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E poi sono venuto a svegliarti

Il ring si è fatto stretto e ho preso troppi colpi in viso. Quando il cuscino non serve più e vorresti nascondere le guance al mondo, mandare gli occhi sull’autostrada Milano Roma e non farli tornare indietro. C’è un corpo che scalpita nell’arsura milanese, quando spegnevamo i lampioni con un calcio perché la strada buia è più coreografica. Una notte girando in tondo come i tarantolati sul tamburello morbido delle lenzuola. Non c’è musica qui. Il silenzio sbrana i miei timpani e non ricordo più. Chi sono io, chi sei tu. Il caffè della Peppina che ci sveglia la mattina non col latte né col tè ma per te per te per te. E questo sole maleducato che ci guarda nudi tra le persiane. Le mie docce e quando mi dimentico che non sono solo le case di ringhiera si piegano per guardarmi. E tu che prendi il fresco del lago. I miei calzoni sporchi. Le mie labbra umide. Quando ci siamo detti il momento è difficile e risorgeremo basteranno i tre giorni. Ma il militare non è più obbligatorio. Con le licenze di leva infilate nei jeans fischiamo per la strada quando arrivano le ragazze. Quando arrivano le ragazze. E poi quel treno ha fischiato forte ho detto eccoti e siamo rimasti a guardarci che i semafori erano tutti verdi.

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