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Il tuo contorno sul muro

Affittasi stanza per luglio e agosto e magari settembre, si torna agli spazi grandi di casa di mamma, quando il letto lo fa lei la tavola la fa lei e cucina lei e ti chiama quando il cibo è pronto e si preoccupa pure se torni tardi. Poi il campeggio, la casa al mare, l’aereo, lo zaino in spalla o l’ombrellone, la crema solare, i pomeriggi elettronici sulla spiaggia o in città e la grappa al rifugio in montagna. Non facciamo l’amore di giorno perché si suda troppo, o lo facciamo lo stesso e diventiamo scivoli e ansimiamo fortissimo e poi ci rilassiamo e ci svegliamo bagnati un po’ ovunque di me, di te, di tutta la città che entra dalla finestra. Mi dici facciamo che ci sfioriamo soltanto di notte altrimenti diventa difficile, tu mi provochi, io ti provoco, soltanto con la presenza, dici tu, soltanto con la presenza, dico io. Le storie d’amore fatte di chimica prima o poi finiscono, lo leggi sui blog, perché la carne fa male, dice la ragazza vegana, perché farsi ancora domande quando stiamo così bene quando siamo io e te, pronomi personali sempre in classifica tra le parole più dette. E guardando la pala che gira forte sul soffitto e mi sposta i capelli mi chiedi il perché abbiamo bisogno di esultare insieme, che secondo te sto meglio quando sono in mezzo ai miei amici e invece con te è prima sorriso poi malinconie infinite. E io di lingua, di labbra e di naso compongo la faccia in smorfia e tu ridi e ti dimentichi pure delle sciocchezze che dici. Parliamo soltanto per riempire il silenzio, o per dimenticarci della morte, per riempire il vuoto, per raggiungere a voce l’armonia che i nostri corpi ancora non conoscono. Così vicini che ci manchiamo o abbiamo paura a mancarci. Vorrei disegnare il tuo contorno sul muro soltanto per ricordarmi che sei stata qui, perché prima o poi te ne andrai, perché prima o poi se ne vanno tutti. Quelli come noi non sono capaci di sosta. Ora non parlare, stai zitta, fatti guardare, zitta, non muoverti nemmeno. Aspettiamo il vento, così, e se quello non ci sorprenderà avremo imparato l’attesa. Bella stronzata, dici, hai ragione, dico. Perché non ti droghi? Sono un bravo ragazzo. Dici davvero? Non lo so. Tu ti droghi? L’ho fatto, ancora una botta ogni tanto. Io alzo le spalle, tu me le abbassi, le alzo ancora, tu me le abbassi, ridiamo. Mi porti a vedere The Bloody Beetroots? Chi? E poi ci andiamo. Tu balli, io ti guardo e sono altrove, tu non ti accorgi e non mi chiedi dove sei. Io te lo dico, tu ascolti la musica, allora lo urlo a tutti, metti che uno lo capisce, metti che uno è là anche lui e cerca qualcuno che parla la sua lingua.

Foto: © Cristina Altieri

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Io ero, io sono, io sarò

Con le fotografie per dire chi sei, dove sei, chi ti circonda e come guardi e cosa guardi. Io mi dedico all’interpretazione, sei fondi di caffè, sei tarocchi, sei le linee sul palmo delle mani, tu, mia invenzione, mio riflesso. Nell’immaginato il senso e nell’ideale il tendere, il resto è presente, ferite sulle dita, muscoli tesi e sveglie sempre troppo presto. Il lavoro, le serrande da alzare, le serrande da chiudere, quando nel ristoro di una doccia fresca gli occhi chiusi, i capelli bagnati e i mari del sud le cosce bianche delle giovinette che attraversano la strada e ci fanno sorridere. Così mi ritrovo a schernirmi da solo a dire che il qui e l’ora non sono tutto. M’inganno, mi dici. Ieri sera lucciole e piume di pavone, la meraviglia di una ruota acquamarina e fluorescenze poi quel verso sgraziato che rompe la quiete. Sei quella ragazza laggiù che cattura lo sguardo e rovina il quadro di parola in parola. In questo paese dove i cantanti hanno opinioni su tutto, i perseguitati diventano saggi, i personaggi inventati maestri da seguire, che dovrei fare? In questo paese le schiene chine usano la parola quando è necessario, il resto sono tastiere per egotici “io penso.”, che dovrei dire? Narciso io, giovane sempre io, nell’età di mezzo che è questa adolescenza infinita mi prendo in giro con le fantasie, eppure sai che non ho più idee su niente, che amo la carne degli esseri umani e il respiro che l’attraversa, che mi affeziono con facilità, che riconosco i deboli come fratelli e contesto i potenti soltanto quando dimenticano che non c’è solo il cielo, che sì, tra i piedi è polvere e asfalto, ma non esistono soltanto i bisognosi, il terzo mondo, i profughi, gli immigrati, tutto intorno è ricca la terra d’infelici, di ineducati al bello, di timorosi che fanno dell’aggressione un alfabeto, non al cielo né agli abissi, verso l’orizzonte più prossimo, come allungare la mano in carezza e dire che sì, siamo qui insieme, felici e infelici, smarriti o già ritrovati, sempre incompleti, in ricerca in attesa. Capaci di dire “io ero, io sono, io sarò”. Illusi forse, magari soltanto imperfetti, magari felici e inconsapevoli. Magari.

Foto: © Giulia Bersani

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A te, fratello

Te ne vai nel mondo in camicia azzurra e jeans, il taglio dei capelli scolpito dal tempo si è fatto moderno, sei presente nel tuo passo all’apparenza sicuro, sensibilità a sera e sguardo troppo ampio per dedicare l’attenzione che desideri a tutto quel che si fa accorgere. E primavere e inverni, ricordi a saltello dei tuoi trent’anni, le corse fino a perdere il fiato nei prati verdi di Brusson, magliettone bianche e ginocchia sempre sbucciate. Di quando sei diventato altissimo e nemmeno te ne sei accorto, le tue caviglie fragili, la specialità del tiro libero perché quando tutti si aspettano qualcosa tu non manchi mai. Il Brasile, poi l’Africa, la porta di quel monastero che mi hai aperto tu soltanto con la gioia degli occhi e racconti di tavola e ricercata semplicità e accenti emiliani. E così, liberati dal peso di altari e cattedre, liberi e nuovi alla vita, un’altro passo ancora, e dietro a tutti gli angoli il nostro tentativo imperfetto e utopico di comprendere il presente e l’uomo e così l’eterno. Tu, facile all’emozione, facile al pianto, tu, capace di attenzioni ad altri sconosciute, folle del vino, ubriaco d’andare. Fai dello spazio nuovo che ti è donato il tuo eremo mai chiuso, dell’accoglienza siano esperte le tue mani grandi, e tavola sempre in ordine e mura bianche per dar respiro agli occhi. Nella mia testa i tentativi dello stare in disparte, farmi rifugio, pronto al bisogno, mai invadente. Dalle mie labbra senza governo né freno, spesso troppa libertà, perdonerai. Incapace io alla menzogna, ti basta guardarmi, tu sai dove sono, chi sono, che penso. Ti basta abbracciarmi, e tu sai dove il mio respiro giace. Quasi mai presente io, spesso lontano, incapace del qui, dell’ora, ma capace d’amore, di sguardo, di voce. Null’altro. Felice sia questo tuo andare, sempre più libero, sempre più tu.

Foto: © Bernard Faucon

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Al concerto di Jovanotti ci entro senza biglietto

Ho trent’anni e sono iscritto a Facebook. Tra i tanti “mi piace” anni fa devo aver cliccato sulla pagina ufficiale di Jovanotti e ora ricevo tutti i suoi bla bla bla di video e annunci e recensioni a libri che l’hanno fatto godere di brutto, tipo quelli di Aldo Nove che pure a me piacciono un casino, pure le foto con Roberto Saviano a New York. È un uomo simpatico, quel Jovanotti, uno che wow, ottimismo a go go, power flower e cose belle, uno che io dico, vorrei essere lui perché invece io sto imparanoiato la maggior parte del tempo e mi prendo male spesso e, dice chi mi conosce, mi porto pure sfiga da solo. Per un certo periodo mi sono anche vestito soltanto di nero. Beh, Jova suona a Milano, allo stadio di San Siro, promette uno show wow wow wow con uno schermone a forma di fulmine che proietterà chissà quali immagini psichedelia e minimal di chenesoio provenienza. Poi un palco enorme e passerelle dappertutto che io già me lo vedo correre e saltare di qui e di là con quelle sue gambe lunghe e braccia lunghe tutto colorato tatuato com’è, modaiolo quanto basta, elegante e sportivo assieme, quell’inumano Jovanotti, sempre un passo avanti, anzi, un salto avanti. Su quella pagina ufficiale prepara i fan al supershow e annuncia una dopo l’altra le sue idee e le anticipazioni del live show. Io lo guardo, mi lascio ipnotizzare da tutti quei colori felici e dalla sua “s” che suona sempre perfetta, io al suo concerto ci voglio andare.

I biglietti sono finiti ma chisseneimporta. Quel giorno là mi metto in fila davanti ai cancelli tra ragazzine un sacco carine e mamme carine e mamme un po’ meno carine e ragazzini con magliette carine e bandane inguardabili e scritte sulle braccia e tatuaggi dappertutto. Poi bambini in spalla ai papà un passo indietro alle mamme che fanno comunella e ancora bla bla bla, che siamo tutti pronti per la festa, c’è un sole che abbaglia, si suda, io in fila penso che non ho ancora il biglietto ma chisseneimporta che prima o poi lo troverò per un prezzo decente o qualcuno addirittura me lo regalerà perché l’atmosfera e woa e tutti ci stanno dentro un casino e cantano e bevono Red Bull e Coca Cola.

I minuti passano, poi le ore, il caldo è insopportabile, nessuno mi regala il biglietto. La gente sfila davanti a me ed entra nel grande stadio. Io da fuori sento già le urla e i cori e gli applausi e le voci che scandiscono il nome “Lorenzo” e lo ripetono forte: “LORENZO LORENZO LORENZO.”

Devo entrare anche io costi quello che costi pure se non ho i soldi che il mio lavoro è precario e la generazione è quello che è e bla bla bla ancora bla bla bla. Mi metto in fila, arrivo davanti a un agente di polizia che mi guarda e vede che non ho lo zaino e non ho bottiglie di vetro e neppure la faccia da violento che sono pure bianco caucasico e mi lascia andare e così arrivo dal tipo che controlla i biglietti che mi guarda e io faccio finta di nulla e cammino e lui mi lascia passare ma poco più avanti un altro controllore mi domanda il biglietto e io gli dico che l’ho perso, poi che me l’hanno rubato, poi che porca troia fa troppo caldo e lui non cambia mai espressione, rimane serio e mi allontana, dice di tornare indietro, che senza biglietto non si entra.

E io torno indietro e mentre tutti sono contenti io mi guardo intorno e comincio a odiare i tatuaggi a colori e i cori e le madri che parlano con le bambine e i padri rassegnati che accompagnano queste old adolescenti in post rivoluzione ormonale.

Mi volto, prendo la rincorsa e corro verso l’entrata, supero i poliziotti, supero il primo controllore, supero il secondo, corro verso la scalinata che porta allo stadio, corro e sono felice, intravedo il fulminone acceso che è tutto luci fosforescenti. Mi sento tirare la maglietta, mi hanno preso, bastardi, sono per terra, sono in quattro, uno mi tiene fermi i polsi quell’altro ha un’intero braccio intorno al mio collo: “Dove volevi andare?” “Al concerto di Jovanotti.” Rispondo io, come se la cosa non fosse ovvia. “Senza biglietto non puoi, amico.” “Ma io il biglietto ce l’ho,” Dico io. E quelli rispondono “Ah, sì.” e cominciano a cercarmelo addosso e non lo trovano e continuano a cercarlo e mi toccano dappertutto mentre le mamme chiudono gli occhi alle bambine e le adolescenti vociano e lo stadio non smette di inneggiare.

Mi sollevano a forza i poliziotti e mi portano in un angolo. “Mi volete picchiare?” Chiedo io. Quelli si mettono a ridere, dicono che guardo troppa televisione, che fa troppo caldo, che sono padri di famiglia, che lo capiscono che voglio andare a vedere il concertone, ma che senza biglietto non posso. Uno propone pure di lasciarmi andare perché pure lui una volta è entrato a un concerto senza pagare, gli altri gli dicono che è scemo, che è colpa di quelli come lui se il mondo va male. Io sono seduto a terra con tutti questi uomini intorno, la gente passa e mi guarda, Giulia, che è stata mia compagna d’università, che passa lì vicino col suo ragazzo mano nella mano, mi riconosce, mi chiama per nome, io la guardo, i poliziotti la guardano. Giulia dice: “Ma che ti hanno arrestato?” Io faccio sì con la testa. “Spaccio?” Io faccio sì con la testa. I poliziotti ridono. Giulia dice: “Sei un grande.” e mi manda un bacio. I poliziotti ridono. Lei dice: “Non fategli del male, oggi è una festa e lui è bellissimo così.” I poliziotti le fanno segno di andarsene. Lei se ne va, mi guarda, io la guardo, lei mi guarda e il suo ragazzo la trascina verso l’entrata.

“Carina, eh”. Dice un poliziotto. Io alzo le spalle.

“Beh, che vogliamo fare?” Dice un altro.

Il concerto è cominciato, il cielo è buio, Lorenzo canta, il fulminone inonda il pubblico di luci psichedeliche, la vita è così bella questa sera.

Mi accompagnano fuori dai cancelli e mentre mi accompagnano dei loro colleghi stanno correndo verso chissà dove e fanno loro cenno di seguirli, c’è qualcuno da arrestare, dicono, contraffazione e spaccio e c’è pure un ubriaco che mena le mani, diamoci sotto, questa volta entriamo duri. I ragazzi stringono i denti, Lorenzo Jovanotti, proprio lui, canta e la gente è felice, io sono ormai fuori dal cancello, i poliziotti battono un tempo veloce nei loro stivali neri, qualcuno urla e poi piange, c’è sangue sul cemento. Fortuna che sono bianco, io. Fortuna che sono fortunato, fortuna che non sono nemmeno ubriaco.

Con la testa appoggiata alle sbarre del cancello non riesco a pensare a niente. Guardo quel qualcuno che soffre e io non ci posso fare niente, sento quei qualcuno che sono felici e io non ci posso fare niente.

“Dietro ai cancelli non c’è vita. E non c’è gioia e non c’è nemmeno tristezza. Soltanto malinconia”, scrivo su Whatsupp, lo invio a lei e tanto so che non risponderà perché sono incomprensibile.

Poi raggiungo casa mentre rimbomba ovunque la voce di Lorenzo io vado a letto, mi fischiano le orecchie, mi gira la testa.

Alle cinque di notte ricevo un messaggio su Facebook, mi sveglio, è Giulia che scrive: “Ma ti hanno arrestato poi? Appena esci di prigione usciamo insieme. Promesso?”

Rispondo sì.

Foto: dalla rete.

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Dell’arco cuore

L’ingegnere nella sua camicia a scacchi mi spiegava il valore degli assembramenti nell’epoca del marketing, così la birra è gratis ma si versa lenta, così qualcuno aspetta e qualcun altro vede qualcuno che aspetta e si avvicina a quel qualcuno e aspetta e, attesa dopo attesa, si crea una fila, la fila suscita interesse, il marchio della birra ha la sua visibilità e tu bevi una volta sola, che di rimetterti in coda non hai più voglia.

Dopo un attacco così già mi vengo a noia, perché il cervello di D.F. Wallace è diverso dal mio, perché sono poco preciso, concreto, perché non faccio attenzione alle cause e prendo per buone le conseguenze.

Sono la dispersione, sono tutti gli universi paralleli teorizzati da Stephen Hawking dopo l’addio di Zayn ai One Direction. In qualche tempo diacronico io e te, lo so, siamo stati vicini, forse ti sono stato padre, amante, forse sono stato tuo figlio, tu mia sposa, mia nonna, mia cinciallegra, mio orto, mio stivale, mia luce, mia voce. Pensare, pensare, pensare, dove sta il godimento in tutto questo?

Ai santi delle teorie, sofisti che intronano parole a dispetto della vita, io chiedo, tu dove sei? Quando mi sorprendo a urlare il tuo nome in corso Sempione, col motorino e il casco a confondere il suono, e tutti che guardano e si chiedono il perché della mia canzone che suona stonata ma che è per te e degli altri, lo sai, ci importa poco.

Tu che cammini e inciampi, tu che corri e saltelli, tu che siedi nell’erba e fumi piano come i cardellini che sbocconcellano il pane. E chiudi gli occhi su questo pianeta infecondo e doni due lune alla notte, tra le tue palpebre e le tue labbra che preferisco non guardare, tra il nudo cielo e le sue stelle nascoste, tra queste notti che finiscono davanti ai portoni mentre fuori dalle chiese riposano i senza stanza, i senza denaro, i cercatori d’amore e sotto ai soffitti alti di Brera si posano i vestiti firmati, uomini e donne dagli occhi puliti, mani perfette, denti dritti e giustizia in tasca in auto nuove e orologi luccicanti.

Inizia il turno di notte ora in fabbrica, il padre di famiglia guarda la bimba che dorme, la madre sovrappeso che russa un poco, controlla l’erba e le cartine, tornerà il pomeriggio e avrà bisogno del riposo dei sensi e lascerà i pensieri sui divani, prima del bar, degli amici, prima di tornare in quel letto sfatto e prendersi il calore dei suoi amanti imperfetti.

Mi perdo, te l’ho detto, e ora perso sono, unito però e non frammento, felice, oggi, in questo mio indefinito, disperato tendere, io dell’arco corda, cuore, così che l’opera coincida col tuo nome e sia vita e vita soltanto e voli alta, sopra gli animali, i boschi, fino a pungere le nuvole cariche di grandine per ritrovarci bagnati io e te, capelli e capelli, nero su nero, a scrivere qualcosa che ancora non comprendiamo.

Foto: © Bernard Faucon

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Ancora per te

Volevo cominciare questo scritto con: “Se dicessi che tutto l’amore che avevo per te si è trasformato in odio mentirei”. Affermazione d’impatto se amore e odio fossero davvero ricoperte di carne e fiato e sangue e muscoli gonfi. E invece qui io, viandante tra provincia e provincia, tra città e città, treno scooter metropolitana, mi ritrovo a parlare di te nei bar sempre aperti, seduto sui gradini bassi ad aspettare che spiova, all’amica dell’amico, al piccione dallo sgraziato volo. E i chisseneimporta dei compagni che dico miei ma miei non sono; gli strani casi del qui e del dove, della memoria comune e interessi da solitudini di seconda categoria, oltre all’amata, all’amato, oltre alla consolazione del letto e delle cosce, eccomi là, cammino, io, passatempo fischiettante gioia consapevole che sfiora le labbra in motivetto allegro. Io, estraneo alle soglie, agli sguardi prolungati, intollerante alla noia.

Senza guardarmi negli occhi, col silenzio infinito che sostituisce la tua presenza continui a interrogarmi. Fuori dal centro tutto si muove più lento. L’invito tuo è dimenticarmi di me e abbandonarmi al fluire dei giorni: le persone, gli inviti, le sere che non finiscono mai. Dovrei imparare ad affezionarmi alle imperfezioni delle schiene dietro agli occhi più comprensivi e docili, che si preoccupano della mia estraneità.

Io guardo ai nei, ti dico, come se il mio discorso avesse un senso, come se il nostro esistere non fosse punizione ultima, ma gioia già eterna nel presente suo scorrere. Perché proprio il nero, mi chiedi, perché non gli occhi blu? Per l’assenza di cielo c’è il mare, per l’assenza di mare il cielo ti dico e quando dimentichiamo di guardare là in alto ci vengono in aiuto le montagne, i grattacieli.

Quando il tuo corpo nudo si muove sul mio non mi hai mai chiesto cosa guardo. Non saprei risponderti, nel dondolio dei nostri aliti trasparenti io non sono più, sono te, sono altrove, non qui, non del mondo, in questo giorno che è tutto silenzio, che è ancora per te e tu non lo sai e non importa.

Foto: © Cristina Altieri

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I muri, le tovaglie, le finestre

Un fastidio al colon e dare la colpa all’alcol. Ci ucciderà, ci sta già uccidendo, mi dici tu, io scuoto la testa, non penso più alle conseguenze, ti dico, ho bisogno di leggerezza e il ghiaccio del bicchiere è sollievo per i miei pensieri che somigliano sempre più a nubi deformi e cieli grigi. Dici tra poco pioverà e poi non piove, dici tra poco saremo bianchi come i muri, vienimi dentro, non avere paura, ti chiedo se c’è una ragione per tutto questo nostro distrarci dal senso coi sensi e non amarci. Mi chiedi che significa, ti rispondo che ne so, che per l’amore servono parole crude o altissime, turpiloquio o poesia. E se invece tutto fosse normale? Come conoscere il gusto del gelato che preferisci o dove tieni la carta igienica di riserva o le tue intolleranze, le tue allergie. Ci si gonfiano gli occhi di notte e diamo la colpa ai pollini, alle zanzare, e invece è pianto, malinconia, non ci diamo pace del nostro essere incompiuti. Ci avessero amati di più, forse ameremmo di meno. Ci avessero abbracciati più forte, smetteremmo ora di cercare calore sulle strade, nei bar e nelle piazze vuote. Ti dico che sono imperfetto come il mio sguardo che tutto stringe e nulla ricorda, come i miei viaggi da adolescente e libertà mai conquistata, le terre di missione, tramonti interminabili emozioni fasulle, le amicizie coi preti, così soli da far tenerezza e meritare attenzioni. E se mi proponessi di partire per il Sudamerica io partirei, e se mi proponessi di abitare con te io ti abiterei, poi verrebbero i muri, le tovaglie, le finestre e tutti i discorsi che potremo non finire, la noia che ci sorprenderà e ci farà sorridere e mi sentirò immortale quando mi chiederai chi ha dato da mangiare al pesce rosso.

Foto: © Todd Hido

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Abitudine

Li invidio nelle loro case solide, mai sole. Li invidio nei loro rituali del weekend, dei baci al risveglio, dell’organizzazione dei compleanni; le cene con gli amici che non vedono dalle scuole medie e la celebrazione degli anniversari. Invidio quel che io chiamo vita e che a me è negata. Stronzate. Negata da te, quel che cerchi trovi, come parli pensi, quel che guardi sei. Sulla scrivania, tra tazze sporche di caffè e fogli sparsi, le parole d’amore degli altri e i miei pensieri infilzati come farfalle. Cercare su Google un aereo, un treno, un albergo, una destinazione per cominciare a immaginare un altrove. Non consolano più le rime sparse dei poeti, anche il narcisismo è disperso ora, nei miei capelli senza una forma, in questi giorni tutti uguali senza uno scopo. Le fantasticherie non regalano serenità; i tuoi viaggi azzurro mare, le tue parole francesi, l’incomprensibilità delle tue frasi brevi. Una giornata tra le tue cosce, con te. Una giornata tra le tue lenzuola, senza di te. Vedere quel che vedi, toccare quel che tocchi, le voci che ti fanno voltare e quelle da tenere lontane. E il tempo che non ci appartiene, l’avena seminata due settimane fa s’innalza ora verde, non manca poi molto alla mietitura. Finiremo anche noi sulle tavole apparecchiate degli altri, a sorridere per le circostanze, a fingere interesse, ad accarezzarci le dita di nascosto. A immaginarci ancora altrove. Abbiamo bisogno di tempo e di stare, ti dico. Tu non rispondi, e il tuo silenzio è come il risveglio, abitudine.

Foto: © Chantal Michel

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Se ora

Se ora tu fossi una mano da stringere, l’affetto di un corpo caldo, di un seno accogliente, da sentire il ventre contrarsi e rilassato cedere all’espirazione, così vicina, tu che tutto comprendi, che abbracciando me tutto abbracci che stringendo te tutto stringo, non sprecherei ore vane in righe d’altri a cercare il senso nel quieto dire dei saggi e consumare rabbia davanti ai televisori a far dietrologia e consumare polpastrelli sui telecomandi e tastiere di smartphone. Se fossi qui e qui fosse il mondo, davanti a noi non ci sarebbe il vuoto ma l’increato.

Foto: © Giulia Bersani

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La colpa

Marco si toccava il collo e intorno non c’era nessuno.
Sul banco una chiazza di liquido rosso.
Era l’ora della merenda e nel cortile i bambini giocavano, non potevano nulla contro il male che era arrivato e li aveva sorpresi.
I gelsomini coi loro fiori bianchi, l’erba verde, il cancello grigio, più in là le fabbriche, nient’altro li circondava.
Quelle che ieri erano grida ora erano dei sottovoce e i grembiulini bianchi e neri se ne stavano seduti in cerchio lanciandosi una palla rossa.
“È il sangue di Marco.” Disse uno quando la palla gli rimbalzò tra le cosce. Una bambina dai capelli d’oro impallidì, strinse forte i pugni, le sue mutande si bagnarono d’urina, cominciò a lacrimare e si alzò e scappò in classe.
Marco si teneva il collo con tutte e due le mani. Le sue dita erano rosse. Quando la porta della classe si aprì vide la bambina dai capelli d’oro, magra, col moccio al naso e i pantaloni bagnati.
“Mi sono pisciata addosso.” Disse la bambina.
“Non è poi tanto male, è caldo.” Rispose lui.
“Perché non sei venuto in giardino? Tu vuoi sempre essere diverso da tutti.”
“Non è che voglio, è inevitabile. Ma non sarà per sempre, perdo sangue, vedi?”
“Posso assaggiarlo?”
“Puoi. Ma non troppo, non è per te. È per nostra madre, è per nostro padre.”
La bambina assaporò il sangue.
“Sembri nostra madre col rossetto. Dovresti toglierti i pantaloni adesso, sono bagnati e ti prenderanno tutti in giro.” Disse Marco.
“E cosa mi metto?”
“Mettiti i miei, sono sporchi, ma almeno non sono pisciati. A me non serviranno più.”
La bambina annuì e poi si abbassò i pantaloni e poi si abbassò le mutande. Tra le sue gambe senza peli un foro minuscolo, lei ci infilò un dito più in fondo che poté, poi lo tirò fuori e allungò il braccio sotto gli occhi di Marco.
“Tu vuoi sempre esagerare, speri che qualcuno ti guardi, ma non ci guarda nessuno.” Disse lei. “Vuoi assaggiare? Credo tu abbia bisogno di sangue.”
Marco fece di sì con la testa e aprì la bocca, lei gli infilò il dito tra le labbra, lui succhiò, lei ritrasse la mano.
“Ti piace? La gente dice che sono buona, a me non importa più, ci sono abituata. Mi importa soltanto di te.”
“Mi mancherai molto.” Disse Marco.
“Lo so.” Rispose la bambina. “Ma sei tu che hai deciso di andartene per sempre.”
Marco vedeva tutto sfocato e le sue parole inciampavano tra le labbra, si sforzò e disse:
“Non è colpa tua.”
“Lo so. Io sono buona, è la mia dannazione. Posso salvarti se vuoi, col mio dito. Se ti salvo me li dai lo stesso i tuoi pantaloni?”
Marco stette in silenzio. Sotto di lui il pavimento era rosso.
“Non puoi. Questo è il mio regalo per te, l’unico possibile.”
Marco appoggiò la testa sul banco e chiuse gli occhi. Non dormiva, deglutì due volte e sentì il sapore ferroso del sangue.

Entriamo insieme nella porta stretta, io abbasso la testa, lei trattiene la pancia. Abbiamo gli occhi rossi. Lei ha pianto tutta la notte, io ho stretto le palpebre per trattenere le lacrime. Il cane di nostra madre ci lecca le gambe. Io gli do un calcio sul muso. Lei mi prende per mano. Non siamo abituati a farci annusare dagli animali. Quando dormiamo insieme, di nascosto, all’istituto, ci annusiamo soltanto tra noi. Lei profuma di albicocca.

Al centro della camera nostro padre è disteso e dice il rosario senza aprire la bocca. Ha le guance bianche e gli occhi chiusi. Il taglio sul collo si vede appena. Lei mi sussurra all’orecchio che l’hanno truccato. Lo chiuderanno in una prigione di legno, è colpevole. Nostra madre è vestita di nero, dice che non lo vedremo più, che l’hanno fatto bello per l’ultimo viaggio, poi si piega in due, urla più volte: “Perché?”. Urla soprattutto nelle mie orecchie.
All’urlo tutta la gente che stava in piedi accanto a noi, in silenzio, nella camera stretta, decide di uscire. Alcuni abbassano la testa per passare attraverso la porta.
Nostra madre smette di urlare, respira a fatica, accarezza i nostri capelli e senza bisogno di chinarsi esce dalla stanza.
Ora siamo noi e nostro padre.
Lei dice: “Ave Maria, piena di Grazia.” Lo sussurra all’orecchio di nostro padre.
Io imito la voce di mia madre. Urlo forte.
Lei continua la sua preghiera, dice le parole una dopo l’altra, sempre più veloce. Io urlo più forte che posso, la mia voce rimbalza sulle pareti, quando torna nelle mie orecchie non è più mia. Lei mi mette le mani sulla bocca per farmi stare zitto, io gliele mordo forte. Lei mi tira un calcio. Io le mollo uno schiaffo. Lei urla. Urlo anche io. Le do un bacio.
Nostra madre torna nella stanza, io chiudo gli occhi. Abbiamo le mani gonfie. Nostra madre dice: “Salutate vostro padre.”
Lei gli si avvicina, gli dà un bacio sulla guancia. Io gli infilo il dito nella ferita del collo, la mia mano si sporca di trucco e di qualcos’altro, la pulisco sulla giacca nera di mio padre. Poco dopo abbasso la testa, le accarezzo la pancia.

Quando mi bussano alla porta io sto spiegando a Rulfo, il mio gatto, perché non può uscire di casa nei giorni di pioggia. Quando apro la porta Rulfo esce, non tornerà più.
Sul pavimento le impronte bagnate di quattro scarpe, due grandi, due più piccole, tutte nere.
Lei non deve più trattenere la pancia. Allunga la sua mano e stringe la mia.
“Questa è Annie, la nostra bambina.”
Annie resta con la schiena appiccicata alla porta.
“Non hai più gli occhi rossi come dieci anni fa.” Dico io.
Lei annuisce.
Annie ci guarda.
“Potresti salutarla.”
“Ho le mani sempre sporche.”
“Solo i fiori del gelsomino restano bianchi.” dice lei e sospira.
“Non dovevi tornare più. Sei troppo buona.”
“È la mia condanna, ricordi? Annie voleva conoscerti.”
Annie è sul divano, io la raggiungo, mi siedo di fianco a lei.
“Non eri poi tanto lontano.” Mi dice.
“Solo una vita.” Rispondo io.
Annie mi prende le mani, le confronta alle sue.
“Non sono sporche.”
Lei non si siede, ci guarda dall’alto.
“Sembri un po’ addormentato, non è vero, mamma?” Dice Annie.
“Non dormo da molto. Non posso.” Dico io.
“Ti spiace se accendo la luce?” Dice lei.
“La colpa è mia.”
“È troppo buio qui.”
Lei preme l’interruttore, la luce non si accende.
“Perché non hai voluto che io ti salvassi?”
“Non è stata colpa tua.”
“Nostra madre è morta due anni fa.”
“Loro mi avevano fatto impazzire.”
Annie mi guarda coi suoi occhi verdi. “Li hai uccisi tu?”
“Non sono stato capace nemmeno di uccidere me.” Rispondo io.
“Me l’ha detto mamma.” Dice Annie.
Lei mi abbraccia, dice: “Mi sei mancato.”
Le parole non hanno più importanza per me, gli abbracci sì. Sento il suo corpo, il suo calore, il profumo d’albicocca. Rulfo può non tornare più.

La palla rossa rimbalzava tra le mani dei miei compagni quando arrivò una bidella avvolta in una tunica azzurra e urlò forte il nome di Marco. Le maestre corsero via e ci lasciarono soli seduti sull’erba verde del giardino. Io mi alzai e camminai lenta verso le classi. Il suono di una sirena in lontananza. Entrai in aula e Marco era seduto al suo posto, la testa appoggiata al banco come se stesse dormendo. Lo chiamai. Non rispose. Lo guardai. Non mi guardò.
Nostra madre era al lavoro. Nostro padre non era ancora nella sua prigione di legno.
Io urlai forte: “Perché?” La bidella entrò in classe, mi mise una mano sugli occhi. Mi portò via. Marco sollevò la testa, era tutto rosso, mi fece l’occhiolino, disse: “È il mio regalo per te.”
Io urlai: “Non lo voglio.”
“La vita è così triste se non sfidiamo la morte.” Disse lui.
Due signori vestiti di arancione fosforescente lo presero e lo portarono sull’ambulanza. Poi arrivò nostra madre.

“Non sono morto, hai visto, era un gioco.”
“Io ti voglio bene.”
“Ti amo anche io.”
“Non dirlo a mamma.”
“Dicono che sei pazzo. Non ti vedrò più.”
“Verrai a trovarmi di nascosto.”
“Faremo anche l’amore?”
“Soprattutto l’amore.”
Quando nostra madre raggiunse Marco in ospedale lui chiuse gli occhi, aveva deciso di non vederla più.
Andai all’istituto molte volte. Mi chiamava Rulfo, mi accarezzava. Poi ansimava forte.

Foto: © Bernard Faucon

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