Dopo quella sera

Dopo quella sera, seduti al tavolo di un bar, un fungo alimentato a butano per riscaldarci. Un bicchiere di vino e un’altro ancora, gli stessi sigari, goffo io fino a scomparire nel fumo. Dopo quella sera, tra i sampietrini fino a casa tua, le scarpe che illuminavano i miei occhi e la camminata ciondolante e finalmente i tuoi numeri sul mio cellulare. Tornare a casa a piedi, sempre a piedi, a ricordarmi le frasi dette e i momenti di vuoto, a sorridere senza sapere il perché e ritrovarsi appiccicato addosso lo sguardo di uno sconosciuto, poi proseguire fino al divano, non prendere sonno fino a mattina, chiedersi se tutto è vero, se l’emozione è in grado di cancellare ogni accesso ai ricordi.

Dopo quella sera, pochi giorni al tuo compleanno, cercare un giradischi, cercarlo di legno, perché lo chiedeva il bianco delle tue pareti, perché lo chiedeva il tuo sguardo, il ritmo delle tue parole no, la sola piccola contraddizione che trova spiegazione nelle spinte opposte che t’abitano. In contraddizioni sanabili soltanto in tempo e cura.

Il giradischi costava un sacco, ho scelto il più bello, mi sono fatto spiegare il funzionamento, ho detto soltanto: “Metto insieme i soldi e torno, lo tenga via, lo allontani allo sguardo, lo tenga al riparo.” Le labbra nascoste dai baffi disegnarono un sì, tornai a casa canticchiando una canzone di De Gregori che si chiama Anna e Marco, anche se tu non ti chiami Anna e ogni volta che pronuncio il tuo nome poi me ne pento.

I dischi, mi dicevo, i dischi, odio il silenzio soprattutto quando è imposto. Dalle situazioni, dalle lontananze, dalla paura, dall’assenza di un supporto in questo caso. La scelta era semplice, avrei aspettato la domenica e al mercatino dell’antiquariato avrei acquistato del jazz, magari Vian. Ero felice, stavo diventando povero, ma non mi importava, nulla. Mi ripetevo che è necessario mettersi in situazioni di non ritorno, avere in testa la meta e non trovare scuse né strade alternative.

Decisi di scriverti, magari eri senza alternative anche tu. Il mio primo messaggio fu una foto che mi ritraeva da piccolo, la pancia piena, il viso gonfio, mossa sbagliata, ogni tanto le relazioni vivono di strategia, tu rispondesti fredda, io capii subito. Mi avevi promesso non sparirò, non questa volta. L’hai fatto.

Non ho comprato il giradischi, i dischi invece, per quelli era troppo tardi, li ho lasciati in quattro bar diversi: uno in Porta Venezia, uno in via Vigevano, uno in Garibaldi e l’altro in Brera. Su tutti una citazione di un libro, una scritta poi cancellata, perché si capisse che c’era, ma che non voleva essere letta, o meglio, fosse letta e poi dimenticata. Magari qualcuno ha sorriso.

Chissà che fine ha fatto quel giradischi, se il signore coi baffi mi aveva preso sul serio sistemandolo al riparo. Chissà se qualcuno l’ha poi comprato, chissà che musica ha suonato, magari è in casa tua, io voglio immaginarlo là, a decorare i tuoi giorni.

Sai, questa è soltanto una storia, una di quelle che scrivo per ricordarmi di aver vissuto dietro all’amore senza mai raggiungerlo, vissuto sì. Perché l’esistenza non è cerchi in lega e nemmeno frontiera. La mia trova vita in un aggeggio di legno, in sogni e vorrei. La tua, beh, la tua è felice, perché il tuo campanello suona, la tua tavola è ricca, i tuoi occhi sempre più belli.

Ho raccontato questo a un daino, ieri notte, in un bosco, lui ha capito, è scappato al galoppo e ha pianto per me prima di addormentarsi sul ventre gonfio di una madre preoccupata che gli chiedeva che c’è. La sensibilità è animale, ho scritto su un post it, gli umani dimenticano.

Foto: dalla rete.

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In tutto questo tu e io

Tra i denti aria cheta e caffè. Poche automobili, lontano il suono di una campana. Il bambino, pigiama azzurro, raggiunge il letto dei genitori, urla sveglia. Nella finestra di fronte lavori in corso, aspirapolvere accesa e capelli appena lavati. È festa sugli alberi di palline colorate e pizzi bianchi, le iniziali ricamate sulle camicie del capofamiglia e una cane da accompagnare sulla strada. Altri caffè dentro ai bar e palazzi grigi, coppie dagli aliti lisergici gettano al cuscino il bacio del buongiorno, chi è ospite si guarda intorno e si riveste in fretta, la sciarpa sollevata fino alla fronte e l’ultima fila sull’autobus a guardare fuori i negozi aperti a pensare al perché di occhiaia nere e capelli sporchi. Sul ciglio di tutte le strade uomini e donne stesi a cercare il calore in guanti consumati, i nostri occhi troppo impegnati a cercarci il riflesso sulle vetrine, ci hanno costruito preoccupazioni e bisogni, così consapevoli e ormai sconfitti che quando tutto è apparecchiato per il nostro benessere ci tormentiamo con la felicità e l’opinione degli altri. In tutto questo tu e io. Non bastano i passi a misurare le nostre distanze. Sei uscita sul balcone a fumare la prima sigaretta e già pensi a che fare, a dove andare. Io ti accarezzerei il sedere, lo sai, e ti stringerei forte da dietro, del tuo sguardo uno sguardo, delle tue mani le nostre mani. Lo senti il cuore pompare sangue in tutto il corpo, non servono ora le canzoni dei cantautori tutti nervi e chimica mentre sussurri che mi abbrutisco e tutta la mia sensibilità non serve a nulla. Bovarismo si chiama. Inventarsi realtà e comporle, l’apoteosi del virtuale. Ora il rasoio, io torno in provincia, sedie e amicizie, vino rosso per non pensare, il gioco delle carte, la pancia piena, la sigaretta al balcone, tu come stai, torna la domanda, tu come stai, gira tutto intorno.

Foto: © Miraruido

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Una frase molto stupida da dirti stasera

Non rimane che la notte è una frase molto stupida da dirti stasera. Tanto non puoi sentirmi e già dormi, tanto non puoi raggiungermi, e già sogni. Mi hai detto ho incontrato i miei amici, mi sono trattenuta solo un poco, la strada era trafficata, ho bevuto quattro sbagliati per poco affogo. Io intanto mi sento come a nove anni alle prese con le divisioni, e troppe dita per contare il tempo che spreco a battere sui tasti, a rincorrere le parole prima che scappino. Un vecchio mi guarda, mi sussurra è una posa la tua, sei così finto, si aggrappa alla sedia, la tiene più forte, poi sale sulla scrivania e mi scruta dall’alto, non è colpa mia se sei così sciocco, che ti dice tuo padre? Che lavoro fa tuo padre? Ti vuol bene tua madre? Torna tra vent’anni e lega l’ultimo bottone della camicia, mi dice, sarai morto gli dico, prende la maledizione e la lascia alla sua segretaria. La rabbia tra i denti e un bicchiere di vino, poi un altro, che colpa ne ho se tutto intorno invecchia e nessuno fa caso alle foglie gialle, alle foglie rosse, mentre in foto vengono così bene le orchidee. Mi sono comprato una canoa per galleggiare meglio sull’inconsistenza dei vostri ragionamenti, dimagrite tutti e non mangiate più, la vostra bocca è già piena, non resta che vomitare parole d’odio, parole d’amore, parole di stima, parole di plastica verso i cieli dell’inconsistenza, parole così leggere che non cadono mai. Io non ascolto, non più, io guardo soltanto, gli occhi, le labbra, le spalle. Non m’ingannate, sapete? Non faccio l’inchino, non chiedo permesso, non dico sì, grazie. Voi confraternite, famigliole, borghesucci di zucchero a velo e sigarette, di cortesia e generosità, di grappoli d’uva al tramonto e cashmere, gioielli, profumo di lavanda e pubblicità quotidiana e il cognac, solo quello buono. Ti chiedo la mano e mi rispondi con supponenza, ma che ti credi, ma cosa vuoi, ma tu chi sei, mi dici, e poi mi spieghi la vita tra le mura dei teatri, le sale coi nomi altisonanti, moriamo soltanto per essere ricordati, pensi. Vorrei essere più leggero anch’io, così non mangio, non dormo, afferro il primo aquilone e parlo con il corvo, mi dice io mangio gli occhi perché chi troppo vede troppo sa, chi troppo sa troppo ignora, chi troppo ha troppo vuole. Gli chiudo il becco, gli dico basta, raggiungo l’aquila e ne imito il volo, mi dice scendi, tu presuntuoso, che cosa c’entri col cielo? Così la terra mi dice vieni, io scendo piano, mi faccio terra, che terra sono, che terra ero, nasco di nuovo, un po’ più curato, più scemo, più furbo, camicia bianca, tribuna, che bello, dalla prima fila è tutto un incanto. Ma quel ragazzo che ci fa così indietro, che guarda, che vuole? La sciarpa, il cappotto, vede il contorni, le contraddizioni, vede lo scuro, ma qui è tutto bianco, chiamatelo ora, portatelo avanti, salutatelo, avanti, per bene, correte, chiamate il corvo, cavategli l’occhio. Ti ho scritto un biglietto di carta, ci ho scritto ti amo, manco ci credo, una carezza al tuo maglione bianco, un pugno sul muso, poi terra, la terra, soltanto la terra. Nasciamo sconfitti e poi la scelta, se il raccolto non c’è, puoi venderti tu. Io invece no.

Foto: © P. Lorca diCorcia

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Arcobaleni sul cielo di Roma

Quando mi hai detto questa sera non vengo perché sono stanca ho pensato all’assurdo. Assurda questa abitudine di svegliarci al mattino e finire tutti sotto alla luci al neon che consumano meno ma creano danni permanenti alla vista. Tra i telefoni che squillano la tua voce si confonde con quella degli altri mentre io me ne sto chiuso in casa e appendo lenzuola alle finestre perché gli operai che sistemano i lampioni imparino a farsi gli affari loro.

Barbara D’Urso continua a insegnare che è necessario lanciare inviati per conoscere le storie brevi che ci circondano e poi piangere o ridere di gusto. Mi annoia perfino sfogliare i quotidiani ormai troppo simili alle riviste, scoprire che Fabio Fazio si è fatto crescere la barba come gli hip di Milano, che te ne importa, mi dici e poi ti incazzi.

Io mi accendo una sigaretta col fuoco dei fornelli, guardando dal balcone penso che mi mancano i concerti di Francesco Guccini quando ce ne andavamo a dormire in tenda di fianco ai laghi e illuminati soltanto dalla luce delle sigarette non riuscivamo a guardarci in faccia. Poi al mattino ci lanciavamo nell’acqua senza paura, noi e le nostre felpe consumate sui gomiti, noi e tutte le confidenze che non avevamo il coraggio di farci. Tu eri così giovane che non mi avevi ancora rovinato le guance, avevi le unghie corte e nessuno ti fermava per la strada. Ora la tua auto è parcheggiata da mesi sempre nello stesso posto, sull’aereo ascolti le canzoni di quelli che sono diventati i tuoi amici mentre io cammino col cappuccio e i capelli sul viso e in libreria sfoglio le prime pagine dei libri appena pubblicati. Non voglio pensare che l’amore si meriti e non mi interessa l’eroina, no, davvero, preferisco le canzoni di Ligabue anche se non le ascolto da quindici anni.

Mi chiami dall’America per dirmi che so scrivere anche meglio di così, che me ne importa, ti dico io, è solo un blog, ma se lo legge Lagioia? Mi dici, se te lo legge qualcuno che figura ci fai. Alzo le spalle, penso non me ne importa niente e mi viene da ridere. Ti dico che mi manchi un sacco e fai finta di niente, mi prendi in giro perché a trent’anni parlo come i ventenni, poi mi proponi un saggio di Aime per dimostrarmi che tutto è relativo. Ti espongo così la mia teoria del mondo obliquo, dei fili invisibili che ci trattengono delle relazioni sante che vogliono soltanto il bene.

Tu attacchi il telefono al muro, avrei voluto parlarti ancora e ancora, cerco rifugio nel ricordo di giorni a dimenticarsi del senso in Sudamerica e occhi spalancati e sveglie che suonano presto e zero voglia di dormire, soltanto cosce da incastrare e lingue da consumare.

Bussano alla porta ed è il prete per la benedizione di dicembre, ha paura, chissà che gli dicono, chissà come lo trattano, e poi si lamentano dei cani vagabondi. Lo invito a entrare, è vestito di nero come quei ragazzini agli angoli del Naviglio il venerdì notte, arriva il Natale e tutti gli hip indosseranno maglioni con renne e stelle, magari anche lui, magari da solo. Mi benedice con l’acqua fredda, poi saluta e se ne va, mi sembra si vergogni.

Mi siedo davanti al MacBook, nessuna meraviglia, parliamo tutti di costellazioni e dello scorrere del tempo, lo facciamo dalle nostre postazioni internet, sui blog e in chat, poi ci mangiamo il sushi e diciamo, beh, alla fine è sempre buono e le coperte non pesano più, ci addormentiamo insieme sempre troppo stanchi per scopare. Al mattino il suono della sveglia; tu dici è tardi, io ti preparo il caffè a torso nudo e neanche mi guardi, cerchi il reggiseno e ti lavi la faccia, un bacio sulla guancia e nuove luci al neon.

Era meglio quando c’era Annie, tutto è finito con lei, è iniziato con lei.

Doveva andarsene ed è rimasta da te, vi trovavate così bene, dicevi, se ne tornerà a Parigi soltanto a gennaio. Così baciavo te e baciavo anche lei. Ascoltavamo canzoni bellissime e ballavamo soli e ci facevamo fotografare anche in doccia, tu eri tornata a drogarti e a bere, ti chiamavano ogni mattina dal lavoro per chiederti che fine avessi fatto, rispondevi che eri malata e ti travestivi da uomo e mi tagliavi i capelli e lei si accontentava di guardarti di schiena mentre ansimavo tra i tuoi capelli, mi facevi venire con soddisfazione, poi ti chiudevi in bagno per un po’, uscivi nuda a chiedere a me e a lei di indovinare il tuo profumo. Vinceva sempre Annie perché io i nomi dei profumi non li ho mai saputi. Le mie narici bruciavano, lei cucinava malissimo, faceva bruciare tutto, così ordinavamo pizze a tutte le ore e scattavamo polaroid a quei poveri giovani protetti dal casco lasciandogli il resto come ricompensa anche se i soldi stavano terminando e i bancomat erano sempre troppo lontani.

Dal lavoro non ti chiamavano più, Annie faceva il conto dei giorni che la separavano dalla partenza e si chiudeva in camera per giorni, oggi il Cristo nasce e prima o poi morirà avevi urlato quel giorno, Annie sembrò risorgere dai suoi malesseri , riaprì la porta della cameretta e ballò della dub vestita soltanto di un body verde fosforescente, aveva dei tagli sulle gambe che continuavano a sanguinare.

Tu ti eri chiusa in camera a piangere, io mi ero vestito ed ero sceso sulla strada. Mi sembrava di essere stato secoli lontano dalla terra, avevo gli occhi piccoli e i capelli sporchi. Mi ero seduto su una panchina e aspettavo che i passerotti si posassero tra le mie dita, ma non succedeva, soltanto in Bambi gli uccellini si colorano di blu, io non avevo corna e nemmeno pensieri.

Oggi qui è tutto cielo, i giorni si assomigliano soltanto quando la tua vita si sta consumando nell’ignavia, io sono ancora sulla stessa panchina, una ragazza mi chiama dice che ci fai lì, vieni a manifestare, chiedo per cosa, per le case, risponde, sono tutti dei bastardi, non è democrazia questa, non c’è libertà. Allora mi alzo e vado con lei, è bionda, è bella. Ha le unghie colorate di cinque colori diversi e non riesce a stare ferma, urla forte. Abbasso la testa, mi squilla il telefono, è Annie, ha deciso di partire e vuole salutarmi, dice che non morirà, le dico ciao, fai buon viaggio e ricordati di andare a letto presto.

Lei se ne sta ancora in camera a piangere e a soffrire per la partenza di quell’amica che amica non è mai stata e nemmeno amante e nemmeno io so che cosa è stata Annie per noi. Ora è tutto silenzio, ho voglia di mettere le mani sotto l’acqua bollente tenerle là finché bruciano perché il dolore è il mio nuovo piacere. Tu piangi e io non me ne accorgo. E fuori è pioggia. E arcobaleni sul cielo di Roma.

Foto: © Bernard Faucon

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L’habitude tue

La fronte sanguina, la pietra è rossa, ci perderò il senno ma prima o poi il muro cadrà e sarà polvere tutto intorno. I miei occhi nei tuoi occhi, il tuo profumo nelle narici, le tue mani nell’aria e le mie che le rincorrono senza farsi accorgere. La cocciutaggine prima o poi avvera il desiderio, ma il tempo, il tempo è l’avversario che inquina il respiro e invecchia la pelle. Quando ti avvicinerai per baciarmi le guance penserò è tutto assurdo. Tutto questo buio che ci siamo fatti intorno, quei lampioni spenti a calci, tutti gli aerei che ti hanno portata lontano, tutti i quadri che guardi, la natura che ti nasconde, le fotografie che ancora scatti e le cene per il benessere degli altri. E ora che una fiamma l’abbiamo accesa ti resta soltanto dire che le relazioni sono come i batteri, crescono tra le debolezze, che se fossi più forte saresti irraggiungibile. Non è ancora giorno e non mi vedi bene, per l’intero, ti dico, occorre pazienza, tu non l’hai mai avuta, mi dici, ma se sono ancora qui, ti rispondo io. La notte è troppo fredda per sostare davanti alla tua porta, aspettare ancora un tuo ritorno. Gli ospedali e i preti dicono la vita è breve, facciamolo insieme lo sforzo inutile dell’eternità. È nell’immaginazione che si consumano i miei giorni. E quando ti guardo dopo infinite lontananze, sai cosa succede? Fai così, sali sul treno che porta a Venezia S. Lucia, esci dalla stazione, prendi qualcosa di caldo da tenere tra le mani e poi fai attenzione ai turisti allontanarsi dai binari e giungere alla vetrata che dà sulla laguna, guarda i loro occhi che si aprono, le labbra che si tendono, le parole di meraviglia che non sanno pronunciare… quello sono io. Era soltanto un esempio, sai, se ci incontrassimo sarebbe così ogni giorno, alla fine ti abitueresti e faresti un disegno col tratto nero e i cuoricini, scriveresti l’abitudine uccide in un’altra lingua, che l’italiano suona volgare quando si tratta di sentimenti, pensi.

Foto: © Clarissa Bonet

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Tutto qui

Cercare partenze in questa solitudine che domanda ritorni. Un maglione, mutande, libri scelti e un quaderno, una cartina di Parigi anche se la meta è un’altra. L’immaginazione sarà sempre altrove, per il presente basta GoogleMaps. E intanto oggi vesti di nero, un fiocco, magari, a incorniciarti il volto e le tue dita che riflettono tra i fogli, il volante o il corpo macchina, non ha importanza. Ci muoviamo soltanto per ripulire lo sguardo, con le tasche piene cercare bellezza è più semplice, è in povertà invece che si impara ad apprezzare. Tutto qui.

Foto: © Franco Fontana

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Tu dormi già

Per cercare la quiete ci siamo fatti straordinari. La nostra camera tutta un letto, la posizione verticale un impiccio, chiudere gli occhi è il rimedio allo scorrere immotivato dei pensieri degli altri. Guardiamo a noi, mi dicevi, e i nostri mondi diventavano sempre più piccoli fino a ridursi a un punto immobile, tu lo mettevi sui tuoi capezzoli, poi pubblicavi le tue nudità su Instagram. Che senso ha il nostro rimanercene sotto le lenzuola fino a tardi oggi che è sabato e sole sui davanzali e sole sulle terrazze e sole sulle foglie rosse e gialle dei parchi. Se ti spaventa il puzzo della circonvallazione trattieni il respiro fino a raggiungere la porta di casa mia, suona due volte e ti aprirò a torso nudo, ti chiederò a quale statua assomiglio, tu riderai come ridi tu e saremo ancora una volta incapaci di fare l’amore. Lasciamo sfitte le case e occupiamo le fabbriche dicevi con la superficialità degli anni giovani, scrivevi anche tu su quei blog dell’hipsteria collettiva e usavi le parole come i fumogeni e i fuochi artificiali, chiedevi attenzioni così. Io ti leggevo con sufficienza, ti giudicavo, ebbene sì, immatura e bella, come gli scritti di Rimbaud. E mentre ti confidavi al computer cercavo nei libri risposte, così andavo in giro addobbato dalle parole lette, come le signore che entrano alla Rinascente, le ragazze tutte nere che si specchiano nei camerini di Zara, facevo del mio pensiero un riassunto dei discorsi luminosi degli altri. Dov’è la coscienza, dov’è la libertà? Per fortuna inciampo spesso nei sampietrini e qualcuno ride, vergognoso ride. Al posto di bruciare i documenti dell’Aler dovremmo cancellare tutte quelle scritte sulle vetrine, urlare che l’amore non si merita, il male è inevitabile. Potresti ora dirmi di saltare sulle tue labbra e toccare il cielo, sarebbe inutile perché non ne ho le forze e lo sai, mi si stringe il petto e piango tutta questa generazione che cerca la distruzione, vorrei ci salvassimo tutti. Non abbiamo equilibrio per cavalcare i tornado, io ho le mani troppo deboli, nessuna idea di come si costruisca una barca capace di sollevarsi sulle onde dei nostri giorni, affrontare le tempeste delle tue diffidenze. Mi dici che hai paura, ti rispondo anche io e rimaniamo immobili a guardarci. E quando comincio a parlare tu già dormi e sogni e non mi ascolti.

Foto: © Miraruido

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Avevamo paura dell’autostop, ora temiamo il come stai

La curva della tua schiena, la piega sotto al tuo seno. Ti fai bella in particolari mentre appoggi le ginocchia sul divano, il palmo delle mani al muro chiaro, sono le scarpe da ginnastica a dar colore alla stanza. I tuoi capelli neri, i tuoi occhi neri e nero fuori dalle finestre, sopra la terra coltivata e dietro ai lampioni. Mentre Chet Baker si esercita alla tromba tu chiudi gli occhi, ti volti, le scie delle tue dita lunghe nell’aria sporca delle luci al neon. Migliaia di particelle in danza e noi che non ci accorgiamo di nulla. Le dita stringono il bicchiere impreparato al risveglio. Le tue palpebre ancora chiuse, le tue cosce nude e quel pendaglio che scivola tra le torri in costruzione dei tuoi capezzoli. Il muro ansima e tremano i quadri sui bassi dello stereo, se ho cambiato la musica è soltanto per risvegliare il tuo senso della realtà, persa tra le notti insonni e i pensieri lividi sul futuro ti sei fatta riparo e accogli in immaginazione quello che io vivo nei passi. Non sarà questa distanza a fermare la mia domanda di senso, di vita, di legna che arde in camini poveri e materassi sfondati e viaggi dell’ultimo istante, sempre fuggiaschi. Una volta avevamo paura dell’autostop ora temiamo il come stai. Per ritrovarti interrogo i ricordi e quelli mentono, triste il me di ieri che margherite cercava in ossessioni con gli occhi pitturati di cielo. Ti sei mai sentita immortale ti chiedo mentre immagino il tuo orgasmo, la gola che si chiude e gli occhi aperti, le dita dei tuoi piedi e gli spasmi del tuo ombelico. Estetica e denaro lasciamoli ai morti ti dico, mentre con la maglietta ti ripari il petto, perché ti vergogni, non parli e lasci scoperta la spalla destra. Nell’universo altri scontri, esplosioni luminose e l’assenza del suono. Tu ancora ansimi, sei flauto d’ossa, suoni la sveglia e il marinaio lascia la cabina e sale sul ponte liscio delle tue cosce, in punta di lingua sul tuo ombelico, ti lasci condurre e non danzi più, la testa china, le mani a stringere le lenzuola. Porti il bianco sul viso, sei salva ora, trionfante dimentichi le tue mancanze, non hai nulla e nulla ti serve. Nemmeno la luna ti sveglia, stringi il cuscino e dormi. Domani, arriverà domani.

Foto: © Giulia Bersani

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Nell’ombelico trovano casa i paguri

Giocavamo a tirarci la sabbia negli occhi. Io ridevo, tu ridevi. Tenevo le palpebre chiuse e inginocchiato riempivo le mani di granelli, facevo forza sull’avambraccio e lanciavo. Correvi lontano con quel costumino blu e le spalle strette. E quando la tua gioia è scomparsa sei scomparsa anche tu. Ho aperto gli occhi e d’improvviso il vuoto, scavavo a fondo ora, fino alla sabbia bagnata, la appallottolavo con forza e la lanciavo lontano, nel mare, poi dietro le spalle, speravo nascessero uomini e donne, come un nuovo Deucalione credevo che dai miei desideri fiorissero uomini, fiorissi tu e ritornassi a risplendere e a farti guardare sotto questo sole che non serve più a niente da quando non scalda le tue guance sottili. Lontano da quelle strade che non portano in nessun luogo se tu non ci sei. Vicino a questo camino che non scalda, a queste nevi che si sciolgono, a queste bestie che non figliano se tu non ci sei. La sabbia bagnata fa male, lo sa quell’uomo che l’ha presa sul petto, si è avvicinato e mi ha colpito il viso col pugno serrato, ora sanguino e il mio occhio destro è socchiuso, ho voglia di piangere, ma mi mordo le labbra e seduto sullo scoglio aspetto la sera. Quello mi dice che vuoi, sei pazzo, fatti gli affari tuoi. Su quella lingua di terra che si lascia prendere a schiaffi dal mare mi chiedo che senso ha se siamo così gelosi dei nostri affetti, perché precludersi vie di conoscenza e nuovi sguardi? Perché far coincidere il mondo con te? Passerà questa mia passione per l’incontro, mi dedicherò prima o poi a svelare le bruttezze del globo, a farmi buono, uscirà un mio reportage? Non ho mai ascoltato mamma quando diceva sotto ai tappeti si nasconde la sabbia. La sabbia è ovunque, dicevo io, portiamolo in giardino il tappeto e sbattiamolo insieme, poi regaliamolo e non usiamolo più, lasciamolo respirare il pavimento e camminiamo a piedi nudi, li laveremo prima di dormire oppure chissà, mamma, non ho tempo, c’è una bicicletta che aspetta e gli amici, ricordati il maglione, dice lei, fa freddo, non preoccuparti, rispondo io, ci facciamo i pali delle porte con quello. Viene la sera e scendono le stelle, nero è il mare e nessuna luna dietro alle nuvole. Tu su quale treno, su quale aereo, in quale albergo, tu in anticipo, tu in ritardo, tu e i tuoi capelli lunghissimi, tu e le camicette bianche e i bottoni slacciati, gli occhiali su quale comodino e quale candela accenderai oggi? Il passo stanco, forza sui quadricipiti, nessuna casa è lontana, dove passare la notte è una domanda senza importanza, mi concederò alla sabbia che prenderà la mia forma, ne sono certo, saprà capirmi, sarò sabbia e terra e poi magma e poi centro del mondo, là dove tutto brucia. Verranno a trovarmi gli insetti, nei corridoi del mio naso, delle mie orecchie, nell’ombelico troveranno casa i paguri. E verranno le albe, i tramonti, le onde, verranno gli sguardi degli sconosciuti, avrò il tuo sorriso sul volto e tra le dita parole e un disegno, quelli di qualche anno fa, quando appoggiato ai vetri ricalcavo copertine di libri bellissimi e ci scrivevo sopra il tuo nome.

Foto: © Benedetta Falugi

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L’epica dello Knock-out di Katie Kitamura

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Knock-out è un romanzo di sport che lo sport trascende. Lo scrive una donna, Katie Kitamura, trentacinquenne californiana di origini giapponesi, un fratello tatuatore grazie al quale si è appassionata alle arti marziali miste. Dopo Joyce Carol Oates col suo On the boxing (1987) il ring trova una voce femminile credibile e raffinata oltre che competente, capace di andare oltre alla vicenda sportiva per trattare argomenti universali.

Il libro è pubblicato da Isbn Edizioni, casa editrice milanese da sempre attenta alla sport fiction di qualità – voglio citare a questo proposito L’alieno Mourinho di Sandro Amodeo e Baghdad Football Club di Simon Freeman –, e questa uscita in Italia (la pubblicazione americana è del 2009, Simon & Schuster) rappresenta certo un passo importante nello sviluppo e nella considerazione del genere.

Sport e letteratura sono da sempre legati, mi ha rallegrato vedere che nel film Il giovane favoloso di Mario Martone si faccia riferimento esplicito alla passione di Leopardi per il calcio e alle poesie a esso dedicate. Spesso il mondo delle lettere ha guardato con spocchia alla trattazione dei gesti atletici e per questo in pochi hanno raccontato lo sport in un romanzo, ma le cose stanno cambiando e anche rapidamente. È del 26 ottobre l’omaggio di Gianni Mura ai settantacinque anni dalla nascita di Beppe Viola, gli aedi del campo si ricordano sempre, a maggior ragione oggi che la trattazione sportiva sui quotidiani si è impoverita. In Italia è il web che muove passi consistenti nello sviluppo della letteratura sportiva, negli ultimi anni fioriscono siti che si occupano di sport con approccio personale e autorale, ricordo l’Ultimo uomo (ultimouomo.com) o Rivista studio (rivistastudio.com), e in edicola la rivista Undici traccia ritratti di uomini di sport con piglio nuovo e lessico che progressivamente si allontana da quello giornalistico contaminandosi con quelli poetici e giovanili e tenendosi sempre lontano dalla retorica. Al di là delle biografie sportive pubblicate dai grandi editori, è necessario citare la casa editrice 66thand2nd con la sua collana Attese, tutta dedicata alle storie di sport. Ci sono a mio parere i prodromi per lo sviluppo di un modo di trattare lo sport originale e serio e l’uscita di Knock-out è la valida testimonianza di una narrazione sportiva non cronachistica e fine a sé stessa, ma punta di un iceberg rivelatore di umanità.

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Il romanzo della Kitamura narra i tre giorni che precedono il rematch tra Cal, lottatore della formazione di Riley e Rivera, l’atleta più forte nel mondo delle arti marziali, sempre vincitore per k.o. ad eccezione dell’incontro di quattro anni prima proprio con Cal dove ha trionfato soltanto per verdetto dei giudici. Rivera desidera chiudere la sua carriera realizzando quel che non gli è riuscito nel match precedente, mentre Cal vede la sfida come il coronamento di una carriera da vincente, ma non da primo della classe.

Kitamura concentra la sua attenzione sui personaggi di Cal e Riley, e se in un primo momento la fiducia in una possibile vittoria è alta, col passare delle ore questa viene meno fino a rivelarci l’umana debolezza dei due, il tramonto di una carriera e il sopraggiungere, con l’età che avanza, di una nuova fase della vita. Timori, ripensamenti, sconforto e coraggio si fondono in una relazione che va oltre quella di allenatore-atleta, ma svela un’amicizia fatta di attenzioni e confidenze, pur rimanendo maschile, infatti poco fanno le parole, parlano i gesti. È l’ombra di Rivera, quella che precede la sua apparizione, che scardina le certezze prima di Riley e poi di Cal. Il lottatore vincente non è presentato come un uomo, ha i tratti della bestia, e come Moby Dick impone la sua legge, diventa ossessione. Prima non si fa trovare, poi si rivela in tutta la sua grandezza al momento della pesa che precede il combattimento quando guarda Cal con un occhio solo, il suo viso è piallato dai pugni presi in carriera, non ha espressione, bestia selvaggia senza volto, fascio di muscoli e nervi sempre in tensione, desiderosa di picchiare forte per affermare la sua legge. Quel che sappiamo della sua umanità lo apprendiamo dai lottatori giovani della sua scuderia, preparatissimi e umili, immersi nella venerazione di un maestro dalle qualità irraggiungibili, in attività eppure già storia.

La prosa è secca, agile, avara di aggettivi. Il romanzo procede per frasi brevi e sono le singole azioni a portare avanti la narrazione. È lo sguardo, l’immagine, che suggerisce l’emozione e il ritmo della prosa è sapiente, sa quando farsi incalzante e quando lasciare un respiro, pur raro, al lettore. Le pagine finali dedicate all’incontro sono magistrali per precisione e ritmo, nessuna concessione all’emotività, una cronaca secca, serrata, che costringe il lettore all’a tu per tu con la pagina, a farsi anch’esso parte di un combattimento dove non si può tifare, ma soltanto guardare, trattenere fiato e giudizio fino alla conclusione che da una parte si aspetta e dall’altra si teme.

Nel ring della letteratura il genere sport fiction si mostra più vivo che mai e trova in questo straordinario romanzo d’esordio un lottatore instancabile, capace di colpire nel segno e durare nel tempo.

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Knock-out, Katie Kitamura, Isbn Edizioni, euro 19,00, pagine 158.

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