Un anno e poi

Ci siamo ritrovati a segnarci i risvegli sul calendario. La catena del cellulare per le nostre sveglie di plastica rigida e litio che tiriamo su col naso l’inverno caldo e le allergie della primavera. E ci rivediamo per caso dopo tanto tempo e io ti dico che è un anno preciso che i compleanni me li scordo sempre, che segno il tempo in incontri. I nostri sguardi fermi agli stop e le cortesie del passa tu, il dito medio alla fretta degli inseguitori e gli abbaglianti dei tuoi occhi con quella gonna lunghissima e i tuoi gioielli da berbera che sei seduta a gambe incrociate e dispensi sorrisi in cambio di vino e sull’un due tre stella del tuo sguardo il mio passo da gambero come a dire che tutto è passato che i conti li avevamo fatti a suo tempo. E poi vieni a raccontarmi di quanto sono belli i navigli tra quelle tisane che non ci siamo mai scolati. E se ci fai caso non ti ho mai chiesto come stai che ho dovuto dirti quello che penso dei mondi, della rivoluzione della parola e degli alfabeti che non tornano, che teorizzavo baci alla francese per tutti solo così, solo così ti ho detto ci capiremmo, che viene un momento in cui bisogna fare silenzio. Che se ne fanno del corpo i politici? Hai pensato che fossi ubriaco. Che avrei dovuto chiamarti spesso me l’ero scritto sulle calamite del frigo ma poi è sempre la stessa storia mi dimentico le date di scadenza e ci faranno delle trasmissioni televisive sulla polvere della mia scrivania. So che mi leggi, che mi guardi dalle altezze improbabili della buona classe quando ci abbracciavamo da dietro con le lingue lunghissime per gli accessi alla tua stanza bianca, al sapore di vino della tua pelle e con le dita incastrate nei boccoli ti avevo raccontato della formazione degli universi e del mordi e fotti della Milano di oggi. E poi ci siamo ritrovati nudi a prenderci a cuore le routine del domani quando hai mandato un messaggino per donare due euro agli scrittori in difficoltà e mi dicevi è tardi dormiamo scopiamo, ma era l’ultima notte io lo sapevo che continuiamo a rimandare esperienze con la scusa del domani che tu il lavoro lo fai mentre io mi limito a gettare gli occhi in fondo alla strada e poi recuperarli come le reti i pescatori che vendo quanto raccolgo che dopo un giorno è passato e racconto. Cammino solo. E tu non c’eri e con gli amici ai mercati del pesce di Essaouira ci mangiavamo il granchio reale e le pinne di squalo per poi venire nel mare. E guardare la notte nei locali per i turisti con le minorenni del sud che ci ballavano intorno. E i nostri pensieri di fumo su e su a evaporare nelle cantina dei nostri amori idealizzati in quel nord del mondo che è tutto un rimpianto. E tiravamo di scicià e bevevamo tè nero nelle tazzine senza manico a farci disegni di zucchero sui nostri ritorni e poi sono salito sul tetto e ti ho scritto una lettera che alla mezzanotte si è trasformata in un segnalibro e via tra le pagine di Kerouac. Quando i muezzin ci facevano la conta dei nomi ti ho letto a voce alta dei miei viaggi in bilico sulla spina dorsale e poi siamo usciti a vedere il deserto che era già tutto buio e non c’erano stelle. Ci siamo fatti dei pizzicotti sulla pancia che disegnavamo percorsi intergalattici e sognavamo vecchiaie mentre scoppiavano le rivolte in tutto il mondo pensavo soltanto al brufolo sulla mia guancia destra e a farti fare la mappatura dei nei.

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