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La solitudine del vaso

Quegli orecchini a perla perfavore no, per non parlare della posa larga di quelle dita, la sigaretta accesa a combattere il vento per i capelli spenti che guardano il pavimento e tra le unghie la noia dei colori secondari. La sala d’attesa per aspiranti soprammobili, noi che sfiliamo sulle tivù per essere riconosciuti dai più e ci vergogniamo per le imperfezioni del nostro viso, e il sedere, e il sorriso. Quelle parole che sbattono contro i muri e non lasciano il segno, i profumi dolci delle modelle del nord per quelle gambe troppo lunghe che non saprei dove metterle. Meglio sarebbe un’estate e l’immobilità dei gechi, i puntini rossi delle zanzare kamikaze per unire le nostre necessità, i primordi dello sviluppo, mangiare, dormire, scopare che amare era un’arte rara come la caccia la notte, l’orecchio all’erba per il palpitare di un passo. Non così i nostri giorni, tra l’indecisione costante delle nostre lenti il contatto pericoloso dei polpastrelli che tra le sviste lasciamo impronte per categorie “quel non so che” non esiste più che dalle tasche scivola il tempo per le conoscenze profonde. Lo sai cos’è un viaggio? Fame d’incontro e niente fretta, la curiosità nell’umano e la noia delle costruzioni tutte uguali del Perù, i templi Indù e le otto anime gemelle, i nostri satelliti indefinibili che ruotano intorno al mondo e niente ansia d’aerei e biglietti d’autobus notturni per dirti sono qui e rimandare il ritorno per le gambe sotto al tavolo e quegli sgabelli troppo alti che trascinavano i nostri timori alle stelle. Quando due astri s’incontrano è polvere e fuoco lo sai, che a spegnerlo non bastano gli estintori eleganti di cui ti circondi. Nel centro dei nostri pantaloni l’origine delle nostre dipendenze. Hai mai pensato alla solitudine del vaso? Gli sguardi degli sconosciuti, l’immensità del tavolo piatto e stare nei limiti per non disfarsi, sparpagliarsi e il dolore che porti già nella forma che sei fatto per accogliere e non per maledire, che sei fatto per custodire e non per aggredire.

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I passatempi degli altri

Ho dovuto grattare il fondo dei miei interessi, togliere la ruggine alle lezuola per immaginarmi una vita coerente. Col “Gioco del mondo” di Cortazar che ci invitava al come vuoi, gli inizi nel mezzo e la fine per cominciamento. Siamo sensibili come lucciole, quando arriva la notte sfogliamo le nostre dita sulle tastiere, cellulare o computer che importanza ha che succederà? Che nascondiamo il giorno tra i capelli lunghi per custodire quei farei, i dovrei, i condizionali per i nostri jeans troppo stretti. Che Levis non produce più il modello engeneer mi hanno detto, che sapevano regalarci libertà rispettando la forma irregolare dei nostri corpi imperfetti. Quando tracciavamo silhouette sullo specchio e tra le molle del letto incastravamo i nostri nomi nuovi che avremmo dovuto vederlo insieme quell’Ultimo Tango a Parigi e dire fa male, e ancora, e più, Marlon Brando, you you e per l’amore uccidimi e poi fottimi, il respiro nuovo nell’ansimare dopo una corsa. Le strade lunghe degli Champs Elysees, come a Torino, le nostre umbre lunghe proiettate sulle foto in bianco e nero dei cinegiornali. E per tornare alla realtà le bandiere e gli slogan, le folle antologiche nei teatri del nostro tempo, il boato lungo dello Juventus Stadium e il goal da 35 metri di Mirko Vucinic per dirci che se dovesse andar male ci restano i passatempi degli altri. Che la passione salva mentre le barbe sagge crescono per poi cadere.

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Foglie nuove capelli corti

Le foglie nuove tra i capelli per i desideri di una vita risolta, la tranquillità dei caffè del dopocena e la domenica fuoriporta quando ho sempre desiderato il viaggio e la precarietà che si trascina nello zaino e dimenticarmi il tuo profumo, poi sulla fronte l’elettrocardiogramma dei tuoi sguardi e spargere lacrime in grappoli per i sorsi di vino mancato, per quei cocktail che non sapevi scegliere che deleghiamo agli altri i consigli per non prenderci troppo sul serio. Ho detto a tutti che se una montagna ti sfida è brama d’ascesa, altro discorso è il fascino eterno dell’abbandono, di quando le bussole segnano tutte il nord per le nostre stelle polari disegnate sul soffitto che Milano ci ricaccia la testa dentro e ci perdiamo gli incontri per il rilascio pigro degli intestini mentre il venerdì pomeriggio si popolano i centri estetici e i corsi di yoga, l’aperitivo e il Ciriboga, che ci serve una mano per separarci da noi. E nel centro della terra nascondiamo i nostri pensieri più bui, l’animalità senza collare dei nostri pensieri notturni, la secrezione delle nostre ghiandole e le polluzioni del cuore. Quei risvegli, i piedi nudi sul pavimento e il vortice ovattato del sentire, lo sciabordio delle scale e gli oblò dei nostri occhiali da sole per difenderci dagli sguardi invadenti delle telecamere dell’area C. E vorremmo che ci mettessero al muro, che ci controllassero le altezze lungo il metro a giraffa degli anni novanta quando bastava un citofono per scendere in strada e ricamarci sulle ginocchia la nostra sete d’affetto che tirare un rigore tra una panchina e una felpa col cappuccio era più d’un come stai, di un dove vai. E poi si faceva sera e succhiavamo il collo della maglietta per dissetare le nostre ore liete, il tramonto delle nostre giovani età quando ci nascondevamo tra i panni stesi, le biciclette con le ginocchia che superavano il manubrio, per poi bussare alla porta ciao mamma, ero qui, che avevo i capelli corti, così puro, così indifeso, così piccolo, così sciocco da credermi furbo.

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Come quel bello che suda

Ha più a che fare col sapore che col sapere. Hai mai pensato allo spazio che ci circonda come a una casa, come se l’aria fosse carezza e non trasparenza. La finestra sopra il mio letto non ha tende per dar ristoro agli occhi, la luce taglia il mio corpo in due il mattino chiaro, i doveri infilzati tra le lenzuola. Mi hanno raccontato di altre americhe dove il senso dello stato l’hanno ricamato sulle bandiere, l’inno nazionale il mattino alle otto e poi il caffè annacquato per rispettare gli stomaci deboli della middle class. Pensavo alla blusa gialla di Majakovskij quando sono salito su quel palco rosso, i microfoni molli per la durezza delle nostre membra, quella pizza fredda ingoiata in tre bocconi, lo sguardo aperto sul pubblico, le facce amiche e le forze del male, il desiderio del giudizio, la spada di Damocle del che ne pensi. Son diventato invadente, lo sai? Mi sono detto che lo faccio per due motivi che la bellezza va cercata e il bisogno del dire rispettato. E allora capita che io ti fermi per strada, che ti chieda chi sei prima che tu sappia che ci sto a fare al mondo, capita che ti cada negli occhi per ferirmi, l’accesso privilegiato alle mie interiorità nascoste, a mescolare i liquidi degli aperitivi domenicali. E su quel palco il petto scoperto, il sudore in docce tra le mie occhiaia nere, un pugile in camicia a sputar parole con la forza dei cannoni dell’ottocento perché chi guardasse dal basso non potesse ripararsi e poi sulle ginocchia sollevare gli occhi e chiedere pietà. Le mie parole alate come pterodattili, quell’esistenza che credevi di aver dimenticato te la riporto davanti alle guance, per sputarmi sulle dita e strofinarti addosso il mio bisogno di pulizia. E ora esci pure, parla di me e dì quel che ti pare, come quel bello che suda, come quel bello che ancora crede, come quel folle che grida. Che indispensabile è la mia parola quando si fa silenzio e lascia che il pensiero torni all’origine del mondo.

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A Michè (e all’Eritrea tutta)

Vent’anni e la scarsa frequentazione degli aeroporti, noi gente di provincia degli anni ottanta che per le feste di capodanno il ballo del mattone negli oratorie e all’una e mezza tutti a casa. Le feste di carnevale fino alla mezzanotte che un minuto dopo è già Quaresima e fine ai divertimenti, alle giostre per gli scontri di genere tra le nostre coetanee troppo cresciute e i loro jeans stretti, l’ombelico in mostra e no, a noi no, quelle non ci piacevano e dicevamo agli amici che erano volgari e puttane e poi la notte ce le trovavamo a schizzi tra le lenzuola. Vent’anni noi e il nostro desiderio del bene, le piccole rivoluzioni col colore della pelle diverso dal nostro che il nero lo trovavamo agli angoli della strada o nelle trasmissioni di Angela, non come adesso che tra i banchi delle elementari trovi una tavolozza e via di affreschi e slang. La povertà dei cieli stretti del nord Italia e i lavoretti saltuari dopo la maturità, fare sega all’università e la danza dei cocktail nel solito bar, i capelli bagnati dopo gli allenamenti, il telecomando in mano e i miti del calcio, i nostri stomaci ancora giovani, le pizzette di frodo alle tre di notte che potevamo mangiare, che potevamo annegare. Ci alzavamo così tardi che dopo un anno confessammo di non aver visto l’alba e che eravamo viziati, che eravamo scontati. Prendere il sacco e andare, e i voli per il corno d’Africa, l’Eritrea sconosciuta ai più e tutta la storia di Mussolini e della conquista tra i denti scarsi dei vecchi. Estate, ancora estate, estate ancora, tre volte in tre anni la curiosità delle conoscenze per scoprire la banalità della parola sorriso e perdere fiducia nella gratuità dell’andare, quando la conventicole si alzano in piedi col buonismo per le imprese degli altri. No, no, no, non c’è merito nella conoscenza, non c’è pietà, né gratuità. Viaggiamo perché siamo irrisolti, ci aggrappiamo alle labbra degli altri per quella solitudine che dopo il tramonto ci divora le guance. Il ricordo della diversità, la miseria dei nostri piedistalli, la carità della buoncostume e tutte le domande e tutte le domande e tutte le domande a divorarci gli occhi quando le palpebre mettevano fine al giorno. E anno dopo anno e casa per casa tornare, conoscere, comunicare. E confrontarci sulle nostre piccole vie, i culi stretti delle nostre ragazze bianche, l’oro dei nostri salotti e la tivù come pietra filosofale. Quante bugie quante utopie. La tradizione dei potenti che ci sovrasta quando in quell’Africa ci diciamo che ci sentiamo soli, che ci manca casa, che nel deserto impariamo a respirare. I loro denti bianchi e la nostra gioventù noi tutti rossi sotto la carne. Una dittatura che costringe alla leva in età post-scolare altro che brindisi, altro che slanci. Il desiderio di libertà nelle capanne dei canti domenicali, quelle messe partecipate per chiedere all’alto uno sguardo e sentirsi forti che da soli è impensabile. E in quel tukul e fango e bambù Michele, guance scavate e labbra grosse, scarpe targate Nake in omaggio all’America e il desiderio di una vita grande, diciassette anni e la ribellione tra le costole. Michele che si farà frate perché i frati mangiano e non fanno la guerra, Michele che mi chiede le foto della mia ragazza e dice quanto sono belle le donne, mi mima col dito l’armonia dei corpi e confessa che lui di ragazze ne ha tre. Michele che domanda della mia macchina fotografica che diventerà il fotografo del villaggio e ci farà i soldi. Ed al mio no Michele che s’arrabbia Michele che mi lancia addosso uno “sporco bianco”, Michele che il giorno dopo torna da me, mi porta una sciarpa, mi chiede scusa. Michele che un anno dopo non c’è. Michele che frate non è. Attraversa il deserto Michè. Gli sparano addosso a Miché, non muore Miché. Ha preso una barca Miché, l’hanno scoperto a Miché, mi dice il frate che sventola bandiere per lui e per chi ha preso la via dolorosa della libertà. Credo sia morto, Miché.  Mi manca Miché. La macchina fotografica non serve più che stringevo la sciarpa tra le tempie per non pensare, prendere e andare e continuare coi bambini a pancia gonfia a dividersi in venti le mie dieci dita. Dove sei Miché? Ti hanno accolto Michè? Una lettera, Michè. Che sei scappato, che sei lontano, che mi chiedi soldi che soldi non ho, Michè. Ti penso Michè, che ti ricordino i grandi come un Ulisse o un Calibano, un essere umano.

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Noi guard rail

E’ una questione di alfabeti lo sai, volevo tatuarmi le iniziali dell’esistenza, le ho sognate questa notte per perderle al risveglio tra il bianco degli occhi. Quando Calvino parlava della leggerezza non aveva certo in mente noi e i nostri capricci da adolescenti che non riusciamo a tracciare contorni, insicuri come i disegni dei bimbi. Hai presente quei soli tondi e i raggi tutt’intorno? Dovremmo prendere le luci della città, i lampioni, i semafori, le luci strobo delle discoteche, riunirle in simposio sotto le nostre case anonime, le radici del tempo perso. Fare della notte riposo, la rete aperta delle nostra braccia a stringere orizzonti, salire i gradini delle domande per guardare tutto dall’alto. E ci siamo ritrovati a spalancare le labbra in quell’oooh di sorpresa, le belle pagine dei libri scelti e quelle canzoni che ci sciolgono le guance. Nei tubi dell’acqua sgorgano ancora la nostre parole di ieri e non si perdono. Che dovrei essere concreto come sabbia, affittare aerei, sgusciare il tempo dalle noci, la testa china sui libri e i progetti indecifrabili di Celan mentre in Siria fanno fuoco sui giornalisti. Vorrei essere in viaggio, lo zaino leggero e il passo pesante, i lamenti lunghi degli asini al risveglio e gli incontri coi popoli, quando sei straniero sorgono domande e se ti apri al dialogo acquisti in bagaglio. E invece siamo qui tra i brunch impronunciabili che ci si incastrano in bocca, a elemosinare vita tra le masturbazioni intellettuali e il fatto è che ci dividono le scrivanie e non c’è un fuoco attorno al quale stringersi e sprigionare calore dai corpi, noi autoscontri, noi scivoli colorati, noi guard rail per gli sguardi indiscreti delle auto in sosta.

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Per farti ridere

Vorrei lasciare una pagina bianca per dirti del vuoto che mi trapassa, delle notti con gli occhi appesi al soffitto e i crocifissi che mi guardano con le domande sull’esistenza, che fine hai fatto tu? Dove ti sei nascosto? Le esplorazioni quotidiane del cuore e la domanda del senso appesa alla vita, il macigno leggero per le ricerche della felicità. E quando perdi il passo; il freddo, la confusione della stagione di mezzo e il nodo che si allenta, il passo troppo svelto con la velocità che non si preoccupa delle scelte sbagliate. La libertà abusata dell’isolamento per la questua d’affetto agli angoli della strada. Ho i fianchi un po’ molli ora, quando lasci la briglia perdi il controllo: l’odore dell’olio bruciato e il pentolino del tè consumato. Disordine e sporco e sudore gli indizi simpatici della sconfitta, non resta che rimboccarsi le braccia e piegare il capo per la polvere sana delle parole care. Abbiamo fatto i bagagli noi e negli zaini solo il necessario: le scarpe comode; col superfluo aggrappato alle ascensori del tempo che abbiamo perso, che siamo rimasti incastrati col pulsante premuto per chiedere aiuto e tra un piano e l’altro tagli di luce, il verme divoratore dei semi per le false gemme, le profezie sui nostri futuri e quell’insaziabile fame di cambiamenti. Quando ero in piazza a Vienna ho pensato che i palazzi alti protendono i balconi per abbracciarti e non farti sentire solo, ma era solo cemento freddo e bianco. E’ così difficile avvicinarti che non bastano gli aquiloni che farei volare in toscana, te li immagini tu? I nostri due draghi colorati, l’abbaio festoso dei nostri fidi e la distesa gialla dei girasoli, a raccontarci del capodanno cinese che tu sei del drago e io del cane, che basta l’immaginazione per distruggere le distanze. C’eravamo fatti sondaggi io e te così complessi che finivamo soltanto col domandarci come stai. Farò una coperta con le prime pagine dei quotidiani e abiteremo il mondo così, informati e responsabili, la cacceremo nel sacco e prenderemo il largo tornando a chiamare viaggio i nostri piccoli fiumi, e non paludi, e non pozzanghere. Che vorrei saltarti dentro per farti ridere e bagnarti i capelli, che sono stanco delle fotografie.

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Cipolla

Non è facile lo sai. E in tutto questo pensare ci sono distanze che non si possono tagliare. Con tutte le eventualità, le proiezioni sul futuro che abbiamo disegnato sulle lavagne quando ci chiedevano di separarci in buoni e cattivi. Tutta quell’ironia che non sapevamo cogliere, i fiori del nostro incontro appassiti nel desiderio accelerato degli intestini. Questi bacini che si fanno la guerra, la spada del mio pensiero forte e il tuo sedere splendido. Che fine abbiamo fatto noi mi chiedevo mentre guardavo i semafori, il rosso prolungato per il passaggio degli altri. Tu tra le highway a ricamarti le braccia, le ragnatele dei miei pensieri così contorti e quella nostra vicinanza nel sentire e lontananza per incontri e esperienze. Che vorrei prenderti da dietro e spingerti al muro, il murales caldo col passamontagna per proteggerci dagli sguardi di questo pubblico che non ci capisce. Che siamo capaci di svegliarci la notte e di sorprendere il giorno tra le righe dei saggi. Per la mia carta rovinata, le mie parole a danza sul bianco quando allungo la mano non posso toccarti. Sono così belli i tuoi disegni che vorrei imbiancarci la stanza. E tornare in quel bar la mattina del novembre, quando accarezzavo il tuo cane e ancora non sapevo che mi sarei ritrovato in gennaio a fare i capricci per quelle mancanze che non ti sai spiegare. E mentre le navi affondano e varano altre leggi scoperchiamo le vene alla donazione del sangue mi sento così piccolo che vorrei essere cipolla per dar sapore e poi farmi trasparente.

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1-1

Queste domeniche che rimaniamo aggrappati al cielo e ce lo rivoltiamo addosso per prenderne i colori e decidere l’umore a seconda del tempo. L’azzurro dei tuoi occhi di ieri e questi tè caldi che mi costringono a entrare nei bar senza ordinare nulla e intuire il posto della toilette provare col comando in fondo a destra e perdersi nelle cucine sporchissime a raccogliermi le braccia al petto come stelle cadenti e non avere spazio per stringere desideri. Dove finiranno i nostri liquidi, dove finiranno le nostre perdite di tempo a inseguire cinema che sanno di naftalina e immaginarci un posto nei ricordi. Caricare la schiena di progetti inverosimili e chiudere la porta alle realtà dei campi e alla brina d’agosto delle montagne argentine. Che la mia saliva era più buona quando lasciavamo spazio alla lingua e non ci tenevamo stretto sul petto lo zucchero filato dei nostri farò tramutati in denaro. Quando hai attirato la mia attenzione eri soltanto uno sguardo di fianco alla cassa per i cocktail che bevevo da solo per tenere impegnate le mani che è sempre meglio che non sapere dove metterle. Quando credevo di averti lasciato la buonanotte in tasca, il numero di telefono scritto col rossetto della mia amica biondissima che invece mi sono svegliato e mi era finito nella sciarpa e non sapevo perché; il calore dei numeri non può nulla contro le tempeste del tempo che scorre, i tuoi viaggi chilometrici nelle pianure del nord per le foto tra i fiori desaturati, il tramonto delle tue labbra rosse e le lingue lunghe delle nostre amicizie comuni. E poi ti sei svegliata mi hai chiesto hai vinto, ma la partita è finita 1 a 1 e mi sento sconfitto perché non so aspettare il domani per sussurrare i miei buongiorno. E poi ti sei rimessa a dormire e io sono rimasto a guardarti. Ma non eri più tu e così ho cominciato a scriverti e mi sono fatto di viaggi come i folli, come i venditori di barbiturici e i cartomanti di Brera.

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Un anno e poi

Ci siamo ritrovati a segnarci i risvegli sul calendario. La catena del cellulare per le nostre sveglie di plastica rigida e litio che tiriamo su col naso l’inverno caldo e le allergie della primavera. E ci rivediamo per caso dopo tanto tempo e io ti dico che è un anno preciso che i compleanni me li scordo sempre, che segno il tempo in incontri. I nostri sguardi fermi agli stop e le cortesie del passa tu, il dito medio alla fretta degli inseguitori e gli abbaglianti dei tuoi occhi con quella gonna lunghissima e i tuoi gioielli da berbera che sei seduta a gambe incrociate e dispensi sorrisi in cambio di vino e sull’un due tre stella del tuo sguardo il mio passo da gambero come a dire che tutto è passato che i conti li avevamo fatti a suo tempo. E poi vieni a raccontarmi di quanto sono belli i navigli tra quelle tisane che non ci siamo mai scolati. E se ci fai caso non ti ho mai chiesto come stai che ho dovuto dirti quello che penso dei mondi, della rivoluzione della parola e degli alfabeti che non tornano, che teorizzavo baci alla francese per tutti solo così, solo così ti ho detto ci capiremmo, che viene un momento in cui bisogna fare silenzio. Che se ne fanno del corpo i politici? Hai pensato che fossi ubriaco. Che avrei dovuto chiamarti spesso me l’ero scritto sulle calamite del frigo ma poi è sempre la stessa storia mi dimentico le date di scadenza e ci faranno delle trasmissioni televisive sulla polvere della mia scrivania. So che mi leggi, che mi guardi dalle altezze improbabili della buona classe quando ci abbracciavamo da dietro con le lingue lunghissime per gli accessi alla tua stanza bianca, al sapore di vino della tua pelle e con le dita incastrate nei boccoli ti avevo raccontato della formazione degli universi e del mordi e fotti della Milano di oggi. E poi ci siamo ritrovati nudi a prenderci a cuore le routine del domani quando hai mandato un messaggino per donare due euro agli scrittori in difficoltà e mi dicevi è tardi dormiamo scopiamo, ma era l’ultima notte io lo sapevo che continuiamo a rimandare esperienze con la scusa del domani che tu il lavoro lo fai mentre io mi limito a gettare gli occhi in fondo alla strada e poi recuperarli come le reti i pescatori che vendo quanto raccolgo che dopo un giorno è passato e racconto. Cammino solo. E tu non c’eri e con gli amici ai mercati del pesce di Essaouira ci mangiavamo il granchio reale e le pinne di squalo per poi venire nel mare. E guardare la notte nei locali per i turisti con le minorenni del sud che ci ballavano intorno. E i nostri pensieri di fumo su e su a evaporare nelle cantina dei nostri amori idealizzati in quel nord del mondo che è tutto un rimpianto. E tiravamo di scicià e bevevamo tè nero nelle tazzine senza manico a farci disegni di zucchero sui nostri ritorni e poi sono salito sul tetto e ti ho scritto una lettera che alla mezzanotte si è trasformata in un segnalibro e via tra le pagine di Kerouac. Quando i muezzin ci facevano la conta dei nomi ti ho letto a voce alta dei miei viaggi in bilico sulla spina dorsale e poi siamo usciti a vedere il deserto che era già tutto buio e non c’erano stelle. Ci siamo fatti dei pizzicotti sulla pancia che disegnavamo percorsi intergalattici e sognavamo vecchiaie mentre scoppiavano le rivolte in tutto il mondo pensavo soltanto al brufolo sulla mia guancia destra e a farti fare la mappatura dei nei.

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