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In tutto questo tu e io

Tra i denti aria cheta e caffè. Poche automobili, lontano il suono di una campana. Il bambino, pigiama azzurro, raggiunge il letto dei genitori, urla sveglia. Nella finestra di fronte lavori in corso, aspirapolvere accesa e capelli appena lavati. È festa sugli alberi di palline colorate e pizzi bianchi, le iniziali ricamate sulle camicie del capofamiglia e una cane da accompagnare sulla strada. Altri caffè dentro ai bar e palazzi grigi, coppie dagli aliti lisergici gettano al cuscino il bacio del buongiorno, chi è ospite si guarda intorno e si riveste in fretta, la sciarpa sollevata fino alla fronte e l’ultima fila sull’autobus a guardare fuori i negozi aperti a pensare al perché di occhiaia nere e capelli sporchi. Sul ciglio di tutte le strade uomini e donne stesi a cercare il calore in guanti consumati, i nostri occhi troppo impegnati a cercarci il riflesso sulle vetrine, ci hanno costruito preoccupazioni e bisogni, così consapevoli e ormai sconfitti che quando tutto è apparecchiato per il nostro benessere ci tormentiamo con la felicità e l’opinione degli altri. In tutto questo tu e io. Non bastano i passi a misurare le nostre distanze. Sei uscita sul balcone a fumare la prima sigaretta e già pensi a che fare, a dove andare. Io ti accarezzerei il sedere, lo sai, e ti stringerei forte da dietro, del tuo sguardo uno sguardo, delle tue mani le nostre mani. Lo senti il cuore pompare sangue in tutto il corpo, non servono ora le canzoni dei cantautori tutti nervi e chimica mentre sussurri che mi abbrutisco e tutta la mia sensibilità non serve a nulla. Bovarismo si chiama. Inventarsi realtà e comporle, l’apoteosi del virtuale. Ora il rasoio, io torno in provincia, sedie e amicizie, vino rosso per non pensare, il gioco delle carte, la pancia piena, la sigaretta al balcone, tu come stai, torna la domanda, tu come stai, gira tutto intorno.

Foto: © Miraruido

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Una frase molto stupida da dirti stasera

Non rimane che la notte è una frase molto stupida da dirti stasera. Tanto non puoi sentirmi e già dormi, tanto non puoi raggiungermi, e già sogni. Mi hai detto ho incontrato i miei amici, mi sono trattenuta solo un poco, la strada era trafficata, ho bevuto quattro sbagliati per poco affogo. Io intanto mi sento come a nove anni alle prese con le divisioni, e troppe dita per contare il tempo che spreco a battere sui tasti, a rincorrere le parole prima che scappino. Un vecchio mi guarda, mi sussurra è una posa la tua, sei così finto, si aggrappa alla sedia, la tiene più forte, poi sale sulla scrivania e mi scruta dall’alto, non è colpa mia se sei così sciocco, che ti dice tuo padre? Che lavoro fa tuo padre? Ti vuol bene tua madre? Torna tra vent’anni e lega l’ultimo bottone della camicia, mi dice, sarai morto gli dico, prende la maledizione e la lascia alla sua segretaria. La rabbia tra i denti e un bicchiere di vino, poi un altro, che colpa ne ho se tutto intorno invecchia e nessuno fa caso alle foglie gialle, alle foglie rosse, mentre in foto vengono così bene le orchidee. Mi sono comprato una canoa per galleggiare meglio sull’inconsistenza dei vostri ragionamenti, dimagrite tutti e non mangiate più, la vostra bocca è già piena, non resta che vomitare parole d’odio, parole d’amore, parole di stima, parole di plastica verso i cieli dell’inconsistenza, parole così leggere che non cadono mai. Io non ascolto, non più, io guardo soltanto, gli occhi, le labbra, le spalle. Non m’ingannate, sapete? Non faccio l’inchino, non chiedo permesso, non dico sì, grazie. Voi confraternite, famigliole, borghesucci di zucchero a velo e sigarette, di cortesia e generosità, di grappoli d’uva al tramonto e cashmere, gioielli, profumo di lavanda e pubblicità quotidiana e il cognac, solo quello buono. Ti chiedo la mano e mi rispondi con supponenza, ma che ti credi, ma cosa vuoi, ma tu chi sei, mi dici, e poi mi spieghi la vita tra le mura dei teatri, le sale coi nomi altisonanti, moriamo soltanto per essere ricordati, pensi. Vorrei essere più leggero anch’io, così non mangio, non dormo, afferro il primo aquilone e parlo con il corvo, mi dice io mangio gli occhi perché chi troppo vede troppo sa, chi troppo sa troppo ignora, chi troppo ha troppo vuole. Gli chiudo il becco, gli dico basta, raggiungo l’aquila e ne imito il volo, mi dice scendi, tu presuntuoso, che cosa c’entri col cielo? Così la terra mi dice vieni, io scendo piano, mi faccio terra, che terra sono, che terra ero, nasco di nuovo, un po’ più curato, più scemo, più furbo, camicia bianca, tribuna, che bello, dalla prima fila è tutto un incanto. Ma quel ragazzo che ci fa così indietro, che guarda, che vuole? La sciarpa, il cappotto, vede il contorni, le contraddizioni, vede lo scuro, ma qui è tutto bianco, chiamatelo ora, portatelo avanti, salutatelo, avanti, per bene, correte, chiamate il corvo, cavategli l’occhio. Ti ho scritto un biglietto di carta, ci ho scritto ti amo, manco ci credo, una carezza al tuo maglione bianco, un pugno sul muso, poi terra, la terra, soltanto la terra. Nasciamo sconfitti e poi la scelta, se il raccolto non c’è, puoi venderti tu. Io invece no.

Foto: © P. Lorca diCorcia

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Arcobaleni sul cielo di Roma

Quando mi hai detto questa sera non vengo perché sono stanca ho pensato all’assurdo. Assurda questa abitudine di svegliarci al mattino e finire tutti sotto alla luci al neon che consumano meno ma creano danni permanenti alla vista. Tra i telefoni che squillano la tua voce si confonde con quella degli altri mentre io me ne sto chiuso in casa e appendo lenzuola alle finestre perché gli operai che sistemano i lampioni imparino a farsi gli affari loro.

Barbara D’Urso continua a insegnare che è necessario lanciare inviati per conoscere le storie brevi che ci circondano e poi piangere o ridere di gusto. Mi annoia perfino sfogliare i quotidiani ormai troppo simili alle riviste, scoprire che Fabio Fazio si è fatto crescere la barba come gli hip di Milano, che te ne importa, mi dici e poi ti incazzi.

Io mi accendo una sigaretta col fuoco dei fornelli, guardando dal balcone penso che mi mancano i concerti di Francesco Guccini quando ce ne andavamo a dormire in tenda di fianco ai laghi e illuminati soltanto dalla luce delle sigarette non riuscivamo a guardarci in faccia. Poi al mattino ci lanciavamo nell’acqua senza paura, noi e le nostre felpe consumate sui gomiti, noi e tutte le confidenze che non avevamo il coraggio di farci. Tu eri così giovane che non mi avevi ancora rovinato le guance, avevi le unghie corte e nessuno ti fermava per la strada. Ora la tua auto è parcheggiata da mesi sempre nello stesso posto, sull’aereo ascolti le canzoni di quelli che sono diventati i tuoi amici mentre io cammino col cappuccio e i capelli sul viso e in libreria sfoglio le prime pagine dei libri appena pubblicati. Non voglio pensare che l’amore si meriti e non mi interessa l’eroina, no, davvero, preferisco le canzoni di Ligabue anche se non le ascolto da quindici anni.

Mi chiami dall’America per dirmi che so scrivere anche meglio di così, che me ne importa, ti dico io, è solo un blog, ma se lo legge Lagioia? Mi dici, se te lo legge qualcuno che figura ci fai. Alzo le spalle, penso non me ne importa niente e mi viene da ridere. Ti dico che mi manchi un sacco e fai finta di niente, mi prendi in giro perché a trent’anni parlo come i ventenni, poi mi proponi un saggio di Aime per dimostrarmi che tutto è relativo. Ti espongo così la mia teoria del mondo obliquo, dei fili invisibili che ci trattengono delle relazioni sante che vogliono soltanto il bene.

Tu attacchi il telefono al muro, avrei voluto parlarti ancora e ancora, cerco rifugio nel ricordo di giorni a dimenticarsi del senso in Sudamerica e occhi spalancati e sveglie che suonano presto e zero voglia di dormire, soltanto cosce da incastrare e lingue da consumare.

Bussano alla porta ed è il prete per la benedizione di dicembre, ha paura, chissà che gli dicono, chissà come lo trattano, e poi si lamentano dei cani vagabondi. Lo invito a entrare, è vestito di nero come quei ragazzini agli angoli del Naviglio il venerdì notte, arriva il Natale e tutti gli hip indosseranno maglioni con renne e stelle, magari anche lui, magari da solo. Mi benedice con l’acqua fredda, poi saluta e se ne va, mi sembra si vergogni.

Mi siedo davanti al MacBook, nessuna meraviglia, parliamo tutti di costellazioni e dello scorrere del tempo, lo facciamo dalle nostre postazioni internet, sui blog e in chat, poi ci mangiamo il sushi e diciamo, beh, alla fine è sempre buono e le coperte non pesano più, ci addormentiamo insieme sempre troppo stanchi per scopare. Al mattino il suono della sveglia; tu dici è tardi, io ti preparo il caffè a torso nudo e neanche mi guardi, cerchi il reggiseno e ti lavi la faccia, un bacio sulla guancia e nuove luci al neon.

Era meglio quando c’era Annie, tutto è finito con lei, è iniziato con lei.

Doveva andarsene ed è rimasta da te, vi trovavate così bene, dicevi, se ne tornerà a Parigi soltanto a gennaio. Così baciavo te e baciavo anche lei. Ascoltavamo canzoni bellissime e ballavamo soli e ci facevamo fotografare anche in doccia, tu eri tornata a drogarti e a bere, ti chiamavano ogni mattina dal lavoro per chiederti che fine avessi fatto, rispondevi che eri malata e ti travestivi da uomo e mi tagliavi i capelli e lei si accontentava di guardarti di schiena mentre ansimavo tra i tuoi capelli, mi facevi venire con soddisfazione, poi ti chiudevi in bagno per un po’, uscivi nuda a chiedere a me e a lei di indovinare il tuo profumo. Vinceva sempre Annie perché io i nomi dei profumi non li ho mai saputi. Le mie narici bruciavano, lei cucinava malissimo, faceva bruciare tutto, così ordinavamo pizze a tutte le ore e scattavamo polaroid a quei poveri giovani protetti dal casco lasciandogli il resto come ricompensa anche se i soldi stavano terminando e i bancomat erano sempre troppo lontani.

Dal lavoro non ti chiamavano più, Annie faceva il conto dei giorni che la separavano dalla partenza e si chiudeva in camera per giorni, oggi il Cristo nasce e prima o poi morirà avevi urlato quel giorno, Annie sembrò risorgere dai suoi malesseri , riaprì la porta della cameretta e ballò della dub vestita soltanto di un body verde fosforescente, aveva dei tagli sulle gambe che continuavano a sanguinare.

Tu ti eri chiusa in camera a piangere, io mi ero vestito ed ero sceso sulla strada. Mi sembrava di essere stato secoli lontano dalla terra, avevo gli occhi piccoli e i capelli sporchi. Mi ero seduto su una panchina e aspettavo che i passerotti si posassero tra le mie dita, ma non succedeva, soltanto in Bambi gli uccellini si colorano di blu, io non avevo corna e nemmeno pensieri.

Oggi qui è tutto cielo, i giorni si assomigliano soltanto quando la tua vita si sta consumando nell’ignavia, io sono ancora sulla stessa panchina, una ragazza mi chiama dice che ci fai lì, vieni a manifestare, chiedo per cosa, per le case, risponde, sono tutti dei bastardi, non è democrazia questa, non c’è libertà. Allora mi alzo e vado con lei, è bionda, è bella. Ha le unghie colorate di cinque colori diversi e non riesce a stare ferma, urla forte. Abbasso la testa, mi squilla il telefono, è Annie, ha deciso di partire e vuole salutarmi, dice che non morirà, le dico ciao, fai buon viaggio e ricordati di andare a letto presto.

Lei se ne sta ancora in camera a piangere e a soffrire per la partenza di quell’amica che amica non è mai stata e nemmeno amante e nemmeno io so che cosa è stata Annie per noi. Ora è tutto silenzio, ho voglia di mettere le mani sotto l’acqua bollente tenerle là finché bruciano perché il dolore è il mio nuovo piacere. Tu piangi e io non me ne accorgo. E fuori è pioggia. E arcobaleni sul cielo di Roma.

Foto: © Bernard Faucon

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Tu dormi già

Per cercare la quiete ci siamo fatti straordinari. La nostra camera tutta un letto, la posizione verticale un impiccio, chiudere gli occhi è il rimedio allo scorrere immotivato dei pensieri degli altri. Guardiamo a noi, mi dicevi, e i nostri mondi diventavano sempre più piccoli fino a ridursi a un punto immobile, tu lo mettevi sui tuoi capezzoli, poi pubblicavi le tue nudità su Instagram. Che senso ha il nostro rimanercene sotto le lenzuola fino a tardi oggi che è sabato e sole sui davanzali e sole sulle terrazze e sole sulle foglie rosse e gialle dei parchi. Se ti spaventa il puzzo della circonvallazione trattieni il respiro fino a raggiungere la porta di casa mia, suona due volte e ti aprirò a torso nudo, ti chiederò a quale statua assomiglio, tu riderai come ridi tu e saremo ancora una volta incapaci di fare l’amore. Lasciamo sfitte le case e occupiamo le fabbriche dicevi con la superficialità degli anni giovani, scrivevi anche tu su quei blog dell’hipsteria collettiva e usavi le parole come i fumogeni e i fuochi artificiali, chiedevi attenzioni così. Io ti leggevo con sufficienza, ti giudicavo, ebbene sì, immatura e bella, come gli scritti di Rimbaud. E mentre ti confidavi al computer cercavo nei libri risposte, così andavo in giro addobbato dalle parole lette, come le signore che entrano alla Rinascente, le ragazze tutte nere che si specchiano nei camerini di Zara, facevo del mio pensiero un riassunto dei discorsi luminosi degli altri. Dov’è la coscienza, dov’è la libertà? Per fortuna inciampo spesso nei sampietrini e qualcuno ride, vergognoso ride. Al posto di bruciare i documenti dell’Aler dovremmo cancellare tutte quelle scritte sulle vetrine, urlare che l’amore non si merita, il male è inevitabile. Potresti ora dirmi di saltare sulle tue labbra e toccare il cielo, sarebbe inutile perché non ne ho le forze e lo sai, mi si stringe il petto e piango tutta questa generazione che cerca la distruzione, vorrei ci salvassimo tutti. Non abbiamo equilibrio per cavalcare i tornado, io ho le mani troppo deboli, nessuna idea di come si costruisca una barca capace di sollevarsi sulle onde dei nostri giorni, affrontare le tempeste delle tue diffidenze. Mi dici che hai paura, ti rispondo anche io e rimaniamo immobili a guardarci. E quando comincio a parlare tu già dormi e sogni e non mi ascolti.

Foto: © Miraruido

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Avevamo paura dell’autostop, ora temiamo il come stai

La curva della tua schiena, la piega sotto al tuo seno. Ti fai bella in particolari mentre appoggi le ginocchia sul divano, il palmo delle mani al muro chiaro, sono le scarpe da ginnastica a dar colore alla stanza. I tuoi capelli neri, i tuoi occhi neri e nero fuori dalle finestre, sopra la terra coltivata e dietro ai lampioni. Mentre Chet Baker si esercita alla tromba tu chiudi gli occhi, ti volti, le scie delle tue dita lunghe nell’aria sporca delle luci al neon. Migliaia di particelle in danza e noi che non ci accorgiamo di nulla. Le dita stringono il bicchiere impreparato al risveglio. Le tue palpebre ancora chiuse, le tue cosce nude e quel pendaglio che scivola tra le torri in costruzione dei tuoi capezzoli. Il muro ansima e tremano i quadri sui bassi dello stereo, se ho cambiato la musica è soltanto per risvegliare il tuo senso della realtà, persa tra le notti insonni e i pensieri lividi sul futuro ti sei fatta riparo e accogli in immaginazione quello che io vivo nei passi. Non sarà questa distanza a fermare la mia domanda di senso, di vita, di legna che arde in camini poveri e materassi sfondati e viaggi dell’ultimo istante, sempre fuggiaschi. Una volta avevamo paura dell’autostop ora temiamo il come stai. Per ritrovarti interrogo i ricordi e quelli mentono, triste il me di ieri che margherite cercava in ossessioni con gli occhi pitturati di cielo. Ti sei mai sentita immortale ti chiedo mentre immagino il tuo orgasmo, la gola che si chiude e gli occhi aperti, le dita dei tuoi piedi e gli spasmi del tuo ombelico. Estetica e denaro lasciamoli ai morti ti dico, mentre con la maglietta ti ripari il petto, perché ti vergogni, non parli e lasci scoperta la spalla destra. Nell’universo altri scontri, esplosioni luminose e l’assenza del suono. Tu ancora ansimi, sei flauto d’ossa, suoni la sveglia e il marinaio lascia la cabina e sale sul ponte liscio delle tue cosce, in punta di lingua sul tuo ombelico, ti lasci condurre e non danzi più, la testa china, le mani a stringere le lenzuola. Porti il bianco sul viso, sei salva ora, trionfante dimentichi le tue mancanze, non hai nulla e nulla ti serve. Nemmeno la luna ti sveglia, stringi il cuscino e dormi. Domani, arriverà domani.

Foto: © Giulia Bersani

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Nell’ombelico trovano casa i paguri

Giocavamo a tirarci la sabbia negli occhi. Io ridevo, tu ridevi. Tenevo le palpebre chiuse e inginocchiato riempivo le mani di granelli, facevo forza sull’avambraccio e lanciavo. Correvi lontano con quel costumino blu e le spalle strette. E quando la tua gioia è scomparsa sei scomparsa anche tu. Ho aperto gli occhi e d’improvviso il vuoto, scavavo a fondo ora, fino alla sabbia bagnata, la appallottolavo con forza e la lanciavo lontano, nel mare, poi dietro le spalle, speravo nascessero uomini e donne, come un nuovo Deucalione credevo che dai miei desideri fiorissero uomini, fiorissi tu e ritornassi a risplendere e a farti guardare sotto questo sole che non serve più a niente da quando non scalda le tue guance sottili. Lontano da quelle strade che non portano in nessun luogo se tu non ci sei. Vicino a questo camino che non scalda, a queste nevi che si sciolgono, a queste bestie che non figliano se tu non ci sei. La sabbia bagnata fa male, lo sa quell’uomo che l’ha presa sul petto, si è avvicinato e mi ha colpito il viso col pugno serrato, ora sanguino e il mio occhio destro è socchiuso, ho voglia di piangere, ma mi mordo le labbra e seduto sullo scoglio aspetto la sera. Quello mi dice che vuoi, sei pazzo, fatti gli affari tuoi. Su quella lingua di terra che si lascia prendere a schiaffi dal mare mi chiedo che senso ha se siamo così gelosi dei nostri affetti, perché precludersi vie di conoscenza e nuovi sguardi? Perché far coincidere il mondo con te? Passerà questa mia passione per l’incontro, mi dedicherò prima o poi a svelare le bruttezze del globo, a farmi buono, uscirà un mio reportage? Non ho mai ascoltato mamma quando diceva sotto ai tappeti si nasconde la sabbia. La sabbia è ovunque, dicevo io, portiamolo in giardino il tappeto e sbattiamolo insieme, poi regaliamolo e non usiamolo più, lasciamolo respirare il pavimento e camminiamo a piedi nudi, li laveremo prima di dormire oppure chissà, mamma, non ho tempo, c’è una bicicletta che aspetta e gli amici, ricordati il maglione, dice lei, fa freddo, non preoccuparti, rispondo io, ci facciamo i pali delle porte con quello. Viene la sera e scendono le stelle, nero è il mare e nessuna luna dietro alle nuvole. Tu su quale treno, su quale aereo, in quale albergo, tu in anticipo, tu in ritardo, tu e i tuoi capelli lunghissimi, tu e le camicette bianche e i bottoni slacciati, gli occhiali su quale comodino e quale candela accenderai oggi? Il passo stanco, forza sui quadricipiti, nessuna casa è lontana, dove passare la notte è una domanda senza importanza, mi concederò alla sabbia che prenderà la mia forma, ne sono certo, saprà capirmi, sarò sabbia e terra e poi magma e poi centro del mondo, là dove tutto brucia. Verranno a trovarmi gli insetti, nei corridoi del mio naso, delle mie orecchie, nell’ombelico troveranno casa i paguri. E verranno le albe, i tramonti, le onde, verranno gli sguardi degli sconosciuti, avrò il tuo sorriso sul volto e tra le dita parole e un disegno, quelli di qualche anno fa, quando appoggiato ai vetri ricalcavo copertine di libri bellissimi e ci scrivevo sopra il tuo nome.

Foto: © Benedetta Falugi

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L’urlo del folle

Ho sperato che tu capissi, non hai capito. La tua sensibilità è impegnata in altro, lo sguardo dei duecento e ottanta e più gradi non arriva a me, nascosto da sempre dietro la tua spalla mai nuda. L’occhio al riparo dei filtri dona immagini consolanti nei loro toni opachi accesi qua e là da fiammelle. Riparo di pareti bianche, il legno e cera fusa. Soltanto colori primari e quadri dipinti, nessuna ristampa. Frasi incorniciate sull’intonaco, consolazioni ancora. Ho sperato che tu capissi e non hai capito. La speranza è degli sprovveduti, sussurro su viale Tibaldi, la disperazione invece raffinata critica. Tra i corridoi del Simply formaggi e salsiccia, ho smesso da tempo di cercare di comprendere tutto e dare spiegazione del comportamento degli uomini, lo confesserò più tardi al frigorifero, al tavolo, al letto, al comodino e a tutti questi libri sparsi, alle tavole apparecchiate male abbandonerò la mia incostanza e la vanità del proiettare i domani sul soffitto e non tracciarne mai i contorni. Passano i secondi, i minuti, gli anni, si rinchiudono gli orologi nei cassetti e i cellulari smettono di funzionare, alla fiera della tecnologia l’occasione per essere sempre altrove, mai con sé. Invece tu, nei tuoi labirinti privati, nei tuoi vestiti eleganti e nei tuoi capelli lunghissimi, trovi per gli occhi trampolino e per l’anima quiete bianca di cieli da attraversare, mani nodose o immature da stringere, animali da salvare e mille e più motivi per naufragare nell’emozione del vorrei. Io, qui, ancora in mutande, tende che rivelano quadrati in trasparenza, io dopo tutto questo tempo che consuma le ossa, ti confondo col mondo. Nessun viaggio e nessuno zaino è paragonabile alla ricerca della tua voce, dei tuoi sguardi obliqui, dell’odio, sì certo, dell’odio verso i nostri passati e i recinti che portiamo intorno. Con questo schizzo irrisolto che proviene dal mio sesso, nei pixel scarichi di questi computer bianchi. Come bianca è la tua pelle, divinità senza sole, atrio gonfio di pretendenti. Anime salve loro e me perduto. Nell’incavo delle tue cosce credi il mio pensiero nascosto eppure no, non è così, non soltanto e lo sai, i tuoi zigomi forti sono come le mani scolpite dei Rodin, non basta ammirare, bisogna stringere e l’emozione poi tutta ti coglie. Non ci sono tele da disfare, mia Penelope, nessun ritorno da attendere. Morti gli eroi è il tempo degli uomini. Riempi ancora parole in morbidezza di labbra e inviti alle feste del bene, eppure rimani in silenzio. Perché tu sei silenzio. Io invece voce di uno che si abbevera del suo deserto, poi, nell’ultima metropolitana, nelle stazioni vicino al capolinea, solo tra sedili inutili, tra gli ultimi resti del puzzo dell’umana genie, urla e non è udito, urla e sfoga frustrazioni e vorrei. Urla ed è così sano che visto attraverso le telecamere di sorveglianza appare folle.

Foto: © Jan Saudek

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Pornografici incomprensibili eroi

C’è ora chi guarda gli aerei dietro a finestre di cemento e sbarre, chi indossa la divisa militare a dodici anni, chi si ferma ai posti di blocco e da tasche rattoppate estrae fogli consumati per farsi riconoscere e proseguire un andare senza la precisione di una meta. Ogni dieci chilometri, ogni venti chilometri, ogni cinquanta chilometri un controllo. Lasciare la città è impossibile. Intorno è polvere, spine lunghe d’acacia e versi lamentosi d’animali nell’inospitale savana. Ragliano gli asini che si accoppiano nella notte nera, sotto questi milioni di stelle che continuano a cadere senza che noi ce ne accorgiamo. L’erba è molle, le nostre braccia un ostacolo alla comodità. La stanchezza però conduce rapida al sonno, necessario è ora rifugiarsi nel sogno, immaginare altrove di passeggiate senza meta, domeniche intorno alla tavola, rituali di caffè ed erba medica. Consumiamo feroci le nostre anche nello sfregamento, annega il mio sesso nel tuo, nel suo, che importa. Noi come i muli, lasciamo che tutto succeda, nascono i nostri figli e quando la testa sorge dalle cosce giriamo il volto dall’altra parte. Non l’ho fatto apposta, diciamo, perdona la debolezza, mio piccolo uomo, ormai prigioniero, schiavo, già vecchio. La stanchezza ci piega la schiena, il risveglio è nero anche se il cielo è chiaro, il sole alto è dannazione.

E mentre tutto questo è nell’altrove del mondo, a meridiani e luci di lontananze, la piega della tua schiena e la tua prosa decisa sono per me turbamento. Trasciniamo anche noi i nostri scheletri sull’abisso dei giorni, tu reciti il tuo gloria in patinata fotografia dove straordinarie le labbra tue pronunciano parole sonore per me incomprensibili. Contieni desideri nell’irrequieto tuo andare, il tuo sguardo pungente riempie i sampietrini nel rosa dell’alba romana. Tutti quei vestiti nel tuo armadio e la naturalezza straordinaria del tuo corpo nudo. Mentre mi domandi il perché del mio buio mi si accende un’espressione strana: io cerco il volto, ti dico, il volto del Cristo. Lo vedrò nell’ultimo mio giorno? Tu ridi, ti schernisci, chiedi sei serio? Non ti spaventare, non indietreggiare. Sei un film di Pasolini, oh tu, inquieto moto di nervi, sensibilità profondissima e disperata. Non lasciarmi qui, con questa pietà così mortale e lo sguardo sui quotidiani, con questo bene figlio soltanto di puttana lei la morale. Abbandonati a labbra e lingua lunga, fatti animale, gesto, sudore. Replichiamo anche noi sua meraviglia, natura, facciamoci pornografici consapevoli eroi.

Foto: © Franco Fontana

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Hai mai letto Wislawa Szymborska?

È tornato il bianco sui comignoli, i nostri nomi risuonano sempre più stanchi nelle bocche dei parenti mentre in banca siamo numeri, numeri in posta, numeri per le agenzie statistiche. Ieri sera a Marassi, zero a zero di reti bianche, quattro insulti alla rete invece al Castellani, in toscana torna Zemanlandia. Parma s’arricchisce con le multe ai turisti nella sua viabilità incomprensibile, i musei sempre aperti, il Correggio non fa ombra a Fantantonio che ondeggia sul pallone, un’onda anomala in un mare troppo calmo, tre tuffi interrompono la quiete di Donadoni. Tu mi ricordi che ognuno porta la sua storia sotto la maglietta, non c’è più Brera a raccontarle, ti dico, tocca affidarsi ai telecronisti sudamericani di Rojadirecta che sanno i nomi dei finanzieri e dei loro figli, la storia economica del novecento italiano con la c aspirata. Mentre un’amico suona la techno in un salotto tavolini e sigarette, lui e il sintetizzatore, le mani veloci su manopoline e tasti bianchi e neri, le calze colorate della sua ragazza, e come al centro del Pantheon, sotto quel buco che onora il cielo, mi sembra per un istante di cogliere la vita e non aver bisogno di farmi altre domande e perdere speranze e rifugiarmi in attese. Fuori, invece, tiriamo in ballo la chimica come una scusa per l’attrazione dei nostri sguardi, la fisica invece è tutta un’altra storia, te la racconto domani, dico, mentre prendo a pugni la maglietta che hai dimenticato in fotografia, poi arriva il sonno. Torni a esistere in tutti i miei risvegli, l’affresco maledetto è sul soffitto, ci incollo gli occhi chiusi dei giorni bui e quelli spalancati che attendono non si sa quale primavera. Parlami ancora dei fiordi della Norvegia, dei pesci colorati che risalgono la corrente, dà a loro dei nomi fantastici e non contarli, ti prego non contarli, non contare il tempo e non guardare con quegli occhi le tute fosforescenti degli spazzini che tengono pulito il mondo dei maglioni di cashmere e dei balconi grandi della borghesia. “L’utile cos’è?”, scrivi sull’ennesimo post it, me lo lasci incollato alla copertina di Pagina 99, l’ho comprato ieri e ancora non l’ho aperto, non so darti risposte, è tutto così urgente. Non mi spaventa l’ora legale e mi consola sapere che arriveranno le quindici e lo Stadium sarà bianconero. Mi piacerebbe ammettessi che gli addominali di Pogba sono pura poesia, ma tu ascolti i Verdena, mi guardi negli occhi e pensi sarebbe il caso di andare alla mostra di Yves Klein, ti hanno colpito i neon blu elettrici, eri appena uscita da Gap, hai girato l’angolo e come hai fatto, hai già postato la foto su Instagram. I giovani favolosi sono tutti al cinema, qualcuno invece si dimentica di uscire da una settimana, con tutto quello Xanax sul comodino, trovamela tu una parola con più x. Sulla testa ci pendono lampadari, ti dico cadranno prima o poi, saremo già morti, mi dici tu, non è detto, ti dico io. Perché tutta questa ansia? Mi chiedi ancora, mentre su Repubblica.it qualcuno dice è tutto necessario, poi punti a capo, ancora a capo. Hai mai letto Wislawa Szymborska? Ti rispondo di no, spero che basti.

Foto: © Bernard Faucon

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I pensieri irraggiungibili dell’essere due

Nebbiolo e gengive rosse, labbra viola. Un’abbraccio agli ospiti, braccia dentro alle maniche del cappotto scuro, lungo fin sotto alle ginocchia, abbottonato fino al petto. Le scale a due a due, il rischio di cadere e sul finale un passo doppio per riacquistare l’equilibrio. Un pulsante piccolo e bianco e conduttori in rame per l’elettricità separano me dalla strada, il portone si apre, poi senza rumore ritorna al suo posto. Lo sguardo si appassiona all’asfalto, non ci sono stelle il cielo, in alto non guardo da giorni. La batteria del telefono segna il dieci per cento, l’amico coi riccioli torna dal concerto di Morrissey, là in quel teatro senza proteine della carne, senza animali macellati, senza sofferenza dei piccoli roditori, senza pellicce e tappeti a manto di tigre, ma speculazione e oscenità d’appalti, pensioni d’oro e lobby, che importa, mi dice, la musica è buona, chiudi gli occhi e lasciati andare, nel buio le luci al neon portano il cervello a pensieri altrimenti irraggiungibili. Raggiungimi al Cape Town, mi troverai seduto sul gradino più alto a guardare la gente dal basso e tacchi altissimi neri, le ultime pance scoperte e magliette del basket Nba indossate senza eleganza. Uno sciame nero e un ronzio di labbra rosse escono da un portone, sono così figa tesoro, ci guardano tutti. Il riccio non arriva, avrà trovato traffico di gambe lunghe, che faccio? Ce l’hai una sigaretta? Chiedo alla ragazza più vicina, ci facciamo soltanto dei gran bomboloni, risponde, sono le ultime due, lo capisci, ci servono. Certo, rispondo io, capisco bene, anch’io come voi cerco un modo per non pensare, ma non ho i soldi per un Moskow Mule, ci pensi tu? Sorride e mi fa posto sul gradino. Il rito del dove sei e che fai. Le mie risposte vaghe, tanto nessuno impegna l’orecchio dopo la mezzanotte. Così parlo per versi, tutti endecasillabi i miei, mi registro e comincio a contare le sillabe. Di fianco ai miei jeans blu capelli neri in coda, biondi a penne di pavone, più lontano un tatuaggio sul braccio e pantaloni strappati sulle ginocchia. Fumo di nero in bocca e lo sguardo a penetrare la vacuità dell’umanità notturna. Le luci dei motorini e il vociare delle compagnie adolescenti. Scusa amica, il riccio tarda, c’è più spazio lontano da te, vicino a lei e alle sue braccia colorate. Non servono le parole, ora è il corpo che crea intimità, un centimetro avanti con la testa, entrare nel campo del non ritorno, ora sai chi sono, troppo vicino per non accorgerti. Parole sussurrate, che ci fai qui? Quanto è lontana la Calabria dei nostri padri? Sai che facciamo, ora parliamo di quello che desideriamo, della scala irraggiungibile che porta alla luna quando lei si fa maga e spunta in mezzo alla distesa dell’acqua, ai cieli di ottobre e al vento che spinge le cartacce e invita al calcio. Mi annoio, tu invece che dici? La noia è soltanto un malessere, metto la disperazione sotto il braccio e le do un nome sempre diverso come si fa coi cani degli amici. Il tuo vestito nero borchiato, il tuo seno piccolo e invadente, i pantaloni stretti e il tuo sedere tondo. Facciamoci giostra questa notte, giriamo nel senso opposto a quello del mondo, scambiamoci tutte le lingue del mondo. Il mio battello naviga lungo i tuoi canali olandesi, tutti i papaveri sulla tua schiena, ora volano le rondini verso altre primavere e le persiane si chiudono sul tuo ventre, la luce del lampione ti rende bella, un bianco e nero da film, mentre ti muovi su e giù e non guardi nessuno, i tuoi occhi chiusi mentre le tue labbra si deformano e godiamo dei pensieri irraggiungibili dell’essere due.

Foto: © Bruce Davidson

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