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Se ora

Se ora tu fossi una mano da stringere, l’affetto di un corpo caldo, di un seno accogliente, da sentire il ventre contrarsi e rilassato cedere all’espirazione, così vicina, tu che tutto comprendi, che abbracciando me tutto abbracci che stringendo te tutto stringo, non sprecherei ore vane in righe d’altri a cercare il senso nel quieto dire dei saggi e consumare rabbia davanti ai televisori a far dietrologia e consumare polpastrelli sui telecomandi e tastiere di smartphone. Se fossi qui e qui fosse il mondo, davanti a noi non ci sarebbe il vuoto ma l’increato.

Foto: © Giulia Bersani

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La colpa

Marco si toccava il collo e intorno non c’era nessuno.
Sul banco una chiazza di liquido rosso.
Era l’ora della merenda e nel cortile i bambini giocavano, non potevano nulla contro il male che era arrivato e li aveva sorpresi.
I gelsomini coi loro fiori bianchi, l’erba verde, il cancello grigio, più in là le fabbriche, nient’altro li circondava.
Quelle che ieri erano grida ora erano dei sottovoce e i grembiulini bianchi e neri se ne stavano seduti in cerchio lanciandosi una palla rossa.
“È il sangue di Marco.” Disse uno quando la palla gli rimbalzò tra le cosce. Una bambina dai capelli d’oro impallidì, strinse forte i pugni, le sue mutande si bagnarono d’urina, cominciò a lacrimare e si alzò e scappò in classe.
Marco si teneva il collo con tutte e due le mani. Le sue dita erano rosse. Quando la porta della classe si aprì vide la bambina dai capelli d’oro, magra, col moccio al naso e i pantaloni bagnati.
“Mi sono pisciata addosso.” Disse la bambina.
“Non è poi tanto male, è caldo.” Rispose lui.
“Perché non sei venuto in giardino? Tu vuoi sempre essere diverso da tutti.”
“Non è che voglio, è inevitabile. Ma non sarà per sempre, perdo sangue, vedi?”
“Posso assaggiarlo?”
“Puoi. Ma non troppo, non è per te. È per nostra madre, è per nostro padre.”
La bambina assaporò il sangue.
“Sembri nostra madre col rossetto. Dovresti toglierti i pantaloni adesso, sono bagnati e ti prenderanno tutti in giro.” Disse Marco.
“E cosa mi metto?”
“Mettiti i miei, sono sporchi, ma almeno non sono pisciati. A me non serviranno più.”
La bambina annuì e poi si abbassò i pantaloni e poi si abbassò le mutande. Tra le sue gambe senza peli un foro minuscolo, lei ci infilò un dito più in fondo che poté, poi lo tirò fuori e allungò il braccio sotto gli occhi di Marco.
“Tu vuoi sempre esagerare, speri che qualcuno ti guardi, ma non ci guarda nessuno.” Disse lei. “Vuoi assaggiare? Credo tu abbia bisogno di sangue.”
Marco fece di sì con la testa e aprì la bocca, lei gli infilò il dito tra le labbra, lui succhiò, lei ritrasse la mano.
“Ti piace? La gente dice che sono buona, a me non importa più, ci sono abituata. Mi importa soltanto di te.”
“Mi mancherai molto.” Disse Marco.
“Lo so.” Rispose la bambina. “Ma sei tu che hai deciso di andartene per sempre.”
Marco vedeva tutto sfocato e le sue parole inciampavano tra le labbra, si sforzò e disse:
“Non è colpa tua.”
“Lo so. Io sono buona, è la mia dannazione. Posso salvarti se vuoi, col mio dito. Se ti salvo me li dai lo stesso i tuoi pantaloni?”
Marco stette in silenzio. Sotto di lui il pavimento era rosso.
“Non puoi. Questo è il mio regalo per te, l’unico possibile.”
Marco appoggiò la testa sul banco e chiuse gli occhi. Non dormiva, deglutì due volte e sentì il sapore ferroso del sangue.

Entriamo insieme nella porta stretta, io abbasso la testa, lei trattiene la pancia. Abbiamo gli occhi rossi. Lei ha pianto tutta la notte, io ho stretto le palpebre per trattenere le lacrime. Il cane di nostra madre ci lecca le gambe. Io gli do un calcio sul muso. Lei mi prende per mano. Non siamo abituati a farci annusare dagli animali. Quando dormiamo insieme, di nascosto, all’istituto, ci annusiamo soltanto tra noi. Lei profuma di albicocca.

Al centro della camera nostro padre è disteso e dice il rosario senza aprire la bocca. Ha le guance bianche e gli occhi chiusi. Il taglio sul collo si vede appena. Lei mi sussurra all’orecchio che l’hanno truccato. Lo chiuderanno in una prigione di legno, è colpevole. Nostra madre è vestita di nero, dice che non lo vedremo più, che l’hanno fatto bello per l’ultimo viaggio, poi si piega in due, urla più volte: “Perché?”. Urla soprattutto nelle mie orecchie.
All’urlo tutta la gente che stava in piedi accanto a noi, in silenzio, nella camera stretta, decide di uscire. Alcuni abbassano la testa per passare attraverso la porta.
Nostra madre smette di urlare, respira a fatica, accarezza i nostri capelli e senza bisogno di chinarsi esce dalla stanza.
Ora siamo noi e nostro padre.
Lei dice: “Ave Maria, piena di Grazia.” Lo sussurra all’orecchio di nostro padre.
Io imito la voce di mia madre. Urlo forte.
Lei continua la sua preghiera, dice le parole una dopo l’altra, sempre più veloce. Io urlo più forte che posso, la mia voce rimbalza sulle pareti, quando torna nelle mie orecchie non è più mia. Lei mi mette le mani sulla bocca per farmi stare zitto, io gliele mordo forte. Lei mi tira un calcio. Io le mollo uno schiaffo. Lei urla. Urlo anche io. Le do un bacio.
Nostra madre torna nella stanza, io chiudo gli occhi. Abbiamo le mani gonfie. Nostra madre dice: “Salutate vostro padre.”
Lei gli si avvicina, gli dà un bacio sulla guancia. Io gli infilo il dito nella ferita del collo, la mia mano si sporca di trucco e di qualcos’altro, la pulisco sulla giacca nera di mio padre. Poco dopo abbasso la testa, le accarezzo la pancia.

Quando mi bussano alla porta io sto spiegando a Rulfo, il mio gatto, perché non può uscire di casa nei giorni di pioggia. Quando apro la porta Rulfo esce, non tornerà più.
Sul pavimento le impronte bagnate di quattro scarpe, due grandi, due più piccole, tutte nere.
Lei non deve più trattenere la pancia. Allunga la sua mano e stringe la mia.
“Questa è Annie, la nostra bambina.”
Annie resta con la schiena appiccicata alla porta.
“Non hai più gli occhi rossi come dieci anni fa.” Dico io.
Lei annuisce.
Annie ci guarda.
“Potresti salutarla.”
“Ho le mani sempre sporche.”
“Solo i fiori del gelsomino restano bianchi.” dice lei e sospira.
“Non dovevi tornare più. Sei troppo buona.”
“È la mia condanna, ricordi? Annie voleva conoscerti.”
Annie è sul divano, io la raggiungo, mi siedo di fianco a lei.
“Non eri poi tanto lontano.” Mi dice.
“Solo una vita.” Rispondo io.
Annie mi prende le mani, le confronta alle sue.
“Non sono sporche.”
Lei non si siede, ci guarda dall’alto.
“Sembri un po’ addormentato, non è vero, mamma?” Dice Annie.
“Non dormo da molto. Non posso.” Dico io.
“Ti spiace se accendo la luce?” Dice lei.
“La colpa è mia.”
“È troppo buio qui.”
Lei preme l’interruttore, la luce non si accende.
“Perché non hai voluto che io ti salvassi?”
“Non è stata colpa tua.”
“Nostra madre è morta due anni fa.”
“Loro mi avevano fatto impazzire.”
Annie mi guarda coi suoi occhi verdi. “Li hai uccisi tu?”
“Non sono stato capace nemmeno di uccidere me.” Rispondo io.
“Me l’ha detto mamma.” Dice Annie.
Lei mi abbraccia, dice: “Mi sei mancato.”
Le parole non hanno più importanza per me, gli abbracci sì. Sento il suo corpo, il suo calore, il profumo d’albicocca. Rulfo può non tornare più.

La palla rossa rimbalzava tra le mani dei miei compagni quando arrivò una bidella avvolta in una tunica azzurra e urlò forte il nome di Marco. Le maestre corsero via e ci lasciarono soli seduti sull’erba verde del giardino. Io mi alzai e camminai lenta verso le classi. Il suono di una sirena in lontananza. Entrai in aula e Marco era seduto al suo posto, la testa appoggiata al banco come se stesse dormendo. Lo chiamai. Non rispose. Lo guardai. Non mi guardò.
Nostra madre era al lavoro. Nostro padre non era ancora nella sua prigione di legno.
Io urlai forte: “Perché?” La bidella entrò in classe, mi mise una mano sugli occhi. Mi portò via. Marco sollevò la testa, era tutto rosso, mi fece l’occhiolino, disse: “È il mio regalo per te.”
Io urlai: “Non lo voglio.”
“La vita è così triste se non sfidiamo la morte.” Disse lui.
Due signori vestiti di arancione fosforescente lo presero e lo portarono sull’ambulanza. Poi arrivò nostra madre.

“Non sono morto, hai visto, era un gioco.”
“Io ti voglio bene.”
“Ti amo anche io.”
“Non dirlo a mamma.”
“Dicono che sei pazzo. Non ti vedrò più.”
“Verrai a trovarmi di nascosto.”
“Faremo anche l’amore?”
“Soprattutto l’amore.”
Quando nostra madre raggiunse Marco in ospedale lui chiuse gli occhi, aveva deciso di non vederla più.
Andai all’istituto molte volte. Mi chiamava Rulfo, mi accarezzava. Poi ansimava forte.

Foto: © Bernard Faucon

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Quel fare d’amore

Studiate, prima di parlare. Pensate, prima di giudicare. E se la parola risulterà invadente, se non vi sarà concesso il lusso dell’errore, se ricadranno su di voi definizioni e paura, ridete. E tramutate il riso in sghignazzo, mostrate i denti. E se invadenza porta a solitudine, l’amore di sé e degli altri nell’ammissione della propria debolezza è atto umano e rivolta indispensabile. Tutto qui porta all’egoismo, i propri tempi, i propri spazi, un lavoro in centro, casa e scarpe lucide, e nessuna, ripeto nessuna possibile ambiguità. Sempre riconoscibili, sempre noi, mai noi.

Voci alte s’inseguono sotto ai neon, tra i palinsesti, l’omelia bionda del mezzogiorno il nostro pane quotidiano, la litania mora a sera, che vengano presto i barbari. Tutte queste fotografie bianche e perfette, i pieni e i vuoti, nessuna concessione all’ombra. Noi che perfetti non siamo, noi che siamo così immaturi e soli e circondati da altri imperfetti e soli. Regarde le ciel l’invito dei muri di Parigi, alziamo gli occhi nel giorno dell’eclissi, di quando gli astri rivelano tutta la nostra piccolezza. Guarda ora il gonfiore del mio volto, sorsi e sorsi di vino, notti disperate nel profumo di lenzuola altrui. Basta una borsa e una strada, basta un domani. Ora tu dimmi perché dovrei esplodere dentro, morire soffocato dal cuore e lasciare a te, al mondo, quel silenzio vuoto di domande. Siano applausi per gli adolescenti, l’indice a premere il tappino di bombolette colorate, amica mia, ti amo, amore mio, ti odio. Siano troni e corone per coloro che aspettano un treno per raggiungere un paio di occhi e ritrovare il sé dopo essersi perduti alla ricerca della perfezione di gambe, di culi stretti e scarpe che slanciano la figura. Studiate, o rimanete nell’ignoranza, che non s’impara pazienza dai libri, s’apprende dai campi: la terra, il maggese, il seme che il primo anno non porta frutto, troppo impegnato com’è a sopravvivere. Cos’è tutta quest’ansia di risultati, questa tensione alla perfezione, non puoi avere tutto, non puoi averlo adesso. Ora ti guardo, ti dico lo stile, questo solo m’importa. E se rovino in parole quel che più caro ho di dentro è perché ho lasciato sapienza nel ventre, perché le mie mani sono bianche, il mio viso bianco, vergine io d’aratro, vergine ancora d’amore, ignorante sì. Incapace di invidia perché troppo impegnato alla vita, incapace di odio perché debole e irrisolto, incapace di strategia, perché vero. Chiamami ancora personaggio, chiamami uomo, amico, chiamami nessuno. Non chiedermi mai chi sono, perché non sono ancora. Ti domando pazienza, ti elemosino cura e ancora comprensione. Prendi il tempo e stringilo nel palmo, non puoi e allora che sia oggi o domani che importanza ha? Perché non facciamo quel gioco dove ti dico tutto quel che non mi piace di te, tu quel che non ti piace di me, poi facciamo l’amore, questa volta davvero, non come quando mi hai chiesto: lo faresti l’amore con me? Ti ho risposto di sì. E da quel giorno non ci siamo più visti.

Foto: © Bruce Haley.

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Io mi chiamo Marco e faccio il viaggiatore

A Roma, al Pigneto, al bar Necci, si gioca alle carte dalle otto del mattino. Ci giocano signori in pensione, sono seduti su sedie bianche e lanciano le carte sulle piastrelle lucide del tavolo. Qualcuno vince, qualcuno perde, nessuno esulta. La Roma è stata sconfitta all’Olimpico, la Lazio ha battuto il Torino e ora ha un solo punto di svantaggio in classifica. Qualcuno tossisce, qualcun altro invece bestemmia e ride, chiede un caffè e il barista annuisce, torna col caffè dopo un quarto d’ora, il caffè è freddo. “Di chi è il caffè?” Chiede con l’accento africano. Nessuno risponde, sono le dieci e i pensionati se ne sono andati chi a fare la spesa, chi a comprare le sigarette, chi a tener compagnia alla moglie davanti alla televisione. Io leggo l’ultimo romanzo di Carrère, solo due pagine, mi annoia. Mi guardo intorno, ci sono molti specchi alle pareti, posso guardare senza essere guardato. Una ragazza coi capelli neri parla di un ex mattatoio, dice che bisogna avere il coraggio di investire nel futuro senza essere investiti dal futuro, poi domanda il nome al barista, due volte, lui risponde due volte, io non riesco a sentirlo, si presenta anche lei dice: “Chiamiamoci per nome da adesso e per sempre.” Lui annuisce, lei lo chiama per nome e gli chiede un orzetto. Lui annuisce ancora, poi dice “Te lo preparo, non facciamo servizio ai tavoli però devi venire a prendertelo.” Lei risponde “Grazie.” e il nome di lui. Lui se n’è già andato dietro al bancone.

Anche io fino a pochi anni fa chiedevo il nome ai camerieri, poi ho cominciato a pensare che è una domanda che rivela un’idea buona di mondo, un luogo dove il nome viene prima del ruolo, ma c’è in tutto questo qualcosa di presuntuoso, di insolente. Quando facevo il cameriere infatti non mi piaceva che mi chiamassero per nome, forse perché mi sentivo essere più del mio lavoro, forse perché mi sentivo più del mio nome. Così ne avevo inventato uno, per non essere scortese: Benjamin il cameriere; rivelavo quello vero soltanto a chi mi ispirava fiducia o affetto o simpatia.

Mi chiamo Marco e sono un viaggiatore.

A Firenze, vicino alla stazione, c’è l’Osteria Nuvoli. All’Osteria Nuvoli puoi chiedere il gotto di vino, il calicetto e il bicchiere. Il gotto sono due sorsi, il calicetto cinque, il bicchiere non so, ho perso il conto. Da Nuvoli puoi bere del Brunello di Montalcino per pochi euro, puoi mangiarti i fegatini e pure la trippa o il panino con la porchetta. Da Nuvoli puoi aspettare il treno e far chiacchiere con l’oste o con gli avventori. È frequentato dai turisti ma quelli si siedono a tavola, invece intorno al bancone, sugli sgabelli, siedono i fiorentini. Così c’è Giulia dai capelli biondi che non ha passato l’esame di teoria della patente per un errore di troppo, la sua amica ricciola che la consola, la fotografa di arredamenti che beve un bianco prima di tornare a casa e cenare da sola, l’avvocato che ce l’ha con il traffico e l’oste che quando s’annoia parla della Viola, la Fiorentina che ha battuto il Milan due a uno e ora se la gioca con la Roma per il passaggio ai quarti di Europa League. Da Nuvoli non ci sono specchi e le persone le guardo negli occhi, complice è il vino che fa cadere ogni riservatezza. Così faccio sempre amicizia con qualcuno, parlo di come si vive a Firenze, del fatto che io non sia toscano ma sogni una casa in collina. Dice: “Tu vo’ fa’ l’americano! Non se la compra più nessuno la casa là fuori, ‘i son care, noi le si vende, si va via!” “E dove andate?” Chiedo io. “Via!” Risponde lui, “Si va via.” La ragazza della patente mi guarda e ripete “Via!” L’oste mi guarda sorridente, dice: “Eh, si va via!” E io mi chiedo dove sia questo via, dove stiamo andando tutti. Saluto e mi incammino verso la stazione, il treno è in ritardo, ho sonno, sempre colpa del vino.

Le poltrone dei Frecciarossa sono spaziose e comode. Le prese di corrente funzionano e riesco a ricaricare il cellulare. Mi arriva un messaggio “Ci siamo allontanati molto, cosa posso fare per te?” Rispondo: “Non lo so, io vo’ via!”, risponde “E dove vai?” Poi mi addormento.

Il treno frena, arrivo a Milano. A Milano c’è il sole, a Roma pioveva, a Firenze pure. A Milano Necci non c’è, nemmeno Nuvoli. Dove vado? Via. Via, sempre via.

“Tu sei pazzo.” Risplende il display del cellulare.

I pazzi stanno nei manicomi, io no, io vo’ via. Io che sono Marco e faccio il viaggiatore.

Foto: © Giulia Bersani

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Per la nostra beatitudine, buon compleanno Jack Kerouac!

“Ah ma «non so, chi se ne frega, non importa» sarà l’estrema preghiera umana.”

Sono parole di Jack Kerouac, nato il 12 marzo di novantatré anni fa. Le ha scritte in uno dei tanti momenti di smarrimento, di quell’infinita, desolata tristezza che vieta di immaginare futuri sorridenti. Io, che sono ancora sulla terra dei vivi, dei “chi se ne frega” e dei “non importa” non so che farmene. Sono uno che scrive alle sue ex ragazze per sapere come stanno, sono uno che non accetta di voler male a una persona solo perché quella mi ha fatto del male. Sono capace dell’odio e dello scherno, ma basta una bottiglia, del vino e un polso magro, una camicia bianca e capelli lunghissimi a cui scrivere parole e rabbia, invidia e ideali di morte si trasformano in umano compatire e paroline d’amore.

Oggi è il tuo compleanno Jack e come ogni anno ti scrivo, vorrei dire che dovunque tu sia mi leggerai, ma è una stronzata perché nessuno li legge i testi degli aspiranti scrittori. Dovevo sedermi di fianco a te in un bar, coglierti alla sprovvista e leggerti le mie cose, ma di solito dopo un wow iniziale questo mi porta verso dolorosi insuccessi, quindi meglio così, che per evidenti questioni d’età l’occasione non si sia mai presentata. Ora non desidero parlarti di me, ma dirti qualcosa che forse non sai. Quando sei diventato famoso non hai più smesso di bere e ti è scoppiato il fegato, non sei nemmeno riuscito a contarle le ventisei trasfusioni che ti hanno fatto, non ti sei svegliato più e avevi solo quarantasette anni. Quello che non sai è che dopo che sei morto tutti quei cravattini che ti compativano quando arrivavi ubriaco alle interviste nei loro mosci talk show sono venuti al tuo funerale e hanno raccontato di quanto eri gentile, dolce, poetico, fantastico, sorvolando su tutte quelle risse da bar in cui sei finito invischiato e sui tuoi giudizi poco lusinghieri nei confronti dei loro salotti. Sai, quando non ascoltiamo gli altri possono dire tutto e la realtà è fatta per sentito dire. Lascia perdere, perché in molti hanno riconosciuto il tuo valore, pure gli hippy che tanto criticavi hanno cominciato a sformare le tasche dei loro jeans attillatissimi per infilarci i tuoi libri. Beh, On the road è diventato un mito, lo era già quando tu eri in vita, eh, ma ora mi è capitato di prenderlo in biblioteca e trovarci scritto con inchiostro colorato e cuoricini: “Il beat è la vita, leggete On the road” o “Jack Kerouac uno di noi”.

Siamo nell’anno 2015 e la maggior parte degli scrittori odia stare in gruppo e condividere una certa idea di letteratura. Mi viene in mente quando te ne sei andato in Marocco da Ginsberg e ti sei messo a battere a macchina il suo manoscritto, eri famoso allora, vivevi ancora con tua madre anche se avevi da parte dei bei dollaroni, continuavi a dire che avevi un sacco di soldi ma i soldi erano soltanto soldi e allora andavi a trovare i tuoi amici perché con loro ti sentivi proprio tu e l’alcol non era una fuga ma una condivisione che esaltava i caratteri e i discorsi. Sei stato fortunato, sai? Sono ancora convinto che Ginsberg ti volesse bene ma che tu abbia giovato non poco alla sua carriera, che Burroughs fosse un bel tipino da frequentare ma l’incontro decisivo della tua vita è stato Neal. Perché Cassady era un bel fusto, amava lo sport, rubava le auto, era contro tutte le convenzioni e amava la letteratura, ma che vuoi di più da un amico? Se quelli si drogavano da fare schifo e l’energia lisergica animava le vostre discussioni con Neal tu avevi trovato quell’umanità che ti mancava, l’amico vero, ci parlavi di poesia, gli facevi leggere i tuoi scritti come facevi con gli altri, ma quello che più conta è che andavate insieme per le strade, in cerca di una beatitudine che pensavate di poter sfiorare, in cerca delle guance di donne incontrate sulla via, di storie raccontate dai vecchi in coda dai benzinai o nelle baite in montagna. Quello che ti voglio dire è che mi sarebbe piaciuto incontrarvi e andarcene tutti a vivere sui monti, a seguire la dottrina di Thoreau, forse avrei scritto degli haiku più belli dei tuoi, ci saremmo sfidati davanti al fuoco per annullare la noia. Perché non c’erano gli smartphone ai tempi tuoi e non ci si continuava a distrarre inutilmente alle luci dei pixel. Mi sarei stancato in fretta come ti sei stancato tu, perché gli amici prima o poi prendono le loro strade e tu ti ritrovi da solo e non sai che fare, perché amico mio, tu sei finito quando ti sei sentito solo. Quando Burroughs e Ginsberg si davano alla gioia dei salotti, quando Neal si era accoppiato e lo sai che le donne cambiano tutti gli equilibri. Tu non eri fatto per la vita da marito, perché hai continuato a sposarti? Credevi forse che prima o poi qualcuna potesse raccogliere tutto il tuo amore? Ne avevi troppo e una donna non era abbastanza.

Ti hanno chiamato folle e all’inizio ti faceva piacere, poi ti sei ribellato, dicevi che se i folli fossero felici i manicomi sarebbero oasi di gioia. Il tuo alfabeto per anni è stato incomprensibile. Tutti pensavano che le tue parole fossero dono dell’alcol, del narcisismo, della presunzione, perché tu parlavi come scrivevi, tu parlavi come vivevi. Non ti vergognavi di chiamare in causa Dio e di chiedergli il perché dell’infelicità dell’esistenza. Ricordi quando hai detto che Dio era il contrario di cane (nella tua lingua certo, ti riferivi a God e a Dog), te lo ricordi quando scrivevi che Dio era Winnie Pooh? Provocatorio sempre. Eppure ci credevi davvero nel Cristo e ti dava noia Tolstoj perché troppo ingessato mentre in Dostoevskij trovavi un Gesù vivo.

Io ti capisco, sai, perché non hai mai imparato la pazienza ed eri sincero e istintivo, e spaventavi, oh come spaventavi, perché eri anche bello e profondo e sensibile. Tutto questo non può essere del mondo, non lo era quando eri in vita e non lo è nemmeno ora. Siamo gente che finisce male perché seminiamo la fiducia e cambiamo rotta di continuo per un amico, per una caviglia stretta, per una nevicata o per vedere il mare. Ci dovessimo chiedere dove siamo che risponderemmo? Hai risposto tu per tutti noi, con mille case, senza una casa, con mille amori, senza un amore, con una musa che non vuole attenzioni. Cosa ci resta? Gli amici e i loro rifugi e poi la strada, noi siamo là, come tanti autostoppisti, pronti a cogliere il presente e godere dei tragitti, incapaci della sosta, amanti del rischio di essere uomini tra i robot.

Lo sai bene che ho letto tutto quello che hai scritto e trovo i tuoi diari inarrivabili. Perché oltre alla scrittura riveli tutta la tua imperfezione, la tua umanità. Ho smesso di conoscere gli artisti che ammiro perché sono sempre rimasto deluso da quello che c’è dietro al personaggio, si rivelano spesso costruiti, non falsi, no, è un altro il discorso che faccio. Tu eri tu sempre, magari avremmo fatto a botte, sono certo ci saremmo abbracciati e avresti provato a baciarmi in bocca come si fa tra amici ubriachi. Aver letto tutti i tuoi libri ha fatto sì che io uscissi dalle categorie del bello o del brutto, del mi piace o non mi piace, ma cominciassi a compatirti, a sentire con te. Così nelle tue pagine ci sono tutte le contraddizioni, i dubbi, i desideri, le gioie e le sconfinate tristezze della vita di un uomo bello e sensibile, l’ho detto e lo ripeto, amante delle lettere, dello sport, ma sopra tutto dell’esistenza, delle persone, del vino.

Sei morto di vino e di solitudine. Sei morto perché ti sei donato completamente. Come il tuo Cristo.

Sai, ora a Lowell arrivano i bus che trasportano i turisti a vedere la tua casa, c’è una biblioteca che ospita le bozze originali dei tuoi scritti, a San Francisco una via porta il tuo nome. Organizzano letture pubbliche e provano il ritmo bebop della tua parola libera. Io col tuo nome ci chiamo la strada, io col tuo nome ci chiamo tutte le mie velleità di scrittore. Gli uomini come te rimangono, mentre le stelle cadono e provano a confonderci, siete bagliori che guidano lo sguardo sulla strada vera, quella che porta a una non precisata, indefinibile, beatitudine.

Foto: dalla rete.

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In vita di Charles Bukowski

il 9 marzo del 1994 moriva Charles Bukowski. Io avevo dodici anni e mi sbucciavo le ginocchia sul campo di pallone dell’oratorio. Segnavo una media di otto goal a partita, delle ragazze non mi importava niente, tornavo a casa sporco di fango e sudato, mamma mi sbatteva in doccia e io me ne uscivo coi capelli bagnati, facevo finta di cenare e raggiungevo i miei amichetti in giardino per giocare a nascondino prima del buio.

Bukowski l’ho scoperto solo a trent’anni circa, prima lo snobbavo perché piaceva a tutti e le sue pagine mi sembravano soltanto un pretesto per tirarsi seghe in mancanza di un settimanale illustrato. Avevo sentito parlare di lui perché in molti, negli anni novanta, specie tra i miei compagni del Liceo Classico Stefano Maria Legnani di Saronno, si firmavano Chinaski, che dei romanzi di Bukowski era l’eroe. Mi sembrava un vezzo cretino, io prendevo a prestito Benjamin, da Walter Benjamin, personalità poliedrica, mica semplice scrittore. Poi sono cresciuto, sono tornato a farmi chiamare Marco e Benjamin ci ho chiamato il mio cane.

Charlie Buk Bukowski, patrimonio infinito di citazioni, sporcaccione per eccellenza, bevitore, amante delle corse dei cavalli e tanto altro. Per capirne lo spirito, se proprio non lo conoscete e non avete letto i suoi libri o le poesie o un cartello dentro a un’enoteca che recita le sue parole, vi consiglio un bell’articolo di Fabrizio Sabatini pubblicato su Artnoise (http://www.artnoise.it/caro-hank-lesattezza-di-charles-bukowski/), è un testo mica male che sa cogliere lo spirito profondo di Charles e sa andare oltre a una certa mitologia infarcita di luoghi comuni.

Charlie, concedetemi il diminutivo perché ci sono scrittori che a furia di leggerli diventano amici, Charlie per me è tenerezza in una accezione poco nota, forse. È un uomo che rifiuta il mondo e il suo pensiero dominante, ma nel mondo ci deve vivere, per cui non disprezza il lavoro come qualsiasi bohemio della sua epoca, non disprezza nemmeno il denaro, quindi scrive anche su commissione e non se ne vergogna. È dotato di una sensibilità straordinaria, è vero, dannatamente e sempre vero e sincero.

Per scrivere e seguire la sua necessità più grande si fa assumere in posta, lavora di notte e dorme poco, vive fino a cinquant’anni in appartamenti di periferia in compagnia dei topi e di una macchina da scrivere, rifiuta ogni amicizia letteraria (anche se una volta famoso in tanti lo cercheranno), preferisce le donne, la sua “cipolla rossa” fa esperienza di parecchie femmine americane, sposa però donne dal fascino decadente, intelligenti e capaci di tenergli testa.

Bukowski non è un uomo solo, ama incontrare gente, tirare tardi e bere fino a non poterne più, poi cerca la solitudine, l’a tu per tu con la parola. In molti l’hanno considerato beat, ma un beat proprio non è, rifiuta quella parola che dopo la morte di Kerouac era diventata etichetta e moda. Bukowski era contro le mode, talmente contro da finire per diventare lui stesso moda.

È famoso un video di una sua lettura pubblica (su youtube.com lo trovate facilmente) in un teatro zuppo di persone che acclamano il suo nome, il nome di un uomo sbronzo che si siede a un tavolo sistemato sul palco e chiede una birra e usa un tono basso e lento, e ride e incespica sulle sue parole, e beve e il pubblico applaude come se sì, quell’uomo stesse indicando una via per tutti coloro che si vergognavano degli istinti, delle zone buie, che chiamavano libertà la luce e condannavano le tenebre. Bukowski mostrava le sue di tenebre e permetteva ai lettori, al pubblico, di vedere le loro e attraversarle. La sua parola era un’offerta di verità.

Con questo non voglio dire che Charles fu un santo, no, era un attaccabrighe dal brontolio facile, era manesco e quando sbronzo anche prepotente ma… tutto questo lo rendeva in fondo amabile, credibile, uomo.

I suoi romanzi ancora oggi mi appaiono zoppi, imperfetti, ma così ricchi d’umanità che suscitano un’empatia straordinaria in chi si mette in ricerca del suo vero io e sa che la perfezione non è del mondo.

Diceva Bukowski che chi tiene un diario per annotarci i suoi pensieri è un testa di cazzo, che lui lo faceva soltanto perché qualcuno glielo aveva proposto, dunque era anche lui una testa di cazzo, nemmeno originale, per giunta. Tutta la sua opera, però, si rivela come un grande diario che racconta la sensibilità rara di un uomo libero. Diario sono i suoi romanzi, le sue poesie, diario sono i suoi diari, addirittura la sceneggiatura di quel film hollywoodiano (Barfly) che gli rese tanto in denaro e fama.

Tutti, me compreso, credono di conoscere il caro vecchio Buk e ne parlano. Così, di voce in voce, di decennio in decennio, la sua fama si fa sempre più grande, le edizioni dei suoi scritti trionfano in libreria e sulle bancarelle. Il rischio che corriamo oggi è ridurre Bukowski a un Chinaski qualsiasi, a farlo personaggio e non più uomo, ma chissenefotte.

Il poeta si è fatto dono e la sua parola lo trascende. Ti incontrerò un giorno Charlie, penserò di conoscerti anch’io e mi smentirai, quel che farò sarà soltanto riconoscerti in mezzo a mille altri e abbracciarti perché sì, già ora, ti voglio bene. Perché grazie a te, qui, in questo mondo sghembo, mi sento meno solo.

Ora incazzati pure, e dimmelo che non dovevo scrivere quest’elegia del cazzo, ma quando si ricorda qualcuno… va sempre a finire che si esagera qui e là.

Vi lascio questa poesia, famosa e straordinaria. Questo è Charles Bukowski, oggi, per me.

Un uccello azzurro
nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani dentro, non voglio
che nessuno ti
veda.

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io gli verso addosso whisky e aspiro
il fumo delle sigarette
e le puttane e i baristi
e i commessi del droghiere
non sanno che
lì dentro
c’è lui

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io con lui sono inflessibile,
gli dico:
rimani giù, mi vuoi fare andar fuori
di testa?
vuoi mandare all’aria tutto il mio
lavoro?
vuoi far saltare le vendite dei miei libri in
Europa?

nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io sono troppo furbo, lo lascio uscire
solo di notte qualche volta
quando dormono tutti.
gli dico: lo so che ci sei,
non essere
triste

poi lo rimetto a posto,
ma lui lì dentro un pochino
canta, mica l’ho fatto davvero
morire,
dormiamo insieme
così col nostro
patto segreto
ed è così grazioso da
far piangere
un uomo, ma io non
piango, e
voi?

Foto: dalla rete.

bukowski026

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Il vino mi fa male

Il vino mi fa male: le guance si gonfiano, il respiro si fa pesante. Calorie su calorie. Gli occhi socchiusi si muovono lenti, la tovaglia diventa un quadro da fissare e le parole scorrono velocissime fino a farsi confuse. La mano non lascia mai il bicchiere, armonia di polso e labbra, gengive rosse, denti rossi, lingua rossa. E desideri invadenti e infantili tra le pareti bianche e dita che scorrono sul telefono cellulare. L’assedio alla tua città fortificata mentre suonano alla porta pettorine fosforescenti infarcite di sorrisi e del bisogno di stare meglio donando il cibo, la casa, le cure, adottando gli sconosciuti. Ti ho stretto la spalla, amico, ti ho detto non mi interessa, io sono solo così solo così solo che tu non lo capisci, perché non te ne accorgi? Perché non lo fai, mi fa una domanda poi un’altra ancora, perché ci giri intorno? Perché continui a chiedere? Stai zitto, torna a casa, cucinati una pasta all’olio e sposati e fai dei bambini e ama tua moglie e cerca di essere gentile e non vergognarti di essere tenero e ammetti le tue debolezze, segui il tuo dio, credi nel bricolage, insegna a tuo nipote a pedalare e impara ad aprire le finestre, a sollevare lo sguardo qualche volta, l’hai comprato oggi il quotidiano? Non ti interessa, le mimose nella mano destra sei triste anche tu o non ci hai mai pensato? Ma dimmelo!

Notti sveglio a luce di smartphone sotto alle coperte, notti a pensare dove sei, alle tue lenzuola bianche e a resuscitare sua maestà Pier Vittorio Tondelli e dire che nei suoi racconti, prima dei libertini, era ancora immaturo e però ce l’aveva il coraggio e ci credeva così tanto che avevi voglia a giudicarlo, ma cosa giudichi tu?

Datemi altro vino e vino ancora, non appiccicatemi addosso le vostre parole di compatimento, che ognuno fa quel che può per tappare i suoi buchi. E se mi guardi in viso non mi credi così vecchio, a me che dei tuoi “invece io”, dei tuoi “dovresti”, non me ne frega niente. Sai, tu, lontana da me, nelle tue case bianche di neve bianca, nelle tue case azzurre di mare azzurro, tu, occhi enormi, tu caviglie fine, tu io ho voglia di parlare di stare ad ascoltare, di farti addormentare.

Ora lo so che sei circondata da gonne corte e occhialini da intellettuali, da scarpe prive di gusto, da maglioni larghi e da tanta di quella spocchia, dio mio, che vorrei salire su una sedia e leggerti ancora le mie parole imperfette come quella volta che sotto quel lampione c’eri tu e c’ero anch’io ed eravamo più giovani e magari liberi, prima di New York, prima di Parigi, quando ci rassicuravano i taxisti guardandoci nello specchietto retrovisore.

Il vino mi fa bene, ti dico, altera i tempi e i cambia il mio modo di guardare, se ne infischia del giudizio e dei ritardi, è capace di stare, di farsi ospite, il vino è mio compagno ti dico e se ti intristisce così tanto vedermi morire con lui, vieni e salvami. Ora c’è il mio cane che mi guarda e non capisce, mi viene vicino e mi lecca le gambe, e non dice niente al sole di oggi. Socchiudo gli occhi e mi viene in mente l’atterraggio dell’aereo di ritorno da Dublino, è notte e le auto sono piccolissime, e luci tutto intorno e gli uomini invisibili, invisibile anche tu.

Foto: © Alec Soth.

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È l’amore l’ostacolo più grande alla felicità

Rimbalza la mia voce allo specchio, guardo e riguardo il cellulare, poi il pensiero al compleanno di una barba bianca al di là della collina. Dove le viti si piegano al vento, dove il basilico cresce sempre verde e i pomodori raccolgono l’ultima neve. Là dove la notte è stelle e silenzio e le rondini tornano per fare il nido, il legno profuma di bosco. D’improvviso, invadenti, le tue imperfezioni: il tuo naso storto, le tue gambe che diventano sempre più magre, le tue dita, oh, le tue dita che sanno impugnare il calice e portarlo alle labbra. Vorrei essere vino per entrare dalla tua bocca e scaldare le tue notti insonni, togliere il freno della tua lingua e farti compagnia durante i tuoi riposini del pomeriggio. Prenderai un altro aereo un altro treno un altro albergo, che ne è della tua timidezza ora che frequenti i palcoscenici e le poltrone rosse dei premi? Faceva freddo era soltanto ieri e la via verso casa infinita e i pensieri troppi, ho registrato una traccia audio col cellulare parlando di soldi, dei ricchi che sono infelici e dei poveri che sono infelici, dei ricchi felici e dei poveri felici, dicevo che è una questione di sensibilità e poco altro, possibile che riconduca sempre tutto al sentire? E siamo a rischio suicidio, ci ho pensato milioni di volte e poi me ne sono dimenticato, com’è giusto che sia. Mi chiedo ancora se l’amore salva. Perché è l’amore l’ostacolo più grande alla felicità. L’amore perfetto, sì, quello è felice ma tutto il resto? Il resto è una dimostrazione d’inettitudine. E allora solo Dio è felice ed è per questo che vogliamo assomigliarci, ma non possiamo e dunque? Quale frustrazione mi inonda il cuoricino adolescente! Non potrei anch’io accontentarmi, di cosa poi? Dov’è finito il mio fumo, la pipetta e l’erba, dove se ne sono andate, perché non le tengo più nella scatolina di latta, dov’è finita la mia mano che faceva toc toc sul metallo e le narici si facevano calde di fumo e la mente nebbia? Io che più amo e più sbaglio, di nero mi vesto per passare inosservato, e sono uno dei tanti, credimi, avvicinami, capelli lunghi a nascondermi gli occhi invadenti, che se ti guardo ti spaventi e poi mi dici addio e io capisco arrivederci. E poi torni, vero che torni, vero che ci vediamo ancora? Anche se tutto è imperfetto, io aspetto.

Foto: dalla rete.

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