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Come gli autunni sfioriamo di giorno

Col peperoncino che invecchia tra i denti le nostre ansie notturne i balconi per gettare i nostri vestiti usati l’arco disteso della tua schiena e i fili invisibili dell’alta tensione con le parole piccanti che ci tatuiamo addosso mentre i cinesi sputano ancora per terra. Noi che siamo esseri del sud, figli del Titicaca, mastichiamo foglie per tenerci svegli versiamo frustrazioni sul palmo delle nostre mani e ci mettiamo in ginocchio per donarle alla terra. Come gli autunni sfioriamo di giorno e per la notte conserviamo scheletri sotto le stelle. Le ragnatele dei nostri film interiori gli schermi accesi per gli sms e i flipper dei nostri condizionali per l’ansimare dei passanti e i semafori con la febbre gialla. Che dalle mensole ti cadono addosso i libri dei morti dei premi nobel che abbiamo appeso alle pareti per consolarci per dirci che abbiamo le conoscenze. Mi hanno detto che ha fatto tempesta che a Roma è sbarcata la Cornovaglia e ti scaldavi sfregandoti il tè verde addosso coi bisogni dei cani per farti prendere aria per i tuoi parchi giochi le medicine alternative dei miei pensieri di oggi che non mi guardo le scarpe e con gli sbuffi sistemo i capelli. Sono le undici che fai dormirai? Dovrei prendere la bicicletta e cercarti al lago che ti sarai tolta le scarpe e sarai bianca come la via lattea che splendi solo col buio e per l’inquinamento luminoso i grattacieli le antenne periferiche delle tivù Milano è troppo piccola per tutti e due. Faremo come i satelliti destinati alla ricerca scivoleremo tra i corpi celesti le nostre orbite circolari per la necessità della specie per i bisogni fisiologici dei fratelli come i meridiani che non si toccano mai noi senza accorgercene saremo costellazioni. E ci daranno finalmente un nome e brilleremo per sempre che dalla terra tutto è una stella che dalla terra tutto è una stella.

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Che prendi freddo se non ti copri mai

Il giapponese. Il pesce crudo dei nostri mari e la memoria dei pesci rossi. Tre secondi di impura follia quando ti ho scritto sei donna e poi ci ho aggiunto la meraviglia. Tra le nostre vite sciape l’acqua di mare coi lividi dei nostri passati inenarrabili le ferite aperte che ancora bruciano che siamo pire per le cassette della frutta. E tra gli oceani il petrolio dei tuoi occhi le fragole rosse di quando sono annegato col giubbotto di salvataggio e ventimila ore sotto sale per la maturità per il sapore dei nostri okkey e sulle tue dita cascate di lamponi e sul tuo seno il bianco latte di queste albe i colpi di clacson dei primi taxi. Le nostre colazioni a distanza le tue calze magre. E io che ancora ti osservo dalle finestre le luci al neon i cristalli liquidi non sporgerti no chiudi gli occhi questi chilometri che ci confondono che non lo vedi che non lo sai che prendi freddo se non ti copri mai.

Immagine. Antonio Malavenda, Uomo in barattolo, 2005.

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Anticipazione 1

(…)

Ero solo, nella mia camera che è tutta letto, che non c’è spazio nemmeno per una poltrona. Il computer appoggiato sulle ginocchia, guardavo le tue foto una per una e poi ancora e poi ancora come se potessi trovare qualche particolare nuovo che ti facesse apparire più brutta di quello che già sei. Che non ci si comporta così. Tu e i tuoi narcisismi particolari, di quella notte quand’andavamo in cerca di un cinema ancora aperto. Erano circa le ventidue della sera il tuo abito lungo e le tue scarpe basse; camminavi lenta come a dire che non riuscivi a starmi dietro che donne e uomini hanno passo diverso. Di cinema in cinema evitavi i miei sguardi e proiettavi gli occhi all’insù che la Madonnina è sempre illuminata e ovunque protegge questa Milano allo smog.

E poi il film l’abbiamo visto, ma io non ricordo nulla. Nemmeno i titoli di coda. Mi hai detto non un granché, il film intendevi che poi non è che parli tanto. Ti annoiavi, lo so, ti stiracchiavi per farmi sentire gli scricchiolii delle tue ossa, gli scatti dei tuoi muscoli, per dirmi sono agile, ma non così tanto da adattarmi ai tuoi discorsi improponibili. Quando ti dicevo che per sapere qualcosa di noi non abbiamo bisogno di guardarci allo specchio, che il vetro è bugiardo perché è la proiezione delle nostre idee, che se ti pensi grassa ti vedrai grassa; che invece avremmo bisogno degli altri per guardar dentro a noi stessi, per capire ciò che va e non va che non siamo mai tanto grassi come pensiamo.

E quando ha fatto chiaro in sala e buio fuori ci siamo fatti coraggio e ci siamo alzati in piedi e tu mi hai detto vado in bagno, io ti ho detto anch’io e quel tu che fai, mi segui? Ho risposto no, mi scappa, vuoi che la faccia qui? Hai storto il naso e là ho capito che la serata era finita e avevo sbagliato tutto un’altra volta. Hai fatto pipì, hai detto ciao e un bacio in guancia guardando l’arrivo del tram. Hai fatto forza sui tuoi polpacci grossi e sei salita e ti guardavi le scarpe, i tuoi piedi storti.

Ti ho vista sparire e ho dimenticato gli occhi sulla strada. E là ho pensato che avrei dovuto cominciare a fumare. Ma non l’ho fatto. Manco una sigaretta. Che poi non respiro la notte e mi giro nel letto come le trottole con le lenzuola che si impigliano tra le dita dei piedi e metti che poi divento un bruco e non respiro più? Io che vorrei morire da eroe.

E invece vivo da vile. In una casa piccola per gente piccola.  (…)

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Another brick on your wall

Questi deserti dopo che ci siamo fatti tempesta. Che sapevamo di sale di rondini e primavere con le piogge tra le tue gambe e i nostri occhi lucidi per scivolarci addosso. Sui raggi del sole appendiamo lenzuola pulite e per gli appuntamenti lasciamo i fiori ai prati le scarpe bucate e i pensieri di oggi la colonna sonora per i nostri incontri alla rovescia. Che eravamo solo fumetti le nuvole basse delle nostre parole i nostri wow bau mao e poi copriti un poco che prendo freddo. I cuoricini sulle tue mensole che per la proprietà privata pisciamo dai ponti another brick on your wall e questi carillon con le cariche brevi che potevamo danzare la notte e hai preferito il silenzio. E sulle tue fotografie i baffi e la barba per allontanarti. Per questa camera sola che s’è smarrita il tempo d’un pomeriggio chiamiamo i pompieri i cimiteri il pronto soccorso dei nostri passati prossimi e le labbra rosse delle teenager i baci sulle tombe per gli amori impossibili. E quel cuscino tra le mie cosce per addormentarmi, per la morbidezza dei tuoi abbracci mancati dei tuoi occhiali griffati. Tutta questa idiozia chiamata curiosità che vorrei l’inverno il tuo maglione bianco a collo alto per arrampicarmi sulle montagne e leggere leggere leggere di quando eravamo giovani di quando eravamo sciocchi e rinunciavamo al piacere per la decenza la raccolta differenziata delle nostre emozioni. E invece siamo qui questa città proiettata sulla schiena dei palazzi le discoteche zuppe i teatri vuoti dei computer portatili i nostri viaggi nella terza dimensione e per rimboccarci le guance le sveglie giocattolo le nostre coscienze supine lo scotch di carta per gli appelli della mattina. E il traffico fragile dei pendolari le astronavi galattiche per farci guardare e poi vai a lavorare. E poi vai a lavorare.

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Per il grandangolo dei nostri sguardi

E’ estate lo sai ci danno di gomito coi lavori in corso. Il martello pneumatico per le nostre sveglie. L’effetto domino delle notti le regole dei giorni a venire i tuoi mi sveglio presto e locali vuoti di quando uscivamo il lunedì sera. Che guardavamo Milano dal settimo piano risplendono ancora le lucciole le notti accese degli uffici pubblici e nei baustelle le spine dorsali dei grattacieli. Coi geyser dei nostri ieri l’altro i nostri plaid le carezze in musica per non sfiorarci. E tra stranieri ci si intende meglio le parole semplici e gli occhi tondi dei pesci le nostre mani di bianco sulle sofferenze le basi solide delle nostre esistenze. Noi che dovremmo prenderci in spalla per il grandangolo dei nostri sguardi per sollevarci dalle panchine verdi dei parchi dai cartoni tra i portici per le notti insonni. E tra il Polo Nord e il Mediterrano il lungo viaggio della balena le nostri similitudini coi migranti le cicatrici del continente i viaggi per mare a pescare orizzonti. Che abitavamo la terra e mancava di sale buttare la pasta lasciare la spiaggia e senza remi affondare che solo nell’acqua si impara a nuotare.

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Contro i tuoi credo contro ai tuoi amori

Imbarchiamo solitudini tra le dita e non riusciamo a tenerle sul palmo preghiamo il padre nostro le mani aperte per prendere quello che ci aspetta. I nostri segnali di resa quando ai colloqui arriviamo sconfitti. E ci hanno detto che è estate che è caldo che è presto che tornerà settembre e si apriranno orizzonti come i tramonti su Santorini. Nelle nostre scatoline nelle case a ringhiera le grate alzate per non distrarci i parcheggi a pagamento e le nostre auto sui marciapiedi le multe prese il sabato pomeriggio. Quando mi hai insegnato a usare le faccine la leggerezza dei cartoni animati le tue sit com americane. Siamo come i balconi lo sai prendiamo il polso agli agenti atmosferici sensibili come i barometri i nostri riti per i risvegli. E sulla soglia ti togli le scarpe le tue spalline cadenti le cover di Mina la mia espressione da deficiente. Non sono solo su questa terra il tuo corpo nudo per la mia guerra. Contro i tuoi credo contro i tuoi amori l’Autan a spruzzo e usciamo fuori tra i deserti dei parchi e i nostri cani troppo grassi. Sono ormai giorni che non apro un libro mi consigli De Silva ti rispondo Kristof  per le nostre gare a chi ce l’ha più lungo. Le poesie erotiche che non ti ho detto e i tuoi tatuaggi antisesso. E smetteranno di chiamarti artista. Quando spegnerò top calcio 24 donerò i reni a queste righe di vetro e suderò sulla carta e il letto sarà riservato alle notti che faremo l’amore per strada sui tavoli con le nature morte di Brera schierate a guardarci che non mi importerà nulla degli scudetti della Juventus e non serviranno gocce per prendere sonno.

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Non mi correggere la punteggiatura

I cazzi miei e i tuoi problemi con le nuove tecnologie. Quegli antivirus a noleggio gratuito il countdown i trenta giorni prima della fine del mese con le auto blu parcheggiate sui marciapiedi le merde dei cani e le mie scarpe coi buchi. I sette giorni della settimana le mie fatiche di Ercole. Ti seguo da lontano come quegli attori irraggiungibili degli anni novanta i vostri Leonardo Di Caprio in posa sulle pareti, le mutande fucsia di Robbie Williams i nostri onanismi collettivi sull’adolescenza quando bastavano le televendite della mattina le nausee finte per tagliare la testa alla scuola. Lo sai che gli astronauti non si guardano negli occhi? Tra le tue dune levigate la pioggia d’estate l’acqua di mare per disinfettarci. E non mi mancano sai le barche, la Senna, Parigi, i ponti a Venezia, Genova, i vicoli, il sesso dei prati e i pic nic delle turiste del nord. Le tour eiffel e i grattacieli i giochi adulti del Lego, le celebrazioni per la fine dei millenni. I nostri silenzi hanno bisogno di pause di lai. E tra i piatti da lavare ho lasciato anche gli occhi quando per cancellare una lontananza basta una canzone, per quando tornerai per i tuoi ascoltiamola insieme ascoltiamola ora. Che “Oggi non è un gran giorno il domani arriverà” lui tornerà e i millepiedi lo sai non ascoltano musica e salgono uno sull’altro per coprirsi di passi e annullare ogni distanza. E non mi correggere la punteggiatura.

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Carta carbone e nuvole

Carta carbone e nuvole per questo cielo che ha nostalgia di te. L’ovale del tuo viso in cirri e le scie bianche per perderti di vista. Il vento accelera cambiano i contorni le nuvole le nuvole scendono dalle scale e pizzica e pizzica e pizzica e danza gli schizzi sugli scogli. Con la penisola intera che si inchina al mare e per proteggerci indosseremo scivoli di crema che ci guardiamo dall’abisso allo specchio il segnale rosso della nostra pelle a scadenza. Fermati un attimo e aspetta. Le precedenze e i processi sulle intenzioni i fallimenti per tutte le volte che hai avuto fretta i tamponamenti queste annotazioni inconcludenti. Non ti ho chiamata perché volevo incontrarti, ma facevi colazione, eri lontana, eri una rana dagli occhi grandi la bocca larga pronta a saltare pronta a volare. Aspettare aspettare. Col cuore a razzo, a mille, le autostrade tedesche senza i limiti di velocità. E ti ho leccato la schiena da perderci la testa che hai perso il senno, che hai perso il sonno, ti sei spaventata, non hai saltato, non hai volato. Che potevamo diventare rettili e poi uccelli e poi uomini sapienti e invece siamo tornati sott’acqua, che è più tranquillo.  Le branchie intagliate come i nostri padri, le carcasse in mezzo ai deserti. E invece siamo rimasti anfibi. A respirare di mare, a prendere il sole per poi rituffarci abbronzati nelle nostre riviste alla moda, nelle nostre relazioni, nei romanzi rosa.

 

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Le dimensioni tantriche dei nostri amori

Cappuccino e brioches, i giornali rosa con la lista degli acquisti, gli editoriali di Scalfari e la manovra finanziaria contro ai marciapiedi. Le gomme esplose e queste correzioni non metteranno toppe alle nostre tasche. Con gli occhi a braccetto per i tg della sera per combattere contro la congiuntivite i panorami squallidi dei parchi giochi, i materassi a molle i tuoi salti a piè pari sull’adolescenza. Abbiamo lasciato le sofferenze i ciccimerda i nostri malori pomeridiani tatuati sulla schiena dei treni in transito. Le nostre stazioni le nostre cadute i ladroni magri del sud del mondo e i braccialetti colorati per la resurrezione. Tengo ancora nel cassetto pezzi del muro di Berlino tra il fucsia e il rosso i tramonti delle frasi dei cessi degli autogrill. Noi cani sciolti di lusso i corsi e ricorsi storici le dimensioni tantriche dei nostri amori. Per tutte le volte che ti ho chiesto come stai le tue risposte bene e punto gli appuntamenti immaginati e la verginità del tuo numero di telefono. Che puoi dar corda alla lingua, per le boccacce venute male i tuoi occhi in fuori il districarsi polpico dei miei pensieri con gli occhi strabici per gli scontri dei nostri sguardi futuri. Che sei immorale immortale dei tuoi vent’anni delle tue foto le dive anni quaranta una calza abbassata una scrollata. Quando il sipario s’abbasserà non gireranno più film tra Roma e dintorni i dvd tra gli scogli per dirci ero io per dirci ti ricordi per il mio petto nudo i capelli al vento perché è più coreografico. L’automobile di Jules e Jim e quei triangoli improponibili la corsa in mare dei cento colpi che ti ho seminato addosso e sulla pancia ti ho scritto i love you.

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Signorina lingua lunga coraggio è tardi

Signorina lingua lunga coraggio è tardi. Togliamo la parigina alle scarpe e prendiamo in ostaggio le gelaterie coi piedi nudi per proteggerci dall’afa di luglio. Le mie librerie in legno per tutte le cose che non sai, i miei dischi strafatti di pennarelli e l’originalità di Berlino musica per le tue orecchie. Finnegans Wake e quella lingua ruvida che non sappiamo leggere tra le righe. Le veglie, le due del mattino parcheggiati sui marciapiedi a salutare le turiste con gli abiti tutti neri i tacchi storti. E tra nuvole di moscerini improvvisiamo danze della pioggia per liberarci dall’ansia da prestazione. Quando sotto il balcone di casa tua scrivo le ultime righe di una storia mai cominciata. Ti divertirai anche tu alla veglia. Ci stringeremo le mani per un nuovo piacere, per tornare a guardarci negli occhi come al tempo dei primi brindisi. E aspetteremo che faccia giorno seduti sul letto senza toccarci senza provarci soltanto ascoltarci e poi mi dici che è difficile che siamo fatti di carne come gli hamburgher e diamo il meglio di noi a fuoco lento. Come in quella scena di Radiofreccia con le auto esplose, le gambe incrociate e i prati neri. Quel vuoto che ci fa guardare fuori perché non sappiamo più che fine abbiamo fatto noi che ci iniettiamo la vita con la curiosità degli incontri. Che ci battiamo sul petto il “ce l’hai” delle scuole elementari le nostre nuove vie di fuga: ce l’hai, ce l’hai, ce l’hai anche tu questa malattia. Questa rincorsa agli applausi che sul palcoscenico non ti riconosco.

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