Archivi categoria: Poesia

Restano gli animali

Rossi, sempre più rossi. Chiusi, sempre più chiusi. Dici è l’estate, la polvere, il sudore. Io dico stronzate, ne sto abusando. Lo sguardo chiede riposo a suo modo. Dove andare? Sostare in case con mura spesse, balconi grandi e prato e girasoli e cani dagli occhi azzurri che sventrano colombe e gatti dall’amore facile e cicale sonore e invisibili. Fare primavera col gelato e la panna del bar san Calisto a Trastevere, rimuovere dal tavolo i rifiuti degli altri, salutare il vecchio davanti al cesso, dire che caldo che fa come se non ci fosse cosa più importante e poi trovare il suo sputo di sangue nel lavandino, far scorrere l’acqua, lavarsi il viso, guardarsi allo specchio senza pensare alle generazioni, ai padri, ai nonni, a continuare la specie, a far sopravvivere un cognome. Un sigaro, un altro ancora, solo per il gusto di avere labbra impegnate. Non facciamo conversazione, che dobbiamo dirci? Non c’è nulla di indispensabile, nulla di così prossimo che richieda lo sforzo di comporre frasi, tu guardami, ti guardo anche io. Direi che ci bastiamo. E se ti annoi me ne accorgo, e se sei stanca ti chiedo che c’è? Sbaglio. Dovrei capirti ancora più a fondo, saper cogliere il senso delle pause e non aver fretta di dire quei ti voglio bene che avvolgono il cuore ma stanno male in bocca. La spiaggia di Capalbio, la pelle abbronzata di Paolo, il suo taccuino e le lettere scritte e dimenticate in spiaggia. La sagra sulla collina e i balli con le signore tacchi alti e profumi dolci, boccucce all’infuori, sei solo un giovanotto, mentre i bambini ridono, le adolescenti coi loro seni acerbi in mostra si azzuffano per un ragazzo vestiti stirati e muscoli sodi che accompagna la bionda a casa sul motorino comprato dal papà finanziere. Facciamo notte, spengono le luci, restate pure, noi ce ne andiamo, la cucina è chiusa, l’ultima birra la offriamo noi. Serve ancora parlare? Il lago, il mare, e una distesa di piante verdi, la brezza che spira da ovest, i miei capelli arruffati, dove sono le tue labbra ora? Su quale ventre si muove il tuo ventre? A chi concedi l’affannato piacere delle tue labbra rosse? Se continuo a tenere tutto sotto il controllo della ragione esploderò, lo sai anche tu, penso io mentre la lucertola s’è fatta strada sulla mia mano, sale sul braccio, la guardo, mi guarda, scompare sotto la mia maglietta. Solletico tra i peli, si spaventa, scompare. Rimango io, il mio corpo e il tuo lontani ora, lontani ancora. Restano gli animali a portare il tuo ricordo, i miei simili.

Foto: © Matias Costa

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Viva le foto su Instagram!

Ora che le mura disperdono il calore del giorno, dalla finestra frinire di irrigatori automatici, un vento leggero che muove le foglie, sul mio letto sudore e seme. Il cuscino e le pieghe sul viso, mi guardo allo specchio, chiudo gli occhi e non sono più, li apro e sono di nuovo. Chissà domani, chissà tra un anno, chissà tra dieci, che ne sarà del mio viso? Ci sarà una mano conosciuta capace di trasformarsi in carezza? E io esisterò ancora? La domanda sciocca che presuppone la fine, i piani sul futuro per sconfiggere la morte. Pensa all’oggi, dici, tu che al ‘de Medici proprio non assomigli. A che serve, spiegarti il perché il mio stomaco si contorce, perché i pensieri col buio si fanno molesti. Nell’ora in cui le zanzare scompaiono e i pipistrelli riposano guardandoci alla rovescia siamo stravolti anche noi, d’ansie, di desideri e del pensiero che anche quest’anno la nostra posta sarà avida di cartoline, nessuno più ci manderà un saluto scritto a penna e sullo sfondo un tramonto, un mare blu, tette tonde e sode, culetti depilati, muscoli e olio, grand hotel, madonne e monumenti storici. E le persone, anche le persone, non sono più quelle di ieri, sono cambiate loro o sei cambiato tu? Seghe! Meglio pensare alla mancanza di souvenir, al mio odio per i poster dei rotocalchi. Che appenderò al muro? Mi chiedi. Tieni lontano i designer dalle pareti della tua stanza, rispondo io, ora che le foto riposano nei cellulari e sulle mura regna il bianco che pulisce lo sguardo quando questo s’innalza, noi appoggiamo il peso sulle spalle per lucidare gli occhi tra i pixel, per essere sempre altrove, mai qui, mai ora. Vorrei dirti una cosa sciocca, tipo che il formichiere non ha i denti, soltanto lingua, chissà che succhiotti! Divento greve, lo vedi? Vorrei dirti una cosa saggia, tipo che il numero trentasei è chiamato Mondo dai Greci perché è la somma dei primi quattro numeri pari e dei primi quattro dispari, così abbiamo tutto il tempo per sentirci inadatti, poi viene l’intero, la coscienza del tutto, basta saper aspettare. Trentasei e sei Mondo, mica uno qualsiasi. Il tuo profumo, invece, non lo ricordo. Se fossi qui saliremmo sul tetto a fumare, a guardare i balconi e le finestre degli altri a chiederci quali altre vite potremmo vivere, come in quella casa in corso di Porta Romana, come quando Andrea tornava dal lavoro, due Moretti ghiacciate e una sigaretta, a dirci che se vuoi andare a Roma mica ci vai camminando all’indietro quando hanno inventato il Frecciarossa e pure Italo per nobile concorrenza, che la tecnologia è importante, fanculo le cartoline, viva le foto su Instagram. Ricordi. Il ventilatore qui, non si concede tregua, gira, gira, gira e non si lamenta, io invece sono pausa e timore, incapace d’attesa sono l’enorme mio sfogo, per essere qui e volere l’altrove, per l’impossibilità di fare del finito infinito. Di te.

Foto: © Philip-Lorca diCorcia

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Come i pesci: dimentichiamo tutto e apriamo bene gli occhi

Ti hanno pubblicato tutto, infami. Trentasei gradi e sudore a gocce sulle tue parole stanche, perché hanno aperto i cassetti della tua stanza? Perché la tua macchina da scrivere è esposta, perché ti hanno preso a calci, non ne avevi subite abbastanza in vita? Ti leggo con lo sguardo di chi ha trent’anni ma crede di comprendere tutto, anche le maree, le donne no, quella è un’altra storia. Ti leggo e sorrido, dico che è non è facile stare bene e scrivere bene, non è facile stare male e scrivere bene. Come se questo “male” e questo “bene” fossero due parole dense di significato, come se ci fosse il giusto e l’errore. Io prendo l’uomo a misura del tutto, innalzerei una U maiuscola sulle anime pure che si stupiscono del limp lamp delle lucciole, delle libellule che sfiorano il pelo dell’acqua. Lontano da noi le palme verdi, vicino a noi i cocktail ghiacciati, così ti guardo attraverso il bicchiere. I tuoi capelli neri e lunghissimi, il tuo seno scoperto, i tuoi capezzoli dolci in punta di lingua. Amico mio, scrivevi, tra una stella cadente e l’altra è il nostro destino, confusi, scontenti e sempre in movimento, capaci di stendere le labbra per fare uscire un wow e urlare al cielo la felicità dell’attimo. Se avessi studiato la musica le mie parole sarebbero canzone, chitarra e versi, per farti addormentare, mai per svegliarti, che il caffè è insuperabile. Amico, sei vermi e cielo, in quell’America che non ho mai visto e che non sogno mai. Lei è qui, più vicina di quanto tu creda, con la sua voce leggera e i suoi vestiti a righe, ti stupiresti alla vista dei suoi piedini. La notte scioglie la lingua e i pensieri si fanno caldi, prendo il motorino, sotto casa sua sotto casa sua, lei non scende non c’è, dov’è? Quando l’immaginazione sostituisce il su e giù del ventre che concede le costole, e scambio d’umori e di cuori, a intrecciare le nostre paranoie e proiettare sul soffitto le nostre ombre irraggiungibili. E i ventilatori suonano per noi e i vicini ci ascoltano e un po’ ci invidiano. Toglimi il cuore e fammi sanguinare, sdraiati sulla schiena, disegnerò sul tuo sedere le nostre vie che prima si allontanano e poi si incontrano e poi diventano una e non sappiamo a dove porta e siamo spaventati e siamo così belli. Ci guardano dai balconi, dalle finestre, ci guardano dai tram e dai cinquantini, ci guardano anche le malelingue, noi facciamo come i pesci, dimentichiamo tutto e apriamo bene gli occhi. Dalle parole di un altro alle tue, quali sentieri segue il mio pensiero, quali notti non ho dormito, quali giorni ho trascorso davanti ai pixel ad osservare le vite degli altri, a chiedere attenzioni, ad ascoltare canzoni che vorrei aver scritto io? “Baciami adesso, se puoi, baciami adesso se vuoi”, è così semplice, non l’hai scritto tu, non l’ho scritto io, basta una radio e l’informe ora prende ora forma e il non creato, si crea. Se solo tu fossi, io sarei. E tu, lo so, tu sei.

Foto: © Dimitris Triantafyllou

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D’amore si vive negli anni Settanta

Da qualche parte, lo so, si sta parlando di me. Son fermo con le quattro frecce e mi sorpassano a destra e a sinistra, io che guardo il cellulare perché non so dove andare. Se sei curioso, sei folle. Se sei invadente, fai paura. Se ti interessi, sei snob. Se sei snob, sei antipatico, se sei simpatico, ti atteggi. Se parli di figa, sei superficiale. Se parli di Proust, oddio che noia. Dimmelo tu come si fa a star sul campo qui, che non è il tempo dei numeri dieci lo so, bisogna correre correre correre e fare gol. L’invenzione non è importante, sai, meglio la barba, il tatoo, il vestito, gli amici che hai. C’è chi si vergogna a cantare Vasco, chi di Jovanotti fa una bandiera o carta igienica. Se tutti si sono dimenticati di Fabio Volo, io no e mi manca parecchio, tu sai perché. Non sono capace di atteggiarmi, ho fatto finta troppo a lungo, ora non mi viene più, ti scrivo in bocca al lupo, buona giornata, buona settimana, non mi interessa essere banale, essere retorico, pure il mio nome è comune e non me ne vergogno, anzi. Ti chiederò ancora di che segno sei, andrò a studiarmi i pianeti e le influenze sul tuo ciclo e sugli avvenimenti storici. Imparerò a prevedere le guerre, le tue lune e i risultati dei referendum. Un no o un sì pronunciati ad alta voce ci riempiono la bocca, a noi che la Bocconi la schifiamo ma ci guardavamo le fiche in minigonna e occhiali da sole e ora diciamo, embè che l’ateneo è importante, il lavoro è importante, i soldi sono importanti. Anche fare una famiglia è importante, e dar da mangiare ai figli, e ai figli dei figli degli altri. Pensiamo allo steccato e vogliamo le frontiere aperte. Ti ho detto ti amo e ora me ne vergogno, ti ho detto ti chiamo e tu non hai risposto. Siamo a questo punto, contraddizioni di parole e gesti, di quel tuo abbraccio che mi ha riempito le spalle quella sera Naviglio e lanterne, del desiderio dipinto sulle tue labbra e di tutti i tramonti che ci siamo persi, troppo impegnati ad ascoltare la musica con le finestre chiuse e le tende tirate. Andiamo al concerto stasera? A trovare i tuoi amici, a trovare i miei ricordi. Della spiaggia di Capo Passero, di mozzarella e pomodoro, delle tette di Arianna e del mare che non mi fa più paura. Di malinconie si muore e di velleità ci si inganna, di curiosità si soffre, d’amore si vive, suona così stanco oggi, negli anni Settanta, invece, spaccava di brutto.

Foto: © Cristina Altieri

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Son sempre stato bravo coi ti amo

Son sempre stato bravo coi “ti amo”, forse perché non m’importava nulla, forse perché non era necessario dirli. La menzogna in punta di labbra per penetrare le tue gambe bianche, le tue dita bianche sulla mia schiena bianca. Dei segni rossi preferisco non parlarne, li teniamo per noi, li terremo per sempre. Poi il silenzio, qualche ricordo, il tempo di un messaggio, l’ebrietà di una birra per tornare a cercarti. Ora tra noi non c’è savana di acacie spinose e baobab, nemmeno oceano e narvali e orche, soltanto il nulla di questo tempo che riempie le mie notti di vorrei, i giorni di farò, in continua tensione verso te, quello che non c’è, l’arco proiettato dei desideri ha sparacchiato le sue frecce contro l’azzurro inutile del cielo, mentre tu riposi tra braccia che non sono le mie, tra lenzuola di cui non conosco l’odore. Di te che ci sei e non ci sei questa distanza. Di te che ci sei, a notte fonda, polvere e farina di grano nei miei capelli, chissà nei tuoi. Di te che ancora non sei fiore per le mie labbra e nemmeno saliva, di te che tutto già sei e io ancora non so. A che serve invocare il passato, cercarti nelle fotografie. Le innumerevoli fantasticherie nelle pause, quando sostituisco l’immaginazione al reale, come gli infelici, gli ultimi della fila che cercano rimedio alla noia. Mi dici che tutto intorno regna l’amore del qualunque, la difesa del qualunque, la ricerca del qualunque. Il tuo sguardo non è sulla terra e nemmeno al cielo, un gradino più in alto della strada, dove non ci sono più retori ma cantori, dove il vino non è gustato, ma celebrato, dove i miei occhi non arrivano più. Rifiuto ora io lo spettacolo, la compagnia. Delle tue mani lunghe ho disegni a migliaia. Non li vedrai ora, né mai. Volevo andare in Grecia, servono i contanti, dicono, e io di zuppo ho solo il cuore, annegato, affogato che ho chiesto all’amico di sventrarmi con parole potenti, coltello affilato e riempire un vaso di vodka e tequila, senza sale né limone e posarci il muscolo più grande, perché in me torni il respiro, perché io sia di nuovo leggero. Un bambi, diresti tu, io mi incazzerei, forse non più.

Foto: © Benedetta Falugi, http://www.benedettafalugi.com

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Non credere agli amori di giugno

Indossavi un abito rosso sulle decine di chili che hai perso, il mio sogno delle sei del mattino, il primo caffè, gli occhi arrossati. Ora che sei diventata grande, che non fai più rumore quando mangi la pastasciutta, che non indossi lo scolapasta per assaltare i pirati. Ora che ti fai chiamare donna, che non ti servono più le consolazioni dell’alcol e trovi ancora sfogo nei viaggi. Sai, quel giorno d’agosto, quando abbandonato all’estate selvaggia, l’ultima spiaggia e il mio petto nudo, gli amici ping pong e racchettoni, lo sguardo sulla riva, e ogni impronta era la tua, ogni ombra l’annuncio di un tuo arrivo. Poi, a sera, una sagra e costine grigliate nell’aria, quell’sms colpa del vino, il tuo silenzio. Il tempo fa il suo mentre il mio stile rimane immobile, ingannevole e finto, pirite e non oro, un luccichio soltanto. lo capisci da sola che non sono credibile. Così simili alle farfalle coi fiori voi fanciulle, basta una posa per ingravidare di pensieri le nostre pance infeconde. Non credere agli amori di giugno, ti dico, che evaporano in fretta. Così inizia questo mio dire che si mostra quando vuol scomparire, e dura il tempo di una birra, come un glu glu che finisce nello stomaco e chiede il conto al mattino, quando tu non ci sei e fuori è chiaro e il mare un ricordo di ieri.

Foto: © Giulia Bersani

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Il tuo contorno sul muro

Affittasi stanza per luglio e agosto e magari settembre, si torna agli spazi grandi di casa di mamma, quando il letto lo fa lei la tavola la fa lei e cucina lei e ti chiama quando il cibo è pronto e si preoccupa pure se torni tardi. Poi il campeggio, la casa al mare, l’aereo, lo zaino in spalla o l’ombrellone, la crema solare, i pomeriggi elettronici sulla spiaggia o in città e la grappa al rifugio in montagna. Non facciamo l’amore di giorno perché si suda troppo, o lo facciamo lo stesso e diventiamo scivoli e ansimiamo fortissimo e poi ci rilassiamo e ci svegliamo bagnati un po’ ovunque di me, di te, di tutta la città che entra dalla finestra. Mi dici facciamo che ci sfioriamo soltanto di notte altrimenti diventa difficile, tu mi provochi, io ti provoco, soltanto con la presenza, dici tu, soltanto con la presenza, dico io. Le storie d’amore fatte di chimica prima o poi finiscono, lo leggi sui blog, perché la carne fa male, dice la ragazza vegana, perché farsi ancora domande quando stiamo così bene quando siamo io e te, pronomi personali sempre in classifica tra le parole più dette. E guardando la pala che gira forte sul soffitto e mi sposta i capelli mi chiedi il perché abbiamo bisogno di esultare insieme, che secondo te sto meglio quando sono in mezzo ai miei amici e invece con te è prima sorriso poi malinconie infinite. E io di lingua, di labbra e di naso compongo la faccia in smorfia e tu ridi e ti dimentichi pure delle sciocchezze che dici. Parliamo soltanto per riempire il silenzio, o per dimenticarci della morte, per riempire il vuoto, per raggiungere a voce l’armonia che i nostri corpi ancora non conoscono. Così vicini che ci manchiamo o abbiamo paura a mancarci. Vorrei disegnare il tuo contorno sul muro soltanto per ricordarmi che sei stata qui, perché prima o poi te ne andrai, perché prima o poi se ne vanno tutti. Quelli come noi non sono capaci di sosta. Ora non parlare, stai zitta, fatti guardare, zitta, non muoverti nemmeno. Aspettiamo il vento, così, e se quello non ci sorprenderà avremo imparato l’attesa. Bella stronzata, dici, hai ragione, dico. Perché non ti droghi? Sono un bravo ragazzo. Dici davvero? Non lo so. Tu ti droghi? L’ho fatto, ancora una botta ogni tanto. Io alzo le spalle, tu me le abbassi, le alzo ancora, tu me le abbassi, ridiamo. Mi porti a vedere The Bloody Beetroots? Chi? E poi ci andiamo. Tu balli, io ti guardo e sono altrove, tu non ti accorgi e non mi chiedi dove sei. Io te lo dico, tu ascolti la musica, allora lo urlo a tutti, metti che uno lo capisce, metti che uno è là anche lui e cerca qualcuno che parla la sua lingua.

Foto: © Cristina Altieri

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Io ero, io sono, io sarò

Con le fotografie per dire chi sei, dove sei, chi ti circonda e come guardi e cosa guardi. Io mi dedico all’interpretazione, sei fondi di caffè, sei tarocchi, sei le linee sul palmo delle mani, tu, mia invenzione, mio riflesso. Nell’immaginato il senso e nell’ideale il tendere, il resto è presente, ferite sulle dita, muscoli tesi e sveglie sempre troppo presto. Il lavoro, le serrande da alzare, le serrande da chiudere, quando nel ristoro di una doccia fresca gli occhi chiusi, i capelli bagnati e i mari del sud le cosce bianche delle giovinette che attraversano la strada e ci fanno sorridere. Così mi ritrovo a schernirmi da solo a dire che il qui e l’ora non sono tutto. M’inganno, mi dici. Ieri sera lucciole e piume di pavone, la meraviglia di una ruota acquamarina e fluorescenze poi quel verso sgraziato che rompe la quiete. Sei quella ragazza laggiù che cattura lo sguardo e rovina il quadro di parola in parola. In questo paese dove i cantanti hanno opinioni su tutto, i perseguitati diventano saggi, i personaggi inventati maestri da seguire, che dovrei fare? In questo paese le schiene chine usano la parola quando è necessario, il resto sono tastiere per egotici “io penso.”, che dovrei dire? Narciso io, giovane sempre io, nell’età di mezzo che è questa adolescenza infinita mi prendo in giro con le fantasie, eppure sai che non ho più idee su niente, che amo la carne degli esseri umani e il respiro che l’attraversa, che mi affeziono con facilità, che riconosco i deboli come fratelli e contesto i potenti soltanto quando dimenticano che non c’è solo il cielo, che sì, tra i piedi è polvere e asfalto, ma non esistono soltanto i bisognosi, il terzo mondo, i profughi, gli immigrati, tutto intorno è ricca la terra d’infelici, di ineducati al bello, di timorosi che fanno dell’aggressione un alfabeto, non al cielo né agli abissi, verso l’orizzonte più prossimo, come allungare la mano in carezza e dire che sì, siamo qui insieme, felici e infelici, smarriti o già ritrovati, sempre incompleti, in ricerca in attesa. Capaci di dire “io ero, io sono, io sarò”. Illusi forse, magari soltanto imperfetti, magari felici e inconsapevoli. Magari.

Foto: © Giulia Bersani

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Scrivile che l’ami

Come fai a leggere Fiesta tu a torso nudo sulla spiaggia di Cesenatico e non farti attrarre dalle cadenze, dallo zio bo e le discussioni sulle elezioni regionali e così distrarti a fissare un culo qualsiasi, chiudere il libro e dimenticare cosa sono i giorni, la fatica e la malinconia che pure l’oroscopo ti riconosce? Come fai a credere mare la piccola onda grigia che gioca col tuo piede, poi si ritira. Il bagnino la piadina e cercare un bar per un cocktail decente e ritrovarsi snob e poi presuntuosi e dimenticarlo in fretta per scoppiare a ridere nelle sale giochi e a cavallo di una moto finta domandarsi il perché non siamo nati anche noi al mare per trasformare ogni ritorno in vacanza. Dici dell’esercitarsi al bello, a questo serve leggere, a questo farsi domande, a questo ancora le mostre dalla scuola dell’infanzia, la curiosità, il dir di grazia della poesia e sciocchezze in serie, non scandalizzarsi della volgarità, impadronirsi del senso, sciogliere il comico nell’ironia. E poi? Tu che indossi scarpe invernali d’estate e dell’acqua hai timore, tu e il nero dei tuoi occhiali da sole, le tue amicizie pelle su pelle, mano nella mano, tu che aspetti casa per il respiro e nel mentre non dai tregua alla voce e muovi le mani e sei sciocco e fai amicizia coi ristoratori e sei triste o felice a seconda della qualità del cibo. Tu, mi chiedo io, potresti essere diverso? Nell’inevitabile tuo esistere rendi difficile ogni incontro, il tuo alfabeto inciampa nel quotidiano, la tua estetica risente delle tue sofferenze d’adolescente. Chi sei tu ora? E poi perché tutte queste domande. Prendi quel treno e vai dove lei ti aspetta, se ti aspetta. Prendi quell’aereo e vai dove il tuo passato non esiste e così l’aspettativa non c’è e tu sei nuovo. Impara a dimenticare, ricorda il necessario. Stringi quei fianchi ogni volta che puoi, guarda quelle labbra e poi fai un tentativo di disegnarle. Scrivi cose lunghissime e incomprensibili, un giorno, vedrai, anche quelle mancheranno. E cresci per esser semplice, cura la barba, mangia quando è necessario o quando ti fa godere. Poi ridi di te, fallo più spesso e scrivile che l’ami anche se non capisce.

Foto: © Bernard Descamps

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A te, fratello

Te ne vai nel mondo in camicia azzurra e jeans, il taglio dei capelli scolpito dal tempo si è fatto moderno, sei presente nel tuo passo all’apparenza sicuro, sensibilità a sera e sguardo troppo ampio per dedicare l’attenzione che desideri a tutto quel che si fa accorgere. E primavere e inverni, ricordi a saltello dei tuoi trent’anni, le corse fino a perdere il fiato nei prati verdi di Brusson, magliettone bianche e ginocchia sempre sbucciate. Di quando sei diventato altissimo e nemmeno te ne sei accorto, le tue caviglie fragili, la specialità del tiro libero perché quando tutti si aspettano qualcosa tu non manchi mai. Il Brasile, poi l’Africa, la porta di quel monastero che mi hai aperto tu soltanto con la gioia degli occhi e racconti di tavola e ricercata semplicità e accenti emiliani. E così, liberati dal peso di altari e cattedre, liberi e nuovi alla vita, un’altro passo ancora, e dietro a tutti gli angoli il nostro tentativo imperfetto e utopico di comprendere il presente e l’uomo e così l’eterno. Tu, facile all’emozione, facile al pianto, tu, capace di attenzioni ad altri sconosciute, folle del vino, ubriaco d’andare. Fai dello spazio nuovo che ti è donato il tuo eremo mai chiuso, dell’accoglienza siano esperte le tue mani grandi, e tavola sempre in ordine e mura bianche per dar respiro agli occhi. Nella mia testa i tentativi dello stare in disparte, farmi rifugio, pronto al bisogno, mai invadente. Dalle mie labbra senza governo né freno, spesso troppa libertà, perdonerai. Incapace io alla menzogna, ti basta guardarmi, tu sai dove sono, chi sono, che penso. Ti basta abbracciarmi, e tu sai dove il mio respiro giace. Quasi mai presente io, spesso lontano, incapace del qui, dell’ora, ma capace d’amore, di sguardo, di voce. Null’altro. Felice sia questo tuo andare, sempre più libero, sempre più tu.

Foto: © Bernard Faucon

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