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In tempo per i girotondi

I vuoti a rendere dei nostri passati stanno sull’attenti a ricordarci quanto abbiamo bevuto. Seduti al tavolo l’esercito delle sedie che ci chiama a raccolta. Noi che sbraniamo paste d’annata e ripieni al ragù di carne. E inneggiamo a questa figa che sta sulla bocca di tutti e abbiamo perso di vista. E i pensieri ci sporcano le magliette, le scritte mitologiche dell’adolescenza e l’acqua frizzante rimane nel frigo che qui si celebrano solo le nozze di Canaan. Che lei non c’è e tu ci pensi ancora. E quando brindiamo ci guardiamo negli occhi. I profitteroles con l’ancòra del ricordo che non sappiamo tirarci addosso. Saremo come le briciole e verranno a raccoglierci. I nostri lavori a tempo determinato, i progetti per la conquista dell’Asia e i tatuaggi per sconfiggere le paure. I legami che non ti ho detto e le camere d’albergo col bidet per ripulirci le labbra e parlare d’altro. Delle nostre vacanze finite al mare. Il muro di Berlino della famiglia e i saldi per le stanze in affitto. L’ultimo moschettiere si è depilato il petto. I passeggini parcheggiati nei corridoi e i Peter Pan in giacca e cravatta. Uno per tutti e tutti per mano che siamo ancora in tempo per i girotondi.

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Queste matite affacciate sul cielo

Guardavamo il cielo dal basso su quel balcone aggrappato a queste case di ringhiera degli anni ’70.

C’erano delle scie bianche e tu hai cominciato a coi tuoi discorsi apiùnonposso sulle energie rinnovabili, tu che stai ore sotto la doccia, tu che ti lavi i denti cinque volte al giorno, tu che quando caghi lasci aperto lo sciacquone perché la casa è piccola e non vuoi che nessuno ti senta.

Le mie mani gialle lasciavano le sigarette a consumarsi al vento che la mia bocca era impegnata ad esplorarti le caviglie.

Avranno pensato male i vicini, avranno pensato a quel boa del Piccolo Principe che inghiotte gli elefanti tutti interi. Che vale lo stesso discorso per le anaconde ti dico io, e le anaconde son femmine e i boa maschi mi dici tu mentre ti salgo sulle cosce come le formiche rosse ti mordo e poi ti dico pensa. Pensa che se vivessimo tutta la vita insieme io potrei prendere la tua forma e tu la mia, come i boa e le anaconde io sarei la tua preda e tu la mia.

E hai obiettato sul fatto che quei serpenti sono animali che ingoiano e che uno ingoierà e l’altro sarà ingoiato che non si può ingoiarsi in due o cose così. C’è uno che prende la forma dell’altro. Ed è una metafora di merda questa dei rettili.

E allora mi sei scivolata addosso e m’hai preso il membro con la mano aperta per farmi sentire vivo ancora una volta e siamo scoppiati a ridere di gusto e ti ho fatto il solletico e ci siamo baciati quando mi hai detto basta io non ti amo non ti ho mai amato ma chisseneimporta di quella storia dell’amore e io ho fumato questa volta, un tiro lungo di sigaretta e tu hai tossito forte mi hai detto scherzo amore mio, vieni qui amore mio, io ti amo amore mio che a dirlo così tante volte questo amore sembra che sia meno importante.

E poi siamo rimasti in silenzio. Questa abitudine di portarti la bicicletta sul balcone deve finire e chi te la ruba una bici degli anni ’80 dico io. Ma era quella di tuo padre, e i tuoi ricordi ingialliscono e si staccano come la vernice nera del manubrio, ma i pedali sono sempre gli stessi che tuo papà era un malato, un malato di biciclette e ci hanno messo anni a buttarlo giù dalla sella.

E m’hai detto torno a casa è tardi.

Facciamo finta che sotto c’è il mare.

Anche se ci sono le auto.

Anche se ci sono i semafori.

Anche se domani devi alzarti presto.

Non ci riesco mi dici. Questa è Milano e a Milano il mare non c’è devo andare ciao.

Tu guarda in alto.

Anche se il cielo non è cielo.

Guarda in alto, c’è il mare. Facciamo finta.

Te lo disegno io.

E apro le mani e disegno le onde. E cif e ciaf sul tuo viso e cif e ciaf sulle tue tette gonfie che c’hai il ciclo e continui a piangere.

E allungo il dito e disegno una barca, le matite colorate dei nostri occhi fanno il resto.

Ti allungo il braccio e tu lo prendi. Alza la gonna che ti bagni.

Appenditi al mio collo e non guardare in basso, non aver paura.

E c’abbracciamo forte e confondiamo le acque.

I miei remi scavano strade tra le scie bianche.

Il rumore degli aerei ricorda i motoscafi e tu che mi ansimi addosso.

E i telefoni suonano e non ci sono porti per attraccare.

Per questa notte dormiremo all’aperto.

Qui sotto al mare saremo all’asciutto e guarderemo la luna riflessa sull’acqua e quelle luci rosse saranno le boe che ci indicano la rotta.

Tu non preoccuparti ti copro io.

Così è arrivata la notte che confonde i contorni e abbiamo dormito sul balcone.

Nell’intimità del facciamo finta.

Come un boa e un’anaconda, a soffocarci d’abbracci.

Coi pesci che vengono a galla per prendere aria.

E l’alba che tarda ancora a venire.

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I nostri diari di gioventù

Con Tondelli che ci alita ancora addosso i nostri diari di gioventù. Le vespe colorate di quando non sapevamo pungerci. I fili invisibili che sapevi intrecciare, gli scoobydoo delle relazioni al parchetto. Le nostre biciclette impilate a torre di Babele per la saliva che ci scambiavamo quando con gli spazzolini fosforescenti ci lavavamo la lingue. Ogni adolescenza per forza fa un po’ ridere i pigiama party con le bottiglie di plastica e il nome sul bicchiere. Le nostre erezioni primaverili con le emozioni acerbe come le pere. E c’è naufragata addosso la stanza quando ci siamo bagnati di buio. Le zip sempre difettose e i reggiseni che non t’aspetti. I nostri deodoranti per fare la voce grossa. E come naufraghi sui pedali la transiberiana della provincia. Per gridarti al balcone scendi e i cucù dietro alle colonne i baci sognati i baci mai dati. I cento all’ora per sbucciarci le nostre ginocchia seminuove con menischi incorporati. E partire per le vacanze, il tuo pensiero come l’acqua delle pozzanghere. E arrivano le piogge che confondono i giorni. E quando svuoto lo zaino e stringo il manubrio il tuo piercing d’autore e la tua pancia nuda. E lui e lei e l’altro e le pareti della mia stanza le danze in chat con le sconosciute.

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Dei sogni erotici che non ti ho detto

Dei sogni erotici che non ti ho detto, delle parole che non troviamo sui vocabolari dei nostri display a colori. Ci inventiamo le lingue che vorremmo sputarci addosso. I boomerang dei nostri voli in altalena che prendiamo il cielo a braccetto e ricadiamo sui nostri culi bianchi. Le voglie interrotte e i tuoi cicli come le ciliegie di stagione coi loro noccioli in salamoia. Che ti ho intravisto in tv mentre guardavo le previsioni del tempo e davano sempre pioggia per poi sorprenderci con gli arcobaleni. Entrano ancora le mosche dalle finestre e ci si incastrano nelle orecchie per non sentirci piangere per non sentirci ridere. E andremo a Berlino, a Torino il sapore dolce della tua bocca e le tue guance colorate, le caramelle che mi sono mangiato che non ti ho regalato. Come a San Faustino tu scappi dai tori per farti incornare. E mi hanno detto che le scommesse sono tutte truccate e nei polpacci nascondi le emozioni come acido lattico. E i soldi dei biglietti per questi cinema da rincorrere te li ho messi nel cappuccio di quando volevo portarti la colazione a letto e mi sono svegliato tardi.

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Sui piedistalli accenni passi di danza

Camminiamo a ritmo di dub tra le righe bianche, le cicche di sigaretta e ci manca il respiro quando ci guardiamo negli occhi. Le soglie delle nostre case a prendere polvere, i peli di barba nel lavandino e le tue gambe bianche tra le fotografie. E sui piedistalli accenni passi di danza. Sfogliamo i computer per leggere sempre la stessa pagina. Quando facevamo la guerra coi cuscini, ci rubavamo le figurine. Roberto Baggio nascosto nel portafoglio e la formazione ad alta voce tra le ringhiere, le radioline e l’odore della benzina nei parchi delle periferie dei nostri sguardi. I nostri cani sempre più piccoli i bilocali e gli affitti irraggiungibili. Abbiamo piantato il basilico e tu mi hai detto che è già secco che dovrei comprarmi un bagnoschiuma idratante per ammorbidirmi un po’. Mentre attraversiamo le strade dei cinema d’elite, ci riposiamo coi Pirati, le mondine dei nostri cuori sporchi che non c’è il mare al nord, non c’è la nebbia. I manifesti elettorali per le gare d’alzata di mano delle scuole medie. Quando tornavo a casa, la tavola apparecchiata e l’odore della tovaglia che tutto era disposto per la vita.

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Che sei partita per il sud

In casa mia non c’è nulla di tuo. Che sei partita per il sud. E ti hanno vista planare sul mare tra le bottiglie di plastica e le macchie dei nostri intestini. E non è ancora estate. La primavera avanza e lo smog ci dipinge la faccia. Che siamo indiani in scooter e per vederci brillare aspettiamo la notte le tue luci al fosforo per dimenticarci. Quelle parole a scatti nei vinili delle nostre voci scadute che non ci sono i giradischi e non ti sento e dove sei e cosa fai quanto mi dai. Che sei guarita e forse non lo sai. E sui mappamondi abbiamo tracciato le vie dei nostri desideri con la matita rossa. E Berlino è sempre più lontana. Che forse dovremmo soltanto affogarci la lingua in bocca e sederci sulle panchine di piazza Vetra e dietro agli alberi a scopare. Per gonfiare le ruote delle nostre bici rubate e parlare del cielo bianco di Milano e i papaveri tra le rotaie per deragliare in ritardi. E per rincorrerti comprerò le scarpe nuove e uscirò in pigiama per avvertire la notte.

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Aggrappati alle pupille ci facciamo buchi per eccitarci

Aggrappati alle pupille ci facciamo dei buchi per eccitarci. Nei cessi improvvisati dei parchi, sotto ai cavalcavia delle autostrade i fiumi da risalire tra le tue cosce bianche. Ci stordiamo con gli ultrasuoni e ululiamo tra lenzuola usate. E tu che urli sparami ora, sparami ancora. I giornali da sfogliare per impacchettare i nostri ieri. I traslochi dei nostri umori e le telefonate inconcludenti. Portami al mare a ballare a scopare. Che ti chiamavano l’elefante. In luglio lo sai arrivano le svedesi coi capezzoli che sfondano i soffitti. E la mia passione per l’italiano. Dovremmo buttarci nel cesso con le nostre parole tirare l’aria a furia di risate. I parchi chiudono tardi in estate. I cinema rilassano e i teatri invecchiano e per sentirmi più grande ho bevuto del whisky che ti ho vomitato addosso i miei sogni. Terra mia.

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Così vicini come i c’era e gli una volta

E come i disperati la notte alle fermate degli autobus ci siamo scambiati parole come abbracci. E ci dimentichiamo i saluti tra i tuoi sandali aperti. Muoviamo le mani nel buio del cinema per dirci e tu chi sei che non ti vedo. Con queste storie finite male partite bene chissà da dove chissà perché che a noi ci annoiano i felici e contenti. E i fiocchi azzurri fuori dai palazzi la nebbia di Milano è finita nei polmoni invisibile come la Bat caverna che tossiamo la notte quando qualcuno ci guarda da fuori. In venti metri l’odore lisergico delle lontananze. Così vicini come i c’era e gli una volta. Quando non ci sei i tuoi treni a ventimila leghe sotto il centro dell’Italia nostra. Le conversazioni venute male. Le mie parole con la falsa partenza e tutti quegli errori nella preparazione fisica. Le maratone perse a rincorrere i pensieri del come sarebbe stato e mi hanno messo il coperchio al fiato che sono la candela che si consuma all’uscita delle tue vasche. E te ne vai con un altro elenco che ancora non è il mio turno che io prenderò il prossimo treno.

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I nostri Iphone per farci il check up

E tra i tombini di via Tortona le nostre maschere in lattice per non andare in profondità. A cercarci il cuore nei nostri letti sfatti coi cellulari sempre accesi. E tra le cosce stringiamo i cuscini per sentirci amati. I nostri Iphone per farci il check up. Il check in per viaggi in terra straniera. I parchi chiudono troppo presto. Le fontane per lavarci le ascelle quando arriva la notte, il silenzio dei senzatetto e l’invidia per le loro mattinate assolate e gli ululati nelle notti di luna piena. Ci pettiniamo le schiene ai semafori e passiamo col rosso per sfidare i taxisti. E per stare soli la notte diventiamo folla. A San Lorenzo una volta arrivavano i cavalli. E ci sistemiamo i capelli negli specchietti retrovisori per non guardarci dietro mai. Piazza del Duomo di notte è deserto quando ci scambiavamo le doppie sotto le lacrime della Madonnina. Per i navigli che hanno ancora sete.

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Per tirarci le para

Per tirarci le para e avvistare i futuri migliori nei fondi del vino. Quando rubavi il pane al tavolo di fianco. Che noi avevamo fame, ingoiavamo la vita che gli altri brindavano a piccoli sorsi.

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