte dormiremo all’aperto.

Qui sotto al mare saremo all’asciutto e guarderemo la luna riflessa sull’acqua e quelle luci rosse saranno le boe che ci indicano la rotta.

Tu non preoccuparti ti copro io.

Così è arrivata la notte che confonde i contorni e abbiamo dormito sul balcone.

Nell’intimità del facciamo finta.

Come un boa e un’anaconda, a soffocarci d’abbracci.

Coi pesci che vengono a galla per prendere aria.

E l’alba che tarda ancora a venire.

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I nostri diari di gioventù

Con Tondelli che ci alita ancora addosso i nostri diari di gioventù. Le vespe colorate di quando non sapevamo pungerci. I fili invisibili che sapevi intrecciare, gli scoobydoo delle relazioni al parchetto. Le nostre biciclette impilate a torre di Babele per la saliva che ci scambiavamo quando con gli spazzolini fosforescenti ci lavavamo la lingue. Ogni adolescenza per forza fa un po’ ridere i pigiama party con le bottiglie di plastica e il nome sul bicchiere. Le nostre erezioni primaverili con le emozioni acerbe come le pere. E c’è naufragata addosso la stanza quando ci siamo bagnati di buio. Le zip sempre difettose e i reggiseni che non t’aspetti. I nostri deodoranti per fare la voce grossa. E come naufraghi sui pedali la transiberiana della provincia. Per gridarti al balcone scendi e i cucù dietro alle colonne i baci sognati i baci mai dati. I cento all’ora per sbucciarci le nostre ginocchia seminuove con menischi incorporati. E partire per le vacanze, il tuo pensiero come l’acqua delle pozzanghere. E arrivano le piogge che confondono i giorni. E quando svuoto lo zaino e stringo il manubrio il tuo piercing d’autore e la tua pancia nuda. E lui e lei e l’altro e le pareti della mia stanza le danze in chat con le sconosciute.

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Dei sogni erotici che non ti ho detto

Dei sogni erotici che non ti ho detto, delle parole che non troviamo sui vocabolari dei nostri display a colori. Ci inventiamo le lingue che vorremmo sputarci addosso. I boomerang dei nostri voli in altalena che prendiamo il cielo a braccetto e ricadiamo sui nostri culi bianchi. Le voglie interrotte e i tuoi cicli come le ciliegie di stagione coi loro noccioli in salamoia. Che ti ho intravisto in tv mentre guardavo le previsioni del tempo e davano sempre pioggia per poi sorprenderci con gli arcobaleni. Entrano ancora le mosche dalle finestre e ci si incastrano nelle orecchie per non sentirci piangere per non sentirci ridere. E andremo a Berlino, a Torino il sapore dolce della tua bocca e le tue guance colorate, le caramelle che mi sono mangiato che non ti ho regalato. Come a San Faustino tu scappi dai tori per farti incornare. E mi hanno detto che le scommesse sono tutte truccate e nei polpacci nascondi le emozioni come acido lattico. E i soldi dei biglietti per questi cinema da rincorrere te li ho messi nel cappuccio di quando volevo portarti la colazione a letto e mi sono svegliato tardi.

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Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella

Con le foto di Parigi che si calano dalle pareti per ricordarci la città bella. Quando ci sdraiavamo sul Naviglio e svegliavamo le albe. Coi miei discorsi sui movimenti della terra per favorire gli incontri. Sui nostri nasi tatuiamo spilli e ci salutiamo come gli esquimesi. Non bevo più non mangio più non ci sto più e voglio e voglio e voglio questa erba voglio che ci cresce sul petto. I pantaloni mi cadono addosso come le tende che non ti ricordi di chiudere, che sognavamo il buio e apriamo gli occhi alla luce. Quando via Dante era troppo stretta per tutti e due. Le immagini dei poveri che ci lacrimavano addosso come tante madonne. La vuoi una rosa? La vuoi una rosa? Che sei così famosa che ti chiedono autografi per le balene. Le mie tasche lunghe che per raccogliere le chiavi di casa devo inchinarmi alle stelle. Che poi sei salita e io non c’ero. Appeso alle pareti come un cristo. Ti ho detto non sono io, non sono più e quelle nuvole lassù. Ti sei seduta. Hai chiuso gli occhi. E sulle tue ginocchia ho rimboccato le mie cosce di lana. E proprio quando ti ho leccato le palpebre e proprio quando hai aperto le gambe ti ho offerto una birra che con la bocca bagnata si aprono universi.

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